giovedì 17 settembre 2026

Cinquant’anni dopo, il vino è ancora troppo: dalle estirpazioni degli anni ’70 alle cantine piene del 2026

 


Cinquant’anni dopo, il vino è ancora troppo: dalle estirpazioni degli anni ’70 alle cantine piene del 2026

Produzione e consumo di vino confronto tra il 2026 e gli anni 70, quando si rese necessario lo svellimento dei vigneti premiato dalla comunità economica europea

Il confronto è molto interessante, ma va fatta una precisazione storica: la politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo nasce effettivamente negli anni Settanta, mentre la grande stagione degli espianti che trasformò profondamente la viticoltura pugliese e salentina si sviluppò soprattutto negli anni successivi. Il punto di svolta normativo fu il Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976, che introdusse premi per la riconversione mediante estirpazione di determinate categorie di vigneti. (Eur-Lex)


Anni Settanta: il problema era già l'eccesso di offerta

La somiglianza con quanto leggiamo oggi nell'articolo è notevole. Nel 1976 la stessa Comunità economica europea constatava esplicitamente che lo squilibrio fra produzione e consumo di vino non era più un fenomeno congiunturale, ma strutturale, e che gli strumenti di stabilizzazione del mercato introdotti con il Regolamento CEE 816/70 non erano risultati sufficienti. Da qui la scelta di ridurre il potenziale produttivo, incentivando economicamente la riconversione e l'estirpazione di alcuni vigneti. (Eur-Lex)

Il premio comunitario del 1976 arrivava, a seconda delle caratteristiche del vigneto, a 1.000, 1.500 o 2.000 unità di conto per ettaro. Non era quindi semplicemente un contributo per togliere le viti: la CEE cercava deliberatamente di correggere strutturalmente il rapporto tra capacità produttiva e capacità del mercato di assorbire il vino. (Eur-Lex)

1976 e 2026: cinquant'anni dopo ritorna lo stesso squilibrio

Ed è qui che l'articolo che ho fotografato e allegato diventa particolarmente significativo. Oggi si parla di cantine pugliesi con circa 5 milioni di ettolitri di giacenze; fonti istituzionali regionali indicano circa 4,029 milioni di ettolitri di eccedenza, per l'83% costituita da vini rossi. La Regione individua tra le cause la sovrapproduzione e il calo dei consumi e sta utilizzando riduzione delle rese, ristrutturazione e riconversione, vendemmia verde e diversificazione produttiva. (Consiglio Puglia)

C'è dunque una continuità impressionante, ma anche una differenza sostanziale:

Anni Settanta

2026

Produzione superiore alla capacità di assorbimento

Produzione/giacenze superiori alla domanda effettiva

Consumi ancora relativamente elevati

Consumo di vino strutturalmente diminuito

Vino pugliese largamente destinato al mercato dello sfuso

Maggiore presenza di DOP, IGP e vino imbottigliato

Intervento pubblico sul prodotto e sulle eccedenze

Riduzione rese, vendemmia verde, riconversione e altre misure OCM

Dal 1976 incentivi comunitari alla riconversione/estirpazione

Torna in discussione persino l'estirpazione volontaria

Obiettivo: diminuire il potenziale produttivo

Obiettivo: riallineare produzione e domanda

E la coincidenza diventa ancora più forte proprio in questi giorni: il 16 settembre 2026, la IV Commissione del Consiglio regionale pugliese ha discusso della crisi vitivinicola e della possibilità di ricorrere anche all'eradicazione volontaria dei vigneti in eccesso, nell'ambito dei nuovi strumenti europei. (Consiglio Puglia)

Quindi la fotografia storica che proporrei è questa: non siamo davanti alla stessa crisi, ma siamo nuovamente davanti allo stesso problema economico fondamentale. Quando per un periodo sufficientemente lungo la quantità producibile supera quella che il mercato riesce a remunerare, il prezzo dell'uva diventa la variabile che assorbe lo squilibrio. Chiedere soltanto un «prezzo giusto» dell'uva, senza intervenire contemporaneamente sulla quantità prodotta, sulle giacenze e sugli sbocchi commerciali, rischia quindi di affrontare l'effetto anziché la causa.

Per il Salento questa considerazione ha un peso storico particolare. La viticoltura del Novecento era stata costruita anche sulla capacità di produrre grandi quantità di vino, spesso destinate fuori regione. Quando quel modello entrò in crisi, distillazioni, riconversioni ed espianti accompagnarono una trasformazione radicale. Una ricostruzione storica del settore pugliese colloca infatti la grande ondata degli abbandoni e degli espianti soprattutto negli anni Ottanta, non negli anni Settanta. (Rivista)

Perciò correggerei leggermente la formulazione: «negli anni Settanta cominciò la politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo attraverso premi alla riconversione e all'estirpazione; negli anni Ottanta gli espianti assunsero in Puglia dimensioni molto più rilevanti».

