martedì 9 febbraio 2016

IL VALORE DI ALBERI ED AREE VERDI


Alberi ed aree verdi forniscono un “reddito” largamente superiore al costo necessario per il loro impianto e mantenimento: annualmente, a fronte di un euro investito nel verde, ne possono rientrare, a seconda dei casi citati dalla letteratura scientifica, da 1,3 a 3,07 euro. Nella sua recente relazione annuale, il Comitato Nazionale per lo sviluppo del verde pubblico scrive che “avere una buona dotazione di servizi ecosistemici, in ambito urbano, significa avere una maggiore ricchezza pro-capite, in termini di capitale naturale, ma anche una maggiore salute e resilienza dei territori (…..). In un‟epoca di difficoltà economica e di continui tagli alle spese degli enti locali, tenere in maggiore considerazione, nelle analisi costi/benefici, i vantaggi ambientali del verde urbano, permetterebbe non solo di allargare le prospettive e supportare meglio le decisioni, ma anche di pervenire ad un uso più intelligente del denaro pubblico, a tutto vantaggio delle casse e dei portafogli delle amministrazioni e dei cittadini”.
La gestione del verde urbano e rurale. Manuale di buone pratiche e suggerimenti. 

Autore Mario Carminatihttp://www.provincia.bergamo.it/…/www-MANUALE-Manutenzione_…

“Il fabbisogno in freddo delle gemme delle piante arboree”


Le piante arboree, per superare la fase della dormienza, devono trascorrere un certo periodo a basse temperature (fabbisogno in freddo), che varia in dipendenza delle specie e delle varietà.
Come si calcola il cumulo di ore che soddisfano il “fabbisogno in freddo” delle piante?
Per la stima del fabbisogno in freddo ci sono numerosi metodi tra cui uno molto semplice quale è il calcolo del numero di ore al disotto di 7°C, Metodo Weinberger e l’altro, più complesso e più preciso, denominato Metodo Utah.
Metodo Weinberger: sommatoria delle ore del giorno con temperatura < 7°C.
Metodo Utah: tiene conto anche delle ore che superano, per eccesso o difetto, il range di temperatura ottimale al soddisfacimento del “fabbisogno in freddo” delle piante (2.5
Con questo metodo il cumulo è espresso in C.U. (chilling unit - unità di refrigerazione), utilizzando i parametri riportati nella tabella seguente:



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L'unione dei vivaisti italiani (CIVI-Italia) ha dato mandato allo studio Trevisan & Cuonzo per uno studio sui profili di responsabilità derivanti dalla diffusione in Puglia del batterio della Xylella.

Lo studio legale Trevisan & Cuonzo con i vivaisti italiani nell'emergenza Xylella

L'unione dei vivaisti italiani (CIVI-Italia) ha dato mandato allo studio Trevisan & Cuonzo per uno studio sui profili di responsabilità derivanti dalla diffusione in Puglia del batterio della Xylella.

Come è noto, la Xylella è il batterio da quarantena che ha attaccato gli ulivi secolari salentini portando (in concomitanza con altri fattori) al loro rapido disseccamento. Il batterio della Xylella può diffondersi anche su altre specie vegetali ed è percepito come un flagello biblico che ha portato al blocco delle importazioni dall'Italia imposto da diversi Stati membri. 

La situazione danneggia enormemente i vivaisti italiani che hanno conferito al team di Trevisan & Cuonzo guidato dal partner Vincenzo Acquafredda(in foto) l'incarico di individuare i profili di responsabilità anche di soggetti pubblici, per poi avviare azioni mirate per la migliore tutela dell'intero comparto.

"La vicenda è estremamente complessa - spiega l'avvocato Vincenzo Acquafredda - anche per gli interessi in gioco e per questo i vivaisti italiani vogliono vederci chiaro, mostrandosi molto risoluti a far valere le proprie ragioni e non volendo in alcun modo essere gli unici a dover pagare in questa vicenda".

Il settore vivaistico nazionale interessa 4.350 aziende, che operano su 27 mila ettari, impiegando annualmente 114 mila addetti e sviluppando un valore della produzione di 1,74 miliardi di euro, di cui il 40% destinato all'export.

