Il saggio
che segue è un testo storico-ambientale con taglio agronomico, distinguendo i
dati documentati dalle interpretazioni. Ho anche verificato un punto
importante: le carte conservate dall’Archivio di Stato attestano effettivamente
nel 1852 le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere
assegnate a diversi comuni. (Archivio di Stato di Lecce)
Il Bosco del Belvedere:
biografia ecologica di un paesaggio salentino
Dalla foresta alle colture, dagli olivi alla Xylella:
che cosa significa davvero conservare un paesaggio?
di Antonio
Bruno – Dottore in Scienze Agrarie – Esperto in diagnostica Urbana e
Territoriale
Esistono
carte geografiche che rappresentano semplicemente un territorio ed esistono
carte che, osservate a distanza di tempo, finiscono per raccontare una
trasformazione storica. La carta del Bosco del Belvedere del 1852
appartiene a questa seconda categoria.
La sua
importanza non consiste soltanto nel permetterci di individuare l'estensione di
un'antica superficie forestale del basso Salento. Quella carta registra
materialmente il momento nel quale un territorio che per secoli era stato
percepito, utilizzato e amministrato come un sistema relativamente unitario
cominciava a essere trasformato in una somma di porzioni territoriali.
È, in altri
termini, la fotografia di una soglia.
Da una parte
c'è ancora il bosco; dall'altra si intravede già il paesaggio agrario che ne
prenderà il posto.
Un'altra immagine del Salento
Quando oggi
pensiamo al paesaggio storico del Salento, la nostra memoria corre quasi
inevitabilmente agli olivi. Per generazioni il tronco contorto dell'olivo, i
muretti a secco, la terra rossa e le masserie sono diventati gli elementi
attraverso i quali il territorio salentino ha rappresentato se stesso.
Ma basta
spostarsi indietro di qualche secolo perché questa immagine perda la sua
apparente immutabilità.
Nel cuore
del basso Salento esisteva infatti una vasta formazione forestale, il Bosco
del Belvedere, indicata dalle fonti come una delle più importanti della
Terra d'Otranto. Le ricostruzioni storiche e archeobotaniche descrivono un
ambiente nel quale erano presenti differenti specie di querce e numerose altre
essenze arboree e arbustive. Le fonti ricordano farnetto, roverella, leccio,
olmi, castagni, frassini e carpini, inseriti in un mosaico comprendente anche
aree umide, pascoli e macchie.
Non era
dunque semplicemente un insieme di alberi.
Era un sistema
ecologico.
Ma sarebbe
altrettanto sbagliato immaginarlo come una foresta moderna sottratta alla
presenza dell'uomo. Il Belvedere era contemporaneamente un sistema economico e
sociale. Nel bosco si esercitavano pascolo, caccia e raccolta; si ricavavano
legname e carbone; alcune risorse forestali alimentavano attività artigianali e
produttive.
Già nel XV
secolo il legname del Belvedere risulta utilizzato per opere edilizie nel territorio
leccese. Altre testimonianze ricordano allevamenti e utilizzazioni pastorali.
Il viaggiatore svizzero Carlo Ulisse de Salis Marschlins, attraversando
il territorio di Supersano nel 1789, descriveva nella foresta allevamenti
equini, armenti e produzioni casearie.
Il bosco,
dunque, produceva contemporaneamente natura e reddito.
Diremmo oggi
che forniva servizi ecosistemici: produzione di biomassa, regolazione
idrologica e microclimatica, habitat per la fauna, risorse alimentari, pascolo,
materie prime e valori culturali.
La
separazione moderna tra ambiente naturale e ambiente produttivo sarebbe
probabilmente poco adatta a descriverlo.
1851-1852: quando il bosco diventa particella
La svolta
fondamentale arriva nell'Ottocento.
Dopo una
lunga controversia tra i principi Gallone di Tricase e le comunità che
esercitavano diritti sul territorio, nel 1851 venne eseguita l'ordinanza
di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni interessati.
