domenica 4 ottobre 2026

Viaggio di studio nel Salento 1 - 4 ottobre 2026



Antonio Bruno

Questo video lo sto facendo innanzitutto per ringraziare tutti voi. In particolare Andrea e Roberto, che hanno ideato questa bellissima formula — io la chiamerei proprio un format — del viaggio di studio. È un’esperienza davvero interessante, perché permette di conoscere territori e realtà professionali, ma soprattutto di incontrarsi, confrontarsi e costruire relazioni.

Ma questo video lo faccio soprattutto per ringraziare Francesco Tarantino, mio collega, con il quale collaboro ormai da un paio d’anni. Francesco è socio AIAPP e dei Georgofili e si occupa in particolare di paesaggio, un ambito che io frequento meno. Tuttavia, quando promuove delle iniziative, cerco sempre di essergli accanto e di offrirgli tutto il sostegno possibile.

In questa occasione, però, devo riconoscere che è stato soprattutto lui a sostenere me. Devo confessarlo: Francesco si è fatto carico di una parte fondamentale dell’organizzazione di questo viaggio di studio. E per questo voglio ringraziarlo pubblicamente.

Da quello che ho potuto vedere, il viaggio è stato gradito. Avete conosciuto alcune realtà del nostro territorio, avete incontrato persone, ascoltato esperienze e spero soprattutto che possiate portare qualcosa di tutto questo con voi, una volta tornati a casa.

C’è poi un altro aspetto al quale tengo particolarmente: il coinvolgimento delle nuove generazioni.

Penso, per esempio, alla possibilità di avviare una collaborazione con Alessio Aprile e con il corso di Scienze Agrarie, nella speranza che gli studenti possano avvicinarsi all’esperienza associativa. Perché oggi noi professionisti siamo talmente assorbiti dal lavoro e dalle incombenze quotidiane che rischiamo di trascurare la dimensione comunitaria della professione, quella del bene comune.

E così l’associazionismo finisce spesso per essere affidato alla buona volontà di pochi.

Io faccio volontariato da sempre, nell’ADAF e in altre realtà, e credo profondamente nel valore di questa esperienza. Negli anni alcuni giovani si erano avvicinati a noi, ma poi li abbiamo persi per strada. Mi auguro allora che l’esperienza di Francesco, la mia e quella di tutti coloro che continuano a impegnarsi possa diventare una testimonianza capace di coinvolgere nuove generazioni.

Perché l’associazionismo professionale non è qualcosa di accessorio. È un modo di stare insieme nella professione, di condividere conoscenze, esperienze, responsabilità e relazioni.

Se perdiamo questa dimensione rischiamo un impoverimento non soltanto professionale, ma soprattutto umano.

Vi ringrazio ancora e mi auguro che presto si possa organizzare anche il viaggio inverso: un gruppo di colleghi del Salento che venga a trovare voi, nei vostri territori.

Sarebbe il modo migliore per continuare questo cammino.


Roberto Accossu

Anzitutto vogliamo ringraziare Antonio e Francesco per l’impegno che hanno profuso.

Abbiamo potuto constatare che, alla fine, gran parte dell’organizzazione del viaggio è ricaduta sulle loro spalle. E organizzare un viaggio di studio di questo genere praticamente in due persone richiede uno sforzo enorme.

Per questo, anche le eventuali piccole pecche che possono esserci state vanno considerate assolutamente comprensibili, soprattutto trattandosi di una prima esperienza.

Noi siamo molto contenti di essere venuti in Puglia, sia per quello che abbiamo potuto conoscere del territorio, sia per il clima che si è creato all’interno del nostro gruppo di diciotto persone.

Anche questo non è affatto scontato.

In questi giorni si è creata una bella dimensione umana e ricreativa, oltre che professionale, e credo che anche questo faccia parte del valore di un viaggio di studio.

