mercoledì 12 agosto 2026

«Quei quattro agricoltori rimasti…. non servono a niente».Stefano Feltri, In Onda, La7, 11 agosto 2026


«Quei quattro agricoltori rimasti…. non servono a niente».
Stefano Feltri, In Onda, La7, 11 agosto 2026
Il clima presenta il conto, l'intervento di Feltri e Mercalli
Crisi climatica Feltri e Mercalli analizzano i costi del non far nulla.
La nostra Paola Cavadi ha messo insieme alcuni numeri. 1,26 mila miliardi di dollari entro il 2100 con un innalzamento della temperatura di un grado e mezzo è quanto ci costa non fare niente. Il PIL globale, cioè quello del pianeta, crollerà secondo le previsioni del 15% entro il 2050 con un innalzamento di due gradi e del 30% entro il 2100 con un innalzamento di tre gradi.
L'Europa già ha speso dal 1980 a oggi 822 miliardi di Euro per eventi estremi legati al cambiamento climatico e se non facciamo nulla spenderemo 400 miliardi di Euro l'anno in costi sanitari per tutte le malattie e problemi di salute legati all'innalzamento delle temperature. Arriviamo in Italia, quanto costa l'inazione qui da noi? L'1,6% del PIL ogni anno, cioè 36 miliardi entro il 2030 che è dopodomani praticamente e il 75% in più di decessi se il riscaldamento arriva a più due gradi. Allora la domanda è banale Stefano ma non ci costa meno fare qualcosa? Nessi in fila tutti questi numeri.
Noi in Europa e in Occidente in generale abbiamo impostato la discussione sul cambiamento climatico come una cosa penitenziale perché essenzialmente eravamo noi ad avere creato il problema. Noi occidentali sviluppati, ma non è l'unico modo. Cioè la Cina l'ha trasformata in una sfida tecnologica per dimostrare la propria eccellenza.
Quindi quei numeri li avvisi tutti a rovescio cioè se voi vedete quanto possiamo perdere con la crisi climatica significa anche che se tu investi per contrastarla invece che trovarti in fondo inizi a salire a salire. Cioè la Cina ha imparato a fare pannelli fotovoltaici a una frazione del costo che li facevamo noi, ha fatto le auto elettriche migliori eccetera eccetera. Quindi il nostro approccio alla crisi climatica non è soltanto dobbiamo evitare la catastrofe ma dobbiamo sfruttare le opportunità che questa transizione a cui siamo obbligati dalle cose che faceva vedere Mercalli prima, quelle opportunità che sta creando.
Invece noi continuiamo a pensare che c'è un approccio pragmatico che è quello di proteggere le industrie inquinanti ancora per un po' fare tutto in maniera graduale poi c'è un approccio da pazzi ideologico che è quello di fare tutto subito. Il problema è che quelli che fanno l'approccio che noi in Italia consideriamo da pazzi stanno prosperando grazie al modo in cui si regisce la crisi climatica. Quelli che seguono l'approccio pragmatico sono esattamente la rana bollita che sta letteralmente come molti di noi in questa estate si sta squagliando.
Quindi è chiaro che noi conviene fare delle cose. Il problema è che ci conviene in aggregato chi è che ci perde. Noi continuiamo a sussidiare industrie assurde, continuiamo a sussidiare le acciaierie perché diciamo che sono strategiche, continuiamo a sussidiare l'automotive perché l'automotive è importante e tutta una serie di altri settori.
Non tassiamo le emissioni del settore agricolo perché agricoltura è strategica perché quei quattro agricoltori rimasti sennò vanno dalle strade coi trattori non contenti di ricevere miliardi di sussidi da 40 anni a quando c'è la politica agricola comunitaria. L'agricoltura è uno dei settori più inquinanti e che ha meno ridotto rispetto agli anni 90 che è il parametro che si usa le sue emissioni perché ha un forte potere politico che condiziona in Francia. I numeri dicono che l'agricoltura non ha ridotto le sue emissioni.
Tassiamo quelli che ci portano le tecnologie verdi, questo è quello che facciamo e poi ci lamentiamo. Allora a questo punto io però vorrei passare proprio in là delle provocazioni e delle idee che ci ha dato Stefano Feltri a Mercalli per aggiungere anche un carico. Se alzassimo ora questo freno d'emergenza di cui parla Stefano, chiudere con l'automotive, non finanziare più le industrie pesanti, probabilmente otterremo gli effetti però il paradosso vuole che sono effetti lungo periodo.
La politica in questi tempi vuole l'effetto immediato, vuole poter vendere il consenso, mentre invece questo freno d'emergenza ci darebbe, credo, effetti fra anni. Come si combatte l'argomentazione, diciamo così, un po' di irreversibilità? Io ho sentito anche molti dei nostri colleghi che dicono ma tanto l'Europa è piccola, gli effetti si vengono in lungo periodo, quindi non ha senso fare nulla. Con quali tre provvedimenti chiave tu apriresti un'agenda d'emergenza oggi? Intanto domandona, prima di tutto nessuno dice di chiudere dei settori ma semplicemente di farli evolvere.
Non dobbiamo chiudere l'automotive europeo, lo dobbiamo far diventare elettrico e ha già iniziato questo cammino, soltanto che i cinesi lo hanno fatto meglio, fabbricando delle automobili ad un prezzo inferiore adatto anche alle fasce di popolazione che non avevano le possibilità di comprarsi dei giganteschi SUV da 70-80 mila euro. Quindi è più un problema di politica industriale che è un problema scientifico. L'altro tema dell'agricoltura, si può fare un'agricoltura meno dispendiosa in termini di energia e di fitofarmaci, di fertilizzanti attraverso le nuove pratiche dell'agroecologia che è una vera e propria scienza che si sta sviluppando.
Certamente se si percorre ancora la rivoluzione verde degli anni 60 è chiaro che facciamo danni ma le soluzioni ci sarebbero per fare un'agricoltura con un piede più leggero. Quindi abbiamo la possibilità di migrare verso un'industria più sostenibile. Il problema è che spesso ci sono interessi costituiti che frenano e remano contro.

Analisi epistemologica

La frase di Stefano Feltri — «quei quattro agricoltori rimasti… non servono a niente» — non descrive semplicemente una realtà agricola preesistente. È un’operazione di distinzione che, nel momento stesso in cui viene compiuta, fa emergere un particolare mondo: un mondo nel quale gli agricoltori appaiono pochi, residuali, politicamente molesti, economicamente assistiti e socialmente inutili.

