venerdì 4 settembre 2026

Il fico sul tetto

 

Rare foto del Tempio della Dea Dia (versione notturna), la seconda delle 7 installazioni del progetto“Sulle orme degli Arvali. Voci e immagini dalle origini di Roma alla contemporaneità”, a cura dell’Associazione Muri Lab APS.
La Scaletta Baleno e qualche foto del backstage (versione Magliana Dakar) mentre costruiamo un piccolo diorama, la cui parte inferiore si trasforma in un vaso che ospita vere piantine di lavanda, origano e timo, e lo sfondo del bosco della dea rappresentato nei pannelli retrostanti.

L'originale tempio della dea Dia, oaedes deae Diae, era il luogo di culto principale degli Arvali ed era decorato in marmo... Ovunque pieno di lastre con le epigrafi e poi conchigliette e decorazioni raffinatissime tutto fatto con un attrezzino a mano così 🤏 Respect! 🤟🌞


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Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025. Finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi

@muri.lab @cultureroma #giubileo2025 #artesetiubilaeum #urbanart #artecontemporanea #storia #archeologia #fratresarvales

Il fico sul tetto

Conversazione tra due dottori agronomi sulla natura degli antichi

Giovanni Giacomo Maria: Antonio, mi hai detto che hai cominciato Il senso degli antichi per la natura di Mario Lentano. Che cosa ti ha colpito del prologo?

Antonio: Un fico.

Giovanni Giacomo Maria: Un fico?

Antonio: Un piccolo fico cresciuto sul tetto di un tempio. Siamo nel 183 dopo Cristo, nel santuario della dea Dia, poco fuori Roma. I Fratres Arvales si accorgono che sul fastigio dell'edificio sacro è cresciuta spontaneamente una pianta di fico.

Giovanni Giacomo Maria: Da agronomo direi: un seme trasportato da un uccello, un po' di sostanza organica accumulata in una fessura, umidità sufficiente alla germinazione...

Antonio: Esattamente. E probabilmente avremmo ragione. Se oggi ci chiamassero per un sopralluogo, guarderemmo l'apparato radicale, le lesioni provocate alla muratura, la stabilità della pianta, l'umidità, la possibilità che le radici penetrino ulteriormente nelle strutture. Poi prescriveremmo la rimozione.

Giovanni Giacomo Maria: Normale manutenzione.

Antonio: Per noi.

Giovanni Giacomo Maria: Per loro no.

Antonio: È proprio qui che Lentano ci prende per mano e ci porta altrove. Il punto interessante non è semplicemente che i Romani fossero religiosi. Sarebbe una spiegazione troppo facile. È che quella pianta apparteneva a una rete di relazioni diversa dalla nostra.

Giovanni Giacomo Maria: In che senso?

Antonio: Per noi il fico è innanzitutto un organismo vegetale. Ficus carica L.: Moraceae. Possiamo descriverne fisiologia, esigenze pedoclimatiche, apparato radicale, capacità di colonizzare substrati poverissimi. Per gli Arvali tutto questo, ammesso che fosse osservato empiricamente, non esauriva ciò che stava accadendo.

Il fico era cresciuto sul tempio di una dea.

E questa circostanza cambiava completamente il dominio nel quale quell'albero esisteva.

Giovanni Giacomo Maria: Quindi non potevano semplicemente tagliarlo.

Antonio: Potevano materialmente farlo. Ma non potevano farlo legittimamente senza prima ricomporre l'ordine delle relazioni coinvolte.

Giovanni Giacomo Maria: Ed è per questo che organizzano quell'enorme sacrificio?

Antonio: Sì. Ed è la sproporzione che inizialmente ci sorprende. Noi vediamo un fico da eliminare; loro vedono un evento che coinvolge uomini, pianta, edificio sacro, bosco, divinità e azione tecnica.

Prima di toccare il fico vengono celebrati i suovetaurilia: maiale, montone e toro. Poi bovini, arieti, montoni, pecore. E vengono chiamati in causa Dia, Giano, Giove, Marte, i Lari, la madre dei Lari, Fonte, Flora, Vesta e altre figure divine.

Giovanni Giacomo Maria: Dal nostro punto di vista sembra una complicazione enorme per abbattere una pianta.

Antonio: Ed è proprio l'errore che dobbiamo evitare leggendo gli antichi: giudicare razionale il nostro mondo e irrazionale il loro.

Giovanni Giacomo Maria: Perché anche noi abbiamo un sistema di regole.

