domenica 6 settembre 2026

Il Bosco del Belvedere: biografia ecologica di un paesaggio salentino

 


Il saggio che segue è un testo storico-ambientale con taglio agronomico, distinguendo i dati documentati dalle interpretazioni. Ho anche verificato un punto importante: le carte conservate dall’Archivio di Stato attestano effettivamente nel 1852 le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere assegnate a diversi comuni. (Archivio di Stato di Lecce)

Il Bosco del Belvedere: biografia ecologica di un paesaggio salentino

Dalla foresta alle colture, dagli olivi alla Xylella: che cosa significa davvero conservare un paesaggio?

di Antonio Bruno – Dottore in Scienze Agrarie – Esperto in diagnostica Urbana e Territoriale

Esistono carte geografiche che rappresentano semplicemente un territorio ed esistono carte che, osservate a distanza di tempo, finiscono per raccontare una trasformazione storica. La carta del Bosco del Belvedere del 1852 appartiene a questa seconda categoria.

La sua importanza non consiste soltanto nel permetterci di individuare l'estensione di un'antica superficie forestale del basso Salento. Quella carta registra materialmente il momento nel quale un territorio che per secoli era stato percepito, utilizzato e amministrato come un sistema relativamente unitario cominciava a essere trasformato in una somma di porzioni territoriali.

È, in altri termini, la fotografia di una soglia.

Da una parte c'è ancora il bosco; dall'altra si intravede già il paesaggio agrario che ne prenderà il posto.

Un'altra immagine del Salento

Quando oggi pensiamo al paesaggio storico del Salento, la nostra memoria corre quasi inevitabilmente agli olivi. Per generazioni il tronco contorto dell'olivo, i muretti a secco, la terra rossa e le masserie sono diventati gli elementi attraverso i quali il territorio salentino ha rappresentato se stesso.

Ma basta spostarsi indietro di qualche secolo perché questa immagine perda la sua apparente immutabilità.

Nel cuore del basso Salento esisteva infatti una vasta formazione forestale, il Bosco del Belvedere, indicata dalle fonti come una delle più importanti della Terra d'Otranto. Le ricostruzioni storiche e archeobotaniche descrivono un ambiente nel quale erano presenti differenti specie di querce e numerose altre essenze arboree e arbustive. Le fonti ricordano farnetto, roverella, leccio, olmi, castagni, frassini e carpini, inseriti in un mosaico comprendente anche aree umide, pascoli e macchie.

Non era dunque semplicemente un insieme di alberi.

Era un sistema ecologico.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato immaginarlo come una foresta moderna sottratta alla presenza dell'uomo. Il Belvedere era contemporaneamente un sistema economico e sociale. Nel bosco si esercitavano pascolo, caccia e raccolta; si ricavavano legname e carbone; alcune risorse forestali alimentavano attività artigianali e produttive.

Già nel XV secolo il legname del Belvedere risulta utilizzato per opere edilizie nel territorio leccese. Altre testimonianze ricordano allevamenti e utilizzazioni pastorali. Il viaggiatore svizzero Carlo Ulisse de Salis Marschlins, attraversando il territorio di Supersano nel 1789, descriveva nella foresta allevamenti equini, armenti e produzioni casearie.

Il bosco, dunque, produceva contemporaneamente natura e reddito.

Diremmo oggi che forniva servizi ecosistemici: produzione di biomassa, regolazione idrologica e microclimatica, habitat per la fauna, risorse alimentari, pascolo, materie prime e valori culturali.

La separazione moderna tra ambiente naturale e ambiente produttivo sarebbe probabilmente poco adatta a descriverlo.

1851-1852: quando il bosco diventa particella


La svolta fondamentale arriva nell'Ottocento.

Dopo una lunga controversia tra i principi Gallone di Tricase e le comunità che esercitavano diritti sul territorio, nel 1851 venne eseguita l'ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni interessati.

Giacomo Arditi ebbe direttamente a che fare con quelle operazioni: conosceva il Belvedere quando ancora conservava buona parte della propria consistenza e partecipò alle operazioni cartografiche e divisionali.

L'Archivio di Stato di Lecce conserva un'evidenza documentaria particolarmente significativa. Nell'inventario dei Demani comunali compaiono per il 1852 le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere spettanti, nella controversia con il principe di Tricase, a comuni come Scorrano, Spongano, Supersano e Surano, insieme agli atti successivi di censuazione e suddivisione.