Vorrei però lasciare ad Andrea, nella sua qualità di presidente nazionale della FIDAF, il compito di aggiungere qualche considerazione conclusiva. Ormai è al terzo o quarto viaggio insieme a noi e sta vivendo anche lui un’esperienza che, fino a qualche tempo fa, all’interno della FIDAF non esisteva.


Andrea Sonnino

La prima cosa che devo fare è smentire Antonio: io non ho inventato proprio nulla!

Sono stati loro, insieme ai colleghi veneti, a cominciare a ragionare su questo tipo di esperienza. Io non ho alcun merito particolare: quando ne ho avuto la possibilità, mi sono semplicemente accodato.

Quindi il primo ringraziamento va proprio a chi ha avuto l’idea e ha cominciato a costruire questa esperienza.

Naturalmente mi unisco ai ringraziamenti rivolti ad Antonio e a Francesco, che speriamo possa raggiungerci.

Mi unisco anche alle parole pronunciate da Roberto. Questo viaggio è stato organizzato con grande passione. Abbiamo trascorso quattro giorni visitando realtà molto interessanti e personalmente ho imparato molte cose.

Ho fatto anche alcune considerazioni più generali che, magari, avrò occasione di mettere per iscritto e condividere.

Quindi grazie davvero per il cuore, la passione e l’impegno che avete messo nell’organizzazione di queste giornate.

Vorrei però approfittare della riflessione fatta da Antonio sull’associazionismo e sulla partecipazione per aggiungere una notizia.

Stiamo lanciando la Giornata nazionale del professionista per l’agricoltura, le foreste, l’alimentazione, l’ambiente e il territorio. Il titolo è piuttosto lungo, lo riconosco, ma è il risultato di un compromesso necessario per rappresentare tutte le componenti coinvolte.

Hanno già aderito l’Accademia dei Georgofili, l’Accademia Nazionale di Agricoltura, il CONAF e diverse altre istituzioni. Ha aderito anche la Conferenza di Agraria, quella che un tempo si chiamava Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Agraria.

Possiamo quindi già annunciare che la Giornata nazionale si terrà l’11 novembre 2027.

A breve si riunirà per la prima volta il comitato promotore, coinvolgendo tutte le istituzioni che ho citato e altre ancora. Stiamo cercando di allargare la partecipazione anche ai periti agrari, ai tecnologi alimentari e alle altre professioni che operano nei nostri settori.

L'idea fondamentale, però, è questa: non vogliamo organizzare semplicemente un grande convegno nazionale a Roma, Mantova, Ragusa o in qualche altra città.

Vogliamo invece realizzare mille iniziative nei territori.

Ogni Ordine professionale, ogni corso di laurea, ogni associazione e ogni realtà locale potrà organizzare qualcosa: una visita tecnica, un incontro, un evento culturale, persino un concerto.

La Giornata nazionale dovrà vivere contemporaneamente in tanti luoghi diversi, attraverso iniziative piccole e grandi capaci di raccontare il ruolo dei professionisti dell’agricoltura, delle foreste, dell’alimentazione, dell’ambiente e del territorio.

Credo che anche questo possa contribuire proprio a quella partecipazione e a quella dimensione comunitaria della professione di cui parlava Antonio.

E allora raccogliamo subito il suo invito: possiamo cominciare fin da adesso a lavorare anche qui, insieme all’Università, all’Ordine e alle associazioni del territorio.

Voglio infine ricordare Rosario Centonze, che si scusa per non essere riuscito a raggiungerci. Avrebbe voluto essere con noi e ci aveva anche invitati a cena. Questa volta non è stato possibile, ma è stato comunque vicino all’iniziativa e sarà certamente dei nostri in una prossima occasione.

Grazie ancora ad Antonio, a Francesco e a tutti voi.

E soprattutto facciamo in modo che questo viaggio non finisca qui.


 

sabato 3 ottobre 2026

Quando la terra non conviene più

 


Quando la terra non conviene più

Dal declino dell’agricoltura italiana agli oliveti abbandonati del Salento

di Antonio Bruno – Laureato in Scienze Agrarie 

Ci sono numeri che descrivono un fenomeno. E poi ci sono numeri che, se uno conosce la terra, finiscono per raccontare delle persone.