La domanda che Palazzo Carafa dovrebbe porsi oggi, alla luce di quella storia, potrebbe allora essere ancora più precisa: le cantine sono piene perché temporaneamente non si vende il vino prodotto, oppure la Puglia possiede nuovamente un potenziale produttivo strutturalmente superiore alla domanda remunerativa? Nel primo caso servono misure congiunturali; nel secondo, come comprese la CEE già nel 1976, il problema non si risolve stabilendo soltanto il prezzo dell'uva: bisogna intervenire sulla struttura dell'offerta. (Eur-Lex)

Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976 – EUR-Lex

Ho ricostruito i dati storici disponibili, e il confronto è persino più netto di quanto apparisse dall'articolo. Occorre però distinguere Salento/provincia di Lecce e Puglia, perché le serie statistiche non sono perfettamente omogenee.

Dal 1970 al 2026: una crisi che ritorna con forme diverse

Nel 1970 la provincia di Lecce aveva circa 30.400 ettari destinati all'uva da vino: 24.366 aziende coltivavano 30.382 ettari. Altre ricostruzioni riferite complessivamente agli anni Settanta indicano valori nell'ordine dei 34.000 ettari di vigneto. (Banca Popolare Pugliese)

Era quindi un Salento profondamente viticolo. Ma soprattutto era una viticoltura inserita in un modello commerciale molto diverso dall'attuale: una parte importante della produzione meridionale era costituita da vini da taglio, alcolici e colorati, destinati anche alla Francia e alle regioni settentrionali, dove acquisivano ulteriore valore aggiunto. Nel 1979 la Francia importò complessivamente circa 8 milioni di ettolitri di vino. (Banca Popolare Pugliese)

Ed è proprio quel modello che entra in crisi.

Il 1979-1980 assomiglia sorprendentemente al 2026

Prendiamo un dato impressionante. La Puglia produsse:

1978: 9,67 milioni di ettolitri

1979: circa 11,3 milioni di ettolitri.

Nel marzo 1980 risultavano, secondo una ricostruzione dell'epoca basata sui dati del settore, circa 9 milioni di ettolitri pugliesi invenduti, ossia qualcosa come l'80% della produzione 1979. (Archivio L'Unità)

Ora veniamo al presente.

Nel 2025 la Puglia ha prodotto circa 8,4 milioni di ettolitri, il 19% circa della produzione nazionale, su 91.449 ettari di vigneto. (CRAL)

E il 16 settembre 2026 il dirigente regionale Giuseppe Trotta ha quantificato l'eccedenza pugliese in 4,029 milioni di ettolitri, per l'83% costituita da vini rossi. (Consiglio Puglia)

Il parallelo numerico diventa quindi:

Crisi 1979-80

Crisi 2025-26

Produzione pugliese

~11,3 milioni hl (1979)

~8,4 milioni hl (2025)

Vino invenduto/eccedenza

~9 milioni hl

~4,03 milioni hl

Problema

eccedenza + crisi degli sbocchi

sovrapproduzione + calo consumi

Rimedio immediato

stoccaggio/distillazione

vendemmia verde, riduzione rese, possibile distillazione

Rimedio strutturale

riduzione potenziale viticolo

riconversione + possibile eradicazione volontaria

Esito storico

forte riduzione dei vigneti

ancora da determinare

Le quantità non sono direttamente confrontabili come identica grandezza statistica — «invenduto» del 1980 ed «eccedenza» del 2026 hanno definizioni differenti — ma la struttura economica del fenomeno è sorprendentemente simile.

È qui che arrivò la CEE

La memoria dell'espianto è corretta, con una precisazione cronologica importante.

Il processo normativo comincia negli anni Settanta. Il Regolamento CEE 1163/76 del 17 maggio 1976 parte da una diagnosi molto esplicita: la sproporzione fra produzione e consumo di vino nella Comunità non poteva più essere considerata semplicemente congiunturale e gli strumenti di stabilizzazione esistenti erano insufficienti.

La risposta fu incentivare economicamente la riconversione dei vigneti la cui produzione risultava particolarmente difficile da collocare, riducendo così il potenziale produttivo viticolo. (Lagen.nu)

Poi la politica diventa ancora più esplicita. Con il Regolamento CEE 456/80 del 18 febbraio 1980 compaiono i premi di abbandono temporaneo e abbandono definitivo della viticoltura. (Eur-Lex)

Regolamento CEE 456/80 – testo ufficiale EUR-Lex

Dunque la sequenza storica è:

eccedenza → caduta dei prezzi → cantine piene → distillazione/stoccaggio → constatazione della natura strutturale della crisi → incentivi comunitari alla riduzione della superficie vitata.

