di Antonio Bruno Laureato in Scienze Agrarie e Giornalista
pubblicista
Leggendo le pagine che Patience Gray dedica alla Puglia in Honey from a
Weed, si ha la sensazione di trovarsi davanti non tanto a un libro di
cucina quanto a un'etnografia involontaria della civiltà contadina
mediterranea. L'autrice osserva con stupore ciò che per generazioni era apparso
naturale: il camino, la legna d'ulivo, la pignata, il forno del vicino, la
cucina come luogo di lavoro e di relazione sociale.
Nella mia esperienza, vissuta tra il 1963 e il 2024 nella Masseria
Pendinello, questi elementi non appartenevano all'esotico né al pittoresco.
Erano semplicemente la normalità. Il fuoco non era una scelta culturale o
gastronomica: era una necessità. Per alimentarlo occorreva una precisa
organizzazione familiare. Le donne governavano la cucina; i bambini
raccoglievano la legna. Nulla arrivava già pronto. L'energia domestica era il
risultato di un lavoro collettivo.
I sarmenti della vite, le sarcene, costituivano una risorsa
abbondante. Negli anni Sessanta la provincia di Lecce contava circa
sessantamila ettari di vigneto. La potatura produceva una massa enorme di
combustibile che trovava immediato impiego nelle case e nei forni. Anche
l'olivo partecipava a questa economia circolare: la legna ottenuta dalla
potatura aveva un valore commerciale tale da contribuire a coprire i costi
della pratica agricola stessa.
La cultura materiale contadina era fondata sulla capacità di trasformare
ogni residuo in risorsa. Nulla veniva considerato scarto. Per questo colpisce
osservare il destino contemporaneo degli olivi distrutti dalla Xylella. Gli
alberi morti abbondano nelle campagne salentine in quantità tale che spesso non
conviene nemmeno abbatterli per ricavarne legna. Ciò che un tempo era una
risorsa energetica è diventato un problema paesaggistico e ambientale,
aggravato dal rischio di incendi estivi. È uno dei paradossi della modernità rurale:
la scarsità si è trasformata in eccedenza e l'eccedenza in rifiuto.
Anche la pignata occupa un posto particolare in questa trasformazione.
Patience Gray la descrive come il cuore della cucina pugliese, recipiente di
terracotta destinato alla lenta cottura dei legumi e dei cibi poveri. Tuttavia,
già negli anni Sessanta essa apparteneva più alla memoria che alla
quotidianità. Le donne della mia famiglia preferivano ormai le pentole in
acciaio e, successivamente, quelle a pressione. La modernizzazione domestica
era già avanzata. La pignata sopravviveva come oggetto identitario, ma non più
come strumento indispensabile.
Questo è un aspetto importante per comprendere la cultura popolare: spesso
la nostalgia tende a immaginare tradizioni immutabili. In realtà il cambiamento
era già in corso. Le innovazioni tecnologiche entravano nelle case contadine
molto prima di quanto oggi siamo portati a credere. La modernità non ha
sostituito improvvisamente il mondo rurale; ha convissuto con esso per decenni,
trasformandolo gradualmente.
Per questo il valore della testimonianza di Patience Gray è straordinario.
Il suo sguardo coglie un momento di passaggio. Documenta un universo che non
era ancora diventato patrimonio culturale e che proprio per questo poteva
essere osservato nella sua autenticità quotidiana. Oggi il fuoco di legna, la
pignata, il forno comune e il camino a volta rischiano di essere interpretati
come simboli folklorici. In realtà essi furono strumenti concreti di una
civiltà fondata sul lavoro, sul risparmio delle risorse e sulla cooperazione
familiare.
L'antropologia ci insegna che gli oggetti non sono mai soltanto oggetti. Una
pignata racconta rapporti sociali, saperi tecnici, economie domestiche,
relazioni tra generazioni. Racconta un modo di abitare il tempo, scandito
dall'attesa della cottura lenta e dalla disponibilità di combustibile. Quando
questi oggetti scompaiono, non perdiamo soltanto utensili: perdiamo forme di
vita.
E forse è proprio questo che emerge dall'incontro ideale tra il racconto di Patience
Gray e la memoria della Masseria Pendinello: la consapevolezza che il
patrimonio più fragile non è quello conservato nei musei, ma quello che per
secoli è sembrato così ordinario da non meritare nemmeno di essere raccontato.
