sabato 30 aprile 2011

Il cerino acceso della bonifica

Il cerino acceso della bonifica


C’è un dibattito in corso sulla minaccia dell’acqua che si può scongiurare con la manutenzione del territorio per evitare le alluvioni e sull’acqua che viene utilizzata dalla nostra Agricoltura che rappresenta oltre la metà di tutta la risorsa acqua a nostra disposizione. Questa è l’acqua di cui si devono prendere cura i Consorzi di Bonifica. L’acqua che può essere una minaccia oppure può rappresentare una risorsa è il tema! Il tema dei Consorzi di Bonifica della Puglia che riguarda tutti gli abitanti del territorio della Regione e quindi anche quelli del Salento leccese.


Qualche cifra per riflettere

71% = superficie del pianeta coperta dalle acque degli oceani, dei laghi, dei ghiacciai;

2% = percentuale di acqua utilizzabile per bere, cucinare, lavarsi, irrigare, ...

1.400.000.000 = persone che non hanno accesso a una fonte d'acqua potabile;

2.000.000.000 = persone che hanno accesso a risorse idriche scarse;

250 litri al giorno = consumo d'acqua pro capite in Italia;

2.328 litri al giorno = quantità d'acqua che può essere dispersa attraverso un foro di 1mm in una tubatura;

60% = percentuale d'acqua utilizzata in agricoltura;

25% = percentuale d'acqua destinata all'industria e alla produzione di energia;

15% = percentuale d'acqua impiegata per usi civili


In uno studio di Giuseppe Silletti avente per titolo “DANNI ALLUVIONALI IN PUGLIA: NON DIMENTICHIAMOCI DELLA DIFESA DEL SUOLO” si descrivono le caratteristiche e le conseguenze di due eventi pluviometrici di eccezionale rilevanza abbattutisi nella Puglia Centrale, cui sono stati interessati due bacini idrografici, uno del versante adriatico, l’altro del versante ionico.


Il deflusso delle acque nelle aste torrentizie ha generato morti ed enormi danni all’ambiente e alle strutture umane.
In questo studio l’autore stigmatizza alcuni errori umani che, soprattutto nel caso del versante adriatico, pare abbiano disatteso regole fondamentali sul deflusso delle acque, e dimostra l’effetto positivo che hanno avuto i grandi rimboschimenti realizzati dal Corpo forestale dello Stato auspicando che altri vengano costituiti.


Se andiamo avanti così facciamo fuori il Paesaggio
La situazione della Puglia e del Salento leccese è disperata al punto che il 12 dicembre 2008 nella Conferenza d’Area tenuta nel Castello di Acaya del Salento leccese per illustrare la via pugliese al piano paesaggistico si sollevò il grido d’allarme sintetizzato nello slogan “Se andiamo avanti così facciamo fuori il Paesaggio”.


A profetizzare la catastrofe fu il Prof. Alberto Magnaghi che in quell’occasione citò il prof. Antonio Rosario Di Santo, Segretario Generale dell'Autorità di Bacino di Puglia, che alla Conferenza d’Area di Altamura aveva già denunciato la situazione critica delle riserve idriche e la conseguente impossibilità per l’anno 2009 di irrigare i campi.


Poi il Prof. Alberto Magnaghi sempre in quell’occasione si soffermò in modo particolare sul Salento leccese perché, in conseguenza del ritmo dell’espansione messo in atto nei Cento Centri urbani dal dopoguerra ad oggi, si è messo un impermeabile al territorio! E la situazione è ancora più grave perché, sempre secondo Magnaghi, se l’ espansione del cemento e dell’asfalto proseguirà nei prossimi 50 anni allo stesso ritmo a cui abbiamo assistito, dovremo rassegnarci a vivere in un'unica GRANDE CITTA’ ovvero l’intera Penisola Salentina ridotta ad ASFALTO E CEMENTO!


Un ettaro di terreno impermeabilizzato aumenta la quantità d’acqua alluvionale
Un ettaro di terreno impermeabile fa scorrere verso la parte più bassa 100 litri al secondo di acqua che sono 360 metri cubi d’acqua in un ora una quantità dieci volte superiore a quella che fa scorrere un ettaro di terreno coltivato che invece fa convogliare verso il basso 10 litri al secondo che sono 36 metri cubi d’acqua in un ora.


E dove va a finire tutta quest’acqua in più?A valle verso un corso d’acqua! Ma il corso d’acqua che fa parte del reticolo idrografico riusciva a far defluire l’acqua del Bacino idrografico siccome dalle aree AD ASFALTO E CEMENTO ARRIVANO QUANTITA D’ACQUA DIECI VOLTE SUPERIORI PER RIUSCIRE A SMALTIRE TUTTA L’ACQUA CHE ARRIVA dovrebbe avere una sezione maggiore.


E se la sezione del canale o corso d’acqua non viene allargata cosa succede?
Quando tentiamo di versare una bottiglia di acqua minerale in un bicchiere di plastica dopo che il bicchiere si è riempito ecco che l’acqua traboccherà dal bicchiere riempiendo il pavimento!
Allo stesso modo accade al canale che quando raggiunge la quantità massima di acqua che riesce a far defluire verso la parte più bassa ecco che la restante parte tracima provocando ogni genere di danno. Come quelli che sono avvenuti nello scorso mese di marzo 2011 che riporto di seguito.


L’alluvione del 1 marzo 2011
Come ricordiamo la notte del primo marzo l’Italia è stata investita da un'ondata di maltempo e per l'Italia centro-meridionale è stato nuovamente uno stillicidio di notizie in stile bollettino di guerra; morti e decine di feriti, alluvioni, ettari di coltivazioni distrutte, fabbriche inondate, scuole chiuse, viabilità in tilt, circolazione aerea e ferroviaria bloccate.


Il nubifragio che si è abbattuto sulla Puglia ha causato danni e disagi soprattutto nella Capitanata, che si trova in provincia di Foggia, e nella provincia di Taranto. La statale 90 delle Puglie è stata chiusa perché allagata. Le colture tra Manfredonia e Zapponeta, nella Capitanata, sono andate completamente distrutte. A Marina di Ginosa, alluvionata tra la notte di dell'1 e del 2 di marzo, è intervenuto l'esercito per portare soccorso alla popolazione.


Il dibattito deve affrontare la sicurezza e la difesa del territorio
Le cronache di questi giorni riportano notizie che pur riguardando i Consorzi di Bonifica della Puglia non hanno come argomento il tema dell’acqua. Questo mio modesto contributo ha l’intento di riportare l’attenzione sul vero tema che è divenuto sempre più presente nella consapevolezza di tutti gli abitanti della nostra regione. Mi diceva il mio amico dott. Angelo Serravezza che l’ultimo film della serie 007 trattava dell’acqua e delle guerre che gli uomini fanno per entrare in possesso di questa importante risorsa. Il tema è anche oggetto del prossimo referendum.


Nel sito “Campagna referendaria l’acqua non si vende” si può leggere:
Perché l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Un bene essenziale che appartiene a tutti. Nessuno può appropriarsene, né farci profitti. L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali. Noi tutte e tutti possiamo impedirlo, sostenendo oggi la campagna e votando 2 SI quando, il 12 e 13 giugno prossimi, saremo chiamati a decidere. E’ una battaglia di civiltà. Nessuno si senta escluso. Ecco i Consorzi di Bonifica sono Enti pubblici! Hanno un Consiglio dei delegati democraticamente eletto tra tutti i proprietari, perché non affidare tutta l’acqua a loro? Non vi sembra che sia questo il vero tema?


di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

giovedì 28 aprile 2011

250mila possessori del Paesaggio rurale del Salento leccese

250mila possessori del Paesaggio rurale del Salento leccese



Il Salento leccese è abitato da 800mila persone di cui 250mila sono possessori di un pezzetto di Paesaggio rurale!
Un’enormità! Basti pensare che in tutta Italia gli imprenditori agricoli professionali “professionisti”, ovvero quelli che fanno in maniera prevalente l’attività di agricoltore, sono poco più di 900mila. Ogni famiglia del nostro territorio possiede un piccolo pezzetto di paesaggio rurale e, se non lo possiede, lo cerca e corre subito a acquistarlo. Una febbre!

Ma è una passione solo degli abitanti del Salento leccese?
Sembra proprio di no, infatti una ricerca svolta da Nomisma http://www.nomisma.it/ in collaborazione con il mensile "Vita in Campagna" http://www.informatoreagrario.it/ita/riviste/vitincam/index.asp dimostra come le aree rurali di tutto il nostro Paese sono sempre più interessate dalla presenza sia di persone che decidono di spostarsi e di vivere in campagna, che di quelle che si dedicano alle attività agricole pur rimanendo nei centri urbani.

Perché? Perché occupandosi di agricoltura è possibile osservare la sorgente di ogni vera ricchezza, in quanto la terra risponde alle nostre speranze se è coltivata.

I nostro padri e le nostre madri hanno potuto costatare di persona che dalla terra hanno avuto in compenso pane, vino, frutti e legumi per cibarsene, legna per riscaldarsi, lana e lino per vestirsi materiali e per fabbricarsi una casa.

La lavorare la terra non significa solo avere il nutrimento perché la ricompensa più importante sta nell’immergersi nel Paesaggio rurale, l’unico ambiente dove è possibile la sola felicità che si può sperare nella vita ovvero la tranquillità! L’esperienza comune a tutti, quando si è nel Paesaggio rurale, è l’assoluta assenza di pensieri e preoccupazioni, la libertà, l’essere in sintonia con quanto ci circonda.

Le piante come ogni forma di vita sulla terra nascono, crescono e muoiono, esattamente come accade per gli animali e allo stesso modo di come accade anche a noi.

Ma le piante, proprio come noi, si alimentano e se sono trattate bene lussureggiano, mentre soffrono e si ammalano o, nella migliore delle ipotesi non danno alcun frutto, se sono abbandonate.

La circostanza che ci deve far riflettere è quella che le piante non possono spostarsi da un luogo all’altro a meno che non sia l’uomo a trasportarle e trapiantarle lontano dal luogo della loro nascita. Anche se le piante non possono muoversi esse vivono, sentono, si nutrono, crescono, si moltiplicano generando altre piante e infine muoiono.

Già! Muoiono! Ma lo fanno in maniera diversa perchè il grano ad esempio muore dopo otto mesi da quando è stato seminato, la barbabietola da zucchero e il prezzemolo vivono due anni e specificamente nel primo vegetano, mentre nel successivo fruttificano per poi morire, altre possono vivere per dei secoli come il nostro olivo.

Misteri! Anche se la circostanza di vedere sotto i nostri occhi l’accadimento di quanto ho narrato non da a tutti questa consapevolezza, solo quelli che hanno l’avventura di doversi occupare del loro pezzetto di Paesaggio rurale si soffermano su questi misteri cercando di penetrarli per capire di più.

