domenica 27 settembre 2026

La realtà non arriva già raccontata Conversazione tra Antonio Bruno e Heinz von Foerster

 


La realtà non arriva già raccontata Conversazione tra Antonio Bruno e  Heinz von Foerster

Antonio Bruno: Professore, vorrei cominciare da una frase che mi ha colpito: il mondo non contiene informazione. È quasi provocatoria. Io sono giornalista: se il mondo non contiene informazione, che cosa faccio quando scrivo un articolo?

Heinz von Foerster: Cominciamo proprio da qui. Lei osserva qualcosa e pensa di raccogliere informazioni che si trovano già là fuori. Ma ciò che incontra sono eventi, segni, suoni, parole, immagini. Sono segnali. L'informazione nasce quando un osservatore attribuisce loro un significato.

Antonio: Quindi l'informazione non passa semplicemente da una persona all'altra?

Von Foerster: Esatto. Il vecchio schema del mittente che mette un'informazione dentro un messaggio, la fa viaggiare lungo un canale e la consegna al destinatario è molto utile per le telecomunicazioni. Ma diventa ingannevole quando pretendiamo di usarlo per descrivere gli esseri umani.

Antonio: Perché?

Von Foerster: Perché io posso produrre dei segnali, ma non posso mettere nella sua testa il significato che quei segnali hanno per me.

Antonio: Questo mi interessa moltissimo. Significa che mentre le parlo io non le sto realmente trasferendo ciò che penso.

Von Foerster: Lei produce parole. Io le ascolto e costruisco qualcosa attraverso ciò che sono già.

Antonio: Attraverso la mia storia?

Von Foerster: La sua storia, la cultura, le esperienze, le aspettative, ciò che ha imparato, perfino il modo nel quale ha imparato a distinguere una cosa dall'altra.

Antonio: Allora quando dico: "Mi sono spiegato male", forse sto usando una formula troppo semplice.

Von Foerster: Certamente. Perché potrebbe essersi spiegato benissimo dal suo punto di vista. Ma l'altro ha costruito un significato differente.

Antonio: Ed ecco una frase ancora più radicale: il significato di una frase lo determina chi ascolta, non chi parla.

Von Foerster: Proprio così.

Antonio: Questa idea cambia parecchie cose nei rapporti umani. Io posso dire a una persona: "Non volevo dire questo".

Von Foerster: E può essere perfettamente sincero.

Antonio: Ma quella persona può rispondermi: "Io però ho sentito questo".

Von Foerster: Ed essere altrettanto sincera.

Antonio: Quindi non necessariamente uno dei due mente.

Von Foerster: Finalmente!

Antonio: [ride] Questo "finalmente" mi piace. Perché noi trascorriamo una quantità enorme di tempo a stabilire chi abbia ragione su ciò che è accaduto.

Von Foerster: Perché immaginiamo che da qualche parte esista la versione definitiva dell'accaduto.

Antonio: Mentre abbiamo osservatori.

Von Foerster: Abbiamo osservatori che descrivono.

Antonio: Qui sento Maturana.

Von Foerster: Naturalmente. Nel momento in cui lei include l'osservatore nell'osservazione, non può più fingere che la descrizione sia indipendente da chi descrive.

Antonio: Facciamo un esempio banalissimo. Due persone assistono alla stessa discussione. Una dice: "Antonio era aggressivo". L'altra: "Antonio si stava difendendo".

Von Foerster: E lei che cosa direbbe?

Antonio: Prima avrei probabilmente cercato di stabilire quale delle due versioni fosse vera. Adesso mi viene da domandare: come fa ciascuno dei due a vedere ciò che vede?

Von Foerster: E questa è una domanda completamente diversa.

Antonio: Perché non cerca più il colpevole dell'errore percettivo.

Von Foerster: Cerca l'osservatore.

Antonio: E allora potrei domandarmi anche: come faccio io quello che faccio quando descrivo quella discussione?

Von Foerster: Esattamente.

Antonio: Questa domanda mi accompagna molto: "Come faccio quello che faccio?". Perché sposta l'attenzione dalla pretesa di scoprire come sia il mondo all'osservazione di come io faccia emergere il mondo nel quale vivo.

Von Foerster: Ed è qui che comincia la responsabilità.


Antonio: Fermiamoci sulla responsabilità. Perché questa conversazione diventa particolarmente delicata quando parliamo di giornalismo.

