giovedì 15 ottobre 2026

Xylella, 30 milioni di euro per rigenerare gli oliveti. Ma quanti ettari torneranno davvero a produrre reddito?

 


Xylella, 30 milioni di euro per rigenerare gli oliveti. Ma quanti ettari torneranno davvero a produrre reddito?

Ho letto attentamente il comunicato ufficiale diffuso oggi, 15 ottobre 2026, dalla Regione Puglia e da AGEA, relativo al nuovo bando da 30 milioni di euro destinato alla rigenerazione delle superfici agricole colpite dalla Xylella.

Da agronomo, prima ancora di esprimere un giudizio politico sull'iniziativa, ho voluto fare qualche conto.

Il comunicato ci informa che il contributo potrà raggiungere il 100% dei costi ammissibili e che, per gli oliveti con densità originaria superiore a 201 piante per ettaro, il costo massimo previsto è di 15.000 euro per ettaro.

Ho diviso 30 milioni per 15.000 euro e ho ottenuto 2.000 ettari.

Naturalmente si tratta di una proiezione, non della superficie ufficialmente prevista dal bando. Se il costo medio fosse di 10.000 euro per ettaro, la superficie finanziabile salirebbe a 3.000 ettari. Con 6.000 euro per ettaro arriveremmo a 5.000 ettari.

Ma la questione che mi interessa non è soltanto aritmetica.

Il comunicato ci ricorda che la Xylella ha provocato il disseccamento e la morte di oltre 10 milioni di ulivi. Supponiamo di realizzare 2.000 ettari di nuovi impianti con una densità di 400 piante per ettaro. Otterremmo 800.000 nuovi olivi, numericamente equivalenti all'8% dei 10 milioni perduti.

Attenzione: non sto dicendo che rigenereremmo l'8% della superficie compromessa. Per affermarlo dovrei conoscere l'estensione effettiva degli oliveti danneggiati e le loro densità originarie.

Ed è proprio qui che nasce la mia prima domanda.

Quanti ettari di oliveto sono stati effettivamente compromessi dalla Xylella e quale percentuale di questa superficie potrà essere recuperata con i 30 milioni di euro?

Non ho trovato questa informazione nel comunicato.

Ho letto, invece, che saranno privilegiati i progetti collettivi delle cooperative e delle organizzazioni di produttori. Considero interessante questa scelta, perché l'aggregazione può rappresentare un'opportunità per superare la frammentazione delle imprese agricole.

Ma mi domando quale mondo agricolo intendiamo far emergere attraverso questa scelta.

Vogliamo semplicemente aggregare le domande di contributo oppure costruire imprese capaci di organizzare la produzione, governare i costi, valorizzare il prodotto e conquistare una posizione economicamente sostenibile sul mercato?

C'è poi un'altra questione che considero fondamentale.

Un oliveto appena impiantato non è un oliveto che produce immediatamente reddito.

Le piante devono crescere, entrare in produzione e raggiungere una produttività economicamente significativa. Durante questo periodo l'agricoltore sostiene costi di gestione, manutenzione, irrigazione, difesa fitosanitaria e lavorazioni, senza disporre necessariamente di ricavi sufficienti a compensarli.

Il comunicato precisa che il finanziamento riguarda il ripristino della capacità produttiva e non il ristoro dei mancati redditi pregressi.

È una distinzione importante, ma mi induce a formulare un'altra domanda: con quali risorse le imprese affronteranno la fase che separa la realizzazione del nuovo impianto dalla sua piena capacità produttiva?

Ho apprezzato l'attenzione dichiarata alla tracciabilità, al materiale vegetale certificato e all'automazione delle procedure attraverso il SIAN. Sono strumenti che possono migliorare l'efficienza amministrativa e i controlli.

Tuttavia, non confondo l'efficienza della procedura con l'efficacia economica dell'intervento.