L’Istat ha messo in fila vent’anni di agricoltura italiana, dal 2006 al 2025, e il risultato dovrebbe costringerci a fermarci.

Le superfici coltivate a mais si sono ridotte del 51,2%. La produzione di pere è crollata del 60,6%. Quella dell’olio d’oliva del 37,6%.

Potremmo discutere delle singole colture, delle importazioni, dei cambiamenti climatici, della concorrenza internazionale, della grande distribuzione organizzata, dei prezzi riconosciuti ai produttori.

Tutto vero.

Ma da agronomo mi interessa soprattutto ciò che sta dietro quei numeri.

Perché un ettaro che esce dalla produzione non è semplicemente un ettaro in meno in una tabella dell’Istat.

È un uomo o una donna che, a un certo punto, ha deciso di non coltivarlo più.

E allora la domanda diventa: perché?

Quando coltivare non paga

L’agricoltura possiede una caratteristica curiosa: tutti riconoscono che è indispensabile, ma spesso pretendiamo che chi la pratica lavori con margini economici che non accetteremmo in quasi nessun'altra attività.

L'agricoltore compra carburante, macchine, concimi e mezzi tecnici a prezzi determinati da altri. Paga la manodopera, affronta siccità, grandine, gelate, fitopatie e mercati internazionali.

Produce senza conoscere esattamente quale sarà il prezzo del proprio prodotto quando arriverà il momento di venderlo.

E alla fine della filiera si trova spesso davanti a soggetti economicamente molto più forti di lui.

È qui che dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda elementare: quanto deve guadagnare un agricoltore perché abbia ancora senso fare l’agricoltore?

Perché nessun richiamo sentimentale alla terra può sostituire il reddito.

Sono scomparsi 3,5 milioni di ettari

Se allarghiamo lo sguardo, scopriamo che il fenomeno viene da lontano.

Tra il 1982 e il 2020 l’Italia ha perso circa 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola Utilizzata.

Contemporaneamente è cambiata profondamente la struttura produttiva.

Il 7° Censimento generale dell’agricoltura dell’Istat ha registrato il passaggio da oltre 1,6 milioni di aziende agricole a circa 1,1 milioni.

Centinaia di migliaia di aziende non ci sono più.

Naturalmente una parte di questa trasformazione deriva dall’accorpamento delle superfici e dall’aumento delle dimensioni medie aziendali. Sarebbe sbagliato confondere automaticamente ogni azienda cessata con un terreno abbandonato.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere ciò che sta accadendo soprattutto nelle aree agricole marginali.

Perché quando scompare una piccola azienda familiare non scompare soltanto un soggetto economico.

Può scomparire qualcuno che puliva un fosso, manteneva un muretto, potava gli alberi, controllava un appezzamento dopo un temporale.

Scompare un pezzo del presidio quotidiano del territorio.

Poi guardo il Salento

Ed è a questo punto che quei numeri nazionali, per me, smettono di essere numeri.

Perché vivo nel Salento.

E basta percorrere le nostre strade per vedere che cosa significa quando una terra perde progressivamente la propria funzione produttiva.

Per generazioni l’olivo non è stato semplicemente una coltura.

Ha disegnato il paesaggio.

Ha determinato il valore della terra.

Ha organizzato il calendario del lavoro.

Ha prodotto frantoi, commerci, professionalità, consuetudini, parole.

Poi è arrivata Xylella fastidiosa.

Abbiamo visto disseccare alberi che sembravano eterni.

Ma dopo l'emergenza fitosanitaria è emerso un secondo problema, forse meno spettacolare e proprio per questo più insidioso: che cosa facciamo della terra dopo gli olivi?

Perché eliminare un albero morto è relativamente semplice.

Ricostruire un'economia agricola è molto più difficile.