Ed è una sequenza che merita di essere confrontata con ciò che sta accadendo adesso.

L'effetto sul Salento fu enorme

Qui troviamo probabilmente il dato più significativo per la tua riflessione.

Una ricostruzione storica della Cantina Cupertinum colloca proprio all'inizio degli anni Settanta la perdita dello sbocco francese e sostiene che, nell'arco di poco più di un decennio, la superficie vitata della provincia di Lecce si ridusse fino a circa un terzo di quella precedente. Tra le cause vengono indicate la perdita del mercato francese, la normativa comunitaria e i premi all'espianto, oltre alle trasformazioni dei rapporti agrari. (epulae.it)

Un dato successivo, riportato nel 2018 alla Commissione Agricoltura della Camera, rende plasticamente visibile la trasformazione:

circa 34.000 ettari di vigneto negli anni Settanta → meno di 12.000 ettari nel 2018.

Nella stessa audizione veniva osservato che oliveto aveva progressivamente sostituito parte delle superfici precedentemente occupate da vigneto e tabacco. (Documenti Camera)

Quindi il Salento perse, nell'ordine di grandezza, oltre 20.000 ettari di vigneto rispetto alla sua configurazione viticola degli anni Settanta. Non possiamo attribuire tutti quegli ettari direttamente ai premi CEE di espianto: sarebbe storicamente scorretto. Concorsero mercato, rapporti agrari, cambiamento delle colture, politica comunitaria e trasformazione della vitivinicoltura.

Anche sull'intera Puglia la contrazione fu imponente: una deliberazione regionale del 2001 riporta 153.090 ettari di superficie vitata nel 1979 contro 111.070 nel 1999, cioè una perdita di circa 42.000 ettari, pari al 27%, in vent'anni. (BURP)

E arriviamo al punto interessante: 1980 e 2026

Nel 1980 un'analisi dell'economia salentina distingueva già con notevole lucidità tra provvedimenti congiunturali e strutturali.

Tra i primi indicava stoccaggio e distillazione. Ma osservava che lo stoccaggio semplicemente rinviava il problema, perché il prodotto restava sul mercato. Per il medio-lungo periodo proponeva invece miglioramento varietale, tecniche produttive, trasformazione, qualità, imbottigliamento e soprattutto capacità commerciale. La conclusione era sostanzialmente che non bastava produrre vino: occorreva produrlo bene e riuscire a venderlo. (Banca Popolare Pugliese)

Quarantasei anni dopo siamo tornati quasi esattamente alla stessa domanda.

La Regione Puglia oggi dichiara che la crisi deriva da sovrapproduzione e calo dei consumi. Ha confermato la riduzione delle rese, dispone di 28 milioni di euro dell'OCM vino, utilizza ristrutturazione e riconversione, investimenti nelle cantine e vendemmia verde. E soprattutto sta considerando l'applicazione del Regolamento UE 471/2026, che consente anche l'eradicazione volontaria dei vigneti eccedentari. (Consiglio Puglia)

Peraltro la Regione aveva già formalizzato nel giugno 2026 la natura «strutturale» della crisi, approvando indirizzi per il contenimento delle rese delle IGP rosse. (BURP)

La lezione degli anni Settanta

Ed è questo, secondo me, il dato storico che dovrebbe entrare nel confronto aperto a Palazzo Carafa.

Nel breve periodo il viticoltore vede soprattutto il prezzo dell'uva. È comprensibile: se il prezzo non remunera i costi, l'azienda entra immediatamente in sofferenza.

Ma il precedente degli anni Settanta insegna che il prezzo può essere soltanto il sintomo visibile di uno squilibrio molto più profondo.

Nel 1979 la Puglia produsse circa 11,3 milioni di ettolitri e si ritrovò nel marzo successivo con circa 9 milioni invenduti. Nel 2025 ne produce 8,4 milioni e nel 2026 la Regione quantifica circa 4 milioni di ettolitri di eccedenza. (Archivio L'Unità)

E c'è un ulteriore elemento da non trascurare: la Puglia oggi produce meno vino rispetto al picco del 1979 e possiede molti meno ettari di vigneto, ma incontra nuovamente un problema di eccedenza.

Questo suggerisce che la questione non possa essere letta semplicemente come «si produce troppo». Bisogna aggiungere immediatamente:

troppo rispetto a quale domanda, per quale tipologia di vino e a quale prezzo?