È questo che rende straordinaria la carta del 1852.

Essa non rappresenta soltanto dove si trovava il bosco. Rappresenta il cambiamento del regime territoriale attraverso il quale quel bosco poteva essere trasformato.

Il territorio forestale, utilizzato attraverso un intreccio di proprietà, consuetudini e usi civici, veniva misurato, delimitato e ripartito.

La linea tracciata sulla carta non è quindi innocente.

Trasforma uno spazio ecologico continuo in unità amministrativamente distinguibili.

E quando il bosco diventa quota, la quota può diventare particella; la particella può essere assegnata, censita, dissodata, coltivata.

Non bisogna naturalmente immaginare un automatismo per cui la divisione giuridica produca immediatamente il disboscamento. Le trasformazioni territoriali hanno sempre cause molteplici: pressione demografica, valore crescente della terra agricola, mutamenti economici, esigenze produttive, tecniche di dissodamento e trasformazioni istituzionali.

Eppure la coincidenza cronologica è impressionante.

Trent'anni per cancellare un paesaggio plurisecolare

Nel 1852 la cartografia registra ancora il Bosco.

Poco più di venticinque anni dopo, Giacomo Arditi, nella sua Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto del 1879, ne descrive una realtà ormai profondamente trasformata. Quello che egli considerava forse il bosco più vasto e diversificato della provincia era ridotto, nelle sue componenti di arbustato e ceduo, a poche superfici verso Supersano, mentre grandi estensioni erano diventate macchia oppure terreni coltivati a fichi, vigne e cereali.

La rapidità del fenomeno è confermata dalle osservazioni di Cosimo De Giorgi.

Negli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento De Giorgi percorre il Salento proprio mentre la trasformazione è in atto. Non osserva quindi archeologicamente la scomparsa del Belvedere: assiste alla sua fase terminale.

Nel 1877 scrive con dolore delle grandi querce che vede cadere anno dopo anno sotto l'azione dei boscaioli. Attraversando successivamente quelle contrade, identifica una macchia verde scura come l'ultimo residuo del Belvedere, che giudica ormai distrutto per quattro quinti.

L'immagine più potente è forse quella delle querce superstiti che emergono sopra l'oliveto: monumenti vegetali isolati appartenenti a un paesaggio che non esiste più.

La successione temporale può dunque essere sintetizzata così:

1852 → il bosco viene ancora cartografato e suddiviso

1877-1879 → il disboscamento appare ormai avanzatissimo

1882 → De Giorgi osserva il Belvedere come paesaggio residuale

In circa una generazione avviene una trasformazione che modifica un sistema territoriale costruitosi nel corso di secoli, probabilmente di millenni.

Il paradosso dell'olivo

Qui la storia del Belvedere diventa particolarmente interessante per noi agronomi.

L'olivo è diventato nel Novecento uno dei simboli più potenti dell'identità salentina. Eppure, osservando la vicenda nella lunga durata, dobbiamo riconoscere un apparente paradosso:

anche il paesaggio dell'olivo è un paesaggio costruito dall'uomo.

In alcune aree gli oliveti che oggi consideriamo "storici" si svilupparono anche sopra territori che precedentemente avevano ospitato boschi, macchie o altri sistemi agrari.

De Giorgi vede ancora materialmente questa sovrapposizione: le ultime querce monumentali emergono dall'oliveto.

L'immagine è straordinaria perché nello stesso campo visivo compaiono due epoche ecologiche.

In alto sopravvivono le querce del Belvedere.

Sotto di esse avanza il nuovo paesaggio agrario.

Con il trascorrere delle generazioni, ciò che era nuovo diventa antico; ciò che aveva sostituito il paesaggio precedente diventa esso stesso tradizione.

Ed è precisamente qui che nasce una domanda fondamentale per ogni politica contemporanea del paesaggio:

quando diciamo di voler conservare il paesaggio, quale paesaggio vogliamo conservare?

Quello delle querce?

Quello degli olivi?

Quello dei vigneti?

Quello dei seminativi?

O il mosaico prodotto dalla loro successione?

Il paesaggio non è una fotografia

Il problema nasce dalla nostra tendenza a immaginare il paesaggio come qualcosa che possieda una forma autentica e definitiva.

Ma il paesaggio rurale è, per definizione, il risultato dell'interazione tra processi ecologici e azione umana.

Ogni generazione riceve un territorio già trasformato dalle generazioni precedenti e tende a considerarlo "naturale" o "tradizionale".

Gli olivi secolari sembravano eterni a chi è nato nel Salento del Novecento.

Ma le querce del Belvedere sarebbero sembrate altrettanto eterne a un abitante del Settecento.

Ciò significa che la tutela paesaggistica non può consistere semplicemente nel congelare una determinata fotografia storica.

Occorre chiedersi quali processi ecologici, produttivi e culturali desideriamo mantenere.

È la differenza fra conservare una forma e conservare il funzionamento di un territorio.

Dalle querce alla Xylella

Questa riflessione assume oggi un significato ancora maggiore.

A partire dal secondo decennio del XXI secolo, l'epidemia associata a Xylella fastidiosa subsp. pauca ha determinato nel Salento una nuova trasformazione di dimensione paesaggistica.

Gli oliveti che avevano sostituito, almeno in parte, precedenti sistemi vegetazionali sono stati a loro volta colpiti da un cambiamento rapidissimo.

Studi scientifici hanno mostrato che la perdita della copertura arborea degli oliveti non riguarda soltanto la produzione di olive. Essa modifica servizi ecosistemici, biodiversità, regolazione climatica, sequestro del carbonio e valore culturale del paesaggio.

Un'analisi basata su immagini satellitari ha evidenziato, per esempio, che la trasformazione degli oliveti colpiti modifica anche la temperatura superficiale del terreno. Altri studi hanno valutato una riduzione significativa dei servizi ecosistemici e delle componenti di biodiversità associate all'agroecosistema olivicolo.

La ricerca più recente sulla struttura del paesaggio post-Xylella evidenzia inoltre un passaggio, in diverse aree, dagli oliveti verso superfici erbacee e terreni non più caratterizzati dalla precedente copertura arborea.

Si sta producendo, quindi, sotto i nostri occhi un'altra transizione.

Un sorprendente ritorno delle querce?

La vicenda assume quasi una struttura circolare se consideriamo le prospettive oggi studiate per la rigenerazione.

La Regione Puglia ha avviato programmi specifici per la rigenerazione dei paesaggi colpiti dalla Xylella e la ricerca ecologica sta valutando differenti scenari futuri.

Nel 2026 una ricerca coordinata dall'Università del Salento ha analizzato anche scenari di riforestazione post-Xylella mediante specie forestali mediterranee. I risultati indicano che una riforestazione mirata con leccio può contribuire alla mitigazione delle temperature superficiali e alla ricostruzione delle funzioni ecologiche perdute.

Il dato è culturalmente affascinante.

Non significa che dovremmo trasformare nuovamente il Salento nel Bosco del Belvedere.

Significa però che, dopo circa centosettant'anni, la quercia ritorna nella discussione sul futuro del paesaggio dal quale era stata espulsa dall'espansione agricola.

La storia non torna indietro.

Ma talvolta produce risonanze sorprendenti.

1852 → 1880 → 1950 → 2013 → oggi

È per questo che sarebbe scientificamente interessante costruire una vera biografia ecologica del Bosco del Belvedere mediante GIS e telerilevamento.

La carta del 1852 potrebbe costituirne il primo strato.

Dopo opportuna scansione ad alta risoluzione, dovrebbe essere georeferenziata individuando punti territoriali ancora riconoscibili. Il perimetro del bosco e le quote comunali potrebbero quindi essere digitalizzati come layer vettoriali.

A questo primo livello potrebbero essere sovrapposte:

1852 – Carta della divisione del Bosco Belvedere

1870-1880 – ultime superfici forestali documentate da Arditi e De Giorgi

fine XIX-inizio XX secolo – espansione di oliveti, vigneti, seminativi e colture arboree

secondo Novecento – consolidamento del paesaggio olivicolo

2013-2020 – diffusione del disseccamento degli olivi

2020-2026 – paesaggio post-Xylella

scenari futuri – olivicoltura resiliente, sistemi agroforestali, boschi, macchia mediterranea e mosaici colturali.

Non avremmo semplicemente una serie di carte.