Occorre quindi separare due piani che nell’intervento televisivo vengono sovrapposti:

  1. la necessità di ridurre le emissioni climalteranti;

  2. il giudizio sul valore e sull’utilità degli agricoltori.

Il primo appartiene al dominio delle valutazioni scientifiche, economiche e politiche. Il secondo nasce invece in un dominio emotivo e relazionale. Dai dati sulle emissioni agricole non discende logicamente che gli agricoltori «non servano a niente». Questa conclusione non è contenuta nei numeri: è prodotta dall’osservatore attraverso il modo in cui li connette.

I dati non parlano da soli

Feltri presenta una concatenazione apparentemente razionale:

  • la crisi climatica provoca costi enormi;

  • alcuni settori produttivi non hanno ridotto abbastanza le emissioni;

  • l’agricoltura riceve sussidi;

  • gli agricoltori esercitano pressione politica;

  • dunque l’agricoltura è protetta ingiustificatamente e «quei quattro agricoltori rimasti» non servono a niente.

Ma il passaggio finale non è una deduzione scientifica. È una valutazione fondata su premesse implicite:

  • vale soprattutto ciò che è numericamente consistente;

  • è utile soprattutto ciò che produce ricchezza misurabile nel mercato;

  • ricevere un sostegno pubblico equivale a essere improduttivi;

  • protestare per difendere il proprio reddito costituisce un abuso di potere;

  • l’agricoltore può essere identificato con le emissioni generate dal sistema agricolo.

Queste premesse non sono verità universali. Sono preferenze e criteri di validazione accettati dall’osservatore. La razionalità dell’argomentazione opera dopo che è stato scelto, spesso senza dichiararlo, il dominio emotivo dal quale si parla.

Chi inquina: l’agricoltore o il sistema agricolo?

Dire che «l’agricoltura è uno dei settori più inquinanti» produce una categoria estremamente ampia. All’interno della stessa parola vengono riuniti:

  • allevamenti intensivi;

  • agricoltura industriale;

  • piccoli coltivatori;

  • monocolture ad alto impiego di fertilizzanti;

  • aziende biologiche;

  • pratiche agroecologiche;

  • aziende familiari;

  • agricoltura di sussistenza;

  • gestione del suolo, del paesaggio e delle acque.

L’aggregazione statistica può essere legittima per costruire un inventario delle emissioni. Diventa epistemologicamente impropria quando la responsabilità attribuita al settore viene trasferita indistintamente alle persone che vi lavorano.

Non sono gli agricoltori, in quanto esseri umani, a costituire una categoria inquinante. Sono determinate pratiche produttive, tecnologie, filiere, politiche commerciali e forme di consumo a generare specifici impatti ambientali.

La stessa politica agricola comunitaria non è semplicemente una somma di denaro consegnata agli agricoltori perché continuino a esistere. È un complesso sistema di incentivi che, nel corso del tempo, ha orientato le loro condotte. Se per decenni le istituzioni hanno premiato la produzione intensiva, l’aumento delle rese, la meccanizzazione e l’uso di determinati mezzi tecnici, non possono poi descrivere l’agricoltore come unico responsabile del sistema che esse stesse hanno contribuito a generare.

L’errore della riduzione economica

La frase «non servono a niente» presuppone che il valore dell’agricoltore possa essere misurato soltanto attraverso il suo peso sul PIL, il numero degli addetti o la quantità di emissioni prodotte.

Ma l’agricoltura non produce solamente merci. Contribuisce, a seconda di come viene praticata, a generare o conservare:

  • cibo;

  • fertilità del suolo;

  • regimazione delle acque;

  • presidio territoriale;

  • paesaggio;

  • biodiversità;

  • conoscenze locali;

  • sicurezza alimentare;

  • continuità delle comunità rurali.

La società può certamente giudicare insufficienti, inefficienti o dannose alcune pratiche agricole. Non può però dedurre da questo l’inutilità delle persone che coltivano. Confondere l’attività da trasformare con l’essere umano che la svolge chiude lo spazio della conversazione.

L’emozione che rende possibile la frase

Per Humberto Maturana ogni sistema razionale poggia su premesse fondamentali accettate a partire da un’emozione. La domanda, dunque, non è soltanto: «I dati citati sono corretti?». È anche: «In quale emozione deve trovarsi l’osservatore perché gli agricoltori possano apparirgli come quattro persone inutili e privilegiate?».

La frase sembra sorgere in una combinazione di:

  • irritazione verso le resistenze alla transizione ecologica;

  • impazienza di fronte alla lentezza politica;

  • risentimento verso categorie considerate protette;

  • disprezzo per chi viene percepito come arretrato;

  • fiducia nella superiorità della trasformazione tecnologica.

Da questa configurazione emotiva l’agricoltore non emerge come interlocutore, ma come ostacolo. Quando l’altro viene distinto come ostacolo, diventa possibile parlare di lui senza incontrarlo. Non è più un essere umano con una storia, una famiglia, dei debiti, una terra e un sapere: diventa la personificazione di un dato sulle emissioni.

Il problema non è la durezza verbale in sé. Il problema è il mondo relazionale che quella durezza conserva e riproduce.

La contraddizione interna dell’intervento

L’intervento sostiene giustamente che non occorre «chiudere» i settori produttivi, ma farli evolvere. Mercalli applica esplicitamente questo principio all’automobile e all’agricoltura: non eliminare l’agricoltura, ma accompagnarla verso pratiche meno dipendenti da energia, fertilizzanti e fitofarmaci.

Qui emerge una contraddizione:

  • nel dominio delle proposte si afferma che l’agricoltura deve evolvere;

  • nel dominio emotivo-retorico si descrivono gli agricoltori come inutili.

Ma non si può trasformare democraticamente un settore negando la legittimità di coloro che dovrebbero realizzare la trasformazione. L’agroecologia non nasce contro gli agricoltori: può esistere soltanto attraverso di loro, con la loro partecipazione, il loro apprendimento e una remunerazione capace di rendere possibile il cambiamento.

Se l’agricoltore è dichiarato inutile, la transizione assume la forma dell’imposizione. Se viene riconosciuto come interlocutore competente, la transizione può diventare una trasformazione condivisa.

