Cinquant’anni dopo, il vino è ancora
troppo: dalle estirpazioni degli anni ’70 alle cantine piene del 2026
Produzione e consumo di vino confronto tra
il 2026 e gli anni 70, quando si rese necessario lo svellimento dei vigneti premiato
dalla comunità economica europea
Il confronto è molto interessante, ma va fatta una precisazione storica: la politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo nasce effettivamente negli anni Settanta, mentre la grande stagione degli espianti che trasformò profondamente la viticoltura pugliese e salentina si sviluppò soprattutto negli anni successivi. Il punto di svolta normativo fu il Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976, che introdusse premi per la riconversione mediante estirpazione di determinate categorie di vigneti. (Eur-Lex)
Anni Settanta: il problema era già l'eccesso di
offerta
La
somiglianza con quanto leggiamo oggi nell'articolo è notevole. Nel 1976 la
stessa Comunità economica europea constatava esplicitamente che lo squilibrio
fra produzione e consumo di vino non era più un fenomeno congiunturale,
ma strutturale, e che gli strumenti di stabilizzazione del mercato introdotti
con il Regolamento CEE 816/70 non erano risultati sufficienti. Da qui la scelta
di ridurre il potenziale produttivo, incentivando economicamente la
riconversione e l'estirpazione di alcuni vigneti. (Eur-Lex)
Il premio
comunitario del 1976 arrivava, a seconda delle caratteristiche del vigneto, a 1.000,
1.500 o 2.000 unità di conto per ettaro. Non era quindi semplicemente un
contributo per togliere le viti: la CEE cercava deliberatamente di correggere
strutturalmente il rapporto tra capacità produttiva e capacità del mercato di
assorbire il vino. (Eur-Lex)
1976 e 2026: cinquant'anni dopo ritorna lo stesso
squilibrio
Ed è qui che
l'articolo che ho fotografato e allegato diventa particolarmente significativo.
Oggi si parla di cantine pugliesi con circa 5 milioni di ettolitri di
giacenze; fonti istituzionali regionali indicano circa 4,029 milioni di
ettolitri di eccedenza, per l'83% costituita da vini rossi. La Regione
individua tra le cause la sovrapproduzione e il calo dei consumi e sta
utilizzando riduzione delle rese, ristrutturazione e riconversione, vendemmia
verde e diversificazione produttiva. (Consiglio Puglia)
C'è dunque
una continuità impressionante, ma anche una differenza sostanziale:
|
Anni Settanta |
2026 |
|
Produzione
superiore alla capacità di assorbimento |
Produzione/giacenze
superiori alla domanda effettiva |
|
Consumi
ancora relativamente elevati |
Consumo di
vino strutturalmente diminuito |
|
Vino
pugliese largamente destinato al mercato dello sfuso |
Maggiore
presenza di DOP, IGP e vino imbottigliato |
|
Intervento
pubblico sul prodotto e sulle eccedenze |
Riduzione
rese, vendemmia verde, riconversione e altre misure OCM |
|
Dal 1976
incentivi comunitari alla riconversione/estirpazione |
Torna in
discussione persino l'estirpazione volontaria |
|
Obiettivo:
diminuire il potenziale produttivo |
Obiettivo:
riallineare produzione e domanda |
E la
coincidenza diventa ancora più forte proprio in questi giorni: il 16
settembre 2026, la IV Commissione del Consiglio regionale pugliese ha discusso
della crisi vitivinicola e della possibilità di ricorrere anche all'eradicazione
volontaria dei vigneti in eccesso, nell'ambito dei nuovi strumenti europei.
(Consiglio Puglia)
Quindi la
fotografia storica che proporrei è questa: non siamo davanti alla stessa
crisi, ma siamo nuovamente davanti allo stesso problema economico fondamentale.
Quando per un periodo sufficientemente lungo la quantità producibile supera
quella che il mercato riesce a remunerare, il prezzo dell'uva diventa la
variabile che assorbe lo squilibrio. Chiedere soltanto un «prezzo giusto»
dell'uva, senza intervenire contemporaneamente sulla quantità prodotta, sulle
giacenze e sugli sbocchi commerciali, rischia quindi di affrontare l'effetto
anziché la causa.