Già! Capire e poi capire e ancora capire. Non correre allucinato senza guardarti intorno, osserva ciò che ti circonda, è solo questo il modo per non lasciarsi sfuggire neppure un briciolo di istanti della vita meravigliosa che ti è stata regalata.



di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

lunedì 25 aprile 2011

L’okra (Hibiscus esculentus) del Salento leccese richiesta dalle “persone venute da lontano”

L’okra (Hibiscus esculentus) del Salento leccese richiesta dalle “persone venute da lontano”

Nel Salento leccese, in ognuno dei 100 Comuni da cui è formata la nostra comunità di 800mila persone, vivono persone “venute da lontano” per cercare lavoro in questo territorio. Insieme alla loro cultura e tradizioni si sono portati dietro anche le piante di cui si cibano. Una di queste è l’okra.

Il genere Hibiscus
Al genere Hibiscus, della famiglia delle Malvacee, appartengono circa 200 specie di piante erbacee (annuali o perenni) o arbustive (sempreverdi o a foglia caduca) dalle magnifiche e generose fioriture. A seconda delle specie, queste piante crescono spontaneamente in Asia, Africa, America ed Europa, in zone a clima temperato, subtropicale e tropicale. Nel nostro Paese sono presenti allo stato spontaneo solo Hibiscus palustris, Hibiscus trionum e Hibiscus syriacus, quest’ultimo originario di Cina e India, ma che ormai si è inselvatichito da diverso tempo in alcune regioni italiane del centro-meridione.

L’okra (hibiscus esculentus)
L' okra, conosciuta anche come gombo ma anche come Abelmoschus esculentus è una pianta tropicale che appartiene alla famiglia delle Malvacee. Proviene dal lontano Sud-Est asiatico ed è coltivata nei Paesi tropicali e subtropicali di tutto il mondo. E’ una pianta che è già coltivata in Italia, soprattutto al sud e quindi che si adatta benissimo alle condizioni climatiche del Salento leccese dove avvia il suo ciclo colturale in primavera, fruttificando per tutta l' estate. In genere non è soggetta a parassiti o malattie.

Come chiamano l’okra nel mondo
bantú, ngombo; tchiluba, ki-ngumbo; ocra (spagna); gombo, gombeaud o bamie-okra (francia); ketmie comestible (belgio); bamia (grecia), bâmyah (paesi arabi) (bámiyah); quimbombo; quingombo; gumbo, bindi, ladies' fingers o lady's fingers; gomba, gumbo, kopi arab, lady's fingers, oker u okra (paesi bassi); grønsakhibisk (norvegia); czyli okra, ketmia jadalna, ketmia czerwona (gombo rosso) o ketmia zielona (gombo verde) (polonia); bame (romanoa); bamija (russia); tindisa (in sanscrito); quingambo; chicombó; chimbombó; quimbombó (cuba, messico, venezuela, argentina); okra, angú o gombo (mexico); abelmosco, abelmosco comestible, ají turco, algalia, angelonia, bolondrón, bombó, café del país, calalú, candía, cocra, chaucha turca, chimbombo, chumbombó, gambó, gombó, guingambó, guingombó, gumbó, jolocín, lagarto, mahoe, majagua, molondrón, morito, najú, ñajú, ñangú, ocra, okra, quiabeiro, quiabo, quigombó, quimbombó, quingombó, ruibarbo, semilla de culebra, yambó o yerba de culebra; quillobo; quiabo; okra; oker; bammia d'egitto o corna di greci (italia); jedilna oslez (croazia); gombó o bámia; lalo; okura, kiku kimo o america-neri (japon); huang tasu kwai, huang qiu kui, yang juia dou o yong kok dau (china); ch'aan k'e o ts'au kw'ai; bhindai, ramturai o tori (india); bhindii (pakistan e india); bunga depros, kembang dapros, kopi arab, okra u okya (indonesia); tuah lek (laos); bendi, kacang benki, kacang lendir o sayur bendi (malasia); haluyoy, okra o saluyota bunga (filippine); bandakka (sri lanka); bakhua mun, grajiab, krachiap man o krachiapkhieo (tailandia); dau bap (vietnam); van lasun (nepal); bamiya o hibiscus ne'echal (israele), pôôt barangy (cambogia); oh k'u ra (corea); ; you padi (myanmar). hibiscus esculentus.

Ma se produco l’okra a chi la vendo?
Il mercato nazionale dell'okra (Hibiscus esculentus) si configura come un mercato di nicchia cui si rivolgono esclusivamente gli immigrati provenienti da paesi in cui tale prodotto e' consumato. Essendo collocato sul mercato a prezzi molto elevati, e venduto in punti vendita specializzati localizzati in grandi centri urbani, si puo' stimare che solo il 60% degli immigrati africani ed asiatici chiedono questo prodotto. La domanda pro-capite annua si aggira sui 12-15 kg, corrispondente ad un consumo complessivo di circa 3.500 tonnellate annue. La domanda e' soddisfatta prevalentemente da importazioni, soprattutto dal Messico. La struttura distributiva del prodotto risulta molto concentrata ed organizzata, sia all'ingrosso che al consumo. La coltura presenta una buona redditivita', comparabile con quella di asparago e fagiolino da mensa in pieno campo, anche se e' molto elevato il fabbisogno di manodopera. I principali vincoli alla diffusione del prodotto in Italia sono da ricercarsi percio' dal lato della domanda.

Come utilizzare l’okra
I frutti dell’okra e le altre parti della pianta hanno molti usi, può essere cucinato in molti modi, come stufato, fresco in insalata e fritto. Nelle altri parti del mondo i frutti vengono commercializzati in scatola, surgelati e salati. I semini contenuti nell’okra rilasciano una sostanza leggermente viscida, che di conseguenza tende ad addensarsi e che può essere utilizzata per addensare salsa di pomodoro. In India dagli steli maturi dell’okra si raccolgono i semi maturi che possono poi essere utilizzati come succedanei del caffè (drink al giorno).

Tipi di terreno adatti alla coltivazione dell’okra
La pianta dell’okra tollera una vasta gamma di tipi di suoli come il terriccio sabbioso, quello argilloso, i terreni torbosi e quello ben drenato lungo i fiumi anche se nei terreni sciolti di medio impasto si conseguono i migliori risultati. Come per la gran parte degli ortaggi, per la coltivazione è opportuno scegliere aiole in pieno sole.

Preparazione del terreno
Si può iniziare con una lavorazione per preparare il terreno profonda 15 - 22 centimetri. Si effettua poi lo sminuzzamento delle zolle a mezzo di ripetuti passaggi con il rastrello ed eventualmente, nel caso di terreno soggetto a ristagni di acqua, si realizzano delle aiole sopraelevate (alte 10-15 cm).

La concimazione di fondo
La concimazione organica può essere fatta quando necessario, 2 settimane prima della semina. Il letto di semina va preparato mescolando il terreno con concime organico. Molto utilizzato il letame di pollo alla quantità di circa 3 - 5 tonnellate per ettaro.

La semina
Appena il pericolo delle gelate sia passato ovvero fine marzo aprile anche se nelle memorie del De Giorgi nel salento leccese si ricordano gelate anche il 25 aprile si può seminare a 2,5 – 3 centimetri di profondità. E’ bene assicurarsi che ci siano 3 - 4 semi in ogni buca di impianto. La distanza tra una fila di semi e l’altra è bene che sia non meno di 90 centimetri. Dopo 2 settimane quando le piantine hanno raggiunto l’altezza si 10 centimetri bisogna ripassare per lasciare solo la piantina più forte tra quelle germinate dalla buca. Per ogni campo seminato con una distanza di 1,2 metri x 30 metri vi è la necessità di 11 grammi di semi.

Concimazione
Si può intervenire con un fertilizzante composto da Azoto N Fosforo P e Potassio K con concimazione localizzata attorno alla pianta una volta ogni due settimane. Si possono utilizzare 6 kg di concime complesso ternario 11.22.16 per ogni 100 metri quadrati corrispondenti a 6 quintali per ettaro.

Irrigazione
Annaffiare le piante una volta al giorno possibilmente di pomeriggio, perché le piante hanno bisogno di abbondanza d’acqua sia per la fioritura che per l’allegagione.

Diserbo
Diserbo, se necessario, con l'uso di erbicidi.

Pacciamatura
Con foglie secche o con film di plastica nera per controllare le erbacce e per mantenere l'umidità del suolo.

Potatura
Le piante hanno bisogno di essere potate dopo che il frutto di okra viene raccolto. La pianta ha bisogno di essere potata a 40-60 centimetri da terra per avere un secondo raccolto. In questo modo quattro o cinque nuovi germogli possono crescere dopo la potatura a cui deve seguire la concimazione.

Fitofarmaci per il controllo delle malattie:
In Italia non sono stati segnalati parassiti ma in altre parti del mondo si è segnalata la presenza della piralide durante la fase della fruttificazione. In quegli ambienti si è utilizzato il diazinone.

Il diazinone
Il diazinone uccide gli insetti inibendo l'acetilcolinesterasi, un enzima necessario per il corretto funzionamento del sistema nervoso. Ha una bassa persistenza nel suolo e la sua emivita è di 1-2 settimane.

Raccolta
Le operazioni di raccolta dell’okra possono essere effettuate 50-55 giorni dopo la semina e quindi 5 - 6 giorni dopo la fioritura e l'impollinazione.
Quando i frutti hanno al massimo le dimensioni del dito mignolo (a partire dalla fine di giugno, a seconda del periodo di semina), si effettua la raccolta per il consumo fresco (in questa fase, ritardando la raccolta di soli 1-2 giorni si rischia di ottenere un prodotto eccessivamente fibroso e quindi inutilizzabile per il consumo fresco). La raccolta va fatta in più passate e, vista la presenza di sostanze urticanti, è buona norma utilizzare dei guanti (per evitare fastidiosi pruriti) e un paio di forbicine, in modo da non danneggiare né la pianta né il frutto. L’inconveniente dei peli urticanti è superabile adottando varietà che ne sono prive, come ad esempio la «Clemson Spineless» tra l’altro molto produttiva.
Per consentire una raccolta continua, l’okra deve essere raccolta in questa fase.
La raccolta va effettuata una volta ogni due giorni e continuamente per 8 settimane (2 mesi). La quantità di frutti di okra prodotti è stimata in 10.000 - 15.000 chilogrammi per ettaro.

Come distinguere il frutto buono da quello passato?
Per distinguere il frutto tenero e buono da quello già passato, si può provare a piegarne la punta: se questa si spezza facilmente il frutto è ancora buono.

Conservazione del frutto dell’okra
I frutti raccolti nei paesi d’origine sono custoditi in un cesto di bambù o di plastica rivestita di carta o di film plastico. I frutti avvizziscono facilmente, per questo appena raccolti si pongono in piccoli cesti e si ricoprono con della tela per ripararli dal sole, in maniera che si conservino freschi. I frutti possono essere conservati solo per 2-3 giorni senza involucro avvolto in materia plastica ma la conservazione può prolungarsi per 7-8 giorni se in ambienti che hanno una temperatura al di sotto dei 24-26 gradi centigradi e il 70-75% di umidità.


di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).