Giacomo
Arditi ebbe direttamente a che fare con quelle operazioni: conosceva il
Belvedere quando ancora conservava buona parte della propria consistenza e
partecipò alle operazioni cartografiche e divisionali.
L'Archivio
di Stato di Lecce conserva un'evidenza documentaria particolarmente
significativa. Nell'inventario dei Demani comunali compaiono per il 1852
le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere spettanti, nella
controversia con il principe di Tricase, a comuni come Scorrano, Spongano,
Supersano e Surano, insieme agli atti successivi di censuazione e suddivisione.
È questo che
rende straordinaria la carta del 1852.
Essa non
rappresenta soltanto dove si trovava il bosco. Rappresenta il
cambiamento del regime territoriale attraverso il quale quel bosco poteva
essere trasformato.
Il
territorio forestale, utilizzato attraverso un intreccio di proprietà,
consuetudini e usi civici, veniva misurato, delimitato e ripartito.
La linea
tracciata sulla carta non è quindi innocente.
Trasforma
uno spazio ecologico continuo in unità amministrativamente distinguibili.
E quando il
bosco diventa quota, la quota può diventare particella; la particella può
essere assegnata, censita, dissodata, coltivata.
Non bisogna
naturalmente immaginare un automatismo per cui la divisione giuridica produca
immediatamente il disboscamento. Le trasformazioni territoriali hanno sempre
cause molteplici: pressione demografica, valore crescente della terra agricola,
mutamenti economici, esigenze produttive, tecniche di dissodamento e
trasformazioni istituzionali.
Eppure la
coincidenza cronologica è impressionante.
Trent'anni per cancellare un paesaggio plurisecolare
Nel 1852
la cartografia registra ancora il Bosco.
Poco più di
venticinque anni dopo, Giacomo Arditi, nella sua Corografia fisica e
storica della Provincia di Terra d'Otranto del 1879, ne descrive una realtà
ormai profondamente trasformata. Quello che egli considerava forse il bosco più
vasto e diversificato della provincia era ridotto, nelle sue componenti di
arbustato e ceduo, a poche superfici verso Supersano, mentre grandi estensioni
erano diventate macchia oppure terreni coltivati a fichi, vigne e cereali.
La rapidità
del fenomeno è confermata dalle osservazioni di Cosimo De Giorgi.
Negli anni
Settanta e Ottanta dell'Ottocento De Giorgi percorre il Salento proprio mentre
la trasformazione è in atto. Non osserva quindi archeologicamente la scomparsa
del Belvedere: assiste alla sua fase terminale.
Nel 1877
scrive con dolore delle grandi querce che vede cadere anno dopo anno sotto
l'azione dei boscaioli. Attraversando successivamente quelle contrade,
identifica una macchia verde scura come l'ultimo residuo del Belvedere, che
giudica ormai distrutto per quattro quinti.
L'immagine
più potente è forse quella delle querce superstiti che emergono sopra
l'oliveto: monumenti vegetali isolati appartenenti a un paesaggio che non
esiste più.
La
successione temporale può dunque essere sintetizzata così:
1852 → il
bosco viene ancora cartografato e suddiviso
1877-1879 →
il disboscamento appare ormai avanzatissimo
1882 → De
Giorgi osserva il Belvedere come paesaggio residuale
In circa una
generazione avviene una trasformazione che modifica un sistema territoriale
costruitosi nel corso di secoli, probabilmente di millenni.
Il paradosso dell'olivo
Qui la
storia del Belvedere diventa particolarmente interessante per noi agronomi.
L'olivo è
diventato nel Novecento uno dei simboli più potenti dell'identità salentina.
Eppure, osservando la vicenda nella lunga durata, dobbiamo riconoscere un
apparente paradosso:
anche il
paesaggio dell'olivo è un paesaggio costruito dall'uomo.
In alcune
aree gli oliveti che oggi consideriamo "storici" si svilupparono
anche sopra territori che precedentemente avevano ospitato boschi, macchie o
altri sistemi agrari.
De Giorgi
vede ancora materialmente questa sovrapposizione: le ultime querce monumentali
emergono dall'oliveto.