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Lo studio legale Trevisan & Cuonzo è uno dei più noti studi italiani in materia di diritto industriale e commerciale. Fondato nel 1993, oggi vanta oltre 30 professionisti che operano sia a livello nazionale che internazionale nei segmenti del diritto commerciale, industriale e dell'intellectual property. Lo studio è composto da professionisti formatisi in diverse giurisdizioni europee che garantiscono ai numerosi clienti nazionali e stranieri una forte competenza e una profonda conoscenza dei mercati USA, Europa, Australia e Canada. Trevisan & Cuonzo ha sede a Milano, Roma, Parma e Bari.
Data di pubblicazione: 09/02/2016

Trattamento in acqua calda delle barbatelle: Nota tecnico‐informativa

Trattamento in acqua calda delle barbatelle: Nota tecnico‐informativa



Il trattamento in acqua calda di materiali di propagazione dormienti (in inglese Hot Water Treatment o HWT), come appunto, per la vite, barbatelle e talee, è una tecnica vivaistica ormai sperimentata e consolidata, finalizzata a prevenire e/o eliminare la presenza di alcuni patogeni e parassiti all’interno o sulla superficie dei tessuti legnosi trattati. Sebbene questa tecnica non sia ancora largamente diffusa e sia utilizzata prevalentemente nel caso di specifiche problematiche fitosanitarie, è utile comprenderne a fondo gli aspetti tecnici, i vantaggi e gli eventuali svantaggi così come sfatare alcuni luoghi comuni privi di fondamento scientifico. L’obbligo di trattamento delle barbatelle prodotte in Puglia nell’area dichiarata infetta dal Xylella fastidiosa subspecie pauca, ferma restando l’immunità della vite al ceppo specifico ritrovato in Salento, è stato imposto dall’Europa (Decisione della Commissione N. 2015/2417/UE del 17/12/2015) per il principio di precauzionalità; il trattamento in questione, seguendo il protocollo ufficiale EPPO (Organizzazione Europea per la Protezione delle Piante; Bulletin OEPP/EPPO Bulletin, 42(3), 490‐492), è il medesimo sperimentato e messo a punto per prevenire, in diverse aree europee, la diffusione del fitoplasma della Flavescenza dorata: esso consiste in un trattamento della durata di 45 minuti in acqua alla temperatura di 50°C. Le attuali macchine termoterapiche, seguendo le specifiche tecniche del citato protocollo EPPO, sono state notevolmente perfezionate, in modo da garantire efficacia e sicurezza di trattamento con un controllo assoluto della temperatura nell’ordine di appena un decimo di grado (0,1°C). Il principale inconveniente che limita la diffusione della tecnica HWT su larga scala è certamente l’incremento dei costi di produzione legati sia all’ammortamento dei macchinarisia a manodopera, consumo di acqua e gas/gasolio per il riscaldamento dell’acqua. Mentre sulla base della letteratura scientifica non sono riportati effetti dannosi di tali temperature sulla vitalità delle piante dormienti trattate, alcune esperienze empiriche segnalano solo la possibilità di un leggero ritardo (dell’ordine di qualche giorno) nel germogliamento delle barbatelle messe a dimora. Veniamo ora ai numerosi vantaggi della tecnica ovvero alla sua efficacia fitosanitaria nell’eliminazione di patogeni e parassiti. Come è riportato in numerosi studi scientifici è stata dimostrata l’efficacia nel contenimento di: 1) Fitoplasmi come l’agente della Flavescenza Dorata ma anche del Legno nero della vite; 2) Funghi lignicoli trasmissibili con il materiale di propagazione come gli agenti di Mal dell’Esca ed Esca precoce o Malattia di Petri (ad es. Phaeomoniella spp. e Pheaoacremonium spp.) nonché dell’Eutipiosi (Eutypa lata); 3) Acari eriofidi svernanti nelle gemme come il Colomerus vitis (agente dell’erinosi) e Calepitrimerus vitis (agente dell’Acariosi della vite); 4) Xylella fastidiosa  subspecie fastidiosa (agente della Malattia di Pierce in California, fortunatamente non esistente in Europa); 5) il pericolosissimo Agrobacterium vitis agente del Tumore batterico o Rogna della vite (agente da quarantena in molti Paesi viticoli extraeuropei); 6) Viteus vitifoliae ovvero la famigerata fillossera (anch’essa insetto da quarantena in numerosi Paesi come Australia, Cina, Cile, etc.); 7) Nematodi cisticoli come Meloidogyne spp. e naturalmente anche altre specie ectoparassite come gli Xiphinema, alcuni (X. index e X. diversicaudatum) efficienti vettori di virus. Determinando un perfetto lavaggio delle barbatelle, il trattamento HWT previene altresì il trasporto passivo di tutti i possibili organismi nocivi contenuti nel terreno aderente soprattutto all’apparato radicale. Per evitare malintesi è oltremodo utile sapere che nessun effetto ed efficacia della tecnica HWT sono ad oggi dimostrati nei confronti di virus/viroidi (agenti patogeni intracellulari) e quindi nel controllo diretto delle relative malattie nei materiali vivaistici.   Per concludere, il termotrattamento HWT, ormai obbligatorio per esportare in diversi Paesi (ad es. Brasile e Svizzera), è attualmente da considerare un importante strumento tecnico/commerciale per: a) il miglioramento qualitativo/fitosanitario dei materiali di propagazione a maggior garanzia dell’esenza da numerosi organismi nocivi e da quarantena; b) la riduzione dei contenziosi tra viticoltori e vivaisti; c) rappresentare una leva commerciale e quindi un’opportunità per conquistare nuovi mercati sempre più esigenti. Aspettiamoci ed auguriamoci quindi che, in un imminente futuro, il trattamento termico in acqua calda divenga una consuetudine di tutti i vivai viticoli a maggior garanzia dello stato sanitario delle nostre barbatelle. Bibliografia Bazzi C., Stefani E., Gozzi R., Burr T.J., Moore C.L., Anaclerio F., 1991. Hot‐water treatment of dormant grape cuttings: its effects on Agrobacterium tumefaciens and on grafting and growth of vine. Vitis, 30, 177‐187. Bleach C., Jones E., Ridgway H., Jaspers M., 2013. 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lunedì 8 febbraio 2016