Il problema è il reddito

Conosco bene questa realtà anche attraverso il lavoro svolto per tanti anni nei Consorzi di Bonifica.

Prendiamo un ettaro di oliveto salentino improduttivo.

Il proprietario deve continuare ad affrontare spese, manutenzione e oneri. Ma quella superficie può non produrre praticamente alcun reddito.

E allora proviamo a metterci nei suoi panni.

Perché dovrebbe investire?

Perché dovrebbe reimpiantare?

Quale coltura dovrebbe scegliere?

A chi venderà il prodotto?

Quanto gli verrà pagato?

In quanti anni recupererà l’investimento?

Sono queste le domande che vengono prima di qualsiasi progetto di rigenerazione.

Possiamo scrivere magnifici piani, parlare di paesaggio, biodiversità e transizione ecologica. Ma se non rispondiamo alla domanda sul reddito dell’agricoltore, rischiamo di progettare un'agricoltura senza agricoltori.

La terra vale se qualcuno la vuole coltivare

Nel Salento questa contraddizione è diventata particolarmente evidente.

In diverse situazioni il reddito ricavabile dall'affitto di un ettaro agricolo può essere dell'ordine di poche centinaia di euro l'anno.

E allora accade qualcosa che un economista può descrivere con una curva, ma che un agronomo vede camminando nelle campagne.

La terra smette progressivamente di essere percepita come una risorsa produttiva.

Diventa un bene da possedere.

Talvolta un costo da sopportare.

Talvolta un'eredità della quale non si sa bene che cosa fare.

Ed è questo, secondo me, uno dei segnali più preoccupanti.

Perché per secoli nel Salento la terra è stata povera, difficile, pietrosa, assetata.

Ma aveva valore perché qualcuno desiderava coltivarla.

Intanto il bosco ritorna

Ed ecco l'altro grande dato nazionale.

Il rapporto “Foreste in Comune”, promosso da PEFC Italia insieme a UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire, racconta un'Italia nella quale la superficie forestale ha superato i 100.000 chilometri quadrati, arrivando a interessare circa il 36% del territorio nazionale.

I boschi hanno ormai superato, in estensione, i campi coltivati.

Un sorpasso storico.

Potremmo festeggiare: finalmente più natura.

Ma dobbiamo capire come quella natura sta tornando.

Una parte dell'espansione forestale deriva infatti dalla colonizzazione spontanea dei terreni agricoli abbandonati, soprattutto nelle aree interne e montane.

Il bosco avanza anche perché l'agricoltore arretra.

E sono due cose molto diverse.

Un bosco gestito è patrimonio ambientale ed economico.

Un territorio semplicemente abbandonato può invece significare perdita del mosaico paesaggistico, accumulo incontrollato di biomassa, maggiore vulnerabilità agli incendi e scomparsa del presidio umano.

Non voglio l'agricoltura dei miei nonni

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che io stia rimpiangendo l'agricoltura di una volta.

No.

Non voglio tornare indietro.

Non voglio un'agricoltura costruita sulla fatica fisica, sulla povertà e sulle giornate trascorse nei campi per ottenere appena quanto bastava per vivere.

Voglio esattamente il contrario.

Voglio un'agricoltura capace di utilizzare ricerca scientifica, genetica, meccanizzazione, robotica, sensoristica, intelligenza artificiale, satelliti, irrigazione di precisione.

Voglio aziende più organizzate.

Voglio cooperative che funzionino.

Voglio filiere nelle quali il produttore abbia maggiore forza contrattuale.

Voglio che un giovane possa scegliere di fare l'agricoltore non perché suo padre possiede la terra, ma perché quella professione gli permette di costruire dignitosamente la propria vita.

La vera transizione ecologica

C'è infine una questione che nel Salento diventerà sempre più importante.

Una terra agricola che non produce reddito diventa inevitabilmente disponibile ad altre destinazioni economicamente più remunerative.

Ed è qui che agricoltura, paesaggio e transizione energetica finiscono per incontrarsi.

