lunedì 28 settembre 2026

La terra non ha bisogno di braccia. Ha bisogno di futuro

 


La terra non ha bisogno di braccia. Ha bisogno di futuro

di Antonio Bruno

Il demografo conta.

Conta quelli che c'erano, quelli che ci sono, quelli che se ne sono andati. Conta i vecchi rimasti nei campi, i giovani che non ci sono più, gli stranieri che raccolgono i pomodori, le fragole, l'uva e le olive.

Fa il suo mestiere.

Scatta una fotografia.

E una fotografia può essere perfetta, nitidissima, persino spietata. Ma continua a essere la fotografia di ciò che esiste.

Io invece voglio parlare di ciò che non esiste ancora.

Perché sono un agronomo e quando guardo un terreno non riesco a vedere soltanto quello che c'è.

Vedo quello che potrebbe esserci.

Davanti a un campo abbandonato posso vedere sterpaglie, alberi che muoiono, terra che nessuno lavora. Ma posso anche vedere ciò che quel campo diventerebbe se qualcuno tornasse a prendersene cura.

È questa la differenza fra una fotografia e una visione.

E allora provo a immaginare.

Immagino un Ente Pubblico per la terra e per i giovani.

Non un carrozzone. Non un altro ufficio dove accumulare carte. Un ente che assuma persone.

Giovani.

Con un contratto vero.

Con uno stipendio.

Con contributi previdenziali.

Con ferie, malattia, sicurezza sul lavoro e tutti i diritti che riconosciamo a chiunque lavori, ma che troppo spesso sembrano diventare un lusso quando il lavoro si svolge nei campi.

Li immagino la mattina davanti a un olivo, a una vite, a un orto.

E il pomeriggio davanti a un libro.

Perché vorrei che quell'Ente facesse una cosa apparentemente rivoluzionaria: pagasse un giovane per lavorare la terra e gli permettesse, contemporaneamente, di studiare all'Università.

Non per obbligarlo a diventare agronomo.

Potrebbe studiare Agraria, certo. Ma anche Ingegneria, Medicina, Filosofia, Informatica, Lettere.

Perché il campo non dovrebbe essere il luogo nel quale finisce chi non ha potuto studiare.

Dovrebbe poter essere anche il luogo dal quale qualcuno comincia.

Questo cambierebbe tutto.

Il lavoro agricolo smetterebbe di essere percepito come l'ultimo gradino della scala sociale e diventerebbe ciò che è sempre stato: un'attività indispensabile alla vita.

Quel ragazzo avrebbe vent'anni.

La mattina potrebbe potare.

Il pomeriggio preparare un esame.

Un giorno potrebbe laurearsi.

E allora sarebbe libero.

Libero davvero.

Potrebbe dire: «Resto qui».

Oppure: «Vado via».

Potrebbe continuare a coltivare la terra portandoci dentro ciò che ha imparato all'Università.

Oppure potrebbe diventare medico, ingegnere, insegnante, ricercatore.

Non importa.

Perché intanto, per cinque o dieci anni, avremmo avuto una persona che ha lavorato, studiato, versato contributi, prodotto cibo, custodito territorio e costruito il proprio futuro.

E soprattutto non gli avremmo chiesto di scegliere, a diciannove anni, tra la terra e la conoscenza.

Gli avremmo consegnato entrambe.


C'è poi una questione della quale dobbiamo avere il coraggio di parlare.

Una parte dell'agricoltura contemporanea rischia di diventare soprattutto rendita.

Possedere terra, intercettare risorse pubbliche, mantenere formalmente una superficie agricola non significa necessariamente produrre quella presenza umana sul territorio che per secoli ha caratterizzato l'agricoltura.

Per questo io rovescerei la prospettiva.

Le risorse pubbliche non dovrebbero limitarsi a sostenere la proprietà.

Dovrebbero sostenere soprattutto il lavoro, la conoscenza e la presenza sul territorio.

Non finanziare soltanto ettari.

Finanziare vite.

Non soltanto aziende.

Persone.

Non soltanto il reddito di oggi.

Il futuro di qualcuno.


Mi si dirà che i contadini stanno scomparendo.

È possibile.

Ma io non voglio ricostruire il contadino di mio nonno.

Quel mondo è finito.

E forse è giusto che sia finito, perché insieme alla sua bellezza portava fatica, povertà, disuguaglianze e vite durissime.

Non voglio riportare indietro l'orologio.

Voglio andare avanti.

Il giovane che immagino non è il contadino del Novecento.

Ha uno smartphone in tasca.

Conosce le lingue.

Usa un drone.

Legge i dati di una centralina meteorologica.

Sa cos'è l'intelligenza artificiale.

Va all'Università.

E poi prende una zappa.

Non c'è contraddizione.

La contraddizione l'abbiamo costruita noi quando abbiamo deciso che il sapere stesse da una parte e il lavoro manuale dall'altra.


Qualcuno domanderà quanto costerebbe.

È la domanda giusta.

Ma allora dobbiamo calcolare tutto.

Quanto costa un giovane che se ne va?

Quanto costa un ettaro abbandonato?

Quanto costa un incendio?

Quanto costa il dissesto idrogeologico?

Quanto costa un paese nel quale rimangono soltanto anziani?

Quanto costa perdere conoscenze, presidio, produzione, comunità?

E soprattutto: quanto vale un giovane al quale diciamo:

«Tu puoi restare. Puoi lavorare. Puoi studiare. Puoi costruire la tua vita senza dover rinunciare subito a una parte di te.»

Non conosco ancora il bilancio economico di questa idea.

Quello andrebbe costruito, studiato, verificato.

Ma conosco la domanda politica e sociale che contiene.

Che cosa vogliamo finanziare con il denaro pubblico: la conservazione di ciò che esiste oppure la possibilità che nasca qualcosa che oggi non esiste?


Il demografo fotografa una campagna nella quale i contadini scompaiono.

Io quella fotografia la guardo.

Non la nego.

Poi però la appoggio sul tavolo.

Apro la porta.

E provo a vedere un'altra scena.

È mattina presto.

Un ragazzo entra in un campo.

Ha gli scarponi sporchi di terra.

Lavora.

A mezzogiorno torna a casa, si lava, mangia qualcosa.

Poi apre il computer.

Domani ha un esame all'Università.

Tra cinque anni sarà laureato.

Forse resterà lì.

Forse partirà.

Non lo so.

E non voglio deciderlo io.

Voglio soltanto che possa scegliere.

Perché forse il futuro dell'agricoltura non consiste nel trovare qualcuno disposto a fare il contadino.

Forse consiste nel costruire una società nella quale un giovane possa lavorare la terra senza che la terra gli chiuda il futuro.

E se un giorno, dopo essersi laureato, decidesse liberamente di tornare in quel campo, allora avremmo ottenuto qualcosa che nessuna statistica può fotografare in anticipo.

Avremmo seminato una possibilità.

E, da agronomo, una cosa l'ho imparata:

prima di ogni raccolto c'è sempre qualcuno che ha avuto il coraggio di seminare dove gli altri vedevano soltanto terra.

Antonio Bruno
Laureato in Scienze Agrarie, Dottore Agronomo, Esperto in Diagnostica Urbana e Territoriale e Giornalista pubblicista

 

domenica 27 settembre 2026

La realtà non arriva già raccontata Conversazione tra Antonio Bruno e Heinz von Foerster

 


La realtà non arriