domenica 27 marzo 2011

Se tutto va bene nel settore del vino del Salento leccese perchè si continuano a svellere i vigneti?


Se tutto va bene nel settore del vino del Salento leccese perchè si continuano a svellere i vigneti?






Da Antonio Venneri, che abitualmente aggiungere alla sua firma la qualifica, “contadino” ho ricevuto la seguente e mail:



Ciao Antonio,

A Taviano hai divulgato dei dati sulla vitivivinicoltura nel Salento. E' possibile averli? Hai per caso dei dati sugli ettari svelti negli ultimi anni o meglio per quanti ettari nell'ultimo anno è stata fatta domanda di svellimento. Sono dei dati importanti che fotografano la situazione vitivinicola.

Tutti dicono che bisogna prendere esempio senza tenere conto di quei dati.

I grandi marchi salentini di vino per la maggior parte acquistano l'uva a prezzi che non remunerano i costi sostenuti.

Le cantine che hanno vigneti hanno un costo della materia prima che è il doppio di quella pagata dalla cantine che effettuano solo vinificazione.

Le cantine cooperative quando pagano l'uva la pagano ad un prezzo che copre appena le spese di raccolta.

Alla fine di ciò i grandi marchi mettono sul mercato vini ad un prezzo per bottiglia a partire da 0,70 cent. (prezzi all'ingrosso per grossi quantitativi) , le cantine sociali vendono il vino ad imbottigliatori di fuori regione ad un prezzo a partire da euro 0,20 per lt , i pochi sfortunati che hanno vigneti e cantina possono mettere il vino a non meno di euro 1,50 per bottiglia.

E' una situazione che prima o poi scoppierà e bisogna farlo presente a chi di dovere altrimenti rischiamo di essere sempre e costantemente in emergenza.

Se tutto va bene perchè si continuano a svellere vigneti e a non impiantarli?



Saluti

Antonio



Carissimo Antonio,

di seguito riporto i dati che mi hai chiesto.

Secondo i dati del catasto agricolo del 1929 nella Provincia di Lecce il vigneto ricopriva una superficie di 36.319 ettari.

Nel 1949 i dati sulla superficie ricoperta da vigneto forniti dall’Ufficio Provinciale statistico – economico dell’Agricoltura di Lecce (U.P.S.E.A.) registravano 60.600 ettari di vigneto in coltura specializzata e 5.910 in coltura promiscua.

Cos'è l'U.P.S.E.A. ?
Siccome da più parti mi viene chiesto cosa sia stato l’Ufficio Provinciale statistico – economico dell’Agricoltura di Lecce (U.P.S.E.A.) approfitto della circostanza per ricordare a me stesso che gli Uffici provinciali statistico—economici dell’agricoltura erano gli uffici periferici dell’Ufficio statistico—economico dell’agricoltura (U.N.S.E.A.), ismuim mn D. Lgs. Lt. 85, 26 aprile 1945, alle dipendenze del Ministero dell’agricoltura e delle foreste, con il compito di rilevare e segnalare dati statistici ed economici che interessavano la produzione agricola, di raccogliere e controllare le denunce di produzione agricola e di organizzare le consegne di prodotti sottoposti ad ammasso e vincolo. Gli Uffici provinciali erano gli uffici esecutivi, che operavano sotto il controllo degli Ispettorati provinciali dell’Agricoltura. L’organizzazione periferica era completata, dove necessario, da Uffici di zona alle dipendenze degli Uffici provinciali, con giurisdizione su uno o più comuni. Uffici comunali statistico— economici dell’agricoltura (U.C.S.EA.) erano attivi anche nella provincia di Lecce. Gli U.P.S.E.A. ereditarono le funzioni dei Consorzi agrari e dei vari Enti Economici, — riuniti, con L. 566, 18 maggio 1942, in un’uniica associazione, l’A.N.E.EA. — soppressi con D.L. 579, G.U. 223, 13 settembre 1944, che istituiva l’Ufficio nazionale servizi dell’agricoltura, articolato in uffici provinciali e comunali.

L’U.N.S.E.A. fu soppresso con L. 64, 22 febbraio 1951.

In provincia di Lecce le calamità atmosferiche degli anni 1955; 1957 e 1959 danneggiarono i vigneti e la successiva indagine tra il 1969 e il 1972 condotta dall’ormai soppresso Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura attestò i vigneti della Provincia di Lecce alla fine del 1980 a 36.000 ettari.