Per il
Salento questa considerazione ha un peso storico particolare. La viticoltura
del Novecento era stata costruita anche sulla capacità di produrre grandi
quantità di vino, spesso destinate fuori regione. Quando quel modello entrò in
crisi, distillazioni, riconversioni ed espianti accompagnarono una
trasformazione radicale. Una ricostruzione storica del settore pugliese colloca
infatti la grande ondata degli abbandoni e degli espianti soprattutto negli anni
Ottanta, non negli anni Settanta. (Rivista)
Perciò
correggerei leggermente la formulazione: «negli anni Settanta cominciò la
politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo attraverso premi alla
riconversione e all'estirpazione; negli anni Ottanta gli espianti assunsero in
Puglia dimensioni molto più rilevanti».
La domanda
che Palazzo Carafa dovrebbe porsi oggi, alla luce di quella storia, potrebbe
allora essere ancora più precisa: le cantine sono piene perché
temporaneamente non si vende il vino prodotto, oppure la Puglia possiede
nuovamente un potenziale produttivo strutturalmente superiore alla domanda
remunerativa? Nel primo caso servono misure congiunturali; nel secondo,
come comprese la CEE già nel 1976, il problema non si risolve stabilendo
soltanto il prezzo dell'uva: bisogna intervenire sulla struttura dell'offerta.
(Eur-Lex)
Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976 – EUR-Lex
Ho
ricostruito i dati storici disponibili, e il confronto è persino più netto di
quanto apparisse dall'articolo. Occorre però distinguere Salento/provincia
di Lecce e Puglia, perché le serie statistiche non sono
perfettamente omogenee.
Dal 1970 al 2026: una crisi che ritorna con forme
diverse
Nel 1970
la provincia di Lecce aveva circa 30.400 ettari destinati all'uva da vino:
24.366 aziende coltivavano 30.382 ettari. Altre ricostruzioni riferite
complessivamente agli anni Settanta indicano valori nell'ordine dei 34.000
ettari di vigneto. (Banca
Popolare Pugliese)
Era quindi
un Salento profondamente viticolo. Ma soprattutto era una viticoltura inserita
in un modello commerciale molto diverso dall'attuale: una parte importante
della produzione meridionale era costituita da vini da taglio, alcolici
e colorati, destinati anche alla Francia e alle regioni settentrionali, dove
acquisivano ulteriore valore aggiunto. Nel 1979 la Francia importò
complessivamente circa 8 milioni di ettolitri di vino. (Banca Popolare
Pugliese)
Ed è proprio
quel modello che entra in crisi.
Il 1979-1980 assomiglia sorprendentemente al 2026
Prendiamo un
dato impressionante. La Puglia produsse:
1978: 9,67
milioni di ettolitri
1979: circa
11,3 milioni di ettolitri.
Nel marzo
1980 risultavano, secondo una ricostruzione dell'epoca basata sui dati del
settore, circa 9 milioni di ettolitri pugliesi invenduti, ossia qualcosa
come l'80% della produzione 1979. (Archivio L'Unità)
Ora veniamo
al presente.
Nel 2025
la Puglia ha prodotto circa 8,4 milioni di ettolitri, il 19% circa della
produzione nazionale, su 91.449 ettari di vigneto. (CRAL)
E il 16
settembre 2026 il dirigente regionale Giuseppe Trotta ha quantificato
l'eccedenza pugliese in 4,029 milioni di ettolitri, per l'83%
costituita da vini rossi. (Consiglio Puglia)
Il parallelo
numerico diventa quindi:
|
Crisi 1979-80 |
Crisi 2025-26 |
|
|
Produzione
pugliese |
~11,3 milioni hl (1979) |
~8,4 milioni hl (2025) |
|
Vino
invenduto/eccedenza |
~9 milioni hl |
~4,03 milioni hl |
|
Problema |
eccedenza + crisi degli sbocchi |
sovrapproduzione + calo consumi |
|
Rimedio
immediato |
stoccaggio/distillazione |
vendemmia verde, riduzione rese, possibile
distillazione |
|
Rimedio
strutturale |
riduzione potenziale viticolo |
riconversione + possibile eradicazione volontaria |
|
Esito
storico |
forte riduzione dei vigneti |
ancora da determinare |
Le quantità non sono direttamente confrontabili come
identica grandezza statistica — «invenduto» del 1980 ed «eccedenza» del 2026
hanno definizioni differenti — ma la struttura economica del fenomeno è
sorprendentemente simile.