Un finanziamento può essere erogato correttamente, un impianto può essere realizzato nei tempi prescritti e tutti i controlli possono dare esito positivo. Ma questo non dimostra ancora che l'impresa agricola sia tornata economicamente vitale.

È questa la distinzione che considero decisiva.

Non sono contrario allo stanziamento dei 30 milioni di euro. Ogni risorsa destinata a ricostruire il patrimonio produttivo del territorio è importante.

Mi interessa, però, comprendere lo scopo dello scopo.

Stiamo finanziando la sostituzione degli alberi oppure stiamo costruendo le condizioni perché gli agricoltori possano tornare a vivere della propria attività?

Sono due obiettivi collegati, ma non coincidono.

Da agronomo ritengo che la rigenerazione debba essere misurata attraverso indicatori agronomici, economici e territoriali: ettari effettivamente recuperati, sopravvivenza delle piante, tempi di entrata in produzione, costi di gestione, produttività attesa, redditività delle imprese e sostenibilità degli ordinamenti colturali.

Vorrei conoscere anche il rapporto tra le risorse disponibili e il fabbisogno finanziario complessivo necessario per rigenerare le superfici compromesse.

Perché senza conoscere la dimensione del problema non possiamo misurare la dimensione della soluzione.

E allora, dopo aver letto il comunicato, la mia conclusione è semplice.

Trenta milioni di euro rappresentano un investimento. Non rappresentano, da soli, una strategia di rigenerazione.

La rigenerazione del Salento non si misurerà soltanto contando quanti alberi avremo piantato, ma verificando quanti ettari saranno tornati produttivi e quante imprese agricole avranno ritrovato una prospettiva economica.

Perché un albero può tornare a vivere senza che torni a vivere l'impresa che lo coltiva.

E io vorrei che tornassero a vivere entrambi.

Antonio Bruno
Dottore Agronomo

#Xylella #Salento #Puglia #Agricoltura #Olivicoltura #Rigenerazione #EconomiaAgraria #AGEA #RegionePuglia


Xylella, 10 milioni di ulivi perduti: con 30 milioni di euro rinasceranno 2.000 ettari.

 


Sulla base dei dati riportati, lo stanziamento di 30 milioni di euro consentirebbe di rigenerare 2.000 ettari di oliveto, nell'ipotesi che tutti gli interventi siano finanziati al costo massimo di 15.000 €/ha.

Tuttavia, poiché il costo standard indicato riguarda soltanto gli oliveti con densità originaria superiore a 201 piante/ha, è opportuno costruire una proiezione con diversi costi unitari.

1. Proiezione delle superfici rigenerabili

SUPERFICIE FINANZIABILE AL COSTO MASSIMO INDICATO

2.000 ettari

30.000.000 € ÷ 15.000 €/ha

Costo per ettaro

Ettari rigenerabili

15.000 €

2.000

12.500 €

2.400

10.000 €

3.000

8.000 €

3.750

6.000 €

5.000

Superficie potenzialmente rigenerabile

Scenari teorici a parità di stanziamento di 30 milioni di euro

Chart

Questi sono scenari matematici, non previsioni ufficiali: i costi inferiori a 15.000 €/ha sono ipotesi di simulazione, non valori stabiliti dal testo del bando.

2. Quanti olivi potrebbero essere reimpiantati?

Considerando due densità d'impianto, una di 200 e una di 400 piante per ettaro:

Superficie

200 piante/ha

400 piante/ha

2.000 ha

400.000

800.000

3.000 ha

600.000

1.200.000

5.000 ha

1.000.000

2.000.000

Le quantità rappresentano esclusivamente il potenziale teorico di reimpianto olivicolo. Non considerano la quota di finanziamenti destinata alla riconversione verso altre specie arboree.

3. Quanto inciderebbe sui 10 milioni di olivi disseccati?

Nello scenario di 2.000 ettari e 400 piante per ettaro, sarebbero messi a dimora 800.000 olivi, equivalenti numericamente all'8% dei 10 milioni indicati come disseccati.