Il fatto che l'83% dell'eccedenza attuale sia costituito da rossi è un'indicazione particolarmente importante. (Consiglio Puglia)

Perciò il rischio sarebbe ripetere meccanicamente la soluzione di cinquant'anni fa: abbiamo troppo vino → togliamo vigneti.

La storia salentina invita a maggiore cautela. La precedente ristrutturazione contribuì a trasformare radicalmente il paesaggio agricolo: dai circa 30-34 mila ettari vitati degli anni Settanta si è arrivati, decenni dopo, sotto i 12 mila. (Banca Popolare Pugliese)

La domanda strategica del 2026 dovrebbe dunque precedere l'espianto:

abbiamo troppi vigneti, oppure abbiamo una composizione della produzione, delle rese, della trasformazione e della commercializzazione non più corrispondente alla domanda?

Sono due diagnosi profondamente diverse. E conducono a politiche altrettanto diverse.

La coincidenza storica è quasi circolare: nel 1976 la CEE concluse che lo squilibrio fra produzione e consumo non era più congiunturale; nel 2026 la Regione Puglia parla nuovamente di “crisi strutturale del settore vitivinicolo regionale”. (Lagen.nu)

Cinquant'anni esatti. Ed è probabilmente questo il punto più forte da portare oggi nel dibattito: prima di finanziare una nuova stagione di espianti, varrebbe la pena studiare fino in fondo che cosa produsse quella precedente, non soltanto sui prezzi e sulle cantine, ma sull'intero sistema agricolo e sul paesaggio del Salento.

 

domenica 6 settembre 2026

Il Bosco del Belvedere: biografia ecologica di un paesaggio salentino

 


Il saggio che segue è un testo storico-ambientale con taglio agronomico, distinguendo i dati documentati dalle interpretazioni. Ho anche verificato un punto importante: le carte conservate dall’Archivio di Stato attestano effettivamente nel 1852 le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere assegnate a diversi comuni. (Archivio di Stato di Lecce)

Il Bosco del Belvedere: biografia ecologica di un paesaggio salentino

Dalla foresta alle colture, dagli olivi alla Xylella: che cosa significa davvero conservare un paesaggio?

di Antonio Bruno – Dottore in Scienze Agrarie – Esperto in diagnostica Urbana e Territoriale

Esistono carte geografiche che rappresentano semplicemente un territorio ed esistono carte che, osservate a distanza di tempo, finiscono per raccontare una trasformazione storica. La carta del Bosco del Belvedere del 1852 appartiene a questa seconda categoria.

La sua importanza non consiste soltanto nel permetterci di individuare l'estensione di un'antica superficie forestale del basso Salento. Quella carta registra materialmente il momento nel quale un territorio che per secoli era stato percepito, utilizzato e amministrato come un sistema relativamente unitario cominciava a essere trasformato in una somma di porzioni territoriali.

È, in altri termini, la fotografia di una soglia.

Da una parte c'è ancora il bosco; dall'altra si intravede già il paesaggio agrario che ne prenderà il posto.

Un'altra immagine del Salento

Quando oggi pensiamo al paesaggio storico del Salento, la nostra memoria corre quasi inevitabilmente agli olivi. Per generazioni il tronco contorto dell'olivo, i muretti a secco, la terra rossa e le masserie sono diventati gli elementi attraverso i quali il territorio salentino ha rappresentato se stesso.

Ma basta spostarsi indietro di qualche secolo perché questa immagine perda la sua apparente immutabilità.

Nel cuore del basso Salento esisteva infatti una vasta formazione forestale, il Bosco del Belvedere, indicata dalle fonti come una delle più importanti della Terra d'Otranto. Le ricostruzioni storiche e archeobotaniche descrivono un ambiente nel quale erano presenti differenti specie di querce e numerose altre essenze arboree e arbustive. Le fonti ricordano farnetto, roverella, leccio, olmi, castagni, frassini e carpini, inseriti in un mosaico comprendente anche aree umide, pascoli e macchie.

Non era dunque semplicemente un insieme di alberi.

Era un sistema ecologico.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato immaginarlo come una foresta moderna sottratta alla presenza dell'uomo. Il Belvedere era contemporaneamente un sistema economico e sociale. Nel bosco si esercitavano pascolo, caccia e raccolta; si ricavavano legname e carbone; alcune risorse forestali alimentavano attività artigianali e produttive.