Bibliografia

Luciano Cretti, Le più belle specie e varietà di ibisco, magnifica e generosa pianta da fiore VITA IN CAMPAGNA 4/2010

Loredana Trapani, Okra, un ortaggio tropicale che vi proponiamo per il centro-sud Italia VITA IN CAMPAGNA 11/2001

Bertoni, G.; Tromboni, S.New prospects in production of nicke food goods. The table okra [Hibiscus esculentus]

Vendita semi okra http://shop.italsementi.com/cose-curiose/391-okra.html

Semi di okra o gombo sono distribuiti presso i migliori rivenditori (vivai, garden center, ecc.) dalla Oxadis - Via Cappuccini, 4/B - 26100 Cremona - Tel. 0372434943. La stessa è disponibile a segnalare ai lettori interessati il rivenditore più vicino alla loro zona di residenza.

L'okra (Hibiscus esculentus) du Salento Lecce requis par "des gens qui sont venus de loin"

L'okra (Hibiscus esculentus) du Salento Lecce requis par "des gens qui sont venus de loin"




Salento à Lecce, dans chacune des 100 municipalités à partir de laquelle notre communauté est composée de 800 000 personnes, les gens vivent »qui sont venus de loin» pour trouver du travail dans ce domaine. Ensemble, avec leur culture et les traditions ont aussi apporté avec eux des plantes qu'ils mangent. Un d'eux est le gombo.



Le genre Hibiscus

Le genre Hibiscus, la famille de Malvacee, appartiennent à 200 espèces de plantes herbacées (annuelles ou pérennes) ou d'arbustes (feuilles persistantes ou caduques) à partir de la floraison magnifique et généreux. Selon les espèces, ces plantes à l'état sauvage en Asie, en Afrique, en Amérique et en Europe, dans les climats tempérés, tropicaux et subtropicaux. Dans notre pays, n'existent que dans l'Hibiscus palustris sauvages, Hibiscus syriacus et Hibiscus trionum, ce dernier originaire de Chine et l'Inde, mais il a maintenant devenu fou pendant un certain temps dans certaines régions d'Italie du centre et du sud.



L'okra (Hibiscus esculentus)

gombo L ', aussi connu sous le nom de gombo, mais aussi comme Abelmoschus esculentus est une plante tropicale qui appartient à la famille de Malvacee. Il vient de l'Asie du Sud-Est bien et est cultivé dans les pays tropicaux et subtropicaux du monde entier. C'est une plante qui est déjà cultivé en Italie, en particulier dans le sud et s'inscrit donc bien avec le climat de Salento, Lecce, où il a commencé son cycle de culture au printemps, fructification tout l'été. Il n'est généralement pas soumis aux ravageurs et aux maladies.



Comment appeler l'okra dans le monde

Bantu Ngombe; tchiluba, ki-ngumbo; ocre (Espagne), le gombo, le gombo Gombeaud-bamie ou (France); ketmie comestible (Belgique); bamia (Grèce), bâmyah (pays arabes) (bámiyah) quimbombó; quingombo; gombo, bindi, Mesdames les doigts ou les doigts de la dame, le gombo, gombo, arabe kopi, les doigts de la dame, le gombo u Oker (Pays-Bas); grønsakhibisk (Norvège); gombo czyli, jadalna ketmia, ketmia Czerwona (rouge okra) ou zielona ketmia ( vert gombo) (Pologne); Bame (romaine); bamija (Russie); tindisa (sanskrit); quingambo; chicombó; chimbombó; quimbombó (Cuba, Mexique, Venezuela, Argentine), le gombo, le serpent ou le gombo (Mexique) abelmosco , abelmosco comestible, turc ají, les algues, Angeloni, bolondrón, bombes, país café, calalú, Candia, CoCreate, Chauche chimbombo turque, chumbombó, les jambes, le gombo, guingambó, guingombó, gumbo, jolocín, lézard, Maho, Majagua, molondrón, Morito, Naju, Naju, Nanguo, ocre, le gombo, quiabeiro, quiabo, quigombó, quimbombó, quingombó, ruibarbo, semilla de Culebra, Yamba, ou yerba de culebra; quillobo; gombo quiabo,, Oker; bamm de l'Egypte ou cornes Grecs (Italie); Noirs jedilna oslez (Croatie), le gombo ou bamia, lalo, Okura, ou kiku kimo-américain (japon) kwai huang tasu, Huang Kui Qiu, yang Juia dou ou dau kok Yong (Chine), ch k'e aan »ou ts'au kw'ai; bhindai, ramturai ou de taureaux (Inde), Bhindi (Pakistan et l'Inde), depros Bunga, Kembang dapros, arabe kopi, le gombo u okya (Indonésie); Tuah lek (Laos) ; bandages, kacang benki, kacang Lendio ou un bandage Sayuri (Malaisie); haluyoy, le gombo ou saluyota Bunga (Philippines); bandakka (Sri Lanka); mun bakhua, grajiab krachiap l'homme, ou krachiapkhieo (Thaïlande), bap Dau (Vietnam); van Lasuna (Népal) et ne'echal bamiya hibiscus (Israël), barangy Poot (Cambodge); oh ra K'u (Corée); vous padi (Myanmar). Hibiscus esculentus.



Mais si ceux qui produisent les gombos à vendre?

Le gombo marché intérieur (Hibiscus esculentus) est configuré comme un marché de niche qu'ils visent uniquement les immigrants provenant de pays où le «produit et consommé. Être mis sur le marché à des prix très élevés, et vendu dans les magasins spécialisés situés dans les grands centres urbains, vous pouvez 'estimer que seulement 60% des immigrants africains et de la demande asiatique de ce produit. Le rapport annuel de la demande par habitant est d'environ 12-15 kg, correspondant à une consommation totale d'environ 3.500 tonnes par an. L'application et «principalement satisfaite par les importations, en particulier en provenance du Mexique. La distribution du produit est très ciblée et organisée, à la fois gros et de détail. La culture a une bonne rentabilité », comparable à celui des asperges et les haricots verts sur la table en plein champ, même si elle est« exigences du travail très élevé. Les principales contraintes à la diffusion du produit en Italie se trouvent donc sur le côté de la demande.



Comment utiliser le gombo

Le gombo fruits et autres parties de la plante ont de nombreuses utilisations, peuvent être cuits à bien des égards, comme le ragoût, salade et frites. Dans d'autres parties du monde les fruits sont commercialisés en conserve, congelés et salés. Les graines contenues nell'okra libèrent une substance légèrement visqueuse, ce qui tend à s'épaissir et peut être utilisé pour épaissir la sauce tomate. En Inde, les tiges mûres sont récoltées gombo graines matures qui peuvent ensuite être utilisés comme succédanés de café (boissons par jour).



Types de terres propices à la culture du gombo

L'usine de gombo tolère un large éventail de types de sol tels que le loam sableux, les sols argileux, les sols tourbeux et les sols bien drainés le long des rivières, mais dans le sol meuble de texture moyenne vous obtenir les meilleurs résultats. Comme avec la plupart des légumes, la culture doit être choisi pour massifs de fleurs en plein soleil.



Préparation du sol

Vous pouvez commencer avec un processus visant à préparer le terrain en profondeur de 15 à 22 centimètres. Il a ensuite fait le déchiquetage des plaques au moyen de passages répétés avec le râteau et, dans le cas des terres soumises à l'accumulation d'eau, sont des massifs de fleurs posées (10-15 cm de haut).



La fertilisation de base

Les engrais organiques peuvent être faites lorsque cela est nécessaire, deux semaines avant le semis. Le lit de semence doit être préparé en mélangeant le sol avec du compost. Employée beaucoup de fumier de poulet sur le montant de l'ordre de 3 à 5 tonnes par hectare.



Ensemencement

Dès que le danger de gel est passé à la fin de Mars ou avril, mais dans les mémoires de De Giorgi Salento, Lecce est également une réminiscence de gel, le 25 avril peuvent être semées à 2,5 à 3 pouces de profondeur. Et «s'il vous plaît assurez-vous qu'il ya 3 à 4 graines dans chaque trou de plantation. La distance entre une rangée de graines et l'autre est bon que ce n'est pas moins de 90 cm. Après 2 semaines, lorsque les plantes ont atteint la hauteur est de 10 cm doit réviser le plan pour ne laisser que la plus forte parmi ceux qui ont germé à partir du trou. Pour chaque champ planté avec une distance de 1,2 mètres x 30 mètres il ya un besoin de 11 grammes de graines.



Fertilisation

On peut provenir d'un engrais composé d'azote N P phosphore potassium K et la fertilisation localisée autour de la plante une fois toutes les deux semaines. Vous pouvez utiliser 6 kg d'engrais 11:22:16 complexe ternaire pour chaque 100 mètres carrés correspondant à 6 tonnes par hectare.



Irrigation

Arrosez les plantes une fois par jour, de préférence dans l'après-midi, parce que les plantes ont besoin de beaucoup d'eau pendant la floraison à la nouaison.



Herbicide

contrôle des mauvaises herbes, si nécessaire, avec l'utilisation d'herbicides.



Paillis

Avec des feuilles sèches ou un film de plastique noir pour contrôler les mauvaises herbes et conserver l'humidité du sol.



Élagage

Les plantes ont besoin d'être taillés après que le fruit est récolté le gombo. La plante a besoin d'être taillés à 40-60 cm du sol pour une deuxième récolte. De cette façon, les pousses de quatre ou cinq nouvelles peuvent se développer après la taille que doit suivre la fécondation.



Pesticides for Disease Control:

En Italie, pas de parasites ont été signalés, mais dans d'autres parties du monde a signalé la présence de l'agrile du cours de la fructification. Dans ces lieux que vous avez utilisé le diazinon.



Le diazinon

Le diazinon tue les insectes en inhibant l'acétylcholinestérase, une enzyme nécessaire au bon fonctionnement du système nerveux. Il a une faible persistance dans le sol et sa demi-vie est de 1-2 semaines.



Collection

gombo La récolte peut être faite 50-55 jours après le semis, puis 5-6 jours après la floraison et la pollinisation.

Quand les fruits ont une taille maximale du petit doigt (de la fin de Juin, en fonction de la date de semis), la collection est faite pour la consommation en frais (à ce stade, retardant ainsi la collecte de seulement 1-2 jours susceptibles de produire un produit trop fibreux et donc inutilisable pour la consommation). La collection devrait être fait en plusieurs passages et, étant donné la présence de la piqûre, il est conseillé de porter des gants (pour éviter les démangeaisons gênantes) et une paire de ciseaux, afin de ne pas nuire à la plante ou le fruit. L'inconvénient de poils urticants peuvent être surmontés

l'adoption des variétés qui sont libres, tels que «Clemson Spineless» parmi d'autres très productive.