Nello scenario di 3.000 ettari, con la stessa densità, si arriverebbe a 1,2 milioni di piante, pari al 12%.

Occorre però distinguere il numero di nuovi alberi dalla superficie originariamente danneggiata: senza conoscere la densità media degli oliveti colpiti non possiamo calcolare quale percentuale della superficie perduta verrebbe effettivamente recuperata.

4. Incidenza del limite per beneficiario

Il contributo massimo individuale deve essere inferiore a 600.000 euro. Al costo di 15.000 €/ha, un progetto individuale potrebbe quindi finanziare meno di 40 ettari.

Se tutti i progetti raggiungessero quasi tale limite, occorrerebbero almeno 51 beneficiari per assorbire i 30 milioni. In pratica, il numero potrebbe essere sensibilmente maggiore.

5. Valutazione agronomica ed economica

La criticità principale è che rigenerare un oliveto non significa semplicemente reimpiantare gli alberi.

Occorre considerare la preparazione del terreno, l'eventuale rimozione delle ceppaie, la disponibilità idrica, la scelta delle cultivar consentite e compatibili con il rischio fitosanitario, le cure colturali e soprattutto il periodo improduttivo necessario prima che il nuovo impianto raggiunga una produzione economicamente significativa.

Inoltre, lo stanziamento non sarà necessariamente destinato per intero agli oliveti, poiché il bando ammette anche la riconversione produttiva.

6. Conclusione

Con i dati disponibili, ritengo corretto utilizzare 2.000 ettari come scenario di riferimento prudenziale al costo unitario massimo indicato, mentre una superficie compresa tra 2.400 e 3.000 ettari rappresenta uno scenario alternativo qualora il costo medio ammissibile risultasse inferiore.

Non è però possibile stabilire una superficie minima garantita prima di conoscere il testo definitivo del bando, le diverse classi di costo standard, le percentuali di sostegno e la ripartizione tra ricostituzione olivicola e riconversione.

Dal punto di vista della programmazione territoriale, il dato decisivo sarà il rapporto tra superficie effettivamente rigenerata, superficie olivicola compromessa e capacità delle nuove aziende di raggiungere una sostenibilità economica.

La domanda strategica, quindi, non è soltanto quanti ettari potranno essere reimpiantati con 30 milioni di euro, ma quanti ettari potranno tornare a produrre reddito in modo durevole.

fonte: https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/mondo_agricolo/2026/10/15/xylella-30-milioni-di-euro-per-la-rigenerazione-degli-oliveti-in-puglia_1de4a5eb-65f1-491a-bf88-b985dc612a3b.html?fbclid=IwY2xjawU99t5leHRuA2FlbQIxMQBwZG9mBXNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR7xRsfZMrtPPZbsiCMXgowKDXYzhExPUiDrtmCxQdy5ZXuLp-FZsXfKswlimQ_aem_viKdIq0HOxl1MsEyuoERDg 

lunedì 5 ottobre 2026

Salento, la terra che impara a cambiare Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

 


Salento, la terra che impara a cambiare

Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

1–4 ottobre 2026

Ci sono viaggi nei quali si parte per vedere delle cose e si finisce per incontrare delle persone.

E poi ci sono viaggi nei quali accade il contrario: si parte per incontrare delle persone e, attraverso di loro, si comincia finalmente a vedere una terra.

Il Salento di questi giorni d'ottobre appartiene alla seconda categoria.

Sulla carta è un viaggio di studio. Lo ha organizzato l'ADAF di Lecce e sono arrivati colleghi dalla Sardegna e da altri territori. Agronomi, studiosi, imprenditori, tecnici. Il programma parla il linguaggio preciso delle professioni: olivicoltura, viticoltura, biodiversità, vivaismo, acquacoltura, innovazione.

Ma le parole dei programmi sono immobili.

I territori, invece, camminano.

E questo territorio sta camminando molto velocemente.

1 ottobre. Gli ulivi dopo gli ulivi

A Sannicola si comincia dagli ulivi.