Von Foerster: Molto delicata.

Antonio: Il giornalista tradizionalmente dice: "Io racconto i fatti".

Von Foerster: Quali fatti?

Antonio: Appunto.

Von Foerster: Quali ha scelto? Da quale posizione li ha osservati? Quali parole ha utilizzato? Che cosa ha messo nel titolo? Che cosa ha lasciato fuori? A chi ha dato voce?

Antonio: Quindi già scegliere che una cosa meriti di diventare notizia è un'operazione dell'osservatore.

Von Foerster: Inevitabilmente.

Antonio: Nel testo lei racconta di Stanford. Sopra l'ingresso della facoltà di giornalismo c'era scritto, in sostanza: "Dite le cose come sono". E lei rovesciò la frase: le cose sono come le raccontate.

Von Foerster: Perché "dire le cose come sono" può diventare una meravigliosa maniera per nascondere chi sta parlando.

Antonio: Questa è fortissima.

Von Foerster: Il giornalista potrebbe dire: "Non sono io. È la realtà".

Antonio: E invece sono io che ho scelto quella fotografia, quel titolo, quelle tre dichiarazioni invece di altre dieci.

Von Foerster: E soprattutto quelle parole.

Antonio: Allora l'impossibilità dell'oggettività non autorizza affatto a scrivere qualsiasi cosa.

Von Foerster: Al contrario.

Antonio: Richiede maggiore responsabilità.

Von Foerster: Precisamente. Se crede di essere semplicemente uno specchio della realtà, può sottrarsi alla responsabilità: "Io non c'entro, ho soltanto raccontato ciò che è successo". Quando comprende di partecipare alla costruzione della descrizione, deve assumersene la responsabilità.


Antonio: Mi viene in mente una situazione quotidiana. Entro in una stanza. Una persona non mi saluta. Posso dire: "Mi ha ignorato".

Von Foerster: Ma "non mi ha salutato" e "mi ha ignorato" non sono la stessa cosa.

Antonio: Esatto! "Non mi ha salutato" descrive qualcosa che posso osservare. "Mi ha ignorato" introduce già un'interpretazione.

Von Foerster: E magari persino un'intenzione.

Antonio: Potrei arrivare a dire: "Non mi ha salutato perché ce l'ha con me".

Von Foerster: Ed eccoci già dentro un mondo.

Antonio: Un mondo che io stesso contribuisco a far emergere.

Von Foerster: E nel quale poi comincerà a comportarsi.

Antonio: Magari divento freddo con quella persona.

Von Foerster: Che percepirà la sua freddezza.

Antonio: E diventerà fredda con me.

Von Foerster: E lei esclamerà: "Vedevo bene! Ce l'aveva con me!".

Antonio: [ride] Abbiamo fabbricato la prova della nostra teoria!

Von Foerster: Gli esseri umani sono bravissimi in questo.


Antonio: C'è però qualcosa che mi interessa ancora di più. Se il significato nasce nell'ascoltatore, allora comunicare non significa controllare ciò che l'altro comprenderà.

Von Foerster: Certamente no.

Antonio: E questa per me è una questione enorme: il controllo.

Von Foerster: Perché?

Antonio: Perché posso desiderare che l'altro comprenda esattamente ciò che intendo. Posso spiegare, rispiegare, precisare. E quando non comprende come avevo previsto posso irritarmi.

Von Foerster: Interessante.

Antonio: Ma se prendo sul serio quello che stiamo dicendo, devo riconoscere che l'altro non è il terminale del mio messaggio.

Von Foerster: È un sistema autonomo.

Antonio: Io posso parlare, ma non posso decidere ciò che nascerà in lui dalle mie parole.

Von Foerster: E questo cambia la conversazione.

Antonio: Radicalmente. Perché posso passare da: "Devi capire quello che ti sto dicendo" a: "Che cosa hai compreso di ciò che ho detto?".

Von Foerster: Magnifico.

Antonio: E magari scopro qualcosa anche di me.

Von Foerster: Questo è il punto. La comunicazione non è il trasporto di oggetti chiamati significati. È una coordinazione nella quale possono emergere significati.


Antonio: Allora arriviamo al passato. Lei sostiene che ciò che è stato è accessibile attraverso le nostre ricostruzioni.