I dati Istat del 2005 riportano nella Provincia di Lecce una superficie investita a vigneto di 13.831 ettari.

Recentemente il Presidente Coldiretti Lecce mi ha riferito che la superficie è scesa a 9mila ettari di cui solo 5mila sono produttivi.



Le modificazioni in atto

Mi sento di aggiungere che è noto a tutti che il mercato del vino è “globale”, offrendo a chi possiede produzioni di qualità, “occasioni di affari d’oro”.

Ma è altrettanto noto a tutti che sono in atto profonde modifiche nella geografia dei consumi, nella provenienza della produzione e nei paesi protagonisti del mercato.

Il primo dato significativo riguarda i consumi che come tutti sappiamo si stanno spostando dai mercati tradizionali dell’Europa mediterranea come il nostro Paese, la Francia e la Spagna a nuove aree quali Regno Unito, Paesi Scandinavi, Giappone ed U.S.A., senza contare le potenzialità ancora inesplorate dei paesi asiatici.

Il Salento leccese ha oggi maggiori possibilità di esportare vini di qualità ma, anche nuovi Paesi allungano la loro pericolosa ombra sul mercato dell’U.E., dove hanno buone carte da giocare grazie ai costi più bassi e mi riferisco alla concorrenza dei paesi del “Nuovo mondo” – Australia, Argentina, Cile, Nuova Zelanda, ecc.

Questa la situazione.

Infine riporto i risultati di un sondaggio commissionato da www.winenews.it e realizzato nel 2009 dalla Facoltà di Scienze sociali, politiche e del territorio dell’Università del Salento.



Land contro brand

Nel nostro Paese vi sono due opposti modelli di marketing enologico: da una parte le denominazioni-icona, quelle più note e prestigiose, dal Brunello di Montalcino al Barolo, dal Chianti Classico alla Franciacorta, dal Nobile di Montepulciano al Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, che garantiscono qualità e valore ai consumatori; dall’altra le denominazioni meno forti o poco conosciute, che vanno avanti grazie alla notorietà dei brand aziendali, di specifiche etichette o dei vitigni autoctoni del territorio.



Il sondaggio

Il sondaggio, che ha coinvolto un campione di 300 enonauti (amanti di vino e web), di età compresa tra i 20 e i 60 anni, era volto ad approfondire gli elementi che determinano la differente percezione d’immagine del prodotto vino, e quindi l’impatto che l’identità territoriale ha sul comportamento d’acquisto del consumatore, prendendo in esame alcuni tra i più importanti terroir dell’enologia italiana.



L’associazione mentale del territorio ai suoi vini

In particolare, si è voluto individuare l’associazione mentale del territorio ai suoi vini, cercando di comprendere se i relativi ricordi siano dipendenti dai singoli brand (specifiche etichette o cantine di produzione) o dalle denominazioni di origine dei vini (Doc e Docg).



Per i grandi vini, le denominazioni di origine rappresentano un enorme punto di forza per i territori

I risultati confermano che, per i grandi vini, le denominazioni di origine rappresentano un enorme punto di forza per i territori, nonché il vettore di identificazione con le loro produzioni, fino a prescindere, talvolta, anche dal potere di mercato che possono avere i singoli brand. Ne sono un esempio il Brunello di Montalcino, il Barolo, l’Asti Spumante, il Franciacorta, il Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, il Nobile di Montepulciano. Insomma, il consumatore acquista in primis “il Brunello di Montalcino”, e solo in un secondo momento si concentra sulla scelta del produttore.



Il Salento è per gli enonauti sinonimo di Negramaro

In altri territori, come la Sicilia, il Salento o il Trentino, le denominazioni riscuotono un appeal decisamente minore, ed i consumatori dimostrano di avere altri riferimenti, citando i produttori, i vitigni o addirittura i nomi specifici dei vini. Un caso emblematico è quello del Salento, a cui la maggior parte degli intervistati associa il Negroamaro - uno dei più antichi vitigni del territorio, non avente però un’autonoma Doc o Docg - che probabilmente deve la sua notorietà più a fattori legati ad eventi mediatici (omonimo gruppo musicale, notte della taranta, ecc.), mentre solo una modesta percentuale degli intervistati ricorda il Salice Salentino, storica Doc della regione e madre di suoi importanti vini ed aziende.