Epigenesi dello spiegare

La frase non sorge improvvisamente nello studio televisivo. È il risultato contingente di una lunga storia di interazioni.

Prima configurazione: l’agricoltore necessario

Nelle società rurali l’agricoltore emergeva come figura indispensabile perché produceva direttamente il cibo e custodiva una parte decisiva delle conoscenze necessarie alla sopravvivenza della comunità. La sua utilità era immediatamente visibile.

Seconda configurazione: l’agricoltore produttore

Con la modernizzazione, l’agricoltore viene progressivamente distinto come operatore economico. La sua validità viene misurata mediante rese, produttività, dimensione aziendale e competitività. La rivoluzione verde modifica contemporaneamente l’agricoltore e la sua nicchia: macchine, concimi, fitofarmaci, credito, mercati e politiche pubbliche diventano componenti inseparabili del suo vivere e produrre.

L’agricoltore non sceglie queste trasformazioni in uno spazio vuoto. Cambia insieme all’ambiente economico e istituzionale che premia determinate condotte e ne rende impraticabili altre.

Terza configurazione: l’agricoltore assistito

Con la diminuzione degli addetti e la crescente dipendenza dai contributi pubblici, l’agricoltore comincia a essere descritto come percettore di sussidi. Scompare progressivamente dalla percezione pubblica il fatto che molti aiuti compensano:

  • prezzi agricoli compressi;

  • squilibri contrattuali nelle filiere;

  • rischi climatici;

  • vincoli ambientali;

  • produzione di beni pubblici non pagati dal mercato.

Il sostegno economico, separato dalla storia che lo ha reso necessario, viene osservato come privilegio.

Quarta configurazione: l’agricoltore inquinatore

La crisi climatica introduce una nuova distinzione. L’agricoltura appare come fonte di metano, protossido di azoto, consumo energetico e perdita di biodiversità. Questa distinzione è scientificamente pertinente quando riguarda processi e pratiche. Diventa ideologica quando è trasformata in un’identità morale: dall’agricoltura che produce emissioni si passa all’agricoltore che ostacola il futuro.

Quinta configurazione: «quei quattro rimasti»

La riduzione numerica diventa una riduzione simbolica. La parola «quattro» non comunica soltanto che gli agricoltori sono pochi: suggerisce che siano trascurabili. «Rimasti» li colloca nel passato, come residui di un mondo destinato a scomparire. «Non servono a niente» completa l’esclusione, negando loro una funzione nel futuro.

La frase opera così tre cancellazioni:

EspressioneOperazione compiuta
«Quei»Li colloca a distanza dall’osservatore
«quattro rimasti»Li rende residuali e anacronistici
«non servono a niente»Nega il loro valore sociale e umano

L’epigenesi delle condotte agricole

Anche le emissioni dell’agricoltura hanno una storia epigenetica. Non sono l’espressione di una presunta natura inquinante dell’agricoltore. Emergono dall’accoppiamento strutturale fra:

  • politiche agricole;

  • prezzi del mercato;

  • industria chimica;

  • disponibilità energetica;

  • credito;

  • grande distribuzione;

  • domanda dei consumatori;

  • condizioni climatiche;

  • conoscenze tecniche;

  • necessità di reddito delle famiglie rurali.

Se si vuole modificare la condotta agricola, occorre trasformare la rete di relazioni nella quale quella condotta risulta possibile e conveniente. Tassare semplicemente l’agricoltore, lasciando immutati i prezzi imposti dalle filiere e i costi necessari alla transizione, può produrre non un’agricoltura più ecologica, ma l’abbandono delle campagne e una maggiore dipendenza dalle importazioni.

Non basta chiedere: «Quanto emette l’agricoltura?». Bisogna domandare:

  • quali agricolture emettono maggiormente?

  • quali pratiche possono ridurre davvero le emissioni?

  • chi sostiene i costi della trasformazione?

  • chi beneficia del valore prodotto lungo la filiera?

  • che cosa accade ai territori quando gli agricoltori scompaiono?

  • le emissioni vengono eliminate oppure trasferite nei Paesi da cui importeremo il cibo?

Una diversa epistemologia della transizione

Una transizione ecologica fondata sulla negazione dell’altro conserva la stessa logica che ha prodotto la crisi: alcuni decidono, altri vengono utilizzati o eliminati in base alla loro presunta utilità.

Una transizione fondata sul riconoscimento potrebbe invece dire:

Le pratiche agricole ad alte emissioni devono cambiare. Gli agricoltori non sono il residuo inutile del passato, ma soggetti indispensabili della trasformazione. La collettività può chiedere loro di custodire il suolo, ridurre gli input chimici, proteggere l’acqua e produrre cibo con un’impronta più leggera; ma deve creare le condizioni economiche, tecniche e relazionali perché possano farlo vivendo dignitosamente.

Questa formulazione non nega la crisi climatica, le emissioni agricole né le distorsioni dei sussidi. Cambia l’emozione dalla quale si affrontano: dal disprezzo alla responsabilità condivisa.

Conversazione conclusiva tra Antonio Bruno e Humberto Maturana

Antonio: Humberto, Feltri dice che quei quattro agricoltori rimasti non servono a niente. È una provocazione?

Maturana: Può esserlo, Antonio, ma anche una provocazione rivela il mondo emotivo nel quale chi parla si muove. Egli distingue gli agricoltori come ostacoli e, distinguendoli così, li fa sorgere nel proprio vivere come esseri privi di valore.

Antonio: Ma parte da dati sul cambiamento climatico e sulle emissioni.

Maturana: I dati possono mostrare regolarità nelle emissioni. Non possono dire che un essere umano non serve a niente. Quel giudizio appartiene all’osservatore, non al dato.

Antonio: Quindi confonde domini diversi.

Maturana: Sì. Confonde il dominio delle spiegazioni scientifiche con quello delle valutazioni morali. Inoltre trasferisce alle persone una caratteristica attribuita statisticamente a un settore produttivo.

Antonio: Eppure alcune pratiche agricole devono cambiare.

Maturana: Certamente. Accettare l’agricoltore non significa accettare ogni sua condotta. Possiamo riconoscere l’altro come legittimo e, proprio per questo, conversare su ciò che vogliamo trasformare insieme.