Pour permettre une collecte continue, le gombo doivent être récoltées à ce moment.

La collecte est effectuée une fois tous les deux jours et continuer pendant 8 semaines (2 mois). La quantité de fruits produits de gombo est estimé à 10.000 à 15.000 kg par hectare.



Comment distinguer les bons fruits du passé?

Pour distinguer les fruits tendres et de bon dans le passé déjà, vous pouvez essayer de plier la pointe:

il se casse facilement si le fruit est encore bonne.





Préservation de l'okra fruits

Les fruits récoltés dans les pays d'origine sont conservés dans un panier en bambou ou en papier plastifié ou en film plastique. Les fruits tu facilement, il vous suffit collectés et mis en petits paniers sont recouverts de toile pour se protéger du soleil, de sorte que vous garder au frais. Les fruits peuvent être conservés pendant 2-3 jours enveloppé dans une pellicule plastique, sans la conservation, mais peut durer 7-8 jours, si dans des environnements qui ont une température inférieure à 24-26 degrés Celsius et 70-75% de l'humidité.



Anthony Bruno, agronome (expert en diagnostic urbain et régional intitulé Diplôme Universitaire International Master en Diagnostic IMD urbaine et régionale et urbaine Diagnostics territoriaux).



Bibliographie

Luciano Cretti, les plus belles espèces et variétés d'hibiscus, une flore magnifique et généreuse floraison dans le pays 4 / 2010

Loretta Trapani, gombo, un légume que nous proposons pour la vie tropicale Italie centrale et méridionale du pays 11/2001

Bertoni, G.; Trombones, S. De nouvelles perspectives dans la production Nicke des denrées alimentaires. Le tableau gombo [Hibiscus esculentus]

les graines de gombo Vente http://shop.italsementi.com/cose-curiose/391-okra.html

Les semences de gombo ou okra sont distribués chez les grands détaillants (crèches, centres de jardinage, etc) par Oxadis -. Via Cappuccini 4 / B - 26100 Cremona - Tel 0372434943. Le rapport lui-même est disponible pour les lecteurs intéressés le revendeur le plus proche de leur zone de résidence.

sabato 23 aprile 2011

La vigilia di Pasqua nel Paesaggio rurale del Salento leccese

La vigilia di Pasqua nel Paesaggio rurale del Salento leccese

Il mio lavoro è stare immerso nel Paesaggio rurale del Salento leccese. I sopralluoghi per verificare e supportare i miei collaboratori che sono a contatto con i possessori del Paesaggio rurale, i custodi della vita, quelli che vanno ogni giorno a osservarla mentre nasce, cresce e muore.

Mimmo il mio collaboratore
Mimmo mi dice che non si da una spiegazione di come mai io preferisca passare intere giornate in questo modo, per essere più precisi lui non si spiega come io preferisca, al comodo ufficio, una scomoda Renault 4 che si arrampica nei sentieri che collegano un pezzo di paesaggio al successivo.

Il Paesaggio del Salento leccese
Ieri ho ammirato paesaggi suggestivi, la natura incontaminata in cui c’è spazio per animali e vegetali, un aria terza e pulita e un sole che ha illuminato ogni essere vivente con cui ho avuto contatti.

L’incontro con il Ramarro
Come quel Ramarro che se ne stava appollaiato sulla saracinesca che dovevamo manovrare perché uno sfiato dell’impianto di irrigazione aveva deciso che la sua carriera era da ritenersi conclusa.
E poi quelle fave, i piselli e le verdure che in questo periodo sono arrivate ad essere pronte per la tavola immerse in campi che, con il giallo dei fiori e il rosso dei papaveri, mi ricordano i paesaggi cari al pittore olandese Vincent Willem van Gogh.

Gli olivi
I maestoso ulivi del Salento leccese che mi osservano, sentono l’aria che si muove intorno a loro e che annusano gli odori degli umani, quelli che raccolgono ogni tanto i suoi frutti, che sono convinti che lui, l’ulivo nel salento leccese, fruttifica senza che si faccia alcuna operazione colturale, senza concimazioni o irrigazioni. Gli ulivi muti che con il verde e il grigio delle foglie fanno passare il vento di maestrale nella chioma mentre i suoni dei rami si spandono in questo meraviglioso giardino.

La sinfonia del Paesaggio rurale del Salento leccese
I profumi, i colori e le sensazioni che si provano a contatto con questa realtà, l’unica realtà, sono davvero un’immergersi nell’infinito. Mi spiace aver visto ieri tanti giovani in bicicletta o che a piedi facendo running, percorrevano quelle strade con delle cuffiette nelle orecchie. Allucinati, ubriachi di suoni di musica commerciale perdono l’armonia della sinfonia del Paesaggio rurale del Salento leccese.

Gli occhi pieni di Paesaggio rurale
Le mie povere parole non possono eguagliare i suoni, le immagini e gli odori che mi sono portato ieri a casa dopo una intera mattinata e pomeriggio immerso nell’ambiente che mi circonda, che mi nutre, mi alimenta e mi rende ciò che sono.
Come quella canzone di Jovannotti che si sente nelle radio di questi tempi, mi pare si intitoli “Le tasche piene di sassi” e che fa più o meno
“Sbocciano i fiori sbocciano,


e danno tutto quel che hanno in libertà,


donano non si interessano,


di ricompense e tutto quello che verrà,”

E poi conclude con la frase “gli occhi pieni di te”; ecco io ieri sono tornato a casa con gli occhi pieni di tutto quello che può trasmettervi quel servizio fotografico che è nel mio Facebook ma che non può rendere completamente quello che ho percepito con tutto il mio corpo con tutti i miei sensi mentre ero completamente immerso nel Paesaggio rurale del Salento leccese.

L’indicazione delle foto che ho scattato
Ho fatto delle foto che sono disponibili sul mio profilo Facebook Centro Studi Agronomi http://www.facebook.com/centrostudi.agronomi che testimoniano questo piccolo viaggio, questa passeggiata.
Osservatele per prendere una decisione, per maturare il convincimento che la realtà è fuori dalle costruzioni artificiali nelle quali passiamo la maggior parte del nostro tempo, è fuori dalle case, dalle città, dai vicoli e dai palazzi.

La realtà è il paradiso
La realtà è tutta quanta intorno a te solo che tu decida di conoscerla, solo che tu decida di uscire dal guscio del tuo computer, della tua parrocchetta, del gruppo esclusivo dei tuoi amici e conoscenti, per fare finalmente, come fa ogni dannato sabato, il cacciatore che se ne va in giro per il paesaggio rurale e naturale senza beccare una preda, senza sparare un colpo, perché lui, il cacciatore, ha ancora l’istinto della predazione che fu dei nostri padri del paleolitico, prima della civiltà e della domesticazione, dei villaggi e dell’agricoltura del neolitico. Già lui sa che i nostri padri liberi cacciavano e le nostre madri libere raccoglievano!
I nostri padri e le nostre madri, quelli che poi furono cacciati da quel paradiso terrestre per vivere nell’inferno di ogni giorno dove vivi tu!



di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

venerdì 22 aprile 2011

Perché l’olivo di cultivar “coratina” nel Salento leccese produce due anni e al terzo anno non da frutto?

Perché l’olivo di cultivar “coratina” nel Salento leccese produce due anni e al terzo anno non da frutto?




Nel Salento leccese l’olivo dilaga, è presente prepotentemente e caratterizza il Paesaggio rurale costituendo un vero e proprio patrimonio.

E’ ormai noto che è opportuno legare la produzione al territorio per valorizzarla in termini di tipicità che da maggiore identità all’olio e che lo caratterizza. E tutti siamo al corrente che le varietà che nel corso dei secoli si sono affermate nel Salento leccese sono la Cellina di Nardò e l’Ogliarola di Lecce.

La cultivar di olivo più famosa è la Coratina
L’Unaprol (Unione nazionale dei produttori olivicoli) ha rilevato attraverso un’Analisi del 2008 che in ambito nazionale la cultivar che le aziende olivicole intervistate hanno dichiarato con la maggiore frequenza è la “coratina”, che ha totalizzato il 16% di citazioni.

Nel Salento leccese i primi alberi di Coratina negli anni 80
Questa indagine trova riscontro nel Salento leccese in cui alcuni produttori negli anni 80 hanno impiantato alberi di olivo di cultivar Coratina suggestionati dalla “fama” dell’olio ottenuto da queste olive. E ancora oggi vi è chi impianta alberi di questa cultivar.

L’alternanza di produzione della coratina nel Salento leccese
Ma come dice il mio Direttore Generale Vincenzo Provenzano “Non c’è rosa senza spine” e dopo circa 30 anni di esperienza dei pionieri che impiantarono negli anni 80 gli alberi di Coratina nel Salento leccese si è giunti alla conclusione che la Coratina in questo territorio presenta una alternanza di produzione che con le normali pratiche agricole della nostra zona non risulta superabile.

Ma cos’è l’alternanza di produzione?
E’un fenomeno che caratterizza in modo rilevante l’olivo in quanto annate molto produttive (anni di carica) sono seguite da altre poco produttive (anni di scarica).

Per quali motivi si verifica?
Questa tendenza è da attribuire, più che alle condizioni climatiche dell’annata, allo stato di nutrizione conseguito nelle annate precedenti, il quale influenza la produzione di ogni pianta. Le cause dell’alternanza sono complesse in quanto concorrono diversi fattori tra cui: condizioni climatiche sfavorevoli, potature e concimazioni errate, vigoria della pianta, carenze idriche, attacchi parassitari, raccolta delle olive troppo ritardata e la predisposizione della cultivar, nonché l’età dell’albero (le piante giovani sono più recettive all’alternanza di quelle adulte).

Nell’areale di diffusione gli olivicoltori sono riusciti ad avere dagli alberi di coratina una moderata alternanza di produzione. Per questo motivo è bene riportare le caratteristiche di questo albero da ciò che si è osservato nel suo areale di diffusione.

Come viene coltivato l’olivo di varietà Coratina nel suo areale di diffusione

Principali sinonimi: «Cima di Corato», «Racioppo di Corato».

Areale di diffusione: tra il sud-est della provincia di Foggia ed il nord-ovest della provincia di Bari, nei territori di Andria, Barletta, Bisceglie (parte), Canosa, Cerignola, Corato, Minervino Murge, Molfetta (parte), Ruvo di Puglia (parte), San Ferdinando, Trani, Trinitapoli.

Superficie approssimativa: 60.000 ha.

Tendenza: stazionaria.

Giacitura prevalente: pianeggiante o leggermente ondulata.

Tipi prevalenti di suolo: calcare da medio ad elevato, falda assente, profondità variabile, naturalmente ben drenati, struttura da fine a media, scheletro da assente a medio, fertilità media, poggianti su sottosuolo sabbioso del Pleistocene.