È qui che arrivò la CEE
La memoria
dell'espianto è corretta, con una precisazione cronologica importante.
Il processo
normativo comincia negli anni Settanta. Il Regolamento CEE 1163/76
del 17 maggio 1976 parte da una diagnosi molto esplicita: la sproporzione
fra produzione e consumo di vino nella Comunità non poteva più essere
considerata semplicemente congiunturale e gli strumenti di stabilizzazione
esistenti erano insufficienti.
La risposta
fu incentivare economicamente la riconversione dei vigneti la cui produzione
risultava particolarmente difficile da collocare, riducendo così il
potenziale produttivo viticolo. (Lagen.nu)
Poi la
politica diventa ancora più esplicita. Con il Regolamento CEE 456/80 del 18
febbraio 1980 compaiono i premi di abbandono temporaneo e abbandono
definitivo della viticoltura. (Eur-Lex)
Regolamento CEE 456/80 – testo ufficiale EUR-Lex
Dunque la
sequenza storica è:
eccedenza →
caduta dei prezzi → cantine piene → distillazione/stoccaggio → constatazione
della natura strutturale della crisi → incentivi comunitari alla riduzione
della superficie vitata.
Ed è una
sequenza che merita di essere confrontata con ciò che sta accadendo adesso.
L'effetto sul Salento fu enorme
Qui troviamo
probabilmente il dato più significativo per la tua riflessione.
Una
ricostruzione storica della Cantina Cupertinum colloca proprio all'inizio degli
anni Settanta la perdita dello sbocco francese e sostiene che, nell'arco di
poco più di un decennio, la superficie vitata della provincia di Lecce si
ridusse fino a circa un terzo di quella precedente. Tra le cause vengono
indicate la perdita del mercato francese, la normativa comunitaria e i premi all'espianto,
oltre alle trasformazioni dei rapporti agrari. (epulae.it)
Un dato
successivo, riportato nel 2018 alla Commissione Agricoltura della Camera, rende
plasticamente visibile la trasformazione:
circa 34.000
ettari di vigneto negli anni Settanta → meno di 12.000 ettari nel 2018.
Nella stessa
audizione veniva osservato che oliveto aveva progressivamente sostituito parte
delle superfici precedentemente occupate da vigneto e tabacco. (Documenti
Camera)
Quindi il
Salento perse, nell'ordine di grandezza, oltre 20.000 ettari di vigneto rispetto
alla sua configurazione viticola degli anni Settanta. Non possiamo attribuire
tutti quegli ettari direttamente ai premi CEE di espianto: sarebbe storicamente
scorretto. Concorsero mercato, rapporti agrari, cambiamento delle colture,
politica comunitaria e trasformazione della vitivinicoltura.
Anche
sull'intera Puglia la contrazione fu imponente: una deliberazione regionale del
2001 riporta 153.090 ettari di superficie vitata nel 1979 contro 111.070 nel
1999, cioè una perdita di circa 42.000 ettari, pari al 27%, in
vent'anni. (BURP)
E arriviamo al punto interessante: 1980 e 2026
Nel 1980
un'analisi dell'economia salentina distingueva già con notevole lucidità tra
provvedimenti congiunturali e strutturali.
