domenica 4 dicembre 2016

Lecce - Segnali di ripresa per l’agricoltura pugliese .Presentato il report sullo stato e sulle prospettive del settore

Lecce - Segnali di ripresa per l’agricoltura pugliese .Presentato il report sullo stato e sulle prospettive del settore
03/12/2016

Segnali di ripresa per l’agricoltura pugliese. Il totale degli operai agricoli dipendenti è salito da 181.443 a 185.820. L’incremento è di 4.377 lavoratori in più, pari a un tasso positivo del 2,4 per cento, in controtendenza con il trend degli ultimi anni.
E’ quanto si legge in report sullo stato e sulle prospettive del settore primario, presentato stamattina, nel Dipartimento di Scienze dell’Economia, da Rosario Centonze, presidente provinciale dell’Ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali, da Antonio Costa, ordinario di Economia Aziendale dell’Università del Salento e da Davide Stasi, autore del lavoro di ricerca e di elaborazione dati.
Nel corso dell’incontro con i giornalisti è stato distribuito lo studio con tutti i principali dati sulle aziende agricole (coltivatori diretti, coloni, mezzadri, imprenditori agricoli professionali - Iap) e relativi occupati, suddivisi per classe di età, sesso, tipologia di contratto e numero di giornate lavorate.

In particolare, la fascia d’età dove si concentra il maggiore numero di lavoratori (24.471) è quella fra i 45 e i 49 anni. Rappresenta il 13,2 per cento del totale. Segue quella fra i 40-44 anni, con 23.407 dipendenti, pari al 12,6 per cento del dato complessivo.
Nella classe 50-54 anni si contano 22.610 operai (12,2 per cento), in quella 35-39 anni sono 21.369 (11,5 per cento); in quella 25-29 sono 19.766 (10,6 per cento); in quella 30-34 sono 18.838 (10,1 per cento); in quella 20-24 sono 18.227 (9,8 per cento); in quella 55-59 sono 17.559 (9,4 per cento); in quella 60-64 sono 9.922 (5,3 per cento); in quella fino a 19 anni sono 5.035 (2,7 per cento); e in quella oltre 65 anni sono 4.616 (2,5 per cento).
In termini percentuali, rispetto all’anno prima, crescono di più le fasce estreme: quella degli ultra 65enni (+12,1 per cento), quella 60-64 anni (+11,5 per cento) e quella fino a 19 anni (+6,7 per cento). Le donne sono 72.662, pari al 39,1 per cento del totale.
Gli operai a tempo indeterminato sono appena 2.800, pari all’1,5 per cento della totalità dei dipendenti. Sono 296.361 i rapporti di lavoro con impiego esclusivo di manodopera agricola, a cui si aggiungono 28.333 rapporti di lavoro misti con altre tipologie, di cui 482 per operai non agricoli e di apprendistato e 1.591 per dirigenti ed impiegati.
Nel corso del 2015, inoltre, sono stati utilizzati 40.550 voucher a favore di 2.802 lavoratori, da parte di 755 committenti.

Gli extracomunitari impiegati in Puglia, sempre nel settore primario, sono complessivamente 14.395. Pari al 7,7 per cento del totale degli operai agricoli dipendenti (185.820). Nella classe d’età 30-34 anni si contano 2.527 extracomunitari, pari al 13,4 per cento rispetto alla classe d’età di appartenenza; in quella 25-29 sono 2.478 (12,5 per cento); in quella 35-39 sono 2.279 (10,7 per cento); in quella 20-24 sono 1.792 (9,8 per cento); in quella 40-44 sono 1.791 (7,7 per cento).