Già nel XV secolo il legname del Belvedere risulta utilizzato per opere edilizie nel territorio leccese. Altre testimonianze ricordano allevamenti e utilizzazioni pastorali. Il viaggiatore svizzero Carlo Ulisse de Salis Marschlins, attraversando il territorio di Supersano nel 1789, descriveva nella foresta allevamenti equini, armenti e produzioni casearie.

Il bosco, dunque, produceva contemporaneamente natura e reddito.

Diremmo oggi che forniva servizi ecosistemici: produzione di biomassa, regolazione idrologica e microclimatica, habitat per la fauna, risorse alimentari, pascolo, materie prime e valori culturali.

La separazione moderna tra ambiente naturale e ambiente produttivo sarebbe probabilmente poco adatta a descriverlo.

1851-1852: quando il bosco diventa particella


La svolta fondamentale arriva nell'Ottocento.

Dopo una lunga controversia tra i principi Gallone di Tricase e le comunità che esercitavano diritti sul territorio, nel 1851 venne eseguita l'ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni interessati.

Giacomo Arditi ebbe direttamente a che fare con quelle operazioni: conosceva il Belvedere quando ancora conservava buona parte della propria consistenza e partecipò alle operazioni cartografiche e divisionali.

L'Archivio di Stato di Lecce conserva un'evidenza documentaria particolarmente significativa. Nell'inventario dei Demani comunali compaiono per il 1852 le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere spettanti, nella controversia con il principe di Tricase, a comuni come Scorrano, Spongano, Supersano e Surano, insieme agli atti successivi di censuazione e suddivisione.

È questo che rende straordinaria la carta del 1852.

Essa non rappresenta soltanto dove si trovava il bosco. Rappresenta il cambiamento del regime territoriale attraverso il quale quel bosco poteva essere trasformato.

Il territorio forestale, utilizzato attraverso un intreccio di proprietà, consuetudini e usi civici, veniva misurato, delimitato e ripartito.

La linea tracciata sulla carta non è quindi innocente.

Trasforma uno spazio ecologico continuo in unità amministrativamente distinguibili.

E quando il bosco diventa quota, la quota può diventare particella; la particella può essere assegnata, censita, dissodata, coltivata.

Non bisogna naturalmente immaginare un automatismo per cui la divisione giuridica produca immediatamente il disboscamento. Le trasformazioni territoriali hanno sempre cause molteplici: pressione demografica, valore crescente della terra agricola, mutamenti economici, esigenze produttive, tecniche di dissodamento e trasformazioni istituzionali.

Eppure la coincidenza cronologica è impressionante.

Trent'anni per cancellare un paesaggio plurisecolare

Nel 1852 la cartografia registra ancora il Bosco.

Poco più di venticinque anni dopo, Giacomo Arditi, nella sua Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto del 1879, ne descrive una realtà ormai profondamente trasformata. Quello che egli considerava forse il bosco più vasto e diversificato della provincia era ridotto, nelle sue componenti di arbustato e ceduo, a poche superfici verso Supersano, mentre grandi estensioni erano diventate macchia oppure terreni coltivati a fichi, vigne e cereali.

La rapidità del fenomeno è confermata dalle osservazioni di Cosimo De Giorgi.

Negli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento De Giorgi percorre il Salento proprio mentre la trasformazione è in atto. Non osserva quindi archeologicamente la scomparsa del Belvedere: assiste alla sua fase terminale.

Nel 1877 scrive con dolore delle grandi querce che vede cadere anno dopo anno sotto l'azione dei boscaioli. Attraversando successivamente quelle contrade, identifica una macchia verde scura come l'ultimo residuo del Belvedere, che giudica ormai distrutto per quattro quinti.

L'immagine più potente è forse quella delle querce superstiti che emergono sopra l'oliveto: monumenti vegetali isolati appartenenti a un paesaggio che non esiste più.

La successione temporale può dunque essere sintetizzata così:

1852 → il bosco viene ancora cartografato e suddiviso

1877-1879 → il disboscamento appare ormai avanzatissimo

1882 → De Giorgi osserva il Belvedere come paesaggio residuale

In circa una generazione avviene una trasformazione che modifica un sistema territoriale costruitosi nel corso di secoli, probabilmente di millenni.

Il paradosso dell'olivo

Qui la storia del Belvedere diventa particolarmente interessante per noi agronomi.

L'olivo è diventato nel Novecento uno dei simboli più potenti dell'identità salentina. Eppure, osservando la vicenda nella lunga durata, dobbiamo riconoscere un apparente paradosso:

anche il paesaggio dell'olivo è un paesaggio costruito dall'uomo.

In alcune aree gli oliveti che oggi consideriamo "storici" si svilupparono anche sopra territori che precedentemente avevano ospitato boschi, macchie o altri sistemi agrari.