Precipitazioni annue: 500-600 mm.

Portamento dell’albero: tra assurgente ad espanso.

Angolo d’inserzione delle branche primarie: regolare.

Chioma: mediamente densa, isodiametrica.

Sesti d’impianto: regolari e normali (7-9 m).

Densità di piantagione: 150-220 alberi per ettaro.

Altezza dell’albero: 3-4 m.

Turno di potatura: annuale.

Alternanza di produzione: moderata.

Modalità di raccolta prevalenti: manuale (brucatura) e meccanica (vibratori).

Caratteri distintivi della coltivazione nell’areale di diffusione: potatura accurata e molto ben bilanciata. Grazie al moderato vigore, indotto anche da un ambiente non eccessivamente fertile, gli alberi presentano sviluppo in genere ridotto, rendendo l’esecuzione delle operazioni di potatura e raccolta meno drammatica rispetto ad altre forme. Tra quelle illustrate è la forma d’allevamento che più si adatta concettualmente ai canoni di una moderna olivicoltura.

La Coratina ad Andria

Caratteristica dell’allevamento della cultivar «Coratina». in irriguo, in agro di Cerignola; in asciutto, in agro di Andria
Con oltre 17.000 ettari di uliveti, 2.000.000 di alberi che producono la pregiata varietà d'oliva Coratina, 50 frantoi e numerose aziende imbottigliatrici, Andria rappresenta da sola il 3,5% della produzione di olio extravergine d'oliva di tutta Italia. I suoi frantoi ricavano 150.000 quintali di olio, quanto la produzione dell'intera Toscana. A tanta quantità corrisponde una qualità di livello superiore. La raccolta delle olive inizia ad autunno inoltrato quando sono mature ma ancora verdi e viene condotta con il sistema della brucatura a mano. Questo consente di ottenere un olio a bassissima acidità e resistente all'ossidazione, dal colore giallo con vividi riflessi smeraldini, estremamente fragrante con un piacevole retrogusto amarognolo e leggermente pizzichino.

La Coratina a Carpignano Salentino
Mi sono recato a Carpignano Salentino presso l’Azienda Carmine Sicuro che ha 350 alberi di Olivo cultivar Coratina.
L’oliveto è irrigato con turni di irrigazione ogni 10 giorni.
Concimazione: Azoto a Base Organica con microelementi per via foliare.

Azoto a base organica ovvero a base di amminoacidi a basso e medio peso molecolare derivanti dall’ idrolisi di sostanze proteiche di origine animale. Non si può definirlo come un generico “ concime azotato ” perché di fatto è una miscela naturale e stabile di strutture complesse ( peptidi, peptoni, amminoacidi ) che sono alla base di complesse funzioni fitoregolatrici del metabolismo delle piante. Sono eccellenti veicolanti organici, da aggiungere al momento di qualsiasi concimazione, in quanto hanno effetti di tipo chelante-complessante nei confronti di tutti gli elementi.

Lotta integrata a cura dei Dottori Agronomi del CODILE (Consorzio di Difesa delle Produzioni Intensive della Provincia di Lecce)
La lotta integrata è riconosciuta e regolamentata dall'Unione Europea, la lotta integrata è un metodo di coltivazione mista, che cioè utilizza sia la chimica che i metodi naturali di difesa dai parassiti.

Potatura: Una potatura leggera ogni 6 anni

Alternanza di produzione: L’oliveto produce due anni e poi per un anno non da alcuna produzione

Raccolta: A Novembre con l’ausilio dello scuotitore raccolgono il 30 – 40 % delle olive

Caratteri distintivi della coltivazione nell’areale di Carpignano Salentino: La potatura viene effettuata solo ogni sei anni e la raccolta non è anticipata per tutto il prodotto

Le tecniche per attenuare l’Alternanza di produzione dell’olivo
Per attenuare questo fenomeno è indispensabile mantenere il giusto equilibrio tra attività vegetativa e produttiva della pianta, il quale può essere garantito praticando varie operazioni colturali tra cui una razionale concimazione ed irrigazione, una potatura da effettuare ogni anno adeguando la fruttificazione alla vegetazione della pianta, una regolare lotta antiparassitaria (soprattutto contro la mosca dell’olivo) ed una raccolta anticipata.

La risposta alla domanda “Perché l’olivo di cultivar coratina solo nel Salento leccese presenta una forte alternanza di produzione” è la seguente:

Perché al contrario di quanto si fa nell’ordinario nell’areale di produzione invece di effettuare una potatura accurata e molto ben bilanciata ogni anno si preferisce intervenire ogni 6 anni e perché si raccoglie anticipatamente solo il 30 – 40 % delle olive invece di praticare la raccolta anticipata per tutto il prodotto.

Conclusioni

Se si applicasse una corretta tecnica di gestione la cultivar di olivo “coratina” darebbe produzioni di 40 – 80 chili di olive per pianta e considerando una media di 60 chili di olive per pianta e una densità d’impianto di 200 piante per ettaro si avrebbe una produzione dai 120 ai 150 quintali di olive per ettaro.
Considerando che l’Azienda Sicuro ha venduto le olive di coratina a 45 euro al quintale e che queste olive sono molto richieste dal mercato si avrebbe una resa per ettaro annuale di circa 7.000 euro per ettaro.

Ma quali i costi?

Qualcuno potrebbe farmi l’obiezione che tale reddito ha per contro dei costi annuali per potatura e raccolta diversi da quelli che si hanno con la tecnica adottata oggi nel Salento leccese. Ma quali sono questi costi? Vediamoli insieme:



Voce di Costo                                                                                           Euro per ettaro all’anno

Irrigazione, Concimazione                                                                                            250

Trattamenti fitosanitari                                                                                                  250
Potatura (100 ore per ettaro e operaio a euro all’ora)                                                 1000

Raccolta (8 ore ettari, noleggio scuotitore + 2 operai: 150 Euro all’ora)                       1200

Frangitura (5 Euro al quintale)

Le maggiorazioni di costo

E’ evidente che dai conti fatti la spesa in più è quella di 1000 euro per ettaro per la potatura e di 600 euro in più per la raccolta. In due anni si spendono in più 3mila euro ma in compenso si ha la produzione di olive nel terzo anno che compensa abbondantemente tale maggiore spesa.

di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).



Bibliografia

A GODINI - F. CONTÒ,L’Olivicoltura marginale in Puglia

Alberto Grimelli, ANNO DI CARICA, ANNO DI SCARICA

UNAPROL FILIERA OLIVICOLA ANALISI STRUTTURALE E MONITORAGGIO DI UN CAMPIONE DI IMPRESE

Alberto Grimelli, Intensivo contro superintensivo. Facciamo un po' di conti

mercoledì 20 aprile 2011

La lenticchia verde del Salento leccese a Denominazioni di Origine Protetta DOP

La lenticchia verde del Salento leccese a Denominazioni di Origine Protetta DOP



Ma se io volessi coltivare la lenticchia in modo tradizionale, così come la coltivavano i miei nonni cosa dovrei fare? Me l’ha chiesto il mio amico Fernando Gabellone, altre braccia conquistate dall’agricoltura. Fernando fa tutt’altro si interessa di sicurezza, ma non sa resistere al richiamo della sua terra, del pezzetto di paesaggio rurale che ha acquistato e che cura amorevolmente ogni volta che può.



La coltivazione in Europa e in Italia

La lenticchia potrebbe essere coltivata in tutta Europa ma siccome il reddito è più basso di altre colture e anche per la suscettività agli attacchi fungini non è molto diffusa. Ecco che allo stato attuale l’Europa importa una grande quantità di lenticchie da Canada e USA che è di 150mila tonnellate l’anno mentre l’Italia ne importa circa 19mila tonnellate. Per rendere conveniente la coltivazione della lenticchia in Italia sono state istituite delle Lenticchie a Denominazioni di Origine Protetta DOP per specifiche varietà caratterizzate da particolari sistemi colturali in aree geografiche definite. Tale circostanza potrebbe essere la coltivazione della DOP Lenticchia verde di Altamura nel territorio della Puglia e quindi anche nel Salento leccese.



Il ciclo di vegetazione

La prima cosa che si deve tener presente è che la lenticchia non tollera la siccità e quindi va seminata nel periodo delle piogge se si desidera che cresca rigogliosa e in tal caso il ciclo di vegetazione è di 5 – 6 mesi se invece si semina in primavera ecco che il ciclo si accorcia a 3 -4 mesi.



Preparazione del terreno

Due arature di cui la prima possibilmente alla profondità di 25 centimetri. La concimazione si fa utilizzando il perfosfato e la letteratura scientifica nonché le riveniente dalla pratica del salento leccese sconsiglia l’utilizzo del letame.



Il perfosfato

Il perfosfato contiene anche dello zolfo come ad esempio il perfosfato Yara che nonostante sia classificato come concime CE minerale semplice, contiene il 19 per cento di fosforo e ben il 29 di zolfo. Mentre quello della Panfertil contiene anche solfato di calcio. Un medio perfosfato semplice, a differenza del perfosfato triplo, che è privo di zolfo, contiene il 34 % di anidride solforica, oltre al 31 % di gesso e vari ossidi di ferro, magnesio, sodio, potassio, ecc. Lo zolfo è richiesto dalla lavorazione, perché il fosforo delle rocce fosforiche non è assimilato dalle piante se non contiene, appunto, lo zolfo.

Il perfosfato ha un effetto acidificante per via del gesso, e in terreni molto calcarei questo è un beneficio anche perché il gesso è molto usato nei terreni sodici (che hanno pH alcalino) per migliorarli e allontanare il sodio.



La semina della lenticchia

Nel Salento leccese la semina della lenticchia si fa in dicembre. Per il nostro amico Fernando che ha un piccolo appezzamento è consigliabile una semina a mano in solco mentre se tu hai da investire qualche ettaro di terreno a lenticchia è consigliabile l’utilizzo di una macchina seminatrice regolata per una semina a file distanti 35 centimetri. Occorrono 40 chili di seme per ettaro.



Sarchiatura

Successivamente è bene effettuare una sarchiatura che con zappa o mezzi meccanici rompe lo strato superficiale del terreno ed estirpa le erbe infestanti ottenendo il risultato di areare il terreno e di diminuire l’evaporazione dell’acqua ivi contenuta oltre che a facilitare la penetrazione nello stesso dell’acqua piovana. Nel Salento leccese la sarchiatura è utilissima poiché come tutti sappiamo c’è la probabilità di una siccità in periodo primaverile estivo. Il nostro amico Fernando potrà senz’altro procedere alla sarchiatura sia utilizzando la zappa oppure le sarchiatrici meccaniche. Queste ultime effettuano la sarchiatura in modo molto più veloce ma in maniera meno precisa rispetto alla zappa. In genere la prima sarchiatura viene praticata un mese dopo la semina quando le piantine hanno già 3 o 4 foglie.