Il numero di aziende che occupano operai agricoli dipendenti è passato da 34.429 (2014) a 35.078 nel 2015. Dopo ben sette anni, si registra, finalmente, un’inversione di tendenza. La crescita, nell’ultimo anno, è di 649 unità, pari all’1,9 per cento. Dal 2007, anno in cui si raggiunge il valore più elevato (38.925 aziende) al 2015, il numero di aziende, però, è diminuito complessivamente di 3.847 unità, per una flessione del 9,9 per cento.
Nell’ultimo anno, si contano 26.965 ditte in economia, 7.633 coltivatori diretti, 3 coloni e mezzadri, 22 corpi forestali, 12 consorzi di bonifica, 1.088 cooperative e 37 cooperative forestali.
Il numero di lavoratori agricoli autonomi è salito, complessivamente, di 474 unità, pari all’1,8 per cento (da 26.735 a 27.209). Più marcato l’incremento dei lavoratori di genere maschile: 355 unità in più (da 18.071 a 18.426), pari ad un tasso del 2 per cento. Le donne aumentano di 119 unità, pari all’1,4 per cento (da 8.664 a 8.783).
Il numero di aziende agricole autonome è passato da 23.999 del 2014 a 24.561 del 2015, registrando un incremento di 562 unità, pari al 2,3 per cento. Nel periodo 2009-2015 il numero di aziende agricole autonome è cresciuto di 3.695 unità, pari al 17,7 per cento.

Dal 2009 al 2015, tra le categorie di lavoratori autonomi, spicca la crescita degli Imprenditori Agricoli Professionali (IAP), con un balzo del 98,6 per cento, ovvero 2.491 unità in più, passando da 2.526 a 5.017. Crescono anche i coltivatori diretti da 18.331 a 19.542, cioè 1.211 unità in più, pari ad un tasso del 6,6 per cento. I coloni e i mezzadri, invece, trattandosi di un gruppo chiuso in ingresso, presentano un andamento decrescente piuttosto accentuato, passando da nove ad appena due.
Nell’universo dei coltivatori diretti, si registrano 16.297 titolari d’azienda, 2.916 attività con almeno un collaboratore, 267 con due collaboratori, 50 con tre collaboratori, 12 con quattro o più collaboratori.

giovedì 1 dicembre 2016

Orti felici 2016



L'Associazione Dottori in Scienze Agrarie e Forestali di Lecce sta approntando il catalogo degli Orti felici. Se hai un piccolo Orto scrivi a adaf.lecce@libero.it

Il caso Gran Moravia


sabato 26 novembre 2016

Un modello innovativo per la programmazione integrata e partecipata dello sviluppo locale


L’agricoltura nel nostro Paese ma soprattutto in Puglia in particolare nel Salento è l’attività economica che meglio rappresenta la tradizione, al punto da trasmettere, implicitamente, un senso di staticità riguardo tutto ciò che le gravita attorno.

L’attenta osservazione dell’agricoltura contemporanea offre, invece, la possibilità di prendere atto di uno spaccato piuttosto complesso di quella che è la società contemporanea, sempre più orientata alla multifunzionalità. Da qui prende vita la nuova concezione dell’agricoltura, intesa come vera e propria rivoluzione di matrice culturale, da cui nascono esperienze e prodotti altamente innovativi, riconoscibili, confezionabili e, soprattutto, adatti a rispondere alle esigenze dei nuovi mercati. Si rende necessario individuare un modello di sviluppo basato su un processo di acquisizione e condivisione dei valori del territorio, supportato dalla messa a sistema degli operatori locali della filiera agricola, agroalimentare, del benessere, turistica e culturale attraverso l’attuazione di azioni di sensibilizzazione, informazione, organizzazione e promozione finalizzate al raggiungimento di obiettivi specifici concreti e importanti per il territorio, ciascuno caratterizzato da altissimo livello di innovazione.


In estrema sintesi, queste le motivazioni da cui è scaturita l’idea di dare vita a un modello di sviluppo locale su base rurale finalizzato alla programmazione integrata e partecipata, con l’intento di proporre un assetto alternativo ed efficace, funzionale alle esigenze del mondo agricolo, attualmente in crisi. L’intervento previsto da Copagri, infatti, intende integrare strategie e metodi per la valorizzazione dei prodotti e dei territori della tipicità. Più precisamente esso nasce come proposta per la realizzazione sperimentale di un modello orientato a valorizzare il patrimonio culturale, paesaggistico e le tipicità, secondo un chiaro ambito strategico di intervento nell’ottica di un più ampio programma di valorizzazione dei territori, da perseguire attraverso una molteplicità di azioni, tra cui si inserisce la volontà di recupero e valorizzazione delle tipicità enogastronomiche e artigianali, rilette e proposte in rapporto con la riqualificazione dell’attività rurale ma, più in generale, con l’obiettivo di stimolare competitività e sviluppo socio-economico equilibrato all’interno del territorio pugliese.