Non possiamo indignarci quando un proprietario considera conveniente destinare il proprio terreno a un uso diverso dall'agricoltura se per decenni abbiamo accettato che coltivarlo producesse poco o nessun reddito.

La difesa del suolo agricolo comincia dalla sua sostenibilità economica.

Questo non significa che ogni trasformazione sia accettabile.

Significa esattamente il contrario: se consideriamo il paesaggio agrario un bene collettivo, dobbiamo creare le condizioni economiche affinché qualcuno abbia interesse a mantenerlo vivo.

Non basta dire al proprietario: «Non puoi fare altro».

Bisogna potergli dire: «Puoi vivere coltivando questa terra».

Il bosco non è il nemico

Non considero il ritorno del bosco una tragedia.

La natura non commette errori.

Siamo noi che dobbiamo decidere quali territori vogliamo abitare e quale equilibrio vogliamo costruire fra agricoltura, foreste, città, energia e paesaggio.

Ed è proprio qui che quei numeri dell'Istat diventano una questione politica nel significato più alto della parola.

Non dobbiamo chiederci soltanto quanto grano, mais, pere o olio produrrà l'Italia nel 2030.

Dobbiamo chiederci:

chi coltiverà l'Italia nel 2030?

E soprattutto:

perché dovrebbe farlo?

Io sono un agronomo.

Ho trascorso gran parte della mia vita professionale occupandomi di agricoltura, acqua, bonifica e territorio.

E quando attraverso oggi il Salento e vedo distese di olivi disseccati o terreni che lentamente smettono di essere coltivati, non penso soltanto al paesaggio che abbiamo perduto.

Penso al paesaggio che ancora possiamo costruire.

Non deve necessariamente assomigliare a quello di prima.

Può essere diverso.

Può avere nuovi oliveti, vigneti, frutteti, seminativi, pascoli, boschi, sistemi agroforestali e nuove colture che ancora dobbiamo sperimentare.

Ma perché tutto questo accada occorre una condizione.

Qualcuno deve avere una ragione per alzarsi la mattina e andare a coltivare quella terra.

E quella ragione non può essere soltanto l'amore.

Deve essere anche il reddito.

Perché quando coltivare non conviene più, prima scompare l'agricoltore.

Poi cambia il paesaggio.

E quando ce ne accorgiamo, spesso, sono già cambiati entrambi.

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1. Il focus dell'Istat sul calo ventennale dell'agricoltura

La prima parte del testo cita i dati diffusi dalla Statistica Focus dell'Istat (Produzioni agricole e zootecniche). [1, 2]

·         Dettagli della fonte: Si tratta del report analitico dell'Istat sull'andamento delle filiere agroalimentari italiane nel periodo 2006-2025. [1, 2]

·         Dati confermati: Il dimezzamento delle superfici a mais (-51,2%), il crollo della produzione delle pere (-60,6%) e dell'olio d'oliva (-37,6%), e la forte contrazione del valore economico ed economico-strutturale causata dalla pressione della grande distribuzione e dai prezzi alla produzione sfavorevoli. [1, 2, 3]

2. I dati storici sulla SAU e la perdita di aziende

I due punti numerati integrano i risultati storici dell'Istat e dell'ultimo Censimento Generale dell'Agricoltura:

·         Perdita di ettari (1982-2020): I 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) scomparsi sono il bilancio storico calcolato sui dati dei censimenti progressivi Istat. [1]

·         Chiusura di 600.000 aziende: Corrisponde alla fotografia scattata dal 7° Censimento Generale dell'Agricoltura Istat, che ha registrato il crollo del numero di aziende attive (passate da oltre 1,6 milioni a circa 1,1 milioni), colpendo soprattutto i piccoli nodi a conduzione familiare. [1]

3. Il sorpasso delle foreste sui campi coltivati

L'ultimo paragrafo cita testualmente le conclusioni del Rapporto "Foreste in Comune". [1, 2]

·         Dettagli della fonte: È la prima indagine socio-economica sul patrimonio forestale italiano, promossa da PEFC Italia in collaborazione con UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire (basata sui dati della Carta Forestale d'Italia e del CREA).