Antonio: Se gli agricoltori sono soltanto quattro, il loro lavoro perde importanza?

Maturana: Il numero non determina la legittimità. Pochi esseri umani possono svolgere una funzione essenziale. E quando dici «pochi», devi domandarti quale storia abbia prodotto quella diminuzione.

Antonio: Allora la questione non è scegliere tra agricoltori e clima.

Maturana: Esatto. Quel conflitto nasce dal modo in cui viene formulato il problema. La questione è come conservare insieme la vita umana, la produzione del cibo e le condizioni ecologiche che le rendono possibili.

Antonio: Quei quattro agricoltori, dunque, non sono ciò che resta di un mondo inutile.

Maturana: Sono ciò che il nostro modo di vivere ha fatto sorgere nel presente. Se li trattiamo come relitti, produrremo abbandono e risentimento. Se li incontriamo come interlocutori, potremo generare con loro un’altra agricoltura.

La questione decisiva, pertanto, non è se gli agricoltori «servano». Nessun essere umano deve giustificare la propria esistenza attraverso l’utilità che qualcun altro gli attribuisce. La domanda responsabile è: quale convivenza vogliamo conservare e quale agricoltura desideriamo far emergere insieme?

mercoledì 5 agosto 2026

Reddito agricolo a Frigole: evidenze, dinamiche storiche e proposte di intervento pubblico


 Reddito agricolo a Frigole: evidenze, dinamiche storiche e proposte di intervento pubblico

1. Reddito agricolo a Frigole: evidenze e dinamiche attuali

La situazione agricola a Frigole, frazione del comune di Lecce (Puglia), riflette le criticità strutturali del comparto agricolo del Salento, caratterizzato da piccole proprietà a conduzione familiare e da una forte dipendenza dagli aiuti pubblici. Secondo il Centro Studi Agronomi (Bruno, 2025a), il reddito agricolo netto nelle aziende di piccola e media dimensione è oggi frequentemente negativo o appena sufficiente a coprire i costi fissi, soprattutto in assenza di contributi comunitari.

 

Gli aiuti diretti della Politica Agricola Comune (PAC) rappresentano una componente essenziale del reddito agricolo: si stima che, senza questi, oltre il 60% delle aziende salentine non sarebbe economicamente sostenibile (Coldiretti Puglia, 2024). Il fenomeno è ancora più marcato a Frigole, dove la superficie media aziendale è inferiore a 5 ettari e il ricorso all’irrigazione è divenuto indispensabile a causa della progressiva riduzione delle precipitazioni (ISTAT, 2024).

 

L’analisi dei costi di irrigazione, evidenzia che dal 2010 al 2025 il costo complessivo legato all’acqua e all’energia è aumentato tra il 70% e il 129% (Bruno, 2025a; CREA, 2023). Tale incremento è dovuto a tre fattori principali:

 

Rincaro dell’energia elettrica, essenziale per il funzionamento delle pompe di sollevamento;

Carenza idrica, che ha reso necessario il ricorso a pozzi privati e acqua non di rete;

Obbligo di ammodernamento degli impianti a seguito della Xylella fastidiosa, patologia che ha richiesto l’estirpazione e il reimpianto degli oliveti con varietà resistenti.

Questa congiuntura ha fortemente ridotto la redditività delle aziende, spingendo molti coltivatori a lasciare incolte le terre o ad affidarle a forme di gestione collettiva o abbandono controllato.

 

2. Confronto storico: Frigole 1948–1960 vs oggi

Dopoguerra (1948–1960)

Nel dopoguerra, il reddito agricolo pro capite in Italia costituiva il 47% del reddito medio nazionale (Banca d’Italia/ISTAT, Conti economici storici). Tuttavia, nell’Italia meridionale, e in particolare in Salento, l’agricoltura era l’unica forma di sostentamento per la maggior parte delle famiglie rurali. A Frigole, come in tutto il Salento, l’azienda agricola familiare era multifunzionale: integrava orticoltura, allevamento (principalmente caprino e ovino), olivicoltura e cerealicoltura.

 

La manodopera era in gran parte familiare, e la manutenzione del reticolo idrografico (fossi, canali, scolmatori) rientrava nelle attività ordinarie del ciclo rurale, sostenuta da forme di lavoro collettivo (es. turni di pulizia comunitaria). L’irrigazione era sporadica e limitata ai periodi di siccità estrema, grazie anche a una piovosità maggiore (media annua 1950–1970: ~750 mm/anno vs. ~550 mm/anno oggi; ISPRAMBIENTE, 2022).

 

Oggi (2025)

Oggi il contesto è radicalmente mutato:

 

Il reddito agricolo medio è crollato: –40% rispetto al 2015 (Coldiretti Puglia, 2024);

I costi di produzione superano i ricavi per molte aziende;

L’autoproduzione è stata sostituita da una maggiore dipendenza dal mercato;

La manutenzione del reticolo idrografico non è più sostenibile privatamente.

Tabella riassuntiva

Voce

Dopoguerra (1948–1960)

Oggi (2025)

**Reddito medio**

Fonte principale, rapporto diretto lavoro/resa; manutenzione inclusa

Margine negativo o nullo per piccoli;

 sopravvivenza grazie aiuti PAC

**Costo acqua**

Irrigazione sporadica, costi gestibili, infrastrutture pubbliche

+70–129% dal 2010;

costi energetici

e manutenzione elevati

**Manutenzione rete**

Azione comunitaria, sostenibile mediante lavoro familiare

Eccessivamente onerosa;

impossibile

da sostenere privatamente

 

3. Impossibilità di gravare gli agricoltori della manutenzione idrografica

L’attuale crisi idrogeologica e climatica ha reso obsoleta la logica privatistica della gestione del reticolo idrografico. I dati del Consorzio di Bonifica Ugento-Salento (CSPuglia) mostrano che:

 

Gli interventi di manutenzione ordinaria (sfalcio, pulizia, ripristino) costano in media 1.800–2.500 €/ha/anno;

Le aziende agricole salentine hanno un margine operativo lordo (MOL) medio di 900–1.200 €/ha/anno (CREA, 2023);

Dunque, la manutenzione idrografica assorbe quasi l’intero reddito operativo.