È storicamente dimostrato che ogni periodo di crisi porta con sé la spinta verso l’evoluzione. In tal senso, esaminata con occhio critico e approccio multifunzionale quella che è stata la più recente storia agricola pugliese e salentina, mi sembra evidente la necessità di proporre una capillare azione di informazione e comunicazione dei prodotti di qualità, esaltandone la loro intrinseca connessione con la natura dei territori di produzione. Si tratta di un patrimonio di riconosciuta e indiscussa eccellenza, da leggere e conoscere dal punto di vista del profilo agricolo e agroalimentare, ma con occhio di riguardo per gli aspetti culturali, storici, imprenditoriali e del wellness. Inteso in tale complessa dimensione, è chiaro che l’intero comparto abbisogna di una trasformazione strutturale dell’offerta, orientata a esaltare le specificità territoriali anche al fine di determinare un paniere di prodotti non più esclusivamente agricoli, ma chiaramente connotati da plusvalore culturale ed esperienziale.

Allo stato attuale diventa opportuno attivare un collegamento diretto e strategico tra produzioni tipiche e territorio di riferimento, al fine di sostenerne uno sviluppo integrato e intimamente connesso: una strategia, questa, tesa a sviluppare azioni basate sulla valorizzazione della conoscenza dal punto di vista culturale, in stretta connessione con il territorio e le peculiarità paesaggistiche, storico-culturali, ambientali, etnoantropologiche che ne costituiscono le specificità, puntando a una sinergia tra tipicità e promozione territoriale. Le sinergie che si possono attivare sono numerose, a partire dalla necessaria messa in rete delle iniziative già in essere in questo campo: promozione e valorizzazione prodotti e territori della tipicità; creazione e gestione di reti/pacchetti; reazione di percorsi enogastronomici- culturali-esperienziali; creazione di un marchio certificato di tipicità del Salento; messa in rete dei comparti alberghiero e ristorazione con i produttori di prodotti tipici; interventi di alta formazione settore enogastronomico; incentivazione delle sinergie con il sistema fieristico congressuale; incentivazione diffusione punti vendita prodotti tipici e artigianato locale; incentivazione utilizzo prodotti a km 0; utilizzo del prodotto tipico nelle mense scolastiche e ospedaliere; attività di marketing per la commercializzazione dei prodotti tipici e artigianali; valorizzazione delle attività legate ai comparti olivicolo e vitivinicolo di eccellenza; attività di ricerca e consulenza altamente specialistica (Osservatorio della Tipicità, nuovi prodotti, biodiversità, nuove imprese).

In questa direzione, ad esempio, anche le destinazioni turistiche hanno percepito l’importanza di valorizzare il territorio nella sua globalità, associando alle motivazioni tradizionali quelle apparentemente minori; pertanto il prodotto – sia esso agricolo, turistico o di altra natura - si arricchisce e diviene complesso; tale complessità richiede un’azione di management più incisiva e permanente, per coordinare risorse e attori al fine di costruire prodotti sempre più funzionali e integrati.
Se a ciò si associa la questione “autenticità” - che diventa argomento piuttosto delicato dato che il processo che porta a una fruizione culturale dei beni territoriali presuppone la necessità di una valorizzazione della cultura dei luoghi - si coglie l’importanza del fattore identitario delle comunità.

Stupisce e amareggia il dover assistere a una diffusa mancanza di informazioni, soprattutto, di informazioni corrette: in tal senso si ritiene opportuno intervenire con serietà, impegno, consapevolezza ed efficacia.