Non potrebbe essere diversamente.

In Salento l'ulivo non è mai stato soltanto una pianta. È stato paesaggio, reddito, memoria, confine, ombra. Persino un modo di misurare il tempo.

Poi è arrivata la Xylella.

Quando muore un albero secolare non scompare soltanto una produzione. Scompare una parte del paesaggio mentale di chi è nato accanto a quell'albero.

Alla Cooperativa Agricola Olearia Sannicolese osserviamo l'olivicoltura che c'era e quella che tenta di esserci dopo.

La cooperativa viene dagli anni Settanta, da una stagione nella quale associarsi significava anche immaginare che un piccolo agricoltore potesse diventare più forte insieme agli altri.

Ci accolgono il presidente Claudio Greco e la vicepresidente Elisabetta Fiorito.

Parliamo.

Guardiamo.

Facciamo domande.

Ma soprattutto cerchiamo di capire una cosa: che cosa fa una comunità quando il paesaggio sul quale aveva costruito la propria economia non esiste più come prima?

La risposta non è scritta su nessun cartello.

La risposta sono le persone che continuano a lavorare.

Più tardi arriviamo a Gallipoli.

Alla Cantina Coppola il tempo assume improvvisamente un'altra misura: 1489.

Cinque secoli.

Una famiglia che racconta di occuparsi di vite da quando molte delle nazioni europee che conosciamo oggi non avevano ancora assunto la loro forma moderna.

Ci accompagnano Giuseppe Coppola e l'enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Qui il Negroamaro non è soltanto un vitigno. È una lingua.

La cantina contemporanea, però, non può vivere soltanto di memoria. Deve produrre, accogliere, raccontare, vendere. Deve trasformare la storia in esperienza senza ridurla a scenografia.

È uno dei paradossi che incontreremo continuamente durante il viaggio:

per conservare bisogna cambiare.

2 ottobre. I ragazzi che non aspettano il futuro

Il giorno seguente incontriamo Daniele Manni.

Per anni ha insegnato informatica e imprenditorialità ai ragazzi di Lecce partendo da un principio apparentemente semplice: per imparare a fare qualcosa bisogna cominciare a farla.

Non raccontare ai ragazzi che un giorno potranno diventare imprenditori.

Farli provare.

Farli sbagliare.

Farli ricominciare.

Accanto a lui c'è Francesco Pio Manca.

Ha vent'anni.

Ascoltandolo si comprende qualcosa che le statistiche sul Mezzogiorno spesso non riescono a raccontare: esiste una generazione che non vuole necessariamente scegliere tra partire e rimanere.

Vuole poter rimanere creando.

Francesco ha lavorato a progetti contro le fake news e a un sistema che permette alle persone non vedenti e ipovedenti di seguire allo stadio le partite del Lecce attraverso l'audiodescrizione.

Il punto non è la tecnologia.

Il punto è la domanda che viene prima della tecnologia:

a chi può servire quello che so fare?

Forse l'innovazione comincia esattamente lì.

Non quando arriva una macchina nuova.

Quando qualcuno vede un problema che gli altri hanno imparato a non vedere.

Un mango nel Salento

Poi il professor Alessio Aprile ci parla di mango.

Mango.

La parola sembra quasi estranea al paesaggio.

Eppure lo assaggiamo qui.

È coltivato qui.

Il clima cambia e l'agricoltura, che del clima è una delle più antiche interpreti, cambia insieme a esso.

Ogni nuova coltura contiene quindi due racconti.

Il primo parla di opportunità.

Il secondo è più inquietante: racconta perché quell'opportunità sia diventata possibile.

Poco distante osserviamo i pini attaccati dalla cocciniglia tartaruga.

Ancora una volta ritorna lo stesso tema.

Un organismo minuscolo.

Un albero enorme.

E un equilibrio che pensavamo stabile e invece non lo era.

Settantacinque milioni di anni

Al Museo dell'Ambiente dell'Università del Salento la nostra scala temporale improvvisamente diventa ridicola.

