Conversazione tra il Dottore Agronomo Antonio Bruno e il giovane
Dottore Agronomo Giovanni Giacomo Maria
Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, ho una sensazione strana. Più studio le piante e meno riesco a
definirle.
Antonio Bruno:
È un ottimo sintomo per un agronomo.
Giovanni Giacomo Maria:
Pensavo mi avresti detto il contrario.
Antonio Bruno:
No. Quando ero giovane io, una pianta sembrava una cosa relativamente semplice
da collocare nel mondo. Aveva radici, fusto, foglie, fiori, frutti.
Fotosintesi, respirazione, traspirazione, nutrizione minerale, accrescimento,
riproduzione. Studiavi botanica, fisiologia vegetale, agronomia, coltivazioni
erbacee e arboree, patologia. E credevi, alla fine, di sapere che cosa fosse
una pianta.
Giovanni Giacomo Maria:
E oggi?
Antonio Bruno:
Oggi sappiamo molte più cose sulle piante e proprio per questo diventa più
difficile dire che cosa siano.
Giovanni Giacomo Maria:
È un paradosso.
Antonio Bruno:
È il destino della conoscenza. Aumentando ciò che sappiamo, aumentano anche le
distinzioni che possiamo fare. Guarda quello che sta succedendo culturalmente.
Le piante sono uscite dagli erbari, dai manuali di botanica e dalle facoltà di
Agraria. Sono entrate nelle librerie, nei giornali, nella filosofia,
nell'antropologia, nella letteratura, persino nel diritto.
Giovanni Giacomo Maria:
Il cosiddetto plant turn.
Antonio Bruno:
Esattamente. Environmental humanities, environmental philosophy,
critical plant studies, ecocritica. Non è più soltanto la botanica che
parla delle piante. Sono diventate un problema culturale.
Giovanni Giacomo Maria:
Perché proprio adesso?
Antonio Bruno:
Il testo che stiamo leggendo individua due spinte che hanno finito per
incontrarsi. Da una parte la crescente sensibilità ambientale, rafforzata dalla
crisi climatica; dall'altra le acquisizioni della ricerca scientifica sul mondo
vegetale.
Giovanni Giacomo Maria:
E qui arriviamo alla questione controversa.
Antonio Bruno:
Percezione, comunicazione, movimento, memoria, sensazione, forse
consapevolezza, linguaggio, intelligenza…
Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, fermiamoci proprio lì. Da agronomi possiamo davvero parlare di
intelligenza delle piante?
Antonio Bruno:
Possiamo parlare del problema. Che è cosa diversa dall'accettare una risposta.
Giovanni Giacomo Maria:
Spiegati.
Antonio Bruno:
Un agronomo dovrebbe diffidare tanto dell'antropocentrismo quanto
dell'antropomorfismo. Dire che una pianta non possiede alcuna forma complessa
di relazione con l'ambiente perché non ha un cervello rischia di assumere
l'animale come misura universale del vivente. Ma chiamare
"intelligenza", "linguaggio" o "coscienza"
qualsiasi risposta vegetale rischia l'errore opposto: descrivere la pianta
usando categorie costruite sull'uomo.
Giovanni Giacomo Maria:
Quindi?
Antonio Bruno:
Quindi osservo la pianta prima di decidere che cosa debba essere.
Giovanni Giacomo Maria:
Questo mi piace.
Antonio Bruno:
Ed è molto più agronomico di quanto sembri. Prendi una vite.
Giovanni Giacomo Maria:
La mia preferita.
Antonio Bruno:
Naturalmente. Tu entri in un vigneto e dici: Vitis vinifera. Ma quella
definizione tassonomica, per quanto indispensabile, non contiene ciò che sta
accadendo davanti a te.
Giovanni Giacomo Maria:
Ci sono suolo, portinnesto, cultivar, disponibilità idrica, temperatura,
esposizione…
Antonio Bruno:
Microrganismi della rizosfera, funghi, insetti, competizione, potatura, carico
di gemme, gestione della chioma, storia meteorologica dell'annata. E poi
l'agricoltore.
Giovanni Giacomo Maria:
Quindi la vite che osservo non è comprensibile isolandola.
Antonio Bruno:
Questo è il punto. Per molto tempo abbiamo privilegiato l'individuo vegetale.
Adesso cresce l'interesse per le comunità e per le interazioni.
Giovanni Giacomo Maria:
Il famoso wood wide web.
Antonio Bruno:
Sì, purché anche lì non ci lasciamo sedurre troppo dalla metafora. Le metafore
sono meravigliose per formulare domande e pericolose quando vengono scambiate
per spiegazioni.
Giovanni Giacomo Maria:
Questa me la segno.
Antonio Bruno:
Non segnartela. Usala quando vai in campagna.