L’intervento, così modulato, rappresenta una sperimentazione basata sull’ipotesi che gli itinerari/prodotti della tipicità possano costituire un potente strumento di valorizzazione per l’intero contesto territoriale, oltre che rappresentare un efficace strumento di inclusione sociale, in coerenza con l’impianto delle politiche dell’Unione Europea finalizzate ad incrementare l’efficienza dell’uso delle risorse e la coesione sociale. In tal senso, inoltre, anche alla luce di analisi di contesto, emerge la necessità di azioni preliminari finalizzate a: ottenere una interpretazione univoca da parte degli attori locali del valore del territorio e delle potenzialità delle risorse ivi inserite; acquisire maggiore e più dettagliati standard di qualità nella cultura dell’accoglienza; conoscere meglio le opportunità offerte dall’innovazione e delle tecniche di organizzazione territoriale.

Nell’ottica di attivare un percorso multifunzionale e interdisciplinare, tra gli obiettivi primari nella definizione del modello sperimentale rientra il coinvolgimento di una comunità di ricerca open source, già attiva e qualificata, che contempla al proprio interno diversi background culturali e professionali al fine di pensare, discutere e creare progettualità finalizzate a stimolare la diffusione di modelli sociali improntati sul bene comune e sul benessere sostenibile.

L’esigenza di fondo è sempre riconducibile alla definizione di dettagliate analisi di contesto da cui costruire un dettagliato quadro di risorse tradizionali da impiegare in maniera innovativa, attraverso le opportunità offerte dalla scoperta di un plusvalore sociale ed ambientale in grado di restituire nuovi paradigmi per una migliorata percezione collettiva della ruralità.

Innovazione, ricerca, tradizione, ruralità, società, dialogo, interconnessione, intermodalità: quasi a definire un Rural Hub modalità bottom up, ove discutere di Rural Social Innovation, innovazione sociale applicata alla ruralità. Ne scaturisce un modello economico particolare, che recupera dalla tradizione contadina valori imprescindibili e li ripropone, attualizzandoli: rispetto, solidarietà, sostenibilità, semplicità, tutela della biodiversità. Un percorso multi-livello attraverso cui si pongono le basi per la definizione di un sistema di conoscenze da indirizzare per lo sviluppo collaborativo dei territori. Il tentativo è ambizioso se si pensa che si mira a creare una serie di strumenti di open governance per proporre soluzioni e stimolare il diffondersi di una mentalità di collaborazione tra autorità locali e/o centrali, fino a giungere ad un punto di svolta in cui le pratiche collaborative diventano gli elementi chiave dello sviluppo strategico territoriale.

In particolare, sarà importante definire, volta per volta, caso per caso, un adeguato modello di sviluppo, frutto di processi di progettazione tecnica qualificata integrati con esperienze di partecipazione dal basso tra gli attori dello sviluppo rurale - interlocutori a diverso livello – al fine di individuare un insieme di strumenti utili agli innovatori sociali per conoscere meglio i modelli economici basati sulla condivisione e la coproduzione, oltre che per applicare un approccio collaborativo alle politiche di sviluppo territoriale.

La società contemporanea, inoltre, con i suoi diversi gradi di innovazione, presuppone la conoscenza e la padronanza delle potenzialità di ibridazione tra “permacultura” e fabbricazione digitale, tradizione e innovazione: il presente interconnesso “rurale” non può più riduttivamente identificarsi quale sinonimo di isolamento o, peggio, immobilismo, ma deve svilupparsi secondo modelli “smart rurality oriented”, in cui i concetti chiave sono autosufficienza, sostenibilità, biodiversità ed eco-compatibilità.

Ciò presuppone la necessità di definire i concetti di bio-valore e bio-capitale, al fine di pensare il “vivente” e l’innovazione nel campo delle scienze della vita come “beni comuni” ad accesso aperto e contribuire a definirne i codici etici, giuridici e operativi.

Nella costruzione dei diversi percorsi è stato ampiamente utilizzato il principio della logica moltiplicativa di effetti economici-sociali, in quanto si reputa fondamentale che il progetto debba rendersi veicolo di un messaggio ben definito, che si sviluppa lungo l’intero percorso attuativo.