Antonio: Certamente. Immagina che quello stesso fico oggi cresca su un edificio sottoposto a tutela.

Tu non arrivi con la motosega e tagli.

Giovanni Giacomo Maria: No. Bisogna verificare proprietà, vincoli, autorizzazioni, eventuale tutela monumentale...

Antonio: Sicurezza del cantiere, responsabilità, modalità d'intervento, eventuale presenza di specie tutelate. Potrebbero intervenire agronomo, architetto, ingegnere, soprintendenza, Comune.

Giovanni Giacomo Maria: Quindi anche noi costruiamo una procedura intorno al fico.

Antonio: Esatto. Non sto dicendo che le due procedure siano equivalenti. Sarebbe un errore. Sto dicendo qualcosa di più interessante: ogni cultura stabilisce quali relazioni debbano essere rispettate affinché un intervento sulla realtà sia considerato legittimo.

Noi convochiamo norme, competenze e istituzioni.

Gli Arvali convocavano anche gli dèi.


Giovanni Giacomo Maria: C'è però una cosa ancora più strana nel racconto di Lentano: quella dea dal nome interminabile.

Antonio: Adolenda Conmolenda Deferunda.

Giovanni Giacomo Maria: Che Lentano rende pressappoco come "Che-deve-bruciare-tagliare-far-scendere".

Antonio: Ed è forse la parte più affascinante del prologo.

Pensa da agronomo. Per rimuovere quel fico occorrono delle operazioni materiali: recidere, far scendere dal tetto ciò che è stato tagliato, bruciarne i resti.

E che cosa fanno i sacerdoti romani?

Giovanni Giacomo Maria: Creano una divinità corrispondente alle operazioni.

Antonio: Precisamente.

Non cercano necessariamente nel loro pantheon una dea universale dell'abbattimento degli alberi. Producono una denominazione religiosa aderente alla circostanza concreta.

È quasi una teologia operativa.

Giovanni Giacomo Maria: Come se ogni azione tecnica potesse avere la propria figura divina.

Antonio: Ed è questa l'intuizione formidabile che Lentano mette davanti al lettore fin dalle prime pagine. La divinità non è soltanto qualcuno che sta lontano, nell'Olimpo o nei cieli. Il divino può aderire all'azione.

Tagliare.

Far scendere.

Bruciare.

Ogni passaggio può essere inscritto in una relazione con il sacro.

Giovanni Giacomo Maria: Nel 224 succede qualcosa di simile con gli alberi colpiti dal fulmine.

Antonio: Sì. Compare Adolenda Coinquenda, legata ancora al bruciare e al tagliare. Una divinità quasi istantanea: emerge perché emerge quella determinata necessità operativa e poi scompare dalla documentazione.

Giovanni Giacomo Maria: È curioso. Noi facciamo esattamente il contrario: cerchiamo categorie generali.

Antonio: Ottima osservazione.

La scienza moderna tende all'astrazione. Cerchiamo leggi che valgano per moltissimi fenomeni. Classifichiamo. Generalizziamo. Costruiamo modelli.

La cultura religiosa romana, almeno nel fenomeno che Lentano ci sta mostrando, può invece arrivare a una straordinaria specificazione della circostanza.

Accade questo.

Qui.

Adesso.

Occorre fare questa determinata cosa.

E il divino prende il nome dell'azione necessaria.


Giovanni Giacomo Maria: Però, Antonio, non vorrei che finissimo nella solita idealizzazione degli antichi: "vivevano in armonia con la natura, mentre noi moderni l'abbiamo distrutta".

Antonio: Sarebbe una conclusione sbagliata. E il testo stesso ci mette in guardia. Guarda quanti animali vengono sacrificati per poter togliere quel fico. Non siamo davanti a un ecologismo ante litteram.

I Romani abbattevano boschi, coltivavano intensamente, costruivano acquedotti, bonificavano, scavavano miniere, trasformavano territori.

Non dobbiamo trasformarli nei primi ambientalisti della storia.

Giovanni Giacomo Maria: Allora che cosa possiamo imparare?

Antonio: Prima di imparare qualcosa, dobbiamo comprendere.

È diverso.

Se leggiamo gli antichi soltanto per trovare conferma delle nostre idee contemporanee sulla sostenibilità, non incontreremo mai veramente gli antichi. Incontreremo noi stessi travestiti da Romani.

Lentano ci propone invece di entrare in una "terra straniera".

Giovanni Giacomo Maria: Mi piace questa espressione.

Antonio: Anche a me. Perché obbliga a sospendere per qualche momento le nostre categorie.