Von Foerster: Certamente.

Antonio: Questo mi riguarda profondamente. Io ricordo un episodio della mia vita. Lo racconto oggi. Ma non sto prendendo dal cervello una registrazione conservata quarant'anni fa e mandandola in onda.

Von Foerster: Sta ricostruendo.

Antonio: Oggi.

Von Foerster: Oggi.

Antonio: E dunque il mio passato viene raccontato dal me presente.

Von Foerster: Esatto.

Antonio: Fra dieci anni potrei raccontare lo stesso episodio diversamente senza necessariamente mentire.

Von Foerster: Perché sarebbe diverso l'osservatore che ricostruisce.

Antonio: Questo mi sembra liberante. Non perché il passato scompaia, ma perché smette di essere una pietra immobile.

Von Foerster: Diventa una storia continuamente ricostruita nel presente.

Antonio: E allora anche quando dico "io sono fatto così perché mi è accaduto questo", dovrei forse osservare con maggiore attenzione.

Von Foerster: Perché?

Antonio: Perché sto costruendo adesso una relazione tra ciò che ricordo e ciò che sono.

Von Foerster: Molto bene.

Antonio: Non sto necessariamente scoprendo una catena causale nascosta nell'universo.

Von Foerster: Sta formulando una spiegazione.

Antonio: Che può essermi utile.

Von Foerster: Oppure imprigionarla.


Antonio: Professore, allora provo a riassumere.

Il mondo accade.

Io percepisco.

Distinguo.

Attribuisco significato.

Descrivo.

E attraverso quella descrizione faccio emergere un mondo nel quale poi vivo.

Von Foerster: Continui.

Antonio: Se quel mondo mi piace, posso conservarlo.

Von Foerster: E se non le piace?

Antonio: Posso accorgermi di come lo sto facendo.

Von Foerster: E poi?

Antonio: Posso scegliere.

Von Foerster: Ecco.

Antonio: Forse è questa la cosa che più mi interessa di tutta questa conversazione. Non arrivare alla conclusione relativistica che "allora tutto vale".

Von Foerster: Sarebbe una conclusione molto povera.

Antonio: Arrivare invece a una conseguenza etica: se non posso nascondermi dietro una realtà che mi ordina come devo descriverla, aumenta la mia responsabilità per il mondo che contribuisco a generare attraverso le mie distinzioni, le mie parole e le mie azioni.

Von Foerster: Adesso siamo arrivati al punto.

Antonio: E potrei formularlo così: non posso controllare il significato che nascerà nell'altro, ma posso assumermi la responsabilità del modo in cui entro nella conversazione.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso accorgermi.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso osservare cosa percepisco.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso osservare cosa sto facendo.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso vedere quale passato sto ricostruendo e quale futuro sto anticipando.

Von Foerster: E infine?

Antonio: Posso scegliere che cosa conservare.

Von Foerster: E che cosa cambiare.

Antonio: Allora forse comunicare non significa riuscire a mettere nella testa dell'altro ciò che ho nella mia.

Von Foerster: No.

Antonio: Significa incontrarsi sapendo che ciascuno costruirà qualcosa.

Von Foerster: Sì.

Antonio: E assumersi la responsabilità di ciò che facciamo nascere nella relazione.

Von Foerster: Questa mi sembra una buona conclusione.

Antonio: A me sembra piuttosto un buon inizio.

Ho fatto convergere il pensiero del testo con il tuo percorso di auto-osservazione, soprattutto nel passaggio «mi accorgo → percepisco → cosa sto facendo → ricostruisco il passato → anticipo scenari → scelgo → cosa conservo». Nel testo originale, infatti, von Foerster arriva al principio decisivo secondo cui è il ricevente a costruire il significato dell'enunciato, non il parlante a trasferirglielo già confezionato.

 

La rigenerazione agricola della Puglia: dall’azienda alla comunità rurale

 


La rigenerazione agricola della Puglia: dall’azienda alla comunità rurale


Una proposta per trasformare le risorse della PAC 2028-2034 in organizzazione territoriale

di Antonio Bruno

La crisi dell’agricoltura pugliese, e in particolare quella del Salento dopo la Xylella, non può più essere affrontata soltanto chiedendoci quanti milioni di euro siano stati stanziati, quanti bandi siano stati pubblicati e quante aziende abbiano ricevuto un contributo.