Settantacinque milioni di anni.

Fossili.

Mari scomparsi.

Creature che hanno abitato un territorio che ancora non si chiamava Salento.

Ce lo raccontano il Prof Piero Lionello e del Prof Gian Pietro DI SANSEBASTIANO.

Davanti allo scheletro dello Zygophyseter varolai, antico predatore marino lungo metri, viene spontaneo pensare a quanto sia recente tutto ciò che noi chiamiamo antico.

Gli uomini parlano continuamente di salvare il pianeta.

Il pianeta probabilmente non ha bisogno di essere salvato.

Siamo noi ad avere bisogno che rimangano le condizioni che rendono possibile la nostra presenza.

È una differenza piccola soltanto nelle parole.

Le viti che devono ancora nascere

A Otranto, nei Vivai Murciano, incontriamo Valentino Murciano e la dottoressa agronoma Federica Garrapa.

Qui la vite viene osservata prima che diventi vigneto.

Ci sono i campi delle piante madri da cui si ricavano le marze delle varietà destinate a produrre uva.

Ci sono le piante madri dei portainnesti, selezionate per fornire l'apparato radicale.

Due piante diverse devono diventare una.

Si preleva.

Si taglia.

Si innesta.

Si protegge.

Si aspetta.

Dall'unione nascerà la barbatella.

È un procedimento tecnico, certo.

Ma guardandolo viene in mente che molta agricoltura consiste proprio in questo: mettere insieme due fragilità nella speranza che dalla loro unione nasca qualcosa di più resistente.

3 ottobre. Una scuola senza pareti

Alla Masseria La Torre, nel territorio di Corigliano d'Otranto, incontriamo il dottore agronomo Dionigi Francesco Tarantino.

Qui esiste un bosco che è anche una scuola.

Non ci sono necessariamente banchi.

Gli insegnanti possono essere un leccio, una quercia vallonea, un insetto, una traccia lasciata da un animale.

È il Bosco Didattico.

I bambini entrano e scoprono ciò che per generazioni era stato ovvio e che oggi non lo è più: il cibo viene dalla terra; le stagioni sono differenti; gli animali non sono personaggi dei cartoni animati; un bosco non è semplicemente un insieme di alberi.

Educare all'ambiente significa forse ricostruire questa relazione elementare.

Prima di noi

A Maglie entriamo nel Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia "Decio de Lorentiis".

Ancora fossili.

Ancora pietre.

Ancora uomini venuti molto prima di noi.

Ogni museo archeologico possiede una sottile capacità di ridimensionare la presunzione del presente.

Noi arriviamo, costruiamo, discutiamo, litighiamo, progettiamo il futuro come se il tempo fosse nostro.

Poi troviamo una pietra lavorata da una mano vissuta migliaia di anni fa.

E comprendiamo che siamo ospiti.

Il mulino

A Castiglione d'Otranto incontriamo Donato Nuzzo.

Qui una comunità ha costruito un mulino.

Sembra una frase appartenente a un'altra epoca.

Invece è una storia contemporanea.

Il Mulino di Comunità nasce dal basso. Persone che mettono denaro, lavoro, fiducia. Terreni abbandonati vengono recuperati. Tornano cereali e legumi. Tornano varietà che rischiavano di scomparire.

Il mulino macina grano.

Ma non soltanto grano.

Macina una certa idea di sviluppo.

Un'idea secondo la quale un luogo marginale non deve necessariamente aspettare che qualcuno venga da fuori a salvarlo.

Può cominciare dalle proprie mani.

La quercia

Poi arriviamo nel Bosco delle Vallonee.

E davanti alla Quercia dei Cento Cavalieri bisogna smettere di parlare.

Ha attraversato circa sette secoli.

Generazioni di uomini sono nate e morte mentre lei continuava semplicemente a fare ciò che fanno gli alberi: mettere foglie, perderle, farle tornare.