Avremmo la rappresentazione spaziale di centosettantacinque anni di metabolismo territoriale.

Potremmo calcolare la perdita di superficie forestale, la velocità di conversione, la frammentazione degli habitat, la successiva espansione dell'oliveto e infine la sua contrazione contemporanea.

Sarebbe possibile persino verificare se le aree sulle quali oggi ricompare spontaneamente vegetazione arborea o sulle quali potrebbero essere progettati interventi di riforestazione coincidano con parti dell'antico Belvedere.

La memoria ecologica del territorio

La ricerca ecologica contemporanea offre un altro elemento interessante.

Nel quadro conoscitivo dei siti Natura 2000 della Provincia di Lecce, l'area del Bosco di Belvedere viene ancora individuata come territorio potenziale della serie mesofila del farnetto (Quercus frainetto). Il documento osserva che l'area risulta oggi sostanzialmente disboscata e coltivata, ma segnala la sopravvivenza di alberi sparsi di farnetto come testimonianza delle antiche formazioni forestali.

È un concetto importante.

Un bosco può scomparire dalla carta dell'uso del suolo e continuare, in qualche misura, a esistere nella memoria ecologica del territorio: negli alberi relitti, nei suoli, nella distribuzione delle specie, nella toponomastica, nei documenti catastali, nelle masserie e perfino nella configurazione delle particelle.

Il paesaggio conserva le proprie trasformazioni come un palinsesto.

Occorre soltanto imparare a leggerlo.

Dalla perdita alla progettazione

La vicenda del Belvedere, allora, non dovrebbe indurci alla nostalgia.

Non possiamo ricostruire il 1852 e probabilmente non avrebbe neppure senso tentare di farlo integralmente.

Possiamo però utilizzare quella storia per progettare diversamente il futuro.

La crisi della Xylella ci offre paradossalmente la possibilità di evitare un errore analogo, ma inverso, rispetto a quello compiuto nell'Ottocento.

Allora una grande complessità ecologica venne progressivamente sostituita da sistemi agricoli sempre più estesi.

Oggi non dovremmo sostituire automaticamente milioni di olivi perduti con un'altra uniformità.

La resilienza di un territorio deriva anche dalla sua diversità strutturale e funzionale.

Il futuro del Salento potrebbe quindi essere rappresentato non dalla scelta esclusiva fra olivo e bosco, ma da un mosaico: oliveti produttivi con cultivar e sistemi colturali compatibili con il nuovo contesto fitosanitario; vigneti e seminativi; pascoli; siepi; sistemi agroforestali; boschi di specie autoctone; corridoi ecologici; aree umide; macchia mediterranea; superfici dedicate alla rinaturalizzazione.

Non il ritorno a un paesaggio perduto, dunque, ma la costruzione di un paesaggio capace di apprendere dalla propria storia.

Quale paesaggio vogliamo consegnare?

La carta del 1852 pone infine una domanda che supera la storia del Bosco Belvedere.

Gli uomini che tracciarono quelle linee probabilmente non pensavano di stare disegnando la scomparsa di un ecosistema. Stavano risolvendo controversie demaniali, attribuendo diritti, misurando terreni e rendendo utilizzabile economicamente una risorsa.

Eppure quelle decisioni contribuirono a produrre un paesaggio nuovo.

Anche noi oggi stiamo facendo qualcosa di simile.

Ogni volta che decidiamo se reimpiantare un oliveto, lasciare un terreno incolto, costruire, riforestare, realizzare un impianto fotovoltaico, recuperare un muretto, conservare una quercia o creare un corridoio ecologico stiamo disegnando una carta che qualcun altro leggerà fra centocinquant'anni.

Forse è questa la lezione più importante del Bosco del Belvedere.

Il paesaggio che chiamiamo tradizionale non viene dal passato come un oggetto immutabile. È il risultato temporaneo di decisioni, necessità, economie, conflitti e adattamenti.

Prima delle distese di olivi c'erano anche le querce.

Poi le querce divennero memoria e gli olivi diventarono paesaggio.

Oggi anche quel paesaggio sta cambiando.

Perciò la domanda non può essere soltanto che cosa dobbiamo conservare?

La domanda agronomica ed ecologica più interessante è un'altra:

quale paesaggio vogliamo rendere possibile dopo di noi?