Dopo anni di interventi pubblici, ristori, programmi comunitari e progetti di rigenerazione, il paesaggio che abbiamo davanti ci costringe a porre una domanda diversa: il problema è davvero la quantità delle risorse disponibili oppure riguarda il modo in cui il territorio è organizzato per trasformare quelle risorse in agricoltura, reddito, paesaggio e comunità?

La mia proposta parte da qui.

Occorre cambiare l’unità di osservazione. Non possiamo continuare a considerare la singola azienda agricola come l’unico soggetto intorno al quale costruire la politica di rigenerazione.

Dobbiamo passare:

dall’azienda alla rete di aziende, dalla rete alla comunità rurale, dalla comunità rurale al territorio e dal territorio al sistema.

Le risorse sono necessarie, ma non bastano


Negli ultimi anni ingenti risorse pubbliche, regionali, nazionali ed europee sono state destinate all’agricoltura pugliese e alla ricostruzione post-Xylella.

Nel mio precedente ragionamento avevo richiamato, tra gli altri, i ristori per la Xylella, gli interventi destinati alle aziende agricole e i progetti promossi attraverso il Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, compresi quelli dedicati all’agricoltura rigenerativa.

Non intendo sostenere che queste risorse siano state inutili. Al contrario, hanno consentito a una parte importante del sistema agricolo di resistere.

La domanda è un’altra: hanno modificato l’organizzazione strutturale dell’agricoltura salentina?

Se dopo gli interventi finanziari rimangono la frammentazione fondiaria, l’abbandono, la difficoltà di realizzare economie di scala, la debolezza organizzativa, la riduzione della presenza umana nelle campagne e l'incapacità di ricostruire un paesaggio produttivo, allora dobbiamo riconoscere che il finanziamento, da solo, non costituisce una politica di rigenerazione.

Il denaro è uno strumento.

L’organizzazione è il problema.

Non dobbiamo rigenerare soltanto le aziende: dobbiamo rigenerare il territorio


Il punto decisivo consiste nel cambiare scala.

Una singola azienda agricola può essere troppo piccola, troppo frammentata, scarsamente capitalizzata o semplicemente impossibilitata a sostenere da sola gli investimenti necessari per affrontare irrigazione, meccanizzazione, innovazione, trasformazione, commercializzazione, gestione del rischio e adattamento climatico.

Ma ciò che può essere impossibile per cento aziende considerate separatamente può diventare possibile se quelle stesse aziende vengono considerate come parti di un unico sistema territoriale organizzato.

Ecco perché ritengo necessario introdurre il concetto di comunità rurale organizzata.

Non immagino l’abolizione della proprietà privata e neppure la cancellazione dell'impresa agricola.

Immagino esattamente il contrario: la possibilità di conservare la proprietà della terra e l’identità delle singole imprese, separando però, quando necessario e volontariamente, la proprietà del capitale fondiario dalla gestione coordinata di determinate funzioni produttive e territoriali.

La proprietà può rimanere individuale.

Alcune funzioni possono diventare collettive.

L’ente tecnico pubblico come infrastruttura della comunità rurale

È all’interno di questa visione che ripropongo l’idea di un ente tecnico pubblico per la rigenerazione rurale.

Ma oggi ne preciserei diversamente la funzione.

Non penso semplicemente a un nuovo organismo pubblico che sostituisca gli agricoltori nella conduzione delle loro aziende.

Penso a una infrastruttura tecnica pubblica del territorio, capace di rendere possibile ciò che la frammentazione delle singole aziende rende difficile o impossibile.

Un organismo costituito prevalentemente da competenze tecniche — dottori agronomi e forestali, tecnici agricoli, esperti di suolo, acqua, paesaggio, economia agraria, innovazione, GIS, gestione dei dati e progettazione territoriale — che lavori insieme agli agricoltori e non al loro posto.

Il suo compito fondamentale dovrebbe essere quello di organizzare comunità rurali territoriali alle quali i proprietari e le imprese possano aderire volontariamente.

La singola azienda continuerebbe a esistere, ma potrebbe mettere in comune alcune funzioni: programmazione colturale, utilizzazione delle macchine, gestione dell’acqua, assistenza tecnica, monitoraggio fitosanitario, acquisti, trasformazione, logistica, commercializzazione, gestione del rischio, produzione energetica, servizi ecosistemici e manutenzione del paesaggio.