L'immagine è
straordinaria perché nello stesso campo visivo compaiono due epoche
ecologiche.
In alto
sopravvivono le querce del Belvedere.
Sotto di
esse avanza il nuovo paesaggio agrario.
Con il trascorrere
delle generazioni, ciò che era nuovo diventa antico; ciò che aveva sostituito
il paesaggio precedente diventa esso stesso tradizione.
Ed è
precisamente qui che nasce una domanda fondamentale per ogni politica
contemporanea del paesaggio:
quando diciamo
di voler conservare il paesaggio, quale paesaggio vogliamo conservare?
Quello delle
querce?
Quello degli
olivi?
Quello dei
vigneti?
Quello dei
seminativi?
O il mosaico
prodotto dalla loro successione?
Il paesaggio non è una fotografia
Il problema
nasce dalla nostra tendenza a immaginare il paesaggio come qualcosa che
possieda una forma autentica e definitiva.
Ma il
paesaggio rurale è, per definizione, il risultato dell'interazione tra processi
ecologici e azione umana.
Ogni
generazione riceve un territorio già trasformato dalle generazioni precedenti e
tende a considerarlo "naturale" o "tradizionale".
Gli olivi
secolari sembravano eterni a chi è nato nel Salento del Novecento.
Ma le querce
del Belvedere sarebbero sembrate altrettanto eterne a un abitante del
Settecento.
Ciò
significa che la tutela paesaggistica non può consistere semplicemente nel
congelare una determinata fotografia storica.
Occorre
chiedersi quali processi ecologici, produttivi e culturali desideriamo
mantenere.
È la differenza
fra conservare una forma e conservare il funzionamento di un territorio.
Dalle querce alla Xylella
Questa
riflessione assume oggi un significato ancora maggiore.
A partire
dal secondo decennio del XXI secolo, l'epidemia associata a Xylella fastidiosa
subsp. pauca ha determinato nel Salento una nuova trasformazione di
dimensione paesaggistica.
Gli oliveti
che avevano sostituito, almeno in parte, precedenti sistemi vegetazionali sono
stati a loro volta colpiti da un cambiamento rapidissimo.
Studi scientifici
hanno mostrato che la perdita della copertura arborea degli oliveti non
riguarda soltanto la produzione di olive. Essa modifica servizi ecosistemici,
biodiversità, regolazione climatica, sequestro del carbonio e valore culturale
del paesaggio.
Un'analisi
basata su immagini satellitari ha evidenziato, per esempio, che la
trasformazione degli oliveti colpiti modifica anche la temperatura superficiale
del terreno. Altri studi hanno valutato una riduzione significativa dei servizi
ecosistemici e delle componenti di biodiversità associate all'agroecosistema
olivicolo.
La ricerca
più recente sulla struttura del paesaggio post-Xylella evidenzia inoltre un
passaggio, in diverse aree, dagli oliveti verso superfici erbacee e terreni non
più caratterizzati dalla precedente copertura arborea.
Si sta
producendo, quindi, sotto i nostri occhi un'altra transizione.
Un sorprendente ritorno delle querce?
La vicenda
assume quasi una struttura circolare se consideriamo le prospettive oggi
studiate per la rigenerazione.
La Regione
Puglia ha avviato programmi specifici per la rigenerazione dei paesaggi colpiti
dalla Xylella e la ricerca ecologica sta valutando differenti scenari futuri.
Nel 2026 una
ricerca coordinata dall'Università del Salento ha analizzato anche scenari di
riforestazione post-Xylella mediante specie forestali mediterranee. I risultati
indicano che una riforestazione mirata con leccio può contribuire alla
mitigazione delle temperature superficiali e alla ricostruzione delle funzioni
ecologiche perdute.
Il dato è
culturalmente affascinante.
Non
significa che dovremmo trasformare nuovamente il Salento nel Bosco del
Belvedere.
Significa
però che, dopo circa centosettant'anni, la quercia ritorna nella
discussione sul futuro del paesaggio dal quale era stata espulsa
dall'espansione agricola.