In forza di ciò, si intende superare le difficoltà materiali e immateriali e, quindi, produrre atti e comportamenti concordati al fine di organizzare servizi e prodotti, qualitativamente elevati, per una fruizione completa e unica delle peculiarità territoriali, tutelando, valorizzando e promuovendo un’idea di AgriCultura dinamica e innovativa.

mercoledì 23 novembre 2016

La moringa farà bene anche al Salento?


A tutte le latitudini pare scoppiata la moringa-mania. Quella che molti esperti del settore definiscono “la pianta più nutriente della terra”.

Curerebbe circa 300 malattie: contiene tutte le vitamine presenti nel parco completo di frutta e verdura ed anche in proporzione maggiore. Allo stesso modo non ha effetti collaterali ed è stata provata, testata, documentata con prove a sostegno della stessa. Può essere consumata da bambini ed adulti.

Oggi milioni di persone hanno iniziato ad utilizzare prodotti a base di moringa nella zuppa, nella pasta, nel pane, ecc., per raccoglierne i benefici per la salute. La moringa, infatti, contiene 92 sostanze nutritive, 46 antiossidanti, 36 antinfiammatorie oltre a 18 amminoacidi di cui 9 essenziali.

Per questo rafforza il sistema immunitario, favorisce la circolazione sanguigna, supporta i livelli di glucosio normali, funge da naturale anti-invecchiamento, è un ottimo antiinfiammatorio naturale, favorisce una digestione sana, promuove ed accresce la chiarezza mentale, aumenta l’energia pur senza caffeina, incoraggia l’equilibrio del metabolismo, rende la pelle più morbida, è curativa per l’acne e regola i livelli ormonali.


Le sue foglie contengono tutti gli amminoacidi per la costruzione di corpi forti e sani, prevenendo disturbi al fegato, problemi renali, diabete ed anche malattie cardiache.

È utilizzato sia come salutare alimento che nella cosmesi per la realizzazione di creme, shampoo, ecc.

Prezioso anche l’olio ricavato dal suo frutto, al quale alcune multinazionali stanno già mirando per sostituire l’ormai famigerato olio di palma.

“Contatti con importanti società per grossi progetti”
Un unico problema: la Moringa è una pianta originaria delle regioni dell’Himalaya, abbisogna di particolari condizioni climatiche e di un terreno adatto e quindi non attecchisce dappertutto. Qui interviene Pierluigi Forcella, 61enne agronomo (o meglio, come si autodefinisce, “tecnico progettista agrario, la qualifica che avevo quando ero alle Canarie, in Spagna”) di Montesano Salentino.
“Nel 2002”, racconta Pierluigi, “mi sono proposto per lavorare in una coltivazione di banane alle Isole Canarie, in Spagna. Ottenuto il lavoro mi sono trasferito e lì ho scoperto delle piccole piantagioni di Moringa, sulle cui coltivazioni nessuno voleva o era in grado di darmi spiegazioni. Si limitavano a dirmi che il suo habitat naturale era quello indiano. In quel periodo non c’erano molte informazioni in merito, neanche su internet. La lampadina, però, mi si era accesa e destino ha voluto che potessi recarmi in India per studiarla, incuriosito com’ero da tutti i suoi effetti benefici per la salute. Sono stato anche in Thailandia e in altri paesi vicini dove la pianta cresce ovunque, anche spontaneamente ed in grandi quantità. Guardando gli indigeni ho imparato tutte le tecniche della coltivazione e della raccolta. Sempre con un chiodo fisso: come poter coltivare questa pianta portentosa anche a casa mia, nel Salento? Il problema sembrava insormontabile perché, se le condizioni climatiche potevano più o meno andare bene, il terreno si presentava poco adatto. Ecco perché ho pensato di arricchirlo di azoto (con coltivazioni di fagioli, fave, ecc. e liquami). La cosa ha funzionato alla grande. Anzi: se in India un chilo di foglie ti dà 70-80 grammi di secco qui si arriva a 350 grammi, quasi 5 volte di più!”.