·         Dati confermati: Il rapporto certifica che la superficie boschiva nazionale ha ufficialmente superato i 100.000 chilometri quadrati (coprendo il 36% del territorio), superando l'estensione complessiva dei campi coltivati. Come evidenziato dai ricercatori, si tratta di un "sorpasso storico" che non si verificava in Italia dai tempi del Medioevo, causato principalmente dall'abbandono delle attività agricole nelle aree interne e montane. [1, 2]

 

lunedì 28 settembre 2026

La terra non ha bisogno di braccia. Ha bisogno di futuro

 


La terra non ha bisogno di braccia. Ha bisogno di futuro

di Antonio Bruno

Il demografo conta.

Conta quelli che c'erano, quelli che ci sono, quelli che se ne sono andati. Conta i vecchi rimasti nei campi, i giovani che non ci sono più, gli stranieri che raccolgono i pomodori, le fragole, l'uva e le olive.

Fa il suo mestiere.

Scatta una fotografia.

E una fotografia può essere perfetta, nitidissima, persino spietata. Ma continua a essere la fotografia di ciò che esiste.

Io invece voglio parlare di ciò che non esiste ancora.

Perché sono un agronomo e quando guardo un terreno non riesco a vedere soltanto quello che c'è.

Vedo quello che potrebbe esserci.

Davanti a un campo abbandonato posso vedere sterpaglie, alberi che muoiono, terra che nessuno lavora. Ma posso anche vedere ciò che quel campo diventerebbe se qualcuno tornasse a prendersene cura.

È questa la differenza fra una fotografia e una visione.

E allora provo a immaginare.

Immagino un Ente Pubblico per la terra e per i giovani.

Non un carrozzone. Non un altro ufficio dove accumulare carte. Un ente che assuma persone.

Giovani.

Con un contratto vero.

Con uno stipendio.

Con contributi previdenziali.

Con ferie, malattia, sicurezza sul lavoro e tutti i diritti che riconosciamo a chiunque lavori, ma che troppo spesso sembrano diventare un lusso quando il lavoro si svolge nei campi.

Li immagino la mattina davanti a un olivo, a una vite, a un orto.

E il pomeriggio davanti a un libro.

Perché vorrei che quell'Ente facesse una cosa apparentemente rivoluzionaria: pagasse un giovane per lavorare la terra e gli permettesse, contemporaneamente, di studiare all'Università.

Non per obbligarlo a diventare agronomo.

Potrebbe studiare Agraria, certo. Ma anche Ingegneria, Medicina, Filosofia, Informatica, Lettere.

Perché il campo non dovrebbe essere il luogo nel quale finisce chi non ha potuto studiare.

Dovrebbe poter essere anche il luogo dal quale qualcuno comincia.

Questo cambierebbe tutto.

Il lavoro agricolo smetterebbe di essere percepito come l'ultimo gradino della scala sociale e diventerebbe ciò che è sempre stato: un'attività indispensabile alla vita.

Quel ragazzo avrebbe vent'anni.

La mattina potrebbe potare.

Il pomeriggio preparare un esame.

Un giorno potrebbe laurearsi.

E allora sarebbe libero.

Libero davvero.

Potrebbe dire: «Resto qui».

Oppure: «Vado via».

Potrebbe continuare a coltivare la terra portandoci dentro ciò che ha imparato all'Università.

Oppure potrebbe diventare medico, ingegnere, insegnante, ricercatore.

Non importa.

Perché intanto, per cinque o dieci anni, avremmo avuto una persona che ha lavorato, studiato, versato contributi, prodotto cibo, custodito territorio e costruito il proprio futuro.

E soprattutto non gli avremmo chiesto di scegliere, a diciannove anni, tra la terra e la conoscenza.

Gli avremmo consegnato entrambe.


C'è poi una questione della quale dobbiamo avere il coraggio di parlare.

Una parte dell'agricoltura contemporanea rischia di diventare soprattutto rendita.

Possedere terra, intercettare risorse pubbliche, mantenere formalmente una superficie agricola non significa necessariamente produrre quella presenza umana sul territorio che per secoli ha caratterizzato l'agricoltura.

Per questo io rovescerei la prospettiva.

Le risorse pubbliche non dovrebbero limitarsi a sostenere la proprietà.

Dovrebbero sostenere soprattutto il lavoro, la conoscenza e la presenza sul territorio.

Non finanziare soltanto ettari.

Finanziare vite.

Non soltanto aziende.

Persone.

Non soltanto il reddito di oggi.

Il futuro di qualcuno.


Mi si dirà che i contadini stanno scomparendo.

È possibile.

Ma io non voglio ricostruire il contadino di mio nonno.

Quel mondo è finito.

E forse è giusto che sia finito, perché insieme alla sua bellezza portava fatica, povertà, disuguaglianze e vite durissime.

Non voglio riportare indietro l'orologio.

Voglio andare avanti.

Il giovane che immagino non è il contadino del Novecento.

Ha uno smartphone in tasca.

Conosce le lingue.

Usa un drone.

Legge i dati di una centralina meteorologica.

Sa cos'è l'intelligenza artificiale.

Va all'Università.

E poi prende una zappa.

Non c'è contraddizione.

La contraddizione l'abbiamo costruita noi quando abbiamo deciso che il sapere stesse da una parte e il lavoro manuale dall'altra.


Qualcuno domanderà quanto costerebbe.

È la domanda giusta.

Ma allora dobbiamo calcolare tutto.

Quanto costa un giovane che se ne va?

Quanto costa un ettaro abbandonato?

Quanto costa un incendio?

Quanto costa il dissesto idrogeologico?

Quanto costa un paese nel quale rimangono soltanto anziani?

Quanto costa perdere conoscenze, presidio, produzione, comunità?

E soprattutto: quanto vale un giovane al quale diciamo:

«Tu puoi restare. Puoi lavorare. Puoi studiare. Puoi costruire la tua vita senza dover rinunciare subito a una parte di te.»

Non conosco ancora il bilancio economico di questa idea.

Quello andrebbe costruito, studiato, verificato.

Ma conosco la domanda politica e sociale che contiene.

Che cosa vogliamo finanziare con il denaro pubblico: la conservazione di ciò che esiste oppure la possibilità che nasca qualcosa che oggi non esiste?


Il demografo fotografa una campagna nella quale i contadini scompaiono.

Io quella fotografia la guardo.

Non la nego.

Poi però la appoggio sul tavolo.

Apro la porta.

E provo a vedere un'altra scena.

È mattina presto.

Un ragazzo entra in un campo.

Ha gli scarponi sporchi di terra.

Lavora.

A mezzogiorno torna a casa, si lava, mangia qualcosa.

Poi apre il computer.

Domani ha un esame all'Università.

Tra cinque anni sarà laureato.

Forse resterà lì.

Forse partirà.

Non lo so.

E non voglio deciderlo io.

Voglio soltanto che possa scegliere.

Perché forse il futuro dell'agricoltura non consiste nel trovare qualcuno disposto a fare il contadino.

Forse consiste nel costruire una società nella quale un giovane possa lavorare la terra senza che la terra gli chiuda il futuro.

E se un giorno, dopo essersi laureato, decidesse liberamente di tornare in quel campo, allora avremmo ottenuto qualcosa che nessuna statistica può fotografare in anticipo.

Avremmo seminato una possibilità.

E, da agronomo, una cosa l'ho imparata:

prima di ogni raccolto c'è sempre qualcuno che ha avuto il coraggio di seminare dove gli altri vedevano soltanto terra.

Antonio Bruno
Laureato in Scienze Agrarie, Dottore Agronomo, Esperto in Diagnostica Urbana e Territoriale e Giornalista pubblicista