De Giorgi vede ancora materialmente questa sovrapposizione: le ultime querce monumentali emergono dall'oliveto.

L'immagine è straordinaria perché nello stesso campo visivo compaiono due epoche ecologiche.

In alto sopravvivono le querce del Belvedere.

Sotto di esse avanza il nuovo paesaggio agrario.

Con il trascorrere delle generazioni, ciò che era nuovo diventa antico; ciò che aveva sostituito il paesaggio precedente diventa esso stesso tradizione.

Ed è precisamente qui che nasce una domanda fondamentale per ogni politica contemporanea del paesaggio:

quando diciamo di voler conservare il paesaggio, quale paesaggio vogliamo conservare?

Quello delle querce?

Quello degli olivi?

Quello dei vigneti?

Quello dei seminativi?

O il mosaico prodotto dalla loro successione?

Il paesaggio non è una fotografia

Il problema nasce dalla nostra tendenza a immaginare il paesaggio come qualcosa che possieda una forma autentica e definitiva.

Ma il paesaggio rurale è, per definizione, il risultato dell'interazione tra processi ecologici e azione umana.

Ogni generazione riceve un territorio già trasformato dalle generazioni precedenti e tende a considerarlo "naturale" o "tradizionale".

Gli olivi secolari sembravano eterni a chi è nato nel Salento del Novecento.

Ma le querce del Belvedere sarebbero sembrate altrettanto eterne a un abitante del Settecento.

Ciò significa che la tutela paesaggistica non può consistere semplicemente nel congelare una determinata fotografia storica.

Occorre chiedersi quali processi ecologici, produttivi e culturali desideriamo mantenere.

È la differenza fra conservare una forma e conservare il funzionamento di un territorio.

Dalle querce alla Xylella

Questa riflessione assume oggi un significato ancora maggiore.

A partire dal secondo decennio del XXI secolo, l'epidemia associata a Xylella fastidiosa subsp. pauca ha determinato nel Salento una nuova trasformazione di dimensione paesaggistica.

Gli oliveti che avevano sostituito, almeno in parte, precedenti sistemi vegetazionali sono stati a loro volta colpiti da un cambiamento rapidissimo.

Studi scientifici hanno mostrato che la perdita della copertura arborea degli oliveti non riguarda soltanto la produzione di olive. Essa modifica servizi ecosistemici, biodiversità, regolazione climatica, sequestro del carbonio e valore culturale del paesaggio.

Un'analisi basata su immagini satellitari ha evidenziato, per esempio, che la trasformazione degli oliveti colpiti modifica anche la temperatura superficiale del terreno. Altri studi hanno valutato una riduzione significativa dei servizi ecosistemici e delle componenti di biodiversità associate all'agroecosistema olivicolo.

La ricerca più recente sulla struttura del paesaggio post-Xylella evidenzia inoltre un passaggio, in diverse aree, dagli oliveti verso superfici erbacee e terreni non più caratterizzati dalla precedente copertura arborea.

Si sta producendo, quindi, sotto i nostri occhi un'altra transizione.

Un sorprendente ritorno delle querce?

La vicenda assume quasi una struttura circolare se consideriamo le prospettive oggi studiate per la rigenerazione.

La Regione Puglia ha avviato programmi specifici per la rigenerazione dei paesaggi colpiti dalla Xylella e la ricerca ecologica sta valutando differenti scenari futuri.

Nel 2026 una ricerca coordinata dall'Università del Salento ha analizzato anche scenari di riforestazione post-Xylella mediante specie forestali mediterranee. I risultati indicano che una riforestazione mirata con leccio può contribuire alla mitigazione delle temperature superficiali e alla ricostruzione delle funzioni ecologiche perdute.

Il dato è culturalmente affascinante.

Non significa che dovremmo trasformare nuovamente il Salento nel Bosco del Belvedere.

Significa però che, dopo circa centosettant'anni, la quercia ritorna nella discussione sul futuro del paesaggio dal quale era stata espulsa dall'espansione agricola.

La storia non torna indietro.

Ma talvolta produce risonanze sorprendenti.

1852 → 1880 → 1950 → 2013 → oggi

È per questo che sarebbe scientificamente interessante costruire una vera biografia ecologica del Bosco del Belvedere mediante GIS e telerilevamento.

La carta del 1852 potrebbe costituirne il primo strato.

Dopo opportuna scansione ad alta risoluzione, dovrebbe essere georeferenziata individuando punti territoriali ancora riconoscibili. Il perimetro del bosco e le quote comunali potrebbero quindi essere digitalizzati come layer vettoriali.