Xylella 8 febbraio 2016

Xylella fastidiosa: un pericolo di contagio da eliminare
Tutti sappiamo che raramente le piante affette da Xylella “guariscono”; non tragga in inganno il fatto che piante ammalate reagiscano a tutte le malattie simili con produzione di nuova vegetazione, purtroppo temporanea


Tutta la comunità scientifica, e non solo quella che fa riferimento alle Scienze agrarie, è scossa dalle notizie che trapelano dal Salento e riguardano i recenti sviluppi giudiziari relativi alla gravissima moria delle piante di olivo, attribuita al batterio patogeno Xylella fastidiosa. I fatti sono noti all’opinione pubblica (grazie anche agli interventi di autorevoli maestri del pensiero che si sono confrontati in questo ennesimo conflitto tra Scienza e Giustizia, da molti ricondotto a una vera “caccia alle streghe”), e bastano poche righe per riassumerli.
Alcune settimane fa la Procura della Repubblica di Lecce ha disposto il sequestro conservativo delle piante colpite dal disseccamento, di fatto bloccando le (faticose) operazioni di eradicazione in atto. Difficile non pensare a una sorta di condizionamento ideologico, anche sulla base di dichiarazioni pubbliche degli inquirenti. Contestualmente sono state rinviate a giudizio una decina di persone che, a vario titolo, hanno avuto un ruolo determinante nella faccenda, a cominciare dai ricercatori baresi che per primi hanno segnalato e studiato la malattia. Purtroppo non sono rese pubbliche le perizie tecniche alla base di tali drammatici provvedimenti, ma le indiscrezioni di stampa delineano scenari quanto meno inquietanti. Da più parti si invoca trasparenza e si auspica che le risultanze tecnico-scientifiche in oggetto possano essere messe a disposizione di quanti possono e desiderano confrontarsi sul tema. In breve, le accuse verterebbero principalmente intorno al fatto che – essendo individuabili “perlomeno nove” ceppi di Xylella (ma il dato non figura nella bibliografia specialistica) – si ha motivo di ritenere che la presenza di questo microrganismo nell’area risalga ben indietro nel tempo (una ventina di anni?), e quindi non si sia trattato di una situazione emergenziale iniziata nell’anno 2013, come invece appariva dalla letteratura. Improbabile parlare di importazioni parallele del batterio per giustificare la presenza dei diversi ceppi individuati nel territorio. Il resto sarebbe conseguente e chiama direttamente in causa una serie di “inerzie, negligenze e imperizie” attribuite agli indagati per diversi delitti previsti dal Codice Penale.