Noi diciamo: ambiente.

Ecosistema.

Biodiversità.

Servizi ecosistemici.

Capitale naturale.

Sostenibilità.

Resilienza.

Sono concetti potentissimi, alcuni indispensabili. Ma sono nostri.

Gli antichi organizzavano l'esperienza della natura attraverso altre distinzioni.


Giovanni Giacomo Maria: Allora provo a fare il giovane agronomo del XXI secolo. Quel fico è una specie vegetale insediatasi spontaneamente in un microsito antropico.

Antonio: Perfetto.

Giovanni Giacomo Maria: Le sue radici costituiscono un potenziale fattore di degrado della struttura muraria.

Antonio: Perfetto.

Giovanni Giacomo Maria: Pertanto bisogna rimuoverlo.

Antonio: Ed ecco il punto.

Per noi la sequenza può finire lì:

osservazione → diagnosi → intervento.

Per gli Arvali manca qualcosa.

Giovanni Giacomo Maria: La relazione.

Antonio: Proprio così.

Potremmo rappresentare il loro percorso, semplificando, in questo modo:

evento → interpretazione delle relazioni coinvolte → interlocuzione rituale → autorizzazione simbolico-religiosa → intervento.

Il gesto tecnico non è separato dal mondo di significati nel quale viene compiuto.


Giovanni Giacomo Maria: Da agronomo, però, questa cosa mi fa pensare al territorio.

Antonio: Dimmi.

Giovanni Giacomo Maria: Noi rischiamo qualche volta di ridurre il territorio a una superficie sulla carta. Ettari. Particelle catastali. Uso del suolo. Indici.

Antonio: E invece?

Giovanni Giacomo Maria: Quello stesso ettaro può essere contemporaneamente suolo agrario, proprietà, paesaggio, memoria familiare, habitat, luogo religioso, fonte di reddito, spazio affettivo.

Antonio: Ecco perché questo libro interessa anche un agronomo.

La pianta non esiste mai soltanto come pianta per l'essere umano.

Prendi un olivo del Salento.

Botanicamente possiamo descriverlo con estrema precisione. Possiamo misurarne circonferenza, chioma, stato fitosanitario, produttività, risposta allo stress idrico.

Ma quell'olivo può essere contemporaneamente molte altre cose.

Giovanni Giacomo Maria: Il ricordo del nonno.

Antonio: Il confine del podere.

Giovanni Giacomo Maria: Una rendita.

Antonio: Un elemento del paesaggio.

Giovanni Giacomo Maria: Un organismo malato.

Antonio: Un monumento.

Giovanni Giacomo Maria: Un costo.

Antonio: Un simbolo.

E nessuna di queste descrizioni, presa isolatamente, coincide con "l'olivo in sé". Sono differenti relazioni nelle quali quell'organismo entra con noi.


Giovanni Giacomo Maria: Quindi il fico degli Arvali ci sta dicendo qualcosa anche sull'agronomia?

Antonio: Secondo me sì, purché non attribuiamo a Lentano ciò che stiamo aggiungendo noi alla sua riflessione.

Come agronomi abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di conoscere i processi biologici. Ma proprio la precisione della nostra conoscenza può indurci qualche volta a credere che la descrizione scientifica esaurisca il fenomeno.

Non è così.

Giovanni Giacomo Maria: Perché?

Antonio: Perché la scienza può spiegarmi benissimo come quel fico sia nato sul tetto.

Può ricostruire dispersione del seme, germinazione, disponibilità idrica, substrato, tropismi, sviluppo radicale.

Ma non può stabilire da sola che cosa significhi quel fico per una comunità umana.

Per rispondere a questa seconda domanda occorrono storia, antropologia, religione, diritto, economia, memoria.

Giovanni Giacomo Maria: Quindi non dobbiamo scegliere tra scienza e cultura.

Antonio: Assolutamente no. Dobbiamo evitare di chiedere a una sola forma di conoscenza di esaurire tutte le altre.


Giovanni Giacomo Maria: Mi ha incuriosito anche quel "dio-o-dea".

Antonio: È magnifico.

Giovanni Giacomo Maria: Non sanno chi protegga esattamente quel luogo.

Antonio: E allora non rischiano di escludere nessuno. La formula consente di rivolgersi alla divinità pertinente anche senza conoscerne nome o sesso.

Pensa alla logica: potrebbe esserci una relazione che non conosco, dunque mi comporto in modo da non cancellarla soltanto perché non sono capace di nominarla.