La raccolta della lenticchia

Si effettua a maggio quando la pianta in parte è ancora verde. Infatti la maturazione della lenticchia è graduale dai baccelli più bassi a quelli più alti mentre il baccello appena maturo deisce e quindi rilascia il seme che se non fosse in un ambiente protetto andrebbe disperso nell’ambiente. Il termine deiscenza indica, in ambito botanico, il fenomeno che riguarda quegli organi (come frutti o antere) che una volta giunti a maturità si aprono spontaneamente per lasciare uscire il proprio contenuto.

Inoltre tale raccolta anticipata della lenticchia previene anche l’infezione del Tonchio.



Produzione

La produzione oscilla fra i 6 e i 12 quintali di seme per ettaro e di 5 – 8 quintali di paglia. Tenendo conto che una confezione di 500 grammi di lenticchia si vende on line a circa 6 euro si avrebbe una produzione lorda vendibile di circa 14mila euro per ettaro.



di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

martedì 19 aprile 2011

La lenticchia fiorisce dalle 10 alle 14

La lenticchia fiorisce dalle 10 alle 14

Da piccolo mangiavo volentieri un piatto di lenticchie, erano gli unici legumi che gradivo. Cero che cambiano i gusti con il passare degli anni, ed i legumi erano la disperazione di mia madre perché ad esclusione della privilegiata lenticchia, io non ne gradivo altri.


Poi col tempo avrei scoperto questa coltura e le sue caratteristiche negli studi e proprio così ne ho apprezzato ancora di più l’importanza.



Le lenticchie a Capodanno

Ce ne ricordiamo tutti a Capodanno, la notte dell’ultimo dell’anno non c’è cenone privo della lenticchia che è legata alla credenza che cibarsene è un rito propiziatorio. Ed è proprio la certezza che mangiare lenticchia l’ultimo giorno dell’anno porta fortuna e tanti soldi a riproporre anche nei nostri tempi questo antico rito pagano che si è tramandato dalla notte dei tempi di generazione in generazione.

C’era anche la tradizione di regalare portamonete pieni di lenticchie che poi si diceva si dovessero trasformare in monete d’oro che sicuramente è la definitiva consapevolezza della potenza di questo legume che come ho già scritto ha decretato il passaggio di popolazioni nei villaggi neolitici

da poche unità a migliaia di individui.



Sistematica

Ervum lens ovvero Pianta erbacea lente per la forma del seme di lenticchia è una sola specie ma ci sono due sottospecie la Ervum (Pianta Erbacea) esculentum (pieno di cibo da esca + ulentus) che è la sottospecie coltivata nel Salento leccese e Ervum nigricans (nero, scuro) che è coltivata soprattutto in Oriente.



Cultivar

Oggi la lenticchia è quasi scomparsa dalla coltivazione del Salento leccese ma una volta c’era la possibilità di scegliere tra varie cultivar. Pantanelli riferisce della lenticchia verde comune o di Altamura che negli anni 50 era la più diffusa ed apprezzata e poi la marzatica grossa, la verdina rossa, la verde screziata di bruno o lenticchia del Fucino o di Leonessa.



Enrico Pantanelli

Avendo citato il professore Pantanelli e volendone ricordare la figura riporto le parole che lo descrivono scritte del Prof. Luigi Cavazza:”La rarità con cui si incontrano studiosi di questo stampo (si riferisce al Prof. Giovanni Hausmann n.d.r) fa ricordare allo scrivente solo un’altra comparabile figura di agronomo italiano, quella di Enrico Pantanelli, che aveva preceduto Hausmann di circa trent’anni; anche’egli poliglotta, fecondo autore di circa 300 pubblicazioni, e di ampia preparazione scientifica (circa tre anni nelle università tedesche con illustri docenti). Anche Pantanelli, per circa vent’anni direttore di una Stazione agraria sperimentale del Ministero dell’Agricoltura, era stato strenuo sostenitore del ruolo della sostanza organica nel suolo. Sono rare voci clamantes in deserto.”



La fioritura della lenticchia

Fiorisce dalle 10 alle 14 e i fiori si autofecondano. Il prof. Pantanelli aveva osservato che tenendo coperti i fiori con una garza questi si autofecondano e non aveva notato alcun problema dopo 13 generazioni successive di autofecondazione. Inoltre aveva osservato che lo stigma si mantien recettivo ad altro polline anche dopo un giorno dalla fioritura e quindi non si può escludere che avvenga una fecondazione incrociata a cura delle api.



L’attività di selezione sulla lenticchia

Nazareno Strampelli (l’uomo del grano) che portò alla realizzazione di decine di varietà differenti di frumento (alcune delle quali tutt'oggi coltivate) che consentirono l'incremento delle rese medie per ettaro aveva intrapreso la selezione della lenticchia ricavando una piccola lenticchia screziata di bruno verde, che era raramente attaccata dal tonchio che è un piccolo coleottero appartenente alla famiglia dei Bruchidi, le cui larve vivono nei semi delle leguminose rodendoli è anche conosciuto come il tonchio delle fave, dei piselli, dei fagioli, delle lenticchie.



Tonchio (Bruchus rufimanus)

I bruchidi sono comunemente noti come tonchi e si ritrovano talvolta nei piselli, nelle fave e nei fagioli, di cui si nutrono le loro larve. Possono causare danni ingenti alle derrate stivate nei silos o nei magazzini. Al momento dell'uscita dal seme questi insetti scavano i caratteristici forellini tondi. Questo coleottero della famiglia dei Bruchidi, denominato “Bruchus rufimanus” rosicchia lentamente fino a bucare il seme del legume.



di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

domenica 17 aprile 2011

Com’è arrivata la lenticchia nel Salento leccese?


Com’è arrivata la lenticchia nel Salento leccese?



La storia dell’uomo moderno inizia alla fine dell’ultima glaciazione

La storia dell’uomo moderno, così come lo conosciamo ora inizia 30mila anni fa man mano che i ghiacci si ritiravano alla fine dell’ultima glaciazione, l’uomo lentamente abbandonò l’Africa, passando attraverso il medio Oriente per colonizzare l’Europa e ricongiungersi con gli uomini che erano rimasti in Europa nonostante la glaciazione.



Gli uomini primitivi conoscevano in modo profondo le piante

Il più grosso insediamento di questi uomini che erano cacciatori e raccoglitori era a nord dell’Iraq e a sud della Turchia e in parte anche Siria e Libano. Questi uomini conoscevano le piante in maniera molto più profonda di quanto le conosciamo noi oggi.



La tecnologia per costruire arco e frecce richiedeva la conoscenza delle piante

Per fare un semplice arco e frecce bisognava conoscere una tecnologia sulle piante rappresentata dal cercare e trovare i legni più flessibili ed elastici per fare l’arco, trovare delle liane con cui fare delle corde da utilizzare come corda dell’arco e un legno rigido, dritto e molto duro per fare le frecce. Inoltre dovevano avere i collanti, derivati dalle resine delle piante e da cenere che servivano per attaccare le punte di selce sulla freccia.



I piccoli villaggi Neolitici

In questo periodo i piccoli villaggi neolitici che erano composti quasi elusivamente da un gruppo familiare allargato, quindi una sorta di patriarcato o matriarcato allargato, con 20 – 30 persone al massimo, si spostavano in continuazione per seguire i flussi stagionali degli animali nelle loro migrazioni. I flussi erano naturalmente determinati dalla ricerca del cibo di cui si nutrivano gli animali.



L’agricoltura è una rivoluzione fatta dalle donne

Con molta probabilità furono le donne che fecero una scoperta fondamentale notando che nei punti che erano stati utilizzati per accumulare le piante dell’anno precedente utilizzate per nutrirsi e dove venivano gettati i resti delle piante utilizzate nel precedente anno, crescevano delle piante simili a quelle da cui erano stati raccolti i frutti o i semi di cui si erano nutriti.
Questa semplice osservazione darà origine a una rivoluzione per l’uomo che è la rivoluzione neolitica che è basata su una tecnologia ovvero l’agricoltura.

L’agricoltura contiene contenuti tecnologici e cognitivi estremamente elevati.

Nell’immaginario collettivo l’agricoltura è considerata ecologica, bucolica insomma tutto sommato romantica è in realtà è un’azione che contiene contenuti tecnologici e cognitivi estremamente elevati. L’uomo ha imparato a modificare la terra, a portare proprio in quella terra l’acqua per irrigare le piante, insieme a tutto ciò che è necessario sapere per organizzare una produzione agricola e l’ha fatto tutto sommato in un tempo relativamente breve di qualche centinaio di anni.
La lenticchia

Una delle prime piante che sono state coltivate dall’uomo è stata la lenticchia che quando vive insieme alle altre piante, in condizioni naturali, soffre la loro competizione, ma che con le condizioni che si vennero a creare nell’ultimo periodo dell’ultima glaciazione che fu un periodo secco e caldo, la lenticchia riuscì a sopravvivere ed ad affermarsi come pianta alimentare.
Le prime lenticchie

Le prime lenticchie ad essere coltivate dall’uomo erano molto piccole, molto più piccole delle lenticchie che conosciamo oggi, e avevano il difetto di non germinare subito, perché avevano una cosiddetta dormienza, o seme duro, che impediva loro di germinare immediatamente dopo essere state seminate nel terreno.
Oltre alla durezza dei semi c’era il problema che i baccelli della lenticchia quando giungevano a maturazione di aprivano e quindi buona parte del raccolto andava perso.
L’aumento della popolazione nei villaggi neolitici tra il Tigri e l’Eufrate

Questa rivoluzione permise ai villaggi neolitici di raggiungere la popolazione di qualche migliaio di abitanti in tre quattro generazioni, che a quei tempi significavano 100 – 150 anni e non di più.
Se oggi andiamo in quella che viene definita la culla dell’agricoltura, ovvero tra le sorgenti dei fiumi Tigri ed Eufrate e le montagne della Turchia, possiamo notare dagli scavi archeologici un aumento della popolazione dei villaggi che passarono da poco più di 100 persone ad averne più di mille.
Il villaggio di Abureia

Il villaggio di Abureia databile 9mila 10mila anni prima di Cristo aveva una popolazione superiore ai 10mila abitanti. La lenticchia è stata la causa di questa straordinaria crescita della popolazione per il fatto che ha un grande valore nutritivo.
La lenticchia nella Bibbia

La lenticchia era molto apprezzata dai popoli dell’antichità tanto da essere nominata nella Bibbia nella Genesi, capitolo 25, dove Esaù vende il proprio diritto di primogenitura al fratello Giacobbe proprio per un piatto di lenticchie e questo ci fa pensare a quanto questo seme sia stato importante.