La desertificazione, le piogge estreme e la carenza di manodopera rendono impossibile il ripristino di forme comunitarie di gestione, come nel dopoguerra. La L.R. 4/2012 della Regione Puglia riconosce esplicitamente che la gestione del reticolo idrografico è una funzione pubblica, da affidare ai Consorzi di Bonifica, finanziati anche con risorse della fiscalità generale.

 

4. Beneficio ecosistemico del reticolo idrografico

Il reticolo idrografico non è un bene esclusivamente agricolo, ma un bene comune che produce servizi ecosistemici di rilevanza collettiva:

 

Riduzione del rischio idraulico ed idrogeologico: i fossi e i canali regolano il deflusso delle acque, prevengono alluvioni e frane (ISPRAMBIENTE, 2022);

Tutela della biodiversità: i corsi d’acqua e le aree umide ospitano specie protette;

Mitigazione del cambiamento climatico: favoriscono l’assorbimento delle acque piovane e riducono la temperatura locale;

Sicurezza alimentare: una gestione idrica efficiente è essenziale per la produttività agricola sostenibile.

Secondo la FAO e la Commissione Europea, la gestione delle acque deve essere programmata su scala collettiva e sostenuta da finanziamenti pubblici (Comunicazione della CE, “Una strategia dell’UE per l’adattamento al cambiamento climatico”, 2021).

 

5. Proposta e legittimità della fiscalità generale

Alla luce delle evidenze, si propone il trasferimento del costo della manutenzione ordinaria del reticolo idrografico alla fiscalità generale, in coerenza con:

 

Art. 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”;

Art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”;

Art. 44: “Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà fondiaria privata...”;

D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale): prevede il principio “chi inquina paga”, ma anche la responsabilità collettiva nella gestione delle risorse idriche;

L.R. Puglia 4/2012: istituisce il sistema dei Consorzi di Bonifica come enti strumentali per la gestione collettiva del territorio;

PAC 2023–2027: riconosce i pagamenti agroambientali per la tutela del suolo e delle risorse idriche.

6. Criticità del Consorzio di Bonifica Centro Sud Puglia: inefficienza operativa e ingiusta imposizione fiscale

Il Consorzio di Bonifica Centro Sud Puglia, con sede a Bari, è l’ente deputato alla gestione del reticolo idrografico in un vasto territorio che comprende Frigole e gran parte del Salento. Tuttavia, negli ultimi anni si sono accumulate denunce da parte degli agricoltori e dei cittadini riguardo a:

 

Mancata tempestività negli interventi ordinari e straordinari;

Applicazione del tributo di bonifica ai proprietari di immobili urbani e agricoli, senza distinzione rispetto al reale beneficio ricevuto;

Assenza di trasparenza nella rendicontazione delle spese e nel legame tra contributi versati e opere realizzate.

6.1. Ritardi operativi e mancata manutenzione

Nonostante i contributi raccolti tramite il tributo consortile ex art. 630 del D.Lgs. 99/2013 (che disciplina le forme associative della bonifica), il Consorzio non riesce a garantire interventi tempestivi di sfalcio, pulizia e manutenzione dei canali, soprattutto in aree periferiche come Frigole. Questo ha conseguenze gravi:

 

Ostruzione dei fossi e ristagni idrici anche dopo piogge moderate;

Incremento del rischio idraulico per le abitazioni e le infrastrutture stradali;

Danni colturali per allagamenti o scarsa drenanza.

Secondo un’indagine del Progetto RIUBSAL (Università di Bari – Regione Puglia, 2023), oltre il 60% dei fossi del comprensorio di Frigole non è stato oggetto di manutenzione negli ultimi 3 anni, nonostante il versamento regolare del tributo da parte dei proprietari.

 

6.2. Il tributo ex art. 630: un onere sproporzionato

L’art. 630 del D.Lgs. 99/2013 stabilisce che “i proprietari, gli affittuari, i titolari di diritti reali o di godimento su immobili ubicati nel comprensorio di bonifica sono tenuti al pagamento di un tributo consortile”. In pratica, tutti i proprietari – sia agricoli che urbani – devono pagare, indipendentemente:

 

Dal fatto che i loro immobili siano effettivamente protetti da opere di bonifica;

Dal grado di utilizzo del reticolo idrografico;

Dalla capacità economica del contribuente.

A Frigole, molti pensionati o proprietari di seconde case vedono il tributo come un balzello ingiusto, poiché non traggono vantaggio diretto dalla manutenzione dei canali (Coldiretti Lecce, 2024). Nel 2024, l’importo medio del tributo per un’abitazione urbana è stato di circa 280 €/anno, a fronte di nessun servizio visibile.

 

Questa logica contraddice il principio di equità tributaria e il vincolo di correlazione tra tributo e servizio reso, sancito dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 298/2015).

 

6.3. La manutenzione come servizio pubblico generale: necessità di finanziamento dalla fiscalità generale

Il reticolo idrografico, come già evidenziato, genera benefici collettivi che vanno ben al di là dell’interesse dei singoli proprietari:

 

Protezione delle aree urbane da alluvioni;

Stabilità del suolo e prevenzione del dissesto;

Salvaguardia della rete stradale e delle infrastrutture pubbliche.

Pertanto, il costo della manutenzione ordinaria non può ricadere esclusivamente sui proprietari immobiliari del comprensorio. Va riconosciuto come servizio di interesse generale, da finanziare con risorse pubbliche ordinarie, come avviene per altri servizi essenziali (es. illuminazione pubblica, raccolta rifiuti, manutenzione strade).

 

A livello europeo, la Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE) e il Piano d’Azione per l’Economia Circolare sottolineano che la gestione sostenibile delle risorse idriche richiede investimenti pubblici strutturali, non oneri privati frammentati.

 

6.4. Proposta operativa

Si propone pertanto:

 

Abolizione del tributo ex art. 630 per i proprietari di immobili non direttamente beneficiati dalle opere di bonifica (es. abitazioni non soggette a rischio idraulico);

Finanziamento diretto del Consorzio di Bonifica Centro Sud Puglia tramite:

Fondi PAC (Misura 4.4 – Investimenti non produttivi per tutela ambiente);

Fondi nazionali per la resilienza idrogeologica (Legge di Bilancio 2025);

Risorse regionali aggiuntive, integrate nella fiscalità generale della Regione Puglia;

Riforma statutaria dei Consorzi di Bonifica, con obbligo di rendicontazione puntuale, tempi certi di intervento e monitoraggio partecipato da parte dei Comuni e dei cittadini.