Giovanni Giacomo Maria: Questa, trasportata con molta prudenza nel nostro mestiere, è quasi una lezione epistemologica.

Antonio: Lo penso anch'io.

Quando entriamo in un sistema naturale non conosciamo necessariamente tutte le relazioni che lo costituiscono.

Giovanni Giacomo Maria: Reti trofiche, micorrize, microbioma del suolo, interazioni pianta-insetto...

Antonio: Dinamiche idrologiche, connessioni ecologiche, effetti cumulativi.

La nostra ecologia scientifica descrive queste relazioni in termini completamente diversi da quelli degli Arvali, naturalmente. Ma resta interessante l'atteggiamento implicito: l'invisibilità di una relazione non equivale alla sua inesistenza.


Giovanni Giacomo Maria: E allora arrivo alla domanda che ti volevo fare dall'inizio. Se tu fossi stato l'agronomo degli Arvali nel 183 dopo Cristo, che cosa avresti consigliato?

Antonio: Avrei guardato il fico.

Giovanni Giacomo Maria: Questo lo immaginavo.

Antonio: Avrei toccato le foglie. Guardato dove entravano le radici. Cercato di capire da quale fessura fosse cominciato tutto.

Poi probabilmente avrei detto: "Questo fico va tolto, perché finirà per danneggiare il tempio".

Giovanni Giacomo Maria: E loro avrebbero preparato i sacrifici.

Antonio: E io, se fossi stato davvero un uomo del 183 e non Antonio Bruno catapultato lì dal XXI secolo, probabilmente avrei ritenuto perfettamente ragionevole che lo facessero.

Giovanni Giacomo Maria: Questo è il passaggio difficile.

Antonio: È il più difficile di tutti: capire che noi non possediamo uno sguardo neutrale sul mondo.

Anche noi siamo storici.

Anche le nostre evidenze sono formulate dentro una cultura.

Questo non significa affatto che la fotosintesi sia un'opinione o che la fisiologia vegetale sia equivalente alla religione romana. Significa distinguere i piani senza confonderli.


Giovanni Giacomo Maria: Quindi alla fine il protagonista del prologo non è veramente il fico.

Antonio: No.

Giovanni Giacomo Maria: Sono gli uomini che stanno intorno al fico.

Antonio: Ancora di più: è la relazione che quegli uomini costruiscono con il fico e con il mondo nel quale esso è apparso.

Il fico biologicamente germoglia.

Ma culturalmente accade.

Ed è un'altra cosa.

Giovanni Giacomo Maria: Noi diremmo: "È cresciuta una pianta sul tempio".

Antonio: Gli Arvali sembrano dire: "È accaduto qualcosa nel nostro rapporto con il luogo sacro e dobbiamo rispondere correttamente".


Giovanni Giacomo Maria: Mi viene allora da pensare che il titolo del libro sia molto preciso: Il senso degli antichi per la natura. Non "la natura secondo gli antichi".

Antonio: Esattamente. "Il senso" obbliga a interrogare una sensibilità, un modo di distinguere, ordinare e abitare ciò che noi chiamiamo natura.

E forse è questa la domanda che mi accompagnerà mentre continuerò il libro.

Giovanni Giacomo Maria: Quale?

Antonio: Quando io, dottore agronomo del XXI secolo, guardo una pianta, che cosa vedo?

Giovanni Giacomo Maria: Una specie.

Antonio: Certamente.

Giovanni Giacomo Maria: Un organismo.

Antonio: Certamente.

Giovanni Giacomo Maria: Una componente dell'ecosistema.

Antonio: Anche.

Ma vedo soltanto questo?

Perché dopo tanti anni trascorsi fra agricoltura, territorio, acque, bonifica e paesaggio, quel piccolo fico nato quasi duemila anni fa sul tetto del santuario di dea Dia mi pone una domanda che considero profondamente agronomica:

quante relazioni attraversano una pianta mentre io credo semplicemente di star guardando una pianta?

Giovanni Giacomo Maria rimane per qualche secondo in silenzio.

Giovanni Giacomo Maria: E il fico?

Antonio: Il fico fu tagliato.

Giovanni Giacomo Maria: Tutto qui?

Antonio: No. È proprio questo il punto.

Il fico fu tagliato quasi duemila anni fa.

Ma gli uomini sentirono tanto importante il modo in cui lo avevano tagliato da inciderlo nella pietra.

La pianta è scomparsa.

La relazione è arrivata fino a noi.

E adesso, Giovanni Giacomo Maria, possiamo incominciare a leggere il libro.