A questo primo livello potrebbero essere sovrapposte:

1852 – Carta della divisione del Bosco Belvedere

1870-1880 – ultime superfici forestali documentate da Arditi e De Giorgi

fine XIX-inizio XX secolo – espansione di oliveti, vigneti, seminativi e colture arboree

secondo Novecento – consolidamento del paesaggio olivicolo

2013-2020 – diffusione del disseccamento degli olivi

2020-2026 – paesaggio post-Xylella

scenari futuri – olivicoltura resiliente, sistemi agroforestali, boschi, macchia mediterranea e mosaici colturali.

Non avremmo semplicemente una serie di carte.

Avremmo la rappresentazione spaziale di centosettantacinque anni di metabolismo territoriale.

Potremmo calcolare la perdita di superficie forestale, la velocità di conversione, la frammentazione degli habitat, la successiva espansione dell'oliveto e infine la sua contrazione contemporanea.

Sarebbe possibile persino verificare se le aree sulle quali oggi ricompare spontaneamente vegetazione arborea o sulle quali potrebbero essere progettati interventi di riforestazione coincidano con parti dell'antico Belvedere.

La memoria ecologica del territorio

La ricerca ecologica contemporanea offre un altro elemento interessante.

Nel quadro conoscitivo dei siti Natura 2000 della Provincia di Lecce, l'area del Bosco di Belvedere viene ancora individuata come territorio potenziale della serie mesofila del farnetto (Quercus frainetto). Il documento osserva che l'area risulta oggi sostanzialmente disboscata e coltivata, ma segnala la sopravvivenza di alberi sparsi di farnetto come testimonianza delle antiche formazioni forestali.

È un concetto importante.

Un bosco può scomparire dalla carta dell'uso del suolo e continuare, in qualche misura, a esistere nella memoria ecologica del territorio: negli alberi relitti, nei suoli, nella distribuzione delle specie, nella toponomastica, nei documenti catastali, nelle masserie e perfino nella configurazione delle particelle.

Il paesaggio conserva le proprie trasformazioni come un palinsesto.

Occorre soltanto imparare a leggerlo.

Dalla perdita alla progettazione

La vicenda del Belvedere, allora, non dovrebbe indurci alla nostalgia.

Non possiamo ricostruire il 1852 e probabilmente non avrebbe neppure senso tentare di farlo integralmente.

Possiamo però utilizzare quella storia per progettare diversamente il futuro.

La crisi della Xylella ci offre paradossalmente la possibilità di evitare un errore analogo, ma inverso, rispetto a quello compiuto nell'Ottocento.

Allora una grande complessità ecologica venne progressivamente sostituita da sistemi agricoli sempre più estesi.

Oggi non dovremmo sostituire automaticamente milioni di olivi perduti con un'altra uniformità.

La resilienza di un territorio deriva anche dalla sua diversità strutturale e funzionale.

Il futuro del Salento potrebbe quindi essere rappresentato non dalla scelta esclusiva fra olivo e bosco, ma da un mosaico: oliveti produttivi con cultivar e sistemi colturali compatibili con il nuovo contesto fitosanitario; vigneti e seminativi; pascoli; siepi; sistemi agroforestali; boschi di specie autoctone; corridoi ecologici; aree umide; macchia mediterranea; superfici dedicate alla rinaturalizzazione.

Non il ritorno a un paesaggio perduto, dunque, ma la costruzione di un paesaggio capace di apprendere dalla propria storia.

Quale paesaggio vogliamo consegnare?

La carta del 1852 pone infine una domanda che supera la storia del Bosco Belvedere.

Gli uomini che tracciarono quelle linee probabilmente non pensavano di stare disegnando la scomparsa di un ecosistema. Stavano risolvendo controversie demaniali, attribuendo diritti, misurando terreni e rendendo utilizzabile economicamente una risorsa.

Eppure quelle decisioni contribuirono a produrre un paesaggio nuovo.

Anche noi oggi stiamo facendo qualcosa di simile.

Ogni volta che decidiamo se reimpiantare un oliveto, lasciare un terreno incolto, costruire, riforestare, realizzare un impianto fotovoltaico, recuperare un muretto, conservare una quercia o creare un corridoio ecologico stiamo disegnando una carta che qualcun altro leggerà fra centocinquant'anni.

Forse è questa la lezione più importante del Bosco del Belvedere.

Il paesaggio che chiamiamo tradizionale non viene dal passato come un oggetto immutabile. È il risultato temporaneo di decisioni, necessità, economie, conflitti e adattamenti.

Prima delle distese di olivi c'erano anche le querce.