La storia
non torna indietro.
Ma talvolta
produce risonanze sorprendenti.
1852 → 1880 → 1950 → 2013 → oggi
È per questo
che sarebbe scientificamente interessante costruire una vera biografia
ecologica del Bosco del Belvedere mediante GIS e telerilevamento.
La carta del
1852 potrebbe costituirne il primo strato.
Dopo
opportuna scansione ad alta risoluzione, dovrebbe essere georeferenziata
individuando punti territoriali ancora riconoscibili. Il perimetro del bosco e
le quote comunali potrebbero quindi essere digitalizzati come layer vettoriali.
A questo
primo livello potrebbero essere sovrapposte:
1852 – Carta
della divisione del Bosco Belvedere
↓
1870-1880 –
ultime superfici forestali documentate da Arditi e De Giorgi
↓
fine
XIX-inizio XX secolo – espansione di oliveti, vigneti, seminativi e colture
arboree
↓
secondo
Novecento – consolidamento del paesaggio olivicolo
↓
2013-2020 –
diffusione del disseccamento degli olivi
↓
2020-2026 –
paesaggio post-Xylella
↓
scenari futuri
– olivicoltura resiliente, sistemi agroforestali, boschi, macchia mediterranea
e mosaici colturali.
Non avremmo
semplicemente una serie di carte.
Avremmo la
rappresentazione spaziale di centosettantacinque anni di metabolismo
territoriale.
Potremmo
calcolare la perdita di superficie forestale, la velocità di conversione, la
frammentazione degli habitat, la successiva espansione dell'oliveto e infine la
sua contrazione contemporanea.
Sarebbe
possibile persino verificare se le aree sulle quali oggi ricompare
spontaneamente vegetazione arborea o sulle quali potrebbero essere progettati
interventi di riforestazione coincidano con parti dell'antico Belvedere.
La memoria ecologica del territorio
La ricerca
ecologica contemporanea offre un altro elemento interessante.
Nel quadro
conoscitivo dei siti Natura 2000 della Provincia di Lecce, l'area del Bosco di
Belvedere viene ancora individuata come territorio potenziale della serie
mesofila del farnetto (Quercus frainetto). Il documento osserva che
l'area risulta oggi sostanzialmente disboscata e coltivata, ma segnala la
sopravvivenza di alberi sparsi di farnetto come testimonianza delle antiche
formazioni forestali.
È un
concetto importante.
Un bosco può
scomparire dalla carta dell'uso del suolo e continuare, in qualche misura, a
esistere nella memoria ecologica del territorio: negli alberi relitti,
nei suoli, nella distribuzione delle specie, nella toponomastica, nei documenti
catastali, nelle masserie e perfino nella configurazione delle particelle.
Il paesaggio
conserva le proprie trasformazioni come un palinsesto.
Occorre
soltanto imparare a leggerlo.
Dalla perdita alla progettazione
La vicenda
del Belvedere, allora, non dovrebbe indurci alla nostalgia.
Non possiamo
ricostruire il 1852 e probabilmente non avrebbe neppure senso tentare di farlo
integralmente.
Possiamo
però utilizzare quella storia per progettare diversamente il futuro.
La crisi
della Xylella ci offre paradossalmente la possibilità di evitare un errore
analogo, ma inverso, rispetto a quello compiuto nell'Ottocento.
Allora una
grande complessità ecologica venne progressivamente sostituita da sistemi
agricoli sempre più estesi.
Oggi non
dovremmo sostituire automaticamente milioni di olivi perduti con un'altra
uniformità.
La
resilienza di un territorio deriva anche dalla sua diversità strutturale e
funzionale.
Il futuro
del Salento potrebbe quindi essere rappresentato non dalla scelta esclusiva fra
olivo e bosco, ma da un mosaico: oliveti produttivi con cultivar e sistemi
colturali compatibili con il nuovo contesto fitosanitario; vigneti e
seminativi; pascoli; siepi; sistemi agroforestali; boschi di specie autoctone;
corridoi ecologici; aree umide; macchia mediterranea; superfici dedicate alla
rinaturalizzazione.