Conclusioni La crisi del reddito agricolo a Frigole si intreccia con una più ampia crisi istituzionale della gestione del territorio. Il Consorzio di Bonifica Centro Sud Puglia, pur essendo l’ente preposto, non riesce a garantire servizi adeguati e continua a imporre un tributo percepito come ingiusto.

 

Poiché il beneficio della manutenzione idrografica è universale, è dovere dello Stato e della collettività farsene carico attraverso la fiscalità generale, in coerenza con i principi costituzionali, la normativa ambientale europea e il diritto alla sicurezza del territorio per tutti i cittadini.

 

Bibliografia

D.Lgs. 99/2013 (Testo Unico sulle disposizioni in materia di agricoltura). Art. 630: “Tributi consortili”.

Corte Costituzionale, Sentenza n. 298/2015: “Il tributo consortile deve essere proporzionato al vantaggio effettivamente conseguito”.

Coldiretti Lecce (2024). Indagine sul disagio dei contribuenti consortili nel Salento.

Progetto RIUBSAL (2023). Mappatura dello stato del reticolo idrografico nel comprensorio di Frigole. Università di Bari – Regione Puglia.

Consorzio di Bonifica Centro Sud Puglia. Delibere tariffarie e atti di accertamento tributo 2023–2024.

Unione Europea, Direttiva 2000/60/CE. Direttiva Quadro sulle Acque.

Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – Missione 2, Componente 2: “Riduzione del rischio idrogeologico”.

Antonio Bruno (2025a). Analisi dei costi di irrigazione in olivicoltura salentina. Centro Studi Agronomi.

Antonio Bruno (2025b). L’irrigazione sostenibile in Salento: paradosso e urgenza dell’utilizzo delle acque reflue depurate. Centro Studi Agronomi.

Banca d’Italia / ISTAT. Conti economici storici dell’agricoltura italiana. Edizione 2023.

Coldiretti Puglia (2024). Osservatorio costi e redditività in agricoltura. Bari.

Commissione Europea (2021). Una strategia dell’UE per l’adattamento al cambiamento climatico. COM(2021) 82 final.

Consorzio di Bonifica Ugento-Salento (CSPuglia). Relazione annuale 2024 sulla gestione del reticolo idrografico.

CREA (2023). Gestione irrigua sostenibile in olivicoltura meridionale. Centro di Ricerca per l’Olivo, l’Olivicoltura e l’Industria Olearia.

ISTAT (2024). Uso dell’acqua in agricoltura: dati regionali e provinciali.

ISPRAMBIENTE (2022). Memorie Descrittive Carta Geologica d’Italia, Vol. 92. Roma.

Progetto RIUBSAL. Riqualificazione idraulica e uso sostenibile del suolo in area salentina. Università di Bari – Regione Puglia, 2023.

Regione Puglia (2012). Legge Regionale n. 4/2012: Riordino del sistema dei Consorzi di Bonifica.

Storia dell’agricoltura italiana. Sito web: www.storiaagricoltura.it

D.Lgs. 152/2006. Testo Unico Ambientale. Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14/04/2006.

FAO (2022). The State of the World’s Land and Water Resources for Food and Agriculture (SOLAW). Roma.

Nota: Tutti i dati sono aggiornati al 2025 e riflettono la situazione attuale alla data di redazione (10 novembre 2025). Le fonti sono tratte da istituti ufficiali, enti di ricerca e documenti normativi vigenti.

Reddito agricolo a Frigole: evidenze, dinamiche storiche e proposte di intervento pubblico


 

giovedì 11 giugno 2026

La pignata, il fuoco e la memoria materiale del Salento

 


di Antonio Bruno Laureato in Scienze Agrarie e Giornalista pubblicista

Leggendo le pagine che Patience Gray dedica alla Puglia in Honey from a Weed, si ha la sensazione di trovarsi davanti non tanto a un libro di cucina quanto a un'etnografia involontaria della civiltà contadina mediterranea. L'autrice osserva con stupore ciò che per generazioni era apparso naturale: il camino, la legna d'ulivo, la pignata, il forno del vicino, la cucina come luogo di lavoro e di relazione sociale.

Nella mia esperienza, vissuta tra il 1963 e il 2024 nella Masseria Pendinello, questi elementi non appartenevano all'esotico né al pittoresco. Erano semplicemente la normalità. Il fuoco non era una scelta culturale o gastronomica: era una necessità. Per alimentarlo occorreva una precisa organizzazione familiare. Le donne governavano la cucina; i bambini raccoglievano la legna. Nulla arrivava già pronto. L'energia domestica era il risultato di un lavoro collettivo.

I sarmenti della vite, le sarcene, costituivano una risorsa abbondante. Negli anni Sessanta la provincia di Lecce contava circa sessantamila ettari di vigneto. La potatura produceva una massa enorme di combustibile che trovava immediato impiego nelle case e nei forni. Anche l'olivo partecipava a questa economia circolare: la legna ottenuta dalla potatura aveva un valore commerciale tale da contribuire a coprire i costi della pratica agricola stessa.

La cultura materiale contadina era fondata sulla capacità di trasformare ogni residuo in risorsa. Nulla veniva considerato scarto. Per questo colpisce osservare il destino contemporaneo degli olivi distrutti dalla Xylella. Gli alberi morti abbondano nelle campagne salentine in quantità tale che spesso non conviene nemmeno abbatterli per ricavarne legna. Ciò che un tempo era una risorsa energetica è diventato un problema paesaggistico e ambientale, aggravato dal rischio di incendi estivi. È uno dei paradossi della modernità rurale: la scarsità si è trasformata in eccedenza e l'eccedenza in rifiuto.

Anche la pignata occupa un posto particolare in questa trasformazione. Patience Gray la descrive come il cuore della cucina pugliese, recipiente di terracotta destinato alla lenta cottura dei legumi e dei cibi poveri. Tuttavia, già negli anni Sessanta essa apparteneva più alla memoria che alla quotidianità. Le donne della mia famiglia preferivano ormai le pentole in acciaio e, successivamente, quelle a pressione. La modernizzazione domestica era già avanzata. La pignata sopravviveva come oggetto identitario, ma non più come strumento indispensabile.