La leggenda racconta che sotto la sua chioma trovarono riparo cento cavalieri.

Non importa quasi sapere se sia accaduto davvero.

Le leggende sono il modo con cui gli uomini confessano di aver incontrato qualcosa di più grande di loro.

Con noi c'è la biologa Sara Panico, direttrice del Consorzio di gestione del Parco Naturale Regionale Costa Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.

Ci parla del parco.

Ma io continuo a guardare quella quercia.

Noi discutiamo di sostenibilità da qualche decennio.

Lei la pratica da settecento anni.

4 ottobre. Agricoltori nel mare

L'ultimo giorno andiamo verso Gallipoli.

Questa volta il campo non è un campo.

È il mare.

Aldo Reho e i suoi fratelli hanno immaginato che l'acquacoltura potesse essere fatta al largo, nello Ionio, con grandi gabbie galleggianti.

Incontriamo il dottor Aldo Reho e il dottore agronomo Vincenzo Cataldi.

Le gabbie sono lontane dalla costa, esposte alle correnti.

Qui vengono allevate orate, spigole e ombrine.

Il mare muove continuamente l'acqua.

I pesci devono nuotare.

Ci viene spiegato che questo movimento continuo contribuisce alle caratteristiche delle loro carni.

Ascolto e penso alla parola agronomo.

Agrós, campo.

Nomos, regola.

Per secoli abbiamo immaginato il campo delimitato da pietre, siepi, strade.

Ora incontriamo un agronomo che lavora in un campo fatto d'acqua.

Anche le professioni cambiano quando cambia il mondo.

Il vero viaggio

Alla fine di quattro giorni provo a mettere insieme ciò che abbiamo visto.

Ulivi colpiti dalla Xylella.

Vigneti.

Barbatelle.

Mango.

Pini malati.

Fossili.

Startup.

Boschi.

Grani antichi.

Querce secolari.

Pesci allevati nel mare aperto.

Sembrano argomenti differenti.

Non lo sono.

Parlano tutti della stessa cosa:

dell'adattamento.

Una terra non sopravvive perché rimane identica.

Sopravvive perché riesce a cambiare senza dimenticare completamente ciò che era.

Forse questo è ciò che i colleghi della Sardegna sono venuti davvero a incontrare nel Salento.

E forse è ciò che noi salentini abbiamo potuto vedere meglio proprio grazie ai loro occhi.

Perché l'ospite possiede un privilegio: vede ciò che per chi abita un luogo è diventato invisibile.

Per questo bisogna ringraziare chi ci ha aperto aziende, cantine, vivai, musei, boschi, laboratori e luoghi di lavoro.

Claudio Greco ed Elisabetta Fiorito.

Giuseppe Coppola e Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Daniele Manni e Francesco Pio Manca.

Alessio Aprile.

Piero Lionello e Gian Pietro Di Sansebastiano.

Valentino Murciano e Federica Garrapa.

Dionigi Francesco Tarantino.

Donato Nuzzo.

Sara Panico.

Aldo Reho e Vincenzo Cataldi.

Franco Antonio Mastrolia

E bisogna ringraziare soprattutto i colleghi che sono venuti dalla Sardegna e tutti coloro che hanno condiviso il viaggio.

Perché un viaggio di studio riesce quando, tornando a casa, possediamo qualche informazione in più.

Ma un viaggio riesce davvero quando torniamo con qualche certezza in meno.

Il Salento che abbiamo attraversato dal 1° al 4 ottobre 2026 non ci ha mostrato una terra immobile da proteggere sotto una campana di vetro.

Ci ha mostrato una terra ferita, antica, contraddittoria e ostinata.

Una terra che perde gli ulivi e pianta nuovi alberi.

Che conserva il Negroamaro e prova a coltivare il mango.

Che custodisce fossili di milioni di anni e insegna ai ragazzi a creare startup.

Che recupera grani dimenticati e alleva pesci nel mare aperto.

Una terra che, soprattutto, continua a tentare.