Poi le querce divennero memoria e gli olivi diventarono paesaggio.

Oggi anche quel paesaggio sta cambiando.

Perciò la domanda non può essere soltanto che cosa dobbiamo conservare?

La domanda agronomica ed ecologica più interessante è un'altra:

quale paesaggio vogliamo rendere possibile dopo di noi?

La carta del Bosco Belvedere del 1852, osservata oggi, non è soltanto una rappresentazione del passato.

Potrebbe essere una carta del futuro.


Bibliografia essenziale

Arditi, G. (1879), Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto, Lecce; rist. anastatica, Lecce, 1994.

Arthur, P., Melissano, V. (a cura di) (2004), Supersano. Un paesaggio antico del Basso Salento, Congedo, Galatina.

Arthur, P., Fiorentino, G., Imperiale, M. L. (2008), “L'insediamento in località Scorpo, Supersano”, Archeologia Medievale, XXXV, pp. 365-380.

De Bernart, A. (1995), “Torrepaduli scomparsa”, in A. De Bernart, M. Cazzato, E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d'Enghien, Galatina.

De Giorgi, C. (1882), La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, vol. I, Lecce; successive ristampe.

Fiorentino, G. (2004), “Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archeologia ambientale”, in P. Arthur, V. Melissano (a cura di), Supersano. Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina.

Gennaio, R., De Santis, B., Medagli, P. (2000), Alberi monumentali del Salento, Congedo Editore.

Mainardi, M. (1989), “Il Bosco di Belvedere”, Lu Lampiune, a. V, n. 3.

Panico, P. (2014), Lo “Stato” di Tricase nel 1785. Stato de' feudi, stabili, ed altri effetti componenti lo Stato di Tricase, e de' pesi fissi a' medesimi annessi formato nell'anno 1785, Edizioni dell'Iride.

Regione Puglia, Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR). Ambito Salento delle Serre, sezione relativa al paesaggio del Bosco del Belvedere.

Archivio di Stato di Lecce, Intendenza di Terra d'Otranto – Demani comunali, bb. relative al Bosco Belvedere, 1852-1862: piante topografiche, censuazioni e suddivisioni delle quote comunali.

Semeraro, T., Buccolieri, R., Vergine, M., De Bellis, L., Luvisi, A., Emmanuel, R., Marwan, N. (2021), “Analysis of Olive Grove Destruction by Xylella fastidiosa Bacterium on the Land Surface Temperature in Salento Detected Using Satellite Images”, Forests, 12, 1266.

Schneider, K. et al. (2021), “Assessment of the environmental impacts of Xylella fastidiosa subsp. pauca in Puglia”, Crop Protection, 142, 105519.

Valente, D., Lovello, E. M., Chirizzi, R., Petrosillo, I. (2024), “Multiscale Effects of Xylella fastidiosa on Landscape Services”, Land, 13, 2087.

Regione Puglia (dal 2019), Accordo interistituzionale per la rigenerazione dei paesaggi colpiti dalla Xylella nell'Area Interna Sud Salento, nell'ambito dell'attuazione del PPTR.

Fonti digitali consultate

Museo del Bosco di Supersano (MUBO), documentazione storico-naturalistica sul Bosco di Belvedere.

Archivio di Stato di Lecce, inventario Intendenza di Terra d'Otranto – Demani comunali.

Regione Puglia – SIT Puglia/PPTR, documentazione relativa al paesaggio del Bosco del Belvedere e alla rigenerazione dei paesaggi post-Xylella.

CNR – IRIS, documentazione scientifica sugli effetti della perdita degli oliveti salentini sul microclima.

Università del Salento – IRIS, studi sulla trasformazione e sui servizi del paesaggio conseguenti alla diffusione di Xylella fastidiosa.

Un punto che emerge con particolare forza dalle fonti è che la sequenza può essere resa ancora più precisa: 1851 divisione giuridico-amministrativa → 1852 cartografia delle quote → 1877 denuncia di De Giorgi → 1879 descrizione di Arditi → 1882 osservazione del bosco ormai residuale. (Museo del Bosco)

Inoltre, la proposta conclusiva non è soltanto teorica: il PPTR identifica esplicitamente il “paesaggio del Bosco del Belvedere”, mentre studi ecologici recenti mostrano quanto la crisi della Xylella abbia modificato struttura, frammentazione e servizi ecosistemici del paesaggio salentino. (pugliacon.regione.puglia.it) La ricerca resa pubblica proprio il 5 settembre 2026 aggiunge un elemento suggestivo: scenari di riforestazione con leccio vengono oggi studiati come una delle possibili risposte ecologiche al paesaggio post-Xylella. (ansa.it)