Questo è un aspetto importante per comprendere la cultura popolare: spesso la nostalgia tende a immaginare tradizioni immutabili. In realtà il cambiamento era già in corso. Le innovazioni tecnologiche entravano nelle case contadine molto prima di quanto oggi siamo portati a credere. La modernità non ha sostituito improvvisamente il mondo rurale; ha convissuto con esso per decenni, trasformandolo gradualmente.

Per questo il valore della testimonianza di Patience Gray è straordinario. Il suo sguardo coglie un momento di passaggio. Documenta un universo che non era ancora diventato patrimonio culturale e che proprio per questo poteva essere osservato nella sua autenticità quotidiana. Oggi il fuoco di legna, la pignata, il forno comune e il camino a volta rischiano di essere interpretati come simboli folklorici. In realtà essi furono strumenti concreti di una civiltà fondata sul lavoro, sul risparmio delle risorse e sulla cooperazione familiare.

L'antropologia ci insegna che gli oggetti non sono mai soltanto oggetti. Una pignata racconta rapporti sociali, saperi tecnici, economie domestiche, relazioni tra generazioni. Racconta un modo di abitare il tempo, scandito dall'attesa della cottura lenta e dalla disponibilità di combustibile. Quando questi oggetti scompaiono, non perdiamo soltanto utensili: perdiamo forme di vita.

E forse è proprio questo che emerge dall'incontro ideale tra il racconto di Patience Gray e la memoria della Masseria Pendinello: la consapevolezza che il patrimonio più fragile non è quello conservato nei musei, ma quello che per secoli è sembrato così ordinario da non meritare nemmeno di essere raccontato.

 

domenica 25 gennaio 2026

"Dottori in Scienze Agrarie e Forestali commentano le strategie Paolicelli"

 


"Dottori in Scienze Agrarie e Forestali commentano le strategie Paolicelli"

Dopo aver preso visione dell’intervista rilasciata dal neo assessore all’Agricoltura Francesco Paolicelli, l’Associazione dei Dottori in Scienze Agrarie e Forestali ha deciso di intervenire per contribuire al dibattito sulle strategie agricole della Regione Puglia. L’Associazione ha analizzato con attenzione le dichiarazioni dell’assessore, valutando sia gli impegni assunti – dai reimpianti per la Xylella alla gestione della siccità, dalla promozione delle filiere locali alla valorizzazione dell’export – sia le astrazioni e le linee guida generali delineate per il settore.

Sulla base della propria esperienza tecnica e scientifica, l’Associazione ha elaborato osservazioni e proposte operative, mirate a integrare e rafforzare le politiche indicate, sottolineando l’importanza di approcci sostenibili, innovativi e basati su evidenze scientifiche per garantire resilienza, redditività e sviluppo duraturo dell’agricoltura pugliese.

Di seguito un confronto strutturato tra le azioni proposte dall’assessore Paolicelli e le azioni alternative o complementari basate su casi di studio mondiali e pratiche globali consolidate. Per ogni area critica (rigenerazione agricola, gestione della Xylella, siccità, mercato/competitività), ho evidenziato cosa andrebbe intrapreso secondo evidenze internazionali in sostituzione o in integrazione alle misure delineate dall’assessore.


1. Rigenerazione agricola e gestione dei suoli

Azioni dell’assessore

  • Reimpianti con cultivar resistenti.
  • Bandi più rapidi e strumenti coerenti con esigenze agronomiche.

Alternative o aggiuntive dai casi di studio mondiali

a) Promuovere sistemi rigenerativi del suolo
La letteratura scientifica e casi europei mostrano che pratiche rigenerative (ad es. agricoltura rigenerativa o agroecologica) riducono soprattutto input chimici e migliorano qualità del suolo, efficienza idrica e resilienza climatica, senza ridurre resa. Questo contrasto con approcci convenzionali è supportato da dati comparativi su oltre 14 paesi europei.
Cosa introdurre:

  • Incentivi pubblici per pratiche di gestione del suolo (cover crop, rotazioni, riduzione fertilizzanti).
  • Misurazioni rigorose degli esiti di suolo/sostenibilità prima di concedere risorse.

b) Tecniche tradizionali di rigenerazione in territori marginali (Zaï)
Tecniche di gestione dell’acqua e del suolo come i fossi zaï, utilizzati con successo nel Sahel, migliorano la fertilità e producono rese aumentate fino a cinque volte in condizioni aride.
Cosa introdurre:

  • Diffusione di tecniche colturali adattive localmente appropriate, non solo reimpianti.

c) Partnership internazionali di gestione del territorio
Programmi come TerrAfrica promuovono gestione sostenibile delle terre per prevenire desertificazione e perdita di produttività.
Cosa introdurre:

  • Coinvolgimento di reti globali per trasferire conoscenze su rigenerazione e stabilizzazione del suolo.

2. Gestione Xylella e malattie delle piante

Azioni dell’assessore

  • Valutare commissario operativo con coordinamento territoriale.
  • Continuare contenimento e reimpianti.

Alternative o aggiuntive dai casi di studio mondiali

a) Approcci agroecologici di contenimento delle fitopatie
Report internazionali criticano approcci esclusivamente eradicativi e suggeriscono invece strategie basate sull’ecosistema, incremento della biodiversità funzionale, gestione del cotico erboso e cultivar tolleranti con equilibrio naturale.
Cosa introdurre:

  • Sostegno a metodologie di gestione integrata dell’agroecosistema, non solo meccanismi eradicativi.
  • Policy che promuovono diversificazione colturale e coperture vegetali per ridurre l’impatto delle fitopatie.

b) Strumenti tecnologici per il monitoraggio precoce delle malattie
In altri settori agricoli globali sono utilizzate tecnologie di monitoraggio predittivo e classification models basati su dati agronomici per anticipare e gestire epidemie.
Cosa introdurre:

  • Sistemi di allerta precoce delle malattie basati su dati (campo + telerilevamento + AI).
  • Servizi di assistenza digitale per diagnosi e risposta rapida.

3. Siccità e gestione idrica

Azioni dell’assessore

  • Piano articolato per approvvigionamento idrico (reti, accumulo, riuso).
  • Tariffa unica per equità di costi.