Non possiamo assistere immobili a questo stato di cose, perché – in assenza di drastici interventi – il destino della pandemia è segnato, e non potrà che vedere un inarrestabile avanzamento del fronte delle aree contaminate. “La Xylella ringrazia”, è stato scritto, ed è proprio così. La materia si presenta certamente di una complessità senza precedenti: forse si tratta della maggiore emergenza fitosanitaria in atto a livello mondiale! Si può discutere su molti aspetti e fattori che hanno contribuito verosimilmente al crearsi di questa situazione, a cominciare dal progressivo abbandono della razionale coltivazione in molte zone: l’incuria ha favorito il propagarsi del batterio, vuoi per lo stato di debilitazione nel quale versavano molti impianti, vuoi per l’incontrollato livello delle popolazioni dell’insetto vettore, avvantaggiato dalla mancanza di interventi di contrasto alle erbe infestanti. E come non pensare che tale trascuratezza sia stata favorita dal sistema di sussidio della PAC, la Politica Agricola Comune che con la decisione di ‘disaccoppiare’ i contributi comunitari dalla quantità dei prodotti, ha disincentivato la cura delle aziende da parte degli agricoltori?

Altro punto ‘caldo’ è quello relativo al dubbio sull’effettivo ruolo di Xylella nel determinare il disseccamento degli olivi. Anche questo è argomento arduo da affrontare, in quanto trattasi di caso del tutto nuovo per la scienza (ma proprio giorni fa è apparsa una comunicazione scientifica che segnala la presenza di un identico problema anche in Brasile, come già in Argentina), e certamente non banale. Benché il batterio sia refrattario all’isolamento in coltura pura, i ricercatori che in Puglia per primi lo hanno identificato sono riusciti in questo intento, dando inizio, con riscontri positivi, alle indagini per verificarne la patogenicità (postulati di Koch e inoculazioni artificiali). Si pensi che negli USA è occorso un secolo per dimostrare che la devastante (per la vite) “malattia di Pierce” era attribuibile proprio a Xylella. È vero, quindi, che c’è ancora molto da studiare (e servono ricercatori e risorse), e forse non mancheranno le sorprese. Però che senso ha tenere in piedi e ‘congelare’ centinaia di piante di olivo morte (o moribonde), che altro non possono fare che rappresentare una fonte di contagio del batterio, il quale, grazie agli insetti, può liberamente avanzare e infettare nuove piante? Speriamo forse in (improbabili) cure miracolose, contro ogni evidenza scientifica? Tutti sappiamo che raramente le piante affette da Xylella “guariscono”; non tragga in inganno il fatto che piante ammalate reagiscano a tutte le malattie simili con produzione di nuova vegetazione, purtroppo temporanea. Che valore (scientifico) possono avere le indicazioni (empiriche) che l’abbattimento delle piante infette non arreca alcun beneficio nelle strategie di difesa, e, anzi potrebbe peggiorare la situazione (al netto di grossolane imprecisioni nella traduzione di interventi in lingua straniera)? E come si può “giocare sulle parole”, distinguendo tra “eradicazione del patogeno” ed “estirpazione delle piante infette”? Il fatto che analisi realizzate da un ‘nuovo’ laboratorio (nuovo rispetto a quelli che in precedenza si sono occupati del caso) su campioni vegetali mostranti sintomi non diano esito positivo consente di affermare che “la sintomatologia … non è necessariamente associata alla presenza del batterio”? E che valore assegnare a osservazioni meramente empiriche, basate su procedure non ripetibili o riproducibili (alcune delle quali quantomeno fantasiose), che starebbero fornendo “risultati interessanti”, peraltro mai portati a conoscenza del mondo della ricerca? E che dire delle “buone pratiche agricole” (doverose, sia chiaro), che da sole risolverebbero il problema?

Gli organismi comunitari sono legittimamente preoccupati dell’evoluzione (negativa) della situazione pugliese e sollecitano azioni immediate per la salvaguardia delle piante ancora sane e per circoscrivere l’areale di diffusione del patogeno. Ci sono ancora dubbi, è vero, ma questa volta il “principio di precauzione” non vale?

Non a caso chiudiamo questa breve dichiarazione con numerosi interrogativi. A queste domande può dare risposta solo la comunità scientifica tramite i suoi specialisti di settore.
È convinzione di questa Accademia che siano da apprezzare, sostenere ed incoraggiare gli studiosi che, agendo in maniera tecnicamente, scientificamente ed eticamente corretta hanno, tra l'altro, prodotto le conoscenze necessarie alla messa a punto di un piano rivolto al contenimento del contagio all'interno della zona infetta. Le note vicende giudiziarie lo hanno fatto abortire, ma i suoi principi informatori sono stati già riproposti alla Commissione Europea dal Ministro delle Politiche Agricole e Forestali come strategia da mettere subito in atto.

di Amedeo Alpi
pubblicato il 08 febbraio 2016 in Strettamente Tecnico > L'arca olearia

Consorzio di Bonifica 7 febbraio 2016