La carta del Bosco Belvedere del 1852, osservata oggi, non è soltanto una rappresentazione del passato.

Potrebbe essere una carta del futuro.


Bibliografia essenziale

Arditi, G. (1879), Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto, Lecce; rist. anastatica, Lecce, 1994.

Arthur, P., Melissano, V. (a cura di) (2004), Supersano. Un paesaggio antico del Basso Salento, Congedo, Galatina.

Arthur, P., Fiorentino, G., Imperiale, M. L. (2008), “L'insediamento in località Scorpo, Supersano”, Archeologia Medievale, XXXV, pp. 365-380.

De Bernart, A. (1995), “Torrepaduli scomparsa”, in A. De Bernart, M. Cazzato, E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d'Enghien, Galatina.

De Giorgi, C. (1882), La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, vol. I, Lecce; successive ristampe.

Fiorentino, G. (2004), “Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archeologia ambientale”, in P. Arthur, V. Melissano (a cura di), Supersano. Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina.

Gennaio, R., De Santis, B., Medagli, P. (2000), Alberi monumentali del Salento, Congedo Editore.

Mainardi, M. (1989), “Il Bosco di Belvedere”, Lu Lampiune, a. V, n. 3.

Panico, P. (2014), Lo “Stato” di Tricase nel 1785. Stato de' feudi, stabili, ed altri effetti componenti lo Stato di Tricase, e de' pesi fissi a' medesimi annessi formato nell'anno 1785, Edizioni dell'Iride.

Regione Puglia, Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR). Ambito Salento delle Serre, sezione relativa al paesaggio del Bosco del Belvedere.

Archivio di Stato di Lecce, Intendenza di Terra d'Otranto – Demani comunali, bb. relative al Bosco Belvedere, 1852-1862: piante topografiche, censuazioni e suddivisioni delle quote comunali.

Semeraro, T., Buccolieri, R., Vergine, M., De Bellis, L., Luvisi, A., Emmanuel, R., Marwan, N. (2021), “Analysis of Olive Grove Destruction by Xylella fastidiosa Bacterium on the Land Surface Temperature in Salento Detected Using Satellite Images”, Forests, 12, 1266.

Schneider, K. et al. (2021), “Assessment of the environmental impacts of Xylella fastidiosa subsp. pauca in Puglia”, Crop Protection, 142, 105519.

Valente, D., Lovello, E. M., Chirizzi, R., Petrosillo, I. (2024), “Multiscale Effects of Xylella fastidiosa on Landscape Services”, Land, 13, 2087.

Regione Puglia (dal 2019), Accordo interistituzionale per la rigenerazione dei paesaggi colpiti dalla Xylella nell'Area Interna Sud Salento, nell'ambito dell'attuazione del PPTR.

Fonti digitali consultate

Museo del Bosco di Supersano (MUBO), documentazione storico-naturalistica sul Bosco di Belvedere.

Archivio di Stato di Lecce, inventario Intendenza di Terra d'Otranto – Demani comunali.

Regione Puglia – SIT Puglia/PPTR, documentazione relativa al paesaggio del Bosco del Belvedere e alla rigenerazione dei paesaggi post-Xylella.

CNR – IRIS, documentazione scientifica sugli effetti della perdita degli oliveti salentini sul microclima.

Università del Salento – IRIS, studi sulla trasformazione e sui servizi del paesaggio conseguenti alla diffusione di Xylella fastidiosa.

Un punto che emerge con particolare forza dalle fonti è che la sequenza può essere resa ancora più precisa: 1851 divisione giuridico-amministrativa → 1852 cartografia delle quote → 1877 denuncia di De Giorgi → 1879 descrizione di Arditi → 1882 osservazione del bosco ormai residuale. (Museo del Bosco)

Inoltre, la proposta conclusiva non è soltanto teorica: il PPTR identifica esplicitamente il “paesaggio del Bosco del Belvedere”, mentre studi ecologici recenti mostrano quanto la crisi della Xylella abbia modificato struttura, frammentazione e servizi ecosistemici del paesaggio salentino. (pugliacon.regione.puglia.it) La ricerca resa pubblica proprio il 5 settembre 2026 aggiunge un elemento suggestivo: scenari di riforestazione con leccio vengono oggi studiati come una delle possibili risposte ecologiche al paesaggio post-Xylella. (ansa.it)

 

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