E forse viaggiamo proprio per scoprire questo:

che nessun luogo coincide completamente con l'immagine che avevamo di lui prima di partire.

Nemmeno il luogo nel quale abbiamo vissuto tutta la vita.

domenica 4 ottobre 2026

Viaggio di studio nel Salento 1 - 4 ottobre 2026



Antonio Bruno

Questo video lo sto facendo innanzitutto per ringraziare tutti voi. In particolare Andrea e Roberto, che hanno ideato questa bellissima formula — io la chiamerei proprio un format — del viaggio di studio. È un’esperienza davvero interessante, perché permette di conoscere territori e realtà professionali, ma soprattutto di incontrarsi, confrontarsi e costruire relazioni.

Ma questo video lo faccio soprattutto per ringraziare Francesco Tarantino, mio collega, con il quale collaboro ormai da un paio d’anni. Francesco è socio AIAPP e dei Georgofili e si occupa in particolare di paesaggio, un ambito che io frequento meno. Tuttavia, quando promuove delle iniziative, cerco sempre di essergli accanto e di offrirgli tutto il sostegno possibile.

In questa occasione, però, devo riconoscere che è stato soprattutto lui a sostenere me. Devo confessarlo: Francesco si è fatto carico di una parte fondamentale dell’organizzazione di questo viaggio di studio. E per questo voglio ringraziarlo pubblicamente.

Da quello che ho potuto vedere, il viaggio è stato gradito. Avete conosciuto alcune realtà del nostro territorio, avete incontrato persone, ascoltato esperienze e spero soprattutto che possiate portare qualcosa di tutto questo con voi, una volta tornati a casa.

C’è poi un altro aspetto al quale tengo particolarmente: il coinvolgimento delle nuove generazioni.

Penso, per esempio, alla possibilità di avviare una collaborazione con Alessio Aprile e con il corso di Scienze Agrarie, nella speranza che gli studenti possano avvicinarsi all’esperienza associativa. Perché oggi noi professionisti siamo talmente assorbiti dal lavoro e dalle incombenze quotidiane che rischiamo di trascurare la dimensione comunitaria della professione, quella del bene comune.

E così l’associazionismo finisce spesso per essere affidato alla buona volontà di pochi.

Io faccio volontariato da sempre, nell’ADAF e in altre realtà, e credo profondamente nel valore di questa esperienza. Negli anni alcuni giovani si erano avvicinati a noi, ma poi li abbiamo persi per strada. Mi auguro allora che l’esperienza di Francesco, la mia e quella di tutti coloro che continuano a impegnarsi possa diventare una testimonianza capace di coinvolgere nuove generazioni.

Perché l’associazionismo professionale non è qualcosa di accessorio. È un modo di stare insieme nella professione, di condividere conoscenze, esperienze, responsabilità e relazioni.

Se perdiamo questa dimensione rischiamo un impoverimento non soltanto professionale, ma soprattutto umano.

Vi ringrazio ancora e mi auguro che presto si possa organizzare anche il viaggio inverso: un gruppo di colleghi del Salento che venga a trovare voi, nei vostri territori.

Sarebbe il modo migliore per continuare questo cammino.


Roberto Accossu

Anzitutto vogliamo ringraziare Antonio e Francesco per l’impegno che hanno profuso.

Abbiamo potuto constatare che, alla fine, gran parte dell’organizzazione del viaggio è ricaduta sulle loro spalle. E organizzare un viaggio di studio di questo genere praticamente in due persone richiede uno sforzo enorme.

Per questo, anche le eventuali piccole pecche che possono esserci state vanno considerate assolutamente comprensibili, soprattutto trattandosi di una prima esperienza.

Noi siamo molto contenti di essere venuti in Puglia, sia per quello che abbiamo potuto conoscere del territorio, sia per il clima che si è creato all’interno del nostro gruppo di diciotto persone.

Anche questo non è affatto scontato.