Prova e riprova, il nostro agronomo pare aver trovato la formula giusta e insieme ad Enzo Scarcia ed alla sua famiglia, che hanno messo a disposizione dei terreni in zona “Pesco” a Specchia, ha dato inizio alla coltivazione di moringa… nel Salento! Il progetto è ancora in fase sperimentale ma le premesse sono più che incoraggianti. È stata messa su una società, la “Domenica Scupola” e solo nell’ettaro della zona Pesco oggi ci sono 5mila alberi, che possono arrivare a produrre anche 8 quintali l’anno di preziosa polverina (prezzo medio di 3 euro ogni 10 grammi). Inoltre Forcella & Co. sono già pronti a coltivare “un altro ettaro confinante con il primo, più  altri due ettari e mezzo in un’altra zona di Specchia. Non solo: abbiamo già individuato altri terreni adatti allo scopo”. E Forcella anticipa: “Già ci hanno contattato società importanti per un grosso progetto, per il quale richiedono 300 ettari di terreno, prendendosi la responsabilità di affittarli, della loro manutenzione ecc. Il tutto nel Salento, perché solo le nostre condizioni climatiche sono favorevoli alla Moringa. Ed ogni ettaro necessita di almeno 2-3 persone che vi lavorino.  Tra impiegati diretti e tutti quelli che lavorerebbero nell’indotto non è un’utopia prevedere minimo 4-500 posti di lavoro. Nel suo complesso è un progetto che prevede un investimento sul territorio di 5 milioni di euro”.

Forcella mira anche alla realizzazione dell’olio “per utilizzare i nostri frantoi in quei periodi in cui restano fermi dopo la raccolta delle olive. L’olio, però, si può ricavare solo dalle cornule della Moringa, che qui da noi non riescono a maturare perché il caldo non dura così a lungo. Per questo stiamo coltivando la pianta anche in Africa da dove importeremo i frutti dopo la raccolta. Si tratta di un olio eccellente e salutare che non inaridisce mai, ha durata eterna. I faraoni, nell’antico Egitto, già lo utilizzavano come emolliente per la pelle”. La cosa più allettante, però, è “la richiesta pervenutaci attraverso una società milanese, dalla Ferrero che vorrebbe utilizzare l’olio di moringa per i suoi prodotti al posto dell’olio di palma, ormai messo al bando”.

Ulteriore risvolto quello della “tintura madre della moringa che stiamo producendo per primi in Italia. Si tratta di un estratto della pianta realizzato trattandola con l’alcol per 30-40 giorni. Poi si torchia il tutto e si ricava il contenuto. Ingerirne un cucchiaino è come mangiare due bistecche. Nutrimento, protezione da tante malattie, tanta vitamina C, ecc. Vi lascio immaginare i benefici che potrebbero derivarne”. La coltivazione massiccia di moringa, non certo una pianta autoctona, potrebbe rappresentare un pericolo per il nostro equilibrio biologico? “Assolutamente no. È una pianta che si auto protegge dalle malattie, guarisce l’uomo figurarsi se stessa. Non rappresenta alcun tipo di pericolo”. Anzi Forcella ci tiene ad evidenziare come nelle coltivazioni vengano utilizzati solo “insetticidi naturali con allevamenti di coccinelle, che tengono lontani gli afidi, e alberi di Neem sparsi tra quelli di Moringa per tenere lontani ospiti indesiderati senza ricorrere ad alcuna sostanza chimica. È tutto naturale come comprovato dalle analisi già effettuate”.

È ancora presto per dire se, dopo il tabacco, il grano e le olive, la moringa possa diventare nuova fonte di lavoro e reddito per il Salento. Certo è un’opportunità ed in un periodo di vacche magre come quello che stiamo vivendo non possiamo permetterci di sottovalutarla. L’eventuale investimento di 5 milioni di euro sul territorio e gli agognati 500 posti di lavoro sarebbero una bella boccata di ossigeno. Nei periodi di difficoltà bisogna aguzzare l’ingegno e Pierluigi Forcella pare esserci riuscito tracciando una strada percorribile. Ovviamente seguiremo l’avventura sua e della “Domenica Scupola” e solo il tempo ci dirà se avranno avuto ragione.

Giuseppe Cerfeda

23 novembre 2016