Denominazioni e flussi eno-turistici

L’indagine di www.winenews.it e Università del Salento mette in luce anche il rapporto tra forza delle denominazioni e flussi eno-turistici: secondo il sondaggio il territorio di Montalcino è quello decisamente più noto (il 98% degli intervistati ha affermato di conoscerlo), a conferma dell’attenzione da parte dei consumatori verso l’origine dei vini importanti. A seguire Chianti e Trentino (entrambi 96%), Montepulciano (94%), Salento e Franciacorta (entrambi 93%), Asti e Langhe (entrambi 91%), Conegliano e Valdobbiadene (89%) e, infine, Sicilia (82%).



L’enoturismo del Salento è ancora una chimera

Il gap della notorietà dei territori diviene maggiore quando si considera la percentuale di persone che li hanno visitati. É evidente come territori tradizionalmente a vocazione enoturistica siano quelli maggiormente gettonati: al primo posto si colloca il Chianti (l’80% lo conosce perché lo ha visitato), seguito da Trentino (il 69%), Montalcino (67%), Montepulciano (il 57%), Franciacorta (56%), Sicilia (53%), Langhe (49%), Asti (47%), Salento (47%), Conegliano e Valdobbiadene (40%). Un caso particolare è rappresentato dal Trentino, la cui percentuale di visitatori conferma l’importanza delle politiche sinergiche tra produzione locali e valorizzazione del patrimonio paesaggistico-culturale attivate negli ultimi anni. In tutti gli altri casi, le percentuali dimostrano che, pur essendoci un grado di conoscenza complessiva rilevante, le esperienze in termini di viaggi si dimezzano: ciò evidenzia la necessità di spingere ed incrementare le pur note ed evidenti potenzialità dell’enoturismo.



Per l’acquisto del vino è importante il rapporto qualità - prezzo

Agli enonauti è stato anche chiesto quali sono i fattori più importanti presi in considerazione nel momento di acquistare un vino. I dati rilevano che per i consumatori l’importanza maggiore nell’atto d’acquisto è rappresentata dal rapporto qualità-prezzo (60% delle risposte), dalla precedente soddisfazione (36%), dal rispetto delle aspettative ante-acquisto. A seguire assumono importanza la natura autoctona dei vitigni (27%), la ricerca di sensazioni legate ai luoghi di origine (24%), il desiderio di provare nuovi gusti (18%), il brand del produttore (16%). Risultano invece poco importanti ai fini della ripetizione del consumo il ricordo di un evento speciale o l’occasione in cui il vino viene bevuto.





Ma qual è il modello di marketing potenzialmente vincente nel futuro?

Secondo Monica Fait, ricercatrice dell’Università del Salento e responsabile della ricerca: “il lavoro sin qui svolto ci consente di confermare alcuni assunti di base che la letteratura manageriale e l’evidenza empirica da sempre asseriscono, ovvero l’importanza dell’associazionismo, testimoniata dal ruolo dei Consorzi di tutela per la valorizzazione delle Doc e Docg, nonché la necessità di ricercare il giusto equilibrio tra qualità e prezzo di vendita. Va altresì menzionata l’attenzione - ormai crescente - che il consumatore pone alla conoscenza dell’origine del vino. Tale informazione, pur costituendo un assunto di base confermato dai molteplici studi sugli effetti del country of origin, deve costituire per i territori che hanno intrapreso la via della qualità e dell’eccellenza un elemento essenziale per il successo delle proprie produzioni”.



l’identikit degli enonauti

Infine, ecco l’identikit degli enonauti di www.winenews.it: prevalentemente maschi (79%), il 52% di loro ha un’età compresa fra i 30 e i 45 anni; hanno un elevato titolo di studio (l’85% ha conseguito il diploma di scuola media superiore o la laurea), godono di un buono/ottimo livello socio-economico (imprenditore, bancario, avvocato, commercialista, ingegnere, medico, agente di commercio, architetto, commerciante…).



di Antonio Bruno Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master’s Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).



Bibliografia

Eleonora Ciolfi, Sondaggio Winenews-Università del Salento: tra land e brand, ecco i due volti dell’Italia del vino.

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