Non il
ritorno a un paesaggio perduto, dunque, ma la costruzione di un paesaggio
capace di apprendere dalla propria storia.
Quale paesaggio vogliamo consegnare?
La carta del
1852 pone infine una domanda che supera la storia del Bosco Belvedere.
Gli uomini
che tracciarono quelle linee probabilmente non pensavano di stare disegnando la
scomparsa di un ecosistema. Stavano risolvendo controversie demaniali,
attribuendo diritti, misurando terreni e rendendo utilizzabile economicamente
una risorsa.
Eppure
quelle decisioni contribuirono a produrre un paesaggio nuovo.
Anche noi
oggi stiamo facendo qualcosa di simile.
Ogni volta
che decidiamo se reimpiantare un oliveto, lasciare un terreno incolto,
costruire, riforestare, realizzare un impianto fotovoltaico, recuperare un
muretto, conservare una quercia o creare un corridoio ecologico stiamo
disegnando una carta che qualcun altro leggerà fra centocinquant'anni.
Forse è
questa la lezione più importante del Bosco del Belvedere.
Il paesaggio
che chiamiamo tradizionale non viene dal passato come un oggetto
immutabile. È il risultato temporaneo di decisioni, necessità, economie,
conflitti e adattamenti.
Prima delle
distese di olivi c'erano anche le querce.
Poi le
querce divennero memoria e gli olivi diventarono paesaggio.
Oggi anche
quel paesaggio sta cambiando.
Perciò la
domanda non può essere soltanto che cosa dobbiamo conservare?
La domanda
agronomica ed ecologica più interessante è un'altra:
quale
paesaggio vogliamo rendere possibile dopo di noi?
La carta del
Bosco Belvedere del 1852, osservata oggi, non è soltanto una rappresentazione
del passato.
Potrebbe
essere una carta del futuro.
Bibliografia essenziale
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Regione
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sezione relativa al paesaggio del Bosco del Belvedere.
Archivio di
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1852-1862: piante topografiche, censuazioni e suddivisioni delle quote
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Regione
Puglia (dal 2019),
Accordo interistituzionale per la rigenerazione dei paesaggi colpiti dalla
Xylella nell'Area Interna Sud Salento, nell'ambito dell'attuazione del
PPTR.
Fonti digitali consultate
Museo del
Bosco di Supersano (MUBO), documentazione storico-naturalistica sul Bosco di
Belvedere.
Archivio di
Stato di Lecce, inventario Intendenza di Terra d'Otranto – Demani comunali.
Regione
Puglia – SIT Puglia/PPTR, documentazione relativa al paesaggio del Bosco del
Belvedere e alla rigenerazione dei paesaggi post-Xylella.
CNR – IRIS,
documentazione scientifica sugli effetti della perdita degli oliveti salentini
sul microclima.
Università
del Salento – IRIS, studi sulla trasformazione e sui servizi del paesaggio
conseguenti alla diffusione di Xylella fastidiosa.
Un punto che
emerge con particolare forza dalle fonti è che la sequenza può essere resa
ancora più precisa: 1851 divisione giuridico-amministrativa → 1852
cartografia delle quote → 1877 denuncia di De Giorgi → 1879 descrizione di
Arditi → 1882 osservazione del bosco ormai residuale. (Museo del Bosco)
Inoltre, la
proposta conclusiva non è soltanto teorica: il PPTR identifica esplicitamente
il “paesaggio del Bosco del Belvedere”, mentre studi ecologici recenti
mostrano quanto la crisi della Xylella abbia modificato struttura,
frammentazione e servizi ecosistemici del paesaggio salentino. (pugliacon.regione.puglia.it)
La ricerca resa pubblica proprio il 5 settembre 2026 aggiunge un elemento
suggestivo: scenari di riforestazione con leccio vengono oggi studiati come una
delle possibili risposte ecologiche al paesaggio post-Xylella. (ansa.it)


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