Avremmo quindi proprietà individuali e, dove conveniente, gestione sistemica.

Non un nuovo carrozzone, ma una struttura tecnica verificabile

Naturalmente un ente pubblico può diventare esso stesso parte del problema.

Per questo la proposta avrebbe senso soltanto a precise condizioni.

La struttura dovrebbe avere obiettivi misurabili territorialmente: ettari recuperati all’abbandono, incremento della superficie produttiva, redditività generata, riduzione dei costi unitari, disponibilità e utilizzazione dell’acqua, giovani insediati, suolo recuperato, riduzione del rischio incendi, biodiversità, quantità e valore delle produzioni, occupazione e qualità del paesaggio.

Il finanziamento pubblico non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso la correttezza amministrativa della spesa.

La domanda non dovrebbe essere semplicemente:

«Quanto abbiamo speso?»

ma:

«Che cosa è cambiato nel territorio dopo averlo speso?»

Una sostenibilità che tenga insieme economia, società e ambiente

Occorre inoltre superare una contrapposizione che considero sterile.

Non esiste sostenibilità ambientale durevole senza sostenibilità economica dell’attività agricola. Ma non esiste neppure un’agricoltura economicamente durevole dentro un territorio ambientalmente degradato e socialmente abbandonato.

La sostenibilità agricola è contemporaneamente economica, sociale e ambientale.

Il reddito dell’agricoltore, la sicurezza alimentare, la fertilità del suolo, la disponibilità dell’acqua, il paesaggio, la biodiversità, l’occupazione e la permanenza delle persone nelle campagne non sono capitoli indipendenti.

Sono variabili dello stesso sistema.

Quando ne isoliamo una perdiamo la capacità di comprendere le altre.

La nuova PAC apre uno spazio che la Puglia dovrebbe utilizzare

La proposta della Commissione europea per la PAC 2028-2034 rende questo ragionamento particolarmente attuale.

La prospettiva europea è quella del superamento dell'attuale struttura a due pilastri e dell'integrazione della PAC nei nuovi Piani di partenariato nazionali e regionali. Gli strumenti agricoli rimarrebbero, ma verrebbero collocati dentro una programmazione più integrata con le altre politiche territoriali.

Per la Puglia questa trasformazione non dovrebbe essere interpretata soltanto come una modifica burocratica.

Può diventare un’occasione.

La domanda non sarà più soltanto quali misure agricole finanziare, ma come combinare agricoltura, sviluppo rurale, innovazione, infrastrutture, ambiente, servizi e coesione territoriale intorno a un progetto riconoscibile di territorio.

Ed è precisamente qui che colloco le comunità rurali.

Dalla PAC delle domande individuali alla PAC dei progetti territoriali

Immaginiamo, per esempio, un comprensorio salentino colpito dalla Xylella.

Invece di avere centinaia di proprietari che individualmente decidono se partecipare a un bando, piantare qualche ettaro, acquistare una macchina o abbandonare definitivamente il terreno, il territorio potrebbe essere preventivamente studiato come sistema.

Quali suoli abbiamo?

Quanta acqua è realmente disponibile?

Quali colture sono agronomicamente ed economicamente possibili?

Quali superfici possono essere aggregate funzionalmente?

Dove sono necessarie infrastrutture comuni?

Quali produzioni possono raggiungere una massa critica?

Dove conviene l’olivicoltura?

Dove la viticoltura?

Dove altre colture arboree?

Dove seminativi, allevamento, sistemi agroforestali o rinaturalizzazione?

Quali servizi possono essere condivisi?

Quali filiere possono essere costruite?

A quel punto il finanziamento pubblico non precederebbe il progetto.

Finanzierebbe il progetto territoriale.

Questa inversione è fondamentale.

Dalla compensazione alla generazione

Per troppo tempo una parte delle politiche agricole è stata inevitabilmente costruita secondo una logica compensativa: esiste una difficoltà e viene predisposto un sostegno.

La compensazione continuerà ad essere necessaria in molte circostanze.

Ma non può costituire l'orizzonte della rigenerazione.

Dobbiamo passare dalla domanda:

«Quanto dobbiamo dare all’agricoltore per compensare questa difficoltà?»

alla domanda:

«Come dobbiamo organizzare questo territorio affinché torni a produrre autonomamente valore?»