La lenticchia dei romani

I romani continuarono a considerare la lenticchia molto importante tanto che gli strati più poveri della popolazione si nutrivano si nutrivano di una zuppa di lenticchia e di un'altra zuppa che si chiamava puls che era fatta da una farina mista di cereali e legumi. Romani prima di conoscere il pane mangiavano la puls, cioè una zuppa di cereali. La base normale della puls era il farro (farratum) ma si poteva fare con il miglio (pouls fitilia) oppure con la semola (alica).
Questo alimento poteva essere cotto nella semplice acqua, oppure con il latte, e spesso invece di far cuocere il cereale in grani interi, lo si macinava, senza però eliminare la crusca. Secondo le possibilità, insieme alla segale o ai cereali, si mescolavano uova, formaggio e miele (puls punico).
Quelli che mangiavano il plus venivano chiamati pulsettarium da cui è venuto poi polenta.
Ma come è arrivata la lenticchia nel Salento leccese?

Ma come è arrivata la lenticchia nel Salento leccese? I primi ritrovamenti di lenticchia datano circa 13.500 anni prima di Cristo ma sappiamo anche che 9.500 anni prima di Cristo si sono ritrovati in Grecia giacimenti di lenticchia di tipo selvatico coltivata dagli uomini.
La lenticchia nella foce del Danubio

Dai ritrovamenti si è accertato che 7.500 anni prima di Cristo la lenticchia era presente alle foci del Danubio da cui seguendo il corso di questo fiume si è sparsa per tutta l’Europa.
Nella nostra Penisola è arrivata nel 6.000 avanti Cristo in Sicilia con ogni probabilità portato da popolazioni pre fenicie che noti navigatori che portavano il seme da una parte all’altra del Mediterraneo.

La lenticchia nel fiume Nilo

Un altro flusso di diffusione della lenticchia ha seguito il corso del fiume Nilo ed è arrivata ad essere coltivata al tempo dei Faraoni ovvero circa 3.500 anni prima di Cristo e da qui è stata diffusa sino all’Etiopia dove si è ulteriormente diversificata.

La lenticchia in Asia

Un altro ramo di diffusione della lenticchia è quello asiatico dove si è diffusa verso l’India raggiungendo la penisola Indocinese in tempi molto più recenti ovvero circa 2.500 anni fa.

La diffusione della lenticchia associata alla pastorizia

La coltivazione della lenticchia pare sia associata alla pastorizia e ci sono una serie di evidenze scientifiche che legano la diffusione di lenticchia in Italia legata alla pastorizia e alla transumanza.
Se noi vediamo la distribuzione dei reperti archeologici della lenticchia a partire dal Medio Oriente per arrivare in Europa vi sono diversi tipi di lenticchia in parallelo a quelli che sono i gruppi sanguigni umani o alrtri geni che sono usati come marcatori nell’uomo e che sono usati per studiare le migrazioni dell’uomo preistorico.
In tempi recenti alcune lenticchie tipiche delle Isole siciliane di Pantelleria e Linosa danno indicazioni genetiche suffragate dai reperti storici con indicazioni di tipo economico riscontrabili con la letteratura storica del Regno delle due Sicilie.

La lenticchia oggi

Oggi la lenticchia è un legume che nel mediterraneo sta perdendo importanza, le ragioni risiedono nel fatto che ha una coltivazione che è abbastanza difficile e perché non da grandi produzioni. Secondo i dati forniti dalla FAOSTAT (FAO) la produzione mondiale di lenticchie è stimata in 3,8 milioni di tonnellate. Una diffusione c’è ancora nei paesi del nord Africa, il paese che produce più lenticchie è l’India seguito dal Canada e la Turchia.
In Italia vi sono delle lenticchie tipiche come quella di Altamura infatti sino a non molti anni fa in Italia la regione che produceva più lenticchie era la Puglia seguita dalla Sicilia

La ‘lenticchia di Altamura’

La ‘lenticchia di Altamura’ pur essendo a rischio di estinzione è ancora presente nella lista dei prodotti alimentari tradizionali italiani.
Negli anni 1930- 1950 il 20% della produzione di lenticchia italiana proveniva dalla Puglia che esportava anche negli USA, Australia e Canada.
La ‘lenticchia di Altamura’ era prodotta in diverse aree della Murgia e non solo ad Altamura
La macrosperma ‘lenticchia di Altamura’ è citata in tutti i vecchi libri di colture erbacee italiani (es. Pantanelli 1944, Baldoni e Giardini 1981) ed era quotata alla borsa merci di Bari e Bologna.
La lenticchia di Altamura è una delle piante presenti nell’Allegato 8 del PSR Puglia 2007 2013 i cui custodi quindi possono accedere ai finanziamenti previsti dal Bando pubblico per la presentazione di domande di aiuto ASSE II MIGLIORAMENTO DELL’AMBIENTE E DELLO SPAZIO RURALE MISURA 214 Pagamenti Agroambientali AZIONE 3 Tutela della biodiversità http://www.regione.puglia.it/web/files/agricoltura/bandobiodiversita2011.pdf



di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

venerdì 15 aprile 2011

Il fico del Salento leccese: “Eppur mi son scordato di te”!

Il fico del Salento leccese: “Eppur mi son scordato di te”!


La biodiversità a modo mio


Posso parlare di Biodiversità a modo mio? Non userò il compassato e puntuale piglio dello studioso, né quello pratico e poco suggestivo del tecnico pratico che ha l’urgenza di finire il lavoro, lo farò con le mie parole, quelle stesse parole che ti hanno accompagnato nelle avventure che ti ho scritto sino ad adesso e che tu impunemente hai potuto leggere.


Ho ascoltato tante spiegazioni sulla Biodiversità davvero dottissime, solo che hanno relegato la parola “Biodiversità” dietro alle cattedre delle aule universitarie o scolastiche e nei libri aperti sui banchi di scuola. Avete notato che non c’è una discussione su una chat di facebook che abbia per tema la biodiversità? Sapete che non c’è una discussione davanti alle scuole, tra gli studenti, che tratti di biodiversità? Ma la circostanza che da l’esatta dimensione del problema è che soprattutto non ne parlano “le donne”. Già, le donne! quelle che ancora utilizzano la narrazione di ogni giorno per raccontare le crisi matrimoniali e le piccole vittorie familiari che nessun giornale di gossip pubblica ma che grazie alla loro narrazione della realtà occupa interi pomeriggi al telefono o al bar davanti a una tazza di the con la conseguenza della condivisione delle vicende e delle vite di un gruppo di parenti, amici e conoscenti che sanno tutto ciò che accade nelle loro famiglie e che svelano anche i più intimi segreti.

 
Umanizzare tutto, l’abitudine delle persone è umanizzare tutto. Ho notato come mia figlia tratta il nostro cane Bianca, le parla come fosse una sua amica, parla al cane come fosse una bambina come lei. Quando ci racconta quello che fa ecco che è del tutto evidente che lei considera la nostra cagnetta una sua amica, una persona. Ma c’è chi umanizza la sua pianta preferita sul balcone, chi lo fa con un albero o con un cespuglio. Umanizzare!


L’aveva capito già Walt Disney che secondo la leggenda, in viaggio su un treno da New York a Los Angeles disegna un personaggio ispirato a Oswald il coniglio, ma senza orecchie a penzoloni, e quindi più facile da disegnare. Aggiungendo più tardi a matita orecchie tonde e una semplice coda crea un personaggio più simile a un topo: era nato Mortimer Mouse poi ribattezzato Mickey Mouse a noi noto come Topolino. Walt Disney ha umanizzato cani (Pippo) paperi (Paperino) insomma ha fatto la sua fortuna umanizzando gli animali. Perché noi umani umanizziamo tutto, siamo così presuntuosi da credere che tutto funzioni come noi e che soprattutto tutto sia in funzione di noi, i regnanti che hanno il potere assoluto sul mondo intero.






Per umanizzare la diversità vegetale


Così non è! Ma la nostra presunzione ci ha fatto credere che l’unica varietà di pera che dovevamo coltivare era quella che produceva di più e che aveva frutti più grossi ed ecco scomparire tutte le altre cultivar di pera che ad eccezione di quelle salvate nei giardini di qualche agricoltore.


Per capire cosa abbiamo fatto proviamo a parlare di te che mi leggi. Si! Sto scrivendo proprio di te! Hai delle sorelle o fratelli? Immagina che le tue sorelle o fratelli siano varietà della tua famiglia. Per essere più chiaro se di cognome fai De Giorgi e ti chiami Antonio ecco che sei un De Giorgi di Varietà Antonio e tua sorella sarà un De Giorgi di Varietà Elisabetta, e così via. Immagina che una ragione economica scegliesse solo te per la riproduzione e che quindi l’unico della tua famiglia che ha la possibilità sposarsi ed avere figli fossi tu, per ragioni di ordine economico, magari perché si è riusciti a stabilire che da te e dalla tua discendenza si ha una particolare attitudine a scrivere poesie. Questo è accaduto nella nostra regione! Per ragioni di ordine economico!






Le cento cultivar di fico del Salento leccese


Ed è così che il fico, pianta significativamente diffusa e tipica nel Salento di alcuni anni fa oggi è a rischio di scomparire. Sino al 1950 potevano contarsi nel Salento leccese oltre 10.000 ettari in coltura specializzata (pari a circa il 4% della superficie coltivata ed al 7% delle sole colture legnose), ai quali occorre sommare la superficie della coltivazione promiscua e le numerosissime piante sparse.






La produzione di fichi


Complessivamente si generava una produzione di prodotto fresco che nel 1950 superava 177.000 quintali dai quali si otteneva una produzione di oltre 41.000 quintali di prodotto di prima trasformazione (fichi secchi). Dal 1950 in poi si è verificato un rapido declino della coltivazione scesa a poco più di 5.000 ettari nel 1960, a poco più di 2000 ha nel 1967, per giungere ai poco più di 20 ettari di oggi.


Gli impianti specializzati erano localizzati sul versante adriatico della provincia di Lecce. E dopo ciò che avete letto non sarebbe interessante promuoverne la diffusione, indirizzando il sostegno che la Regione accorda (attingendo a fondi comunitari, documento regionale PSR 2007 - 2013) per il reimpianto di alcune colture tradizionali del territorio pugliese?






Le iniziative delle altre Regioni


Io sono a conoscenza delle numerose iniziative condotte finora dalle altre Regioni, sulla base delle emergenze locali e con il coinvolgimento delle imprese agricole, hanno messo in atto progetti specifici, realizzati su particolari territori per il recupero di vecchie cultivar dei comparti viticolo, olivicolo, frutticolo, orticolo, cerealicolo, floricolo.


Per esempio ci sono state le attività per la tutela e la valorizzazione del germoplasma autoctono di olivo nelle Regioni dell’Italia centrale; il progetto di raccolta e valutazione delle varietà locali di specie erbacee coltivate in alcune imprese marchigiane; il recupero, la conservazione e la valorizzazione del materiale viticolo Veneto; le attività di conservazione aziendale, in situ, delle risorse genetiche autoctone del Parco Nazionale della Majella.