Alternative o aggiuntive dai casi di studio mondiali

a) Tecnologie di conservazione idrica avanzate
Oltre all’efficientamento, mulching con materiali organici o innovativi può ridurre drasticamente l’evaporazione dell’acqua dal suolo e aumentare resa con minore acqua.
Cosa introdurre:

  • Programmi di diffusione di mulching organico o bio‑inspirato come pratica agricola standard in aree aride.

b) Raccolta dell’acqua piovana e sistemi di accumulo a scala di paesaggio
Casi pilota in India mostrano che strutture di rainwater harvesting e check dams aumentano la disponibilità idrica locale, elevano falde e migliorano raccolti.
Cosa introdurre:

  • Investimenti pubblici in infrastrutture di raccolta dell’acqua piovana sul territorio, complementari agli impianti di irrigazione.

c) Irrigazione a precisione e tecnologie digitali
Tecnologie di agricoltura di precisione (sensori, telerilevamento) ottimizzano l’uso di acqua solo quando e dove serve, riducendo sprechi.
Cosa introdurre:

  • Sostegni economici per l’adozione di sensori per umidità, software di irrigazione intelligente e sistemi di automazione.

d) Soluzioni integrate con varietà climaticamente resilienti
Casi in Australia dimostrano che varietà selezionate per tolleranza alla siccità, combinate con pratiche rigenerative, aumentano resa nonostante precipitazioni in diminuzione.
Cosa introdurre:

  • Programmi regionali di breeding e selezione varietale orientati specificamente alla siccità mediterranea.

4. Mercati internazionali, export e tutela dei prodotti

Azioni dell’assessore

  • Sostegno a promozione internazionale, diversificazione e utilizzo di infrastrutture portuali.
  • Rafforzamento dei consorzi Dop/Igp.

Alternative o aggiuntive dai casi di studio mondiali

a) Approccio ecosostenibile come leva di mercato
Mercati globali premiano ormai prodotti con tracciabilità completa, sostenibilità certificata e riduzione di input chimici.
Cosa introdurre:

  • Certificazioni aggiuntive basate su criteri di carbon footprint e water stewardship.
  • Strategie di marketing internazionale basate sulla sostenibilità, non solo sulla qualità.

b) Creazione di sistemi assicurativi climatici
In paesi come USA e alcuni europei esistono assicurazioni pubbliche agricole che stabilizzano reddito in caso di eventi estremi.
Cosa introdurre:

  • Piani pubblici di assicurazione contro rischi climatici che proteggono gli agricoltori oltre le misure emergenziali.

c) Sostegno a giovani agricoltori e ricambio generazionale
Modelli europei e nazionali includono schemi di incentivo all’ingresso dei giovani agricoltori, accesso facilitato alla terra e mentoring.
Cosa introdurre:

  • Programmi specifici per attrarre e sostenere giovani imprenditori agricoli, contrastando spopolamento rurale.

Sintesi comparativa

Area critica

Azione assessore

Azione alternativa / migliore pratica mondiale

Rigenerazione

Reimpianti e bandi

Pratiche rigenerative su suolo, agroecologia, tecniche locali (zaï)

Xylella

Commissario operativo

Gestione agroecologica, monitoraggio digitale, diversificazione colturale

Siccità

Reti/riuso/efficienza

Mulching, raccolta piovana, irrigazione di precisione, varietà resilienti

Mercati export

Promo e branding

Certificazioni climatiche, assicurazioni climatiche, incentivi giovani


Conclusione

Le politiche globali di successo non si limitano a strumenti amministrativi (bandi, commissari) o a reimpianti standard, ma trasformano i sistemi agricoli adottando tecnologie, conoscenze indigene, gestione ecosistemica e strumenti di mercato innovativi. Tali approcci sono più orientati alla resilienza di lungo periodo, aumentano la produttività in modo sostenibile e riducono i rischi da eventi climatici estremi.

Se desideri, posso elaborare una roadmap operativa basata su queste alternative, con fasi, costi stimati e indicatori di impatto.

 

sabato 24 gennaio 2026

Salento, tra Xylella e rendite improduttive: la vera crisi è degli agricoltori

 


Salento, tra Xylella e rendite improduttive: la vera crisi è degli agricoltori

di Antonio Bruno Dottore in Scienze Agrarie

In Salento si parla incessantemente di Xylella, di varietà resistenti, di ricerca scientifica e di speranze future. Convegni su convegni, relatori, esperti, assessori e vicepresidenti che assicurano che «la Regione farà la sua parte». Ma intanto cosa succede davvero? Nulla. O meglio: succede quello che succede da sempre nella nostra agricoltura, e che nessuno osa dire ad alta voce.

Il problema non sono le piante infette. Il problema sono i proprietari assenti e gli agricoltori che vivono di rendita, alimentata da fondi pubblici e soldi dei cittadini. Terreni abbandonati, ulivi lasciati morire, mentre chi dovrebbe lavorare la terra si limita a contare incentivi e sussidi. È questo il vero scandalo: non Xylella, non il batterio, ma l’incapacità morale e pratica di chi ha in mano il destino della terra.

Per dieci anni abbiamo ascoltato promesse della ricerca, studi, relazioni e conferenze. Dieci anni in cui la realtà si è ridotta a ciò che accade nel campo: nulla o quasi. Si attendono incroci genetici, varietà resistenti, tempi lunghi, percorsi di 10-12 anni. E intanto chi dovrebbe produrre, coltivare, curare, resta immobile. Convegni pieni di parole, ma di fatti non c’è traccia. È questa l’agricoltura che oggi chiamiamo “salentina”? No: è una farsa, una commedia tragicomica in cui tutti parlano e pochi lavorano.

Fermiamoci e diciamolo chiaramente: i veri responsabili non sono i batteri, né le istituzioni che cercano di fare il loro lavoro. I veri responsabili sono quegli agricoltori che trasformano la terra in rendita, i proprietari che osservano immobili, i fondi pubblici che diventano sostegno al nulla. Finché questi nodi non saranno sciolti, qualsiasi speranza sarà solo retorica da convegno, mentre il Salento continuerà a subire, impotente, la propria decadenza agricola.

La vera rivoluzione non arriverà dai laboratori, dalle promesse o dagli stanziamenti. Arriverà solo quando chi possiede un pezzo di terra smetterà di contare incentivi e comincerà a far parlare la propria fatica, la propria responsabilità e il proprio lavoro. Tutto il resto è teatro.