È il passaggio da una politica prevalentemente compensativa a una politica generativa.

Pubblico e privato non sono avversari

In questo modello viene meno anche la vecchia contrapposizione fra gestione pubblica e gestione privata.

Non propongo che la Regione diventi agricoltore.

E non penso neppure che sia sufficiente lasciare ciascuna azienda sola davanti al mercato e poi intervenire quando non riesce più a sopravvivere.

Propongo una terza possibilità:

una governance ibrida, pubblica e privata, tecnica e partecipata, costruita sulla co-progettazione.

Regione, Comuni, enti tecnici, università, ricerca, organizzazioni professionali, proprietari, imprese agricole, cooperative, trasformatori e comunità locali devono poter costruire insieme programmi territoriali verificabili.

Il pubblico garantisce programmazione, conoscenza, infrastrutture, continuità e controllo.

Il privato mantiene iniziativa, proprietà, capacità imprenditoriale e assunzione del rischio.

La comunità rurale costituisce lo spazio nel quale queste capacità possono coordinarsi.

Il paesaggio diventa un prodotto collettivo

C’è infine un passaggio che considero essenziale.

Un agricoltore produce olio, vino, grano, ortaggi, frutta.

Ma migliaia di agricoltori, con le loro decisioni quotidiane, producono qualcosa che nessuna azienda può produrre individualmente:

il paesaggio.

E insieme al paesaggio producono presidio territoriale, biodiversità, sicurezza idrogeologica, riduzione del rischio di incendio, cultura rurale, attrattività turistica e qualità della vita.

Il paesaggio rurale è quindi un bene collettivo generato da una moltitudine di decisioni private.

Se vogliamo rigenerarlo, dobbiamo costruire istituzioni capaci di coordinare quelle decisioni senza cancellarne l'autonomia.

La mia proposta

La proposta che avanzo per la Puglia può quindi essere sintetizzata in un principio:

utilizzare la nuova stagione della PAC non per finanziare semplicemente migliaia di aziende considerate isolatamente, ma per costruire comunità rurali organizzate territorialmente, supportate da una struttura tecnica pubblica e capaci di gestire in comune le funzioni che acquistano efficacia soltanto alla scala territoriale.

Non una collettivizzazione della terra.

Non una nuova burocrazia.

Non la sostituzione dell'imprenditore.

Ma una infrastruttura pubblica di conoscenza, coordinamento e gestione territoriale, alla quale le aziende possano affidare volontariamente determinate funzioni e attraverso la quale le risorse europee, nazionali e regionali possano essere concentrate su progetti territoriali verificabili.

La terra rimane dei proprietari.

L'impresa rimane dell'imprenditore.

Ma acqua, paesaggio, prevenzione, infrastrutture, innovazione, servizi tecnici, alcune macchine, alcune filiere e soprattutto il futuro del territorio non possono essere affrontati come se ogni particella catastale fosse un'isola.

La vera domanda

La questione, allora, non è più soltanto se la prossima PAC metterà a disposizione abbastanza denaro.

E neppure se Bruxelles abbia individuato la misura giusta.

La vera domanda è:

quale organizzazione siamo capaci di costruire con le risorse disponibili?

Perché la risorsa più scarsa potrebbe non essere il denaro.

Potrebbe essere la nostra capacità di coordinarci.

La crisi agricola del Salento, osservata da questa prospettiva, non è soltanto una crisi degli olivi, delle aziende o del reddito agricolo.

È una crisi delle relazioni attraverso le quali un territorio organizza la propria esistenza.

Per questo la rigenerazione non può limitarsi a sostituire gli alberi morti.

Deve rigenerare contemporaneamente terra, produzione, relazioni, istituzioni e comunità.

È questo il salto che propongo: dall’azienda alla comunità rurale, dalla comunità al territorio, dal territorio al sistema.

E forse è proprio questa la domanda che la Puglia dovrebbe portare dentro la costruzione della PAC 2028-2034:

non soltanto quali interventi vogliamo finanziare, ma quale mondo rurale vogliamo far emergere attraverso il modo in cui decidiamo di organizzarci.

Antonio Bruno

Bibliografia e fonti

Politica agricola comune e PAC 2028-2034

Commissione europea, The CAP post-2027 in the next EU budget, Commissione europea, Bruxelles, 2025-2026.