I dati allarmanti del Fico del Salento leccese


Ma i dati sulla perdita di biodiversità del Fico che ho riportato sono allarmanti, evidenziando una diminuzione continua, risulta, tuttavia, possibile invertirla, come dimostrano numerosi casi di successo delle politiche conservative attuate ad esempio dal Dott. Francesco Minonne prima come ricercatore dell’Università del Salento nell’Orto Botanico e poi nel Centro di Educazione Ambientale di Andrano e infine come Componente del Comitato di Gestione del Parco naturale regionale Costa Otranto - Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.






La Regione Puglia s’è dimenticata delle 100 varietà di Fico del Salento leccese


Insomma a tutelare il fico, le più di 100 cultivar di fico che sono presenti nel Salento leccese, ci avrebbe dovuto pensare il bando in attuazione della misura 214, azione 3 “Tutela della Biodiversità” del P.S.R. Puglia 2007-2013 (bando disponibile all’indirizzo http://www.regione.puglia.it/index.php?anno=xlii&page=burp&opz=lpubol sul BURP n° 47 del 31 marzo 2011, pagine 9018-9160) e presentato ieri a Lecce dall’Assessore Dario Stefano.


Ma siccome l'azione sarà applicata, per le specifiche varietà locali, esclusivamente negli areali di coltivazione, di cui alla tabella dell’Allegato 8 del PSR Puglia 2007 2013, e siccome in questo allegato il Fico non è stato previsto ecco che il Fico e anche a tante altre cultivar del Salento leccese non possono essere oggetto di aiuto comunitario così come invece lo saranno altre piante grazie agli aiuti economici riservati a chi se ne è presa la custodia.


Al Salento leccese resta il volontariato di tanti uomini e donne, agricoltori, semplici cittadini possessori di Paesaggio rurale che con passione custodiscono le piante di questo nostro Salento che è per antonomasia terra di Biodiversità.






Il valore economico ed ecologico della BIODIVERSITA'.


Costanza nel 1997 ha validamente quantitativizzato in termini ecologico – economici il servizio ecologico prodotto dalla biodiversità nel controllo delle alluvioni, nella protezione del suolo dalle erosioni, nella produttività del suolo, nel filtraggio delle acque, nella purificazione dell'aria, nella regolazione del clima, nella riutilizzazione dei rifiuti urbani, nella produttività in generale.






Il Salento leccese serbatoio della Biodiversità


Il Salento leccese è da sempre considerato un serbatoio di biodiversità, qui c’è più germoplasma che in altre parti della penisola italiana perché rappresenta una CERNIERA BIOGEOGRAFICA tra Oriente e Occidente.


Volete la prova? Le Specie Vegetali presenti in Italia sono 7.050, in Puglia 2.076 e, udite,udite, NEL SOLO SALENTO CI SONO 1.400 SPECIE VEGETALI che rappresentano 2/3 della Flora della Puglia 1/3 della Flora dell’intera Penisola Italiana.






Il Salento leccese Fabbrica della Biodiversità


Il Salento leccese Fabbrica della Biodiversità da cui fare uscire idee, iniziative, suggestioni, visioni di un Salento sempre più accogliente soprattutto per le specie animali e vegetali che in esso abitano e che rappresentano la possibilità di convivere tra specie dell'oriente dell'occidente. Il Salento leccese BIOCERNIERA tra Nord e Sud, tra Est e Ovest e luogo ideale in cui tutti i gli esseri viventi trovano il modo di stare insieme in armonia. Il Salento leccese paradigma della convivenza tra tutti i popoli del grande lago salato, la vita pacifica e serena che desiderano tutti i popoli del libero scambio che si affacciano alle rive del bacino del Mediterraneo.






di Antonio Bruno, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).





martedì 12 aprile 2011

La fava del Salento leccese produce anche la “Spurchia”

La fava del Salento leccese produce anche la “Spurchia”




Le fave al tempo dei Greci

I greci chiamavano Cyamos il legume a noi noto come fava Vicia Faba L. Pitagora quando gliela offrivano rifiutava di mangiarla perché era certo che nei semi delle fave ci fossero le anime dei morti quondam animae mortuorum sun in ea.

Una pianta molto rispettata dagli antichi perché ritenuta consacrata agli Dei diis in sacro est.

Nel mondo antico non si mangiava la fava perché si era fatta la fama di essere la causa di un intorpidimento dei sensi e causa di insonnia hebetare sensus existimata, et insonnia quoque facere.

E Plinio? Già! Che scriveva Plinio della fava? C’è una pianta con il nome cyamos, è una pianta d’Egitto acquatica, nota per una colocasia di grandi foglie, e nominata faba aegyptia, faba alexandrina sia da Plinio che da Dioscoride.



Le fave al tempo dei romani

I romani le mangiavano e abbiamo testimonianza di questo nelle ricette scritte da Apicio che prevedono l’uso di questo legume.

Ma è a Roma durante i festeggiamento della Dea Flora, che proteggeva la natura che in primavera germoglia che vere e proprie cascate di fave venivano riversate sulla folla che festeggiava per augurio.

Quando i festeggiamenti finivano la fava tornava ad essere considerata impura tanto che i sacerdoti del dio Giove non potevano toccarla e al Pontefice Massimo veniva fatto assoluto divieto di nominare questo legume perché le fave era utilizzate nei riti religiosi come cibo per i morti.



La fava nell’inchiesta di Stefano Jacini

Il Conte Stefano Jacini di Casalbuttano economista e uomo politico, che fu a lungo Ministro dei Lavori Pubblici è l’autoree dell'Inchiesta agraria sulle condizioni della classe agricola in Italia avviata con la legge 15 marzo 1877. I lavori avrebbero dovuto concludersi in due anni, ma fu necessaria l'ulteriore legge 12 dicembre 1878, che ne prolungò la durata sino al termine del 1882. L'inchiesta è nota come Inchiesta Jacini dal suo presidente, il senatore conte Stefano Jacini, ed è considerata come la più completa analisi sulla situazione dell'agricoltura italiana all'aprirsi dell'ultimo quarto dell'Ottocento. In questi atti si legge sulla fava:

“della fava se ne coltivano due varietà: la favetta cavallina (Vicia Faba Vulgaris), che si coltiva generalmente sul colto e sul biscolto, ossia dopo una o due sementi di cereali; e la baggiana (Vicia Faba major), generalmente coltivata negli orti.

Per la fava in campo si prepara il terreno con lavori di aratura; si semina a righe e più spesso a spaglio; parimente con una leggera aratura o con la zappa si ricopre il seme; qualche volta si rinettano i campi dalle male erbe. La baggiana si coltiva a buche.

Della favetta non se ne fa molto uso, come in altre province per biada al bestiame da tiro; ma è assai adoperata come pietanza, cotta nell’acqua, dai coltivatori del Frosinonese.”



La Fava

La Vicia faba si distingue in fava grossa (maior), favino (minor) e fava cavallina o favetta (equina).

Si caratterizzano per l’efficienza dell’azoto-fissazione, per la produzione di abbondante biomassa, per il possesso di robusto fittone radicale. Quest’ultimo, approfondendosi notevolmente, svolge un'elevata azione di rinnovo delle caratteristiche dei terreni.



Terreni

I terreni più idonei allo coltivazione sono quelli profondi, ricchi di argilla (ma ben drenati), di calcare, con pH 7-8 (in terreni acidi le piante crescono meno vigorose, di colore verde pallido e forniscono basse produzioni).



Semina

La semina della fava viene praticata in autunno,tra novembre e dicembre. L'epoca più idonea è quella tardiva, nella prima metà di dicembre, anche per contenere gli attacchi delle orobanche. I migliori risultati produttivi si ottengono con una densità pari a 10 piante/m2. Può essere fata a postarelle (3-4 semi posizionati manualmente per singola postarella) disposte a distanze variabili, a seconda delle macchine per lavorazioni adottate, di 40-50 x 80- 100 cm, con leggera copertura del seme una volta posto a dimora. E’ bene assicurare la presenza di almeno 6 piante/m2 anche adottando distanze ridotte sulla fila, che aumentano la competizione con le infestanti e favoriscono un’inserzione più alta del primo baccello con minori perdite alla trebbiatura.

E' importante, che le lavorazioni del terreno portino a un affinamento, anche sommario, che raggiunga almeno i 10 cm di profondità. Tutto ciò perchè il seme di fava va posto alla profondità di 10 centimetri anche se semine più profonde sembrano utili per sfuggire alla presenza di orobanche.

Per avere una densità di 5-6 piante/m2, si deve seminare una quantità di seme di almeno 70 Kg/ha.

La quantità va aumentata proporzionalmente alla presenza di seme spezzato, facilmente rinvenibile soprattutto in caso di autoproduzione. Lo scopo è quello di ottenere una densità tale da favorire il rapido ombreggiamento del terreno e i primi baccelli ad un’altezza tale da limitare le perdite alla

raccolta.



Orobanche da problema a risorsa

L'Orobanche, una fanerogama in grado di distruggere completamente la coltura, comportandosi da emiparassita, è l’unico nemico davvero temibile di questa coltura.

Appartenente alla famiglia delle Orobanchaceae, genere Orobanche, (dal greco orobos = legume e ànchein = soffocare), la specie “Orobanche Crenata” è quella che predilige in particolare le piante delle fave; in italiano è denominata ”Succiamele delle Fave”.

Si tratta di una fanerogana priva di clorofilla, parassita poiché nasce e si alimenta di linfa sottratta alle radici delle piante delle fave.

I semi, a lungo germinabili (rimangono vitali per oltre 10 anni), stimolati dalle sostanze escrete dall'apparato radicale della leguminosa, emettono un austorio, con cui si impiantano sulle radici dell'ospite, sottraendone la linfa. A maturità emerge dal suolo con lo scapo fiorifero, disseminando un numero elevatissimo di semi.

Il suo turione è privo di foglie, con spigatura crenata che si apre in infiorescenza al bianco-violaceo, rendendola non commestibile; pertanto, dal momento in cui viene colta, è bene evitare di tenerla per lunghi periodi al caldo o in luoghi poco aerati per ridurre al minimo il fenomeno di infiorescenza.

Con il passar del tempo, la povera manovalanza agricola che la combatteva nei campi, soprattutto per necessità, ha imparato a scoprirne il suo tipico sapore dolce con retrogusto amaro, utilizzandola sempre con maggiore frequenza nella propria alimentazione.

E' così che una minaccia è diventata "risorsa"; alimento della povera gente, oggi vera e propria prelibatezza dei menù tipici del sud barese.





Bibliografia

Dizionario delle Scienze Naturali 1837

Stefano Jacini Atti Giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola,

Disciplinare di produzione del PRESIDIO SLOW FOOD® FAVA LARGA DI LEONFORTE

Angelo Manghisi , "La Sporchia": Orobanche prelibate nel sud barese.