Giovanni Giacomo Maria:
E infatti la cosa che mi interessa di più è questa: che cosa cambia
concretamente per noi agronomi?
Antonio Bruno:
Moltissimo, se prendiamo sul serio il cambiamento. Significa passare dalla
domanda: "Che cosa devo fare alla pianta perché produca?" a una
domanda più ampia: "In quale sistema di relazioni sto intervenendo?"
Giovanni Giacomo Maria:
Ma dobbiamo comunque produrre.
Antonio Bruno:
Certamente. L'agricoltura non è una contemplazione mistica del vegetale. Deve
produrre alimenti, reddito, paesaggio, servizi ecosistemici. Un oliveto deve
poter dare olive, un vigneto uva, un frutteto frutti.
Giovanni Giacomo Maria:
Allora dove sta la differenza?
Antonio Bruno:
Nel considerare la produzione non come l'azione di un uomo sopra un oggetto
vegetale, ma come il risultato di una rete di relazioni biologiche, ambientali
e umane che noi modifichiamo continuamente.
Giovanni Giacomo Maria:
E da qui arriviamo ai diritti delle piante?
Antonio Bruno:
Aspetta. Prima arriviamo ai diritti della natura.
Giovanni Giacomo Maria:
Christopher Stone.
Antonio Bruno:
1972. Una domanda allora quasi provocatoria: perché foreste, oceani, fiumi e
altri elementi naturali non potrebbero essere titolari di diritti?
Giovanni Giacomo Maria:
Che cinquant'anni dopo sembra meno stravagante.
Antonio Bruno:
Molto meno. Il testo ricorda la foresta di Te Urewera, il fiume Whanganui, il
monte Taranaki in Nuova Zelanda; il caso del Gange e dello Yamuna in India; il
lago Erie negli Stati Uniti; e, in Europa, la laguna del Mar Menor in Spagna.
Giovanni Giacomo Maria:
Però un fiume non può presentarsi davanti a un giudice.
Antonio Bruno:
Neppure una società per azioni può farlo materialmente.
Giovanni Giacomo Maria:
Ah.
Antonio Bruno:
Hai capito il problema. La personalità giuridica non coincide necessariamente
con l'essere una persona umana. Il diritto costruisce soggetti ai quali
attribuisce interessi, responsabilità, rappresentanza e tutela.
Giovanni Giacomo Maria:
Quindi potremmo avere un bosco titolare di diritti e qualcuno incaricato di
rappresentarlo.
Antonio Bruno:
È esattamente una delle strade percorse. Ma da qui cominciano i problemi seri.
Giovanni Giacomo Maria:
Per esempio?
Antonio Bruno:
Se riconosci un diritto all'albero, posso potarlo?
Giovanni Giacomo Maria:
Immagino di sì.
Antonio Bruno:
Posso abbatterlo?
Giovanni Giacomo Maria:
Dipende.
Antonio Bruno:
Posso innestarlo?
Giovanni Giacomo Maria:
Dipende.
Antonio Bruno:
Posso raccoglierne i frutti?
Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, ho capito dove vuoi arrivare: dipende sempre.
Antonio Bruno:
E quel "dipende" è il punto interessante. Perché riconoscere diritti
alle piante non significa necessariamente rendere intoccabile ogni organismo
vegetale. Significa stabilire quali interessi vogliamo riconoscere, quali
limiti imporre all'intervento umano e chi possa rappresentare quegli interessi.
Giovanni Giacomo Maria:
Ma per l'agricoltura la questione diventa enorme.
Antonio Bruno:
Enorme. Il testo lo dice chiaramente: se attribuiamo diritti alle piante, che
cosa succede alla manipolazione e allo sfruttamento delle specie vegetali per
fini alimentari?
Giovanni Giacomo Maria:
Allora un agronomo potrebbe trovarsi nel mezzo tra diritto dell'agricoltore e
diritto della pianta.
Antonio Bruno:
O dell'ecosistema. E aggiungerei una cosa che il testo mi fa pensare: forse
proprio l'agronomo potrebbe diventare una delle figure professionali capaci di
tradurre le esigenze biologiche di un sistema vegetale nelle decisioni umane.
Giovanni Giacomo Maria:
Una specie di interprete?
Antonio Bruno:
Preferisco "osservatore competente". L'interprete rischia di far
parlare la pianta con parole nostre.
Giovanni Giacomo Maria:
Hai sempre paura dell'antropomorfismo.
Antonio Bruno:
Perché amo troppo le piante per avere bisogno di trasformarle in piccoli esseri
umani verdi.
Giovanni Giacomo Maria:
Bella questa.
Antonio Bruno:
Una quercia non ha bisogno di assomigliarmi per avere valore. Un olivo non
diventa degno di rispetto soltanto se dimostriamo che "pensa". Un ecosistema
non deve superare un test d'intelligenza per meritare tutela.