Tra i primi
indicava stoccaggio e distillazione. Ma osservava che lo stoccaggio
semplicemente rinviava il problema, perché il prodotto restava sul mercato. Per
il medio-lungo periodo proponeva invece miglioramento varietale, tecniche
produttive, trasformazione, qualità, imbottigliamento e soprattutto capacità
commerciale. La conclusione era sostanzialmente che non bastava produrre vino:
occorreva produrlo bene e riuscire a venderlo. (Banca Popolare Pugliese)
Quarantasei
anni dopo siamo tornati quasi esattamente alla stessa domanda.
La Regione
Puglia oggi dichiara che la crisi deriva da sovrapproduzione e calo dei
consumi. Ha confermato la riduzione delle rese, dispone di 28 milioni di
euro dell'OCM vino, utilizza ristrutturazione e riconversione, investimenti
nelle cantine e vendemmia verde. E soprattutto sta considerando l'applicazione
del Regolamento UE 471/2026, che consente anche l'eradicazione volontaria
dei vigneti eccedentari. (Consiglio Puglia)
Peraltro la
Regione aveva già formalizzato nel giugno 2026 la natura «strutturale»
della crisi, approvando indirizzi per il contenimento delle rese delle IGP
rosse. (BURP)
La lezione degli anni Settanta
Ed è questo,
secondo me, il dato storico che dovrebbe entrare nel confronto aperto a Palazzo
Carafa.
Nel breve
periodo il viticoltore vede soprattutto il prezzo dell'uva. È comprensibile:
se il prezzo non remunera i costi, l'azienda entra immediatamente in
sofferenza.
Ma il
precedente degli anni Settanta insegna che il prezzo può essere soltanto il
sintomo visibile di uno squilibrio molto più profondo.
Nel 1979 la
Puglia produsse circa 11,3 milioni di ettolitri e si ritrovò nel marzo
successivo con circa 9 milioni invenduti. Nel 2025 ne produce 8,4 milioni e nel
2026 la Regione quantifica circa 4 milioni di ettolitri di eccedenza. (Archivio L'Unità)
E c'è un
ulteriore elemento da non trascurare: la Puglia oggi produce meno vino
rispetto al picco del 1979 e possiede molti meno ettari di vigneto, ma incontra
nuovamente un problema di eccedenza.
Questo
suggerisce che la questione non possa essere letta semplicemente come «si
produce troppo». Bisogna aggiungere immediatamente:
troppo
rispetto a quale domanda, per quale tipologia di vino e a quale prezzo?
Il fatto che
l'83% dell'eccedenza attuale sia costituito da rossi è un'indicazione
particolarmente importante. (Consiglio Puglia)
Perciò il
rischio sarebbe ripetere meccanicamente la soluzione di cinquant'anni fa: abbiamo
troppo vino → togliamo vigneti.
La storia
salentina invita a maggiore cautela. La precedente ristrutturazione contribuì a
trasformare radicalmente il paesaggio agricolo: dai circa 30-34 mila ettari
vitati degli anni Settanta si è arrivati, decenni dopo, sotto i 12 mila. (Banca
Popolare Pugliese)
La domanda
strategica del 2026 dovrebbe dunque precedere l'espianto:
abbiamo
troppi vigneti, oppure abbiamo una composizione della produzione, delle rese,
della trasformazione e della commercializzazione non più corrispondente alla
domanda?
Sono due
diagnosi profondamente diverse. E conducono a politiche altrettanto diverse.
La
coincidenza storica è quasi circolare: nel 1976 la CEE concluse che lo
squilibrio fra produzione e consumo non era più congiunturale; nel 2026 la
Regione Puglia parla nuovamente di “crisi strutturale del settore vitivinicolo
regionale”. (Lagen.nu)
Cinquant'anni
esatti. Ed è probabilmente questo il punto più forte da portare oggi nel
dibattito: prima di finanziare una nuova stagione di espianti, varrebbe la
pena studiare fino in fondo che cosa produsse quella precedente, non soltanto
sui prezzi e sulle cantine, ma sull'intero sistema agricolo e sul paesaggio del
Salento.