Commissione europea, Questions and answers on the CAP post-2027 proposal, Commissione europea, Bruxelles, 23 luglio 2025.

Commissione europea, Driving sustainable farming: new guidance for the CAP 2028-2034, Commissione europea, Bruxelles, 28 aprile 2026.

Commissione europea, Proposta relativa al quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e al Fondo europeo per la coesione economica, sociale e territoriale, l'agricoltura e lo sviluppo rurale, la pesca e gli affari marittimi, la prosperità e la sicurezza, Bruxelles, 16 luglio 2025.

Frascarelli, A., Pac 2028: addio ai due pilastri, arriva il Fondo unico, «Terra e Vita», 5 settembre 2026.

Unione europea, Regolamento (UE) 2021/2115 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 2 dicembre 2021, recante norme sul sostegno ai piani strategici che gli Stati membri devono redigere nell'ambito della politica agricola comune.

Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Piano Strategico della PAC 2023-2027 dell'Italia, Roma, versione vigente.

Regione Puglia, Complemento regionale per lo Sviluppo Rurale (CSR) del Piano Strategico della PAC 2023-2027 della Regione Puglia, Bari, versione vigente.

Sviluppo rurale, territorio e approccio comunitario

Ostrom, E., Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge, 1990.

Ostrom, E., Understanding Institutional Diversity, Princeton University Press, Princeton, 2005.

OECD, The New Rural Paradigm: Policies and Governance, OECD Publishing, Paris, 2006.

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Commissione europea, A Long-Term Vision for the EU's Rural Areas – Towards stronger, connected, resilient and prosperous rural areas by 2040, COM(2021) 345 final, Bruxelles, 2021.

Commissione europea, EU Rural Action Plan, Bruxelles, 2021.

Cooperazione, innovazione e gestione collettiva

European Commission – EU CAP Network, documentazione relativa a LEADER/CLLD, cooperazione territoriale, innovazione e sviluppo locale partecipativo.

European Commission – EU CAP Network, documentazione relativa agli EIP-AGRI Operational Groups, cooperazione fra agricoltori, ricercatori, consulenti e altri attori dei sistemi agricoli e rurali.

FAO, The State of Food and Agriculture, varie edizioni, Food and Agriculture Organization of the United Nations, Roma.

FAO, documentazione su Territorial Development, Landscape Approaches e gestione sostenibile dei sistemi agroalimentari e rurali.

Paesaggio e territorio

Consiglio d'Europa, Convenzione europea del paesaggio, Firenze, 20 ottobre 2000.

Repubblica Italiana, Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 – Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Regione Puglia, Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR), Regione Puglia.

Xylella e rigenerazione del territorio salentino

Regione Puglia, Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia, documentazione normativa, programmatoria e attuativa.

Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, documentazione relativa al Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia e agli interventi conseguenti all'emergenza Xylella.

DAJS – Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, documentazione relativa ai programmi e ai progetti per la rigenerazione dell'agricoltura salentina e del territorio colpito da Xylella.

CNR – Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (IPSP), studi e documentazione scientifica su Xylella fastidiosa e sul disseccamento rapido dell'olivo.

EFSA – European Food Safety Authority, pareri scientifici, aggiornamenti e valutazioni del rischio relativi a Xylella fastidiosa.

Riferimenti teorici per l'approccio sistemico

Bateson, G., Steps to an Ecology of Mind, Chandler Publishing Company, San Francisco, 1972; trad. it. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano.

Maturana, H.R.; Varela, F.J., Autopoiesis and Cognition: The Realization of the Living, D. Reidel Publishing Company, Dordrecht, 1980.

Maturana, H.R.; Varela, F.J., The Tree of Knowledge: The Biological Roots of Human Understanding, Shambhala, Boston, 1987.

von Foerster, H., Understanding Understanding: Essays on Cybernetics and Cognition, Springer, New York, 2003.

Fonti utilizzate per la formulazione della proposta

Bruno, A., La sfida della rigenerazione agricola in Puglia: tra risorse e inadeguatezze strutturali, manoscritto dell'autore, 2026.

Bruno, A., elaborazioni e riflessioni sulla costituzione di comunità rurali, sulla gestione coordinata delle aziende agricole e sulla creazione di una struttura tecnica pubblica per la rigenerazione del paesaggio rurale pugliese, 2026.