Giovanni Giacomo Maria:
Allora forse la vera rivoluzione è proprio questa.
Antonio Bruno:
Quale?
Giovanni Giacomo Maria:
Smettere di domandare quanto una pianta assomigli a noi.
Antonio Bruno:
E cominciare a domandarci che cosa sia una pianta nel suo proprio modo di
esistere.
Giovanni Giacomo Maria:
Però c'è una cosa che non capisco. Tutto questo sembra modernissimo: crisi
climatica, neurobiologia vegetale, diritti della natura, ecocritica,
personalità giuridica degli ecosistemi. Eppure il libro che stiamo leggendo è
scritto da uno studioso del mondo antico.
Antonio Bruno:
Ed è proprio qui che la faccenda diventa affascinante.
Giovanni Giacomo Maria:
Perché?
Antonio Bruno:
Perché noi crediamo spesso di avere inventato le domande soltanto perché
abbiamo inventato parole nuove per formularle.
Giovanni Giacomo Maria:
Vuoi dire che Greci e Romani avevano già affrontato il problema?
Antonio Bruno:
Non nel nostro modo. Sarebbe un errore cercare nei Greci i plant studies
o nei Romani i Rights of Nature. Ma possiamo domandarci come
distinguessero uomo, animale, pianta, paesaggio, divino. Quali relazioni
costruissero con alberi, boschi, colture e luoghi.
Giovanni Giacomo Maria:
Quindi studiare gli antichi non per trovare la soluzione…
Antonio Bruno:
…ma per scoprire che il nostro modo di formulare il problema non è l'unico
possibile.
Giovanni Giacomo Maria:
Questo cambia parecchio.
Antonio Bruno:
Cambia soprattutto noi agronomi. Perché la nostra disciplina vive esattamente
sul confine.
Giovanni Giacomo Maria:
Tra che cosa e che cosa?
Antonio Bruno:
Tra natura e cultura. L'agricoltura è natura trasformata dall'azione umana, ma
è anche azione umana resa possibile dalla natura. Non esiste agricoltura senza
piante, suolo, acqua, microrganismi e clima; ma non esiste agricoltura neppure
senza decisioni, tecniche, tradizioni, economie, proprietà, diritto.
Giovanni Giacomo Maria:
Quindi l'agronomo non studia semplicemente le piante.
Antonio Bruno:
No.
Giovanni Giacomo Maria:
Studia relazioni.
Antonio Bruno:
E interviene nelle relazioni.
Giovanni Giacomo Maria:
Allora forse abbiamo sbagliato persino il modo di dire "coltivare una
pianta".
Antonio Bruno:
Perché?
Giovanni Giacomo Maria:
Perché sembra che ci siano da una parte io e dall'altra la pianta. Io agisco e
lei subisce.
Antonio Bruno:
Continua.
Giovanni Giacomo Maria:
Invece quando coltivo modifico un sistema e quel sistema modifica quello che
posso fare io. Irrigo e la pianta risponde. Poto e cambia il suo equilibrio
vegeto-produttivo. Concimo e intervengo anche sulle relazioni nel suolo. Cambio
sesto d'impianto e modifico luce, competizione, microclima.
Antonio Bruno:
Adesso stai parlando da agronomo.
Giovanni Giacomo Maria:
E tu da vecchio agronomo.
Antonio Bruno:
Vecchio a chi?
Giovanni Giacomo Maria:
Agronomicamente esperto.
Antonio Bruno:
Così va meglio.
Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, allora dimmi una cosa. Dopo tanti anni di professione, se dovessi
spiegare oggi a un giovane che cosa significa essere agronomo, che cosa gli
diresti?
Antonio Bruno:
Gli direi di imparare tutta la scienza possibile. Fisiologia, pedologia,
chimica, genetica, patologia, entomologia, idraulica, economia, ecologia. Di
impararla seriamente, senza scorciatoie.
Poi gli direi una seconda cosa.
Giovanni Giacomo Maria:
Quale?
Antonio Bruno:
Quando avrai imparato tutto questo, vai davanti a una pianta.
Guardala.
E ricordati che quella pianta non ha letto nessuno dei tuoi libri.
Giovanni Giacomo Maria:
E che cosa devo fare?
Antonio Bruno:
Osservare che cosa accade.
Giovanni Giacomo Maria:
Soltanto questo?
Antonio Bruno:
Ti sembra poco?
Per secoli abbiamo guardato le piante chiedendo loro di entrare nelle
categorie che avevamo preparato.
Forse questa nuova epoca delle piante ci sta proponendo qualcosa di diverso.
Giovanni Giacomo Maria:
Che cosa?
Antonio Bruno:
Di incontrarle prima di spiegarle.
E forse è proprio questo il punto da cui può ricominciare l'agronomia.