In questi giorni si è creata una bella dimensione umana e ricreativa, oltre che professionale, e credo che anche questo faccia parte del valore di un viaggio di studio.

Vorrei però lasciare ad Andrea, nella sua qualità di presidente nazionale della FIDAF, il compito di aggiungere qualche considerazione conclusiva. Ormai è al terzo o quarto viaggio insieme a noi e sta vivendo anche lui un’esperienza che, fino a qualche tempo fa, all’interno della FIDAF non esisteva.


Andrea Sonnino

La prima cosa che devo fare è smentire Antonio: io non ho inventato proprio nulla!

Sono stati loro, insieme ai colleghi veneti, a cominciare a ragionare su questo tipo di esperienza. Io non ho alcun merito particolare: quando ne ho avuto la possibilità, mi sono semplicemente accodato.

Quindi il primo ringraziamento va proprio a chi ha avuto l’idea e ha cominciato a costruire questa esperienza.

Naturalmente mi unisco ai ringraziamenti rivolti ad Antonio e a Francesco, che speriamo possa raggiungerci.

Mi unisco anche alle parole pronunciate da Roberto. Questo viaggio è stato organizzato con grande passione. Abbiamo trascorso quattro giorni visitando realtà molto interessanti e personalmente ho imparato molte cose.

Ho fatto anche alcune considerazioni più generali che, magari, avrò occasione di mettere per iscritto e condividere.

Quindi grazie davvero per il cuore, la passione e l’impegno che avete messo nell’organizzazione di queste giornate.

Vorrei però approfittare della riflessione fatta da Antonio sull’associazionismo e sulla partecipazione per aggiungere una notizia.

Stiamo lanciando la Giornata nazionale del professionista per l’agricoltura, le foreste, l’alimentazione, l’ambiente e il territorio. Il titolo è piuttosto lungo, lo riconosco, ma è il risultato di un compromesso necessario per rappresentare tutte le componenti coinvolte.

Hanno già aderito l’Accademia dei Georgofili, l’Accademia Nazionale di Agricoltura, il CONAF e diverse altre istituzioni. Ha aderito anche la Conferenza di Agraria, quella che un tempo si chiamava Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Agraria.

Possiamo quindi già annunciare che la Giornata nazionale si terrà l’11 novembre 2027.

A breve si riunirà per la prima volta il comitato promotore, coinvolgendo tutte le istituzioni che ho citato e altre ancora. Stiamo cercando di allargare la partecipazione anche ai periti agrari, ai tecnologi alimentari e alle altre professioni che operano nei nostri settori.

L'idea fondamentale, però, è questa: non vogliamo organizzare semplicemente un grande convegno nazionale a Roma, Mantova, Ragusa o in qualche altra città.

Vogliamo invece realizzare mille iniziative nei territori.

Ogni Ordine professionale, ogni corso di laurea, ogni associazione e ogni realtà locale potrà organizzare qualcosa: una visita tecnica, un incontro, un evento culturale, persino un concerto.

La Giornata nazionale dovrà vivere contemporaneamente in tanti luoghi diversi, attraverso iniziative piccole e grandi capaci di raccontare il ruolo dei professionisti dell’agricoltura, delle foreste, dell’alimentazione, dell’ambiente e del territorio.

Credo che anche questo possa contribuire proprio a quella partecipazione e a quella dimensione comunitaria della professione di cui parlava Antonio.

E allora raccogliamo subito il suo invito: possiamo cominciare fin da adesso a lavorare anche qui, insieme all’Università, all’Ordine e alle associazioni del territorio.

Voglio infine ricordare Rosario Centonze, che si scusa per non essere riuscito a raggiungerci. Avrebbe voluto essere con noi e ci aveva anche invitati a cena. Questa volta non è stato possibile, ma è stato comunque vicino all’iniziativa e sarà certamente dei nostri in una prossima occasione.

Grazie ancora ad Antonio, a Francesco e a tutti voi.

E soprattutto facciamo in modo che questo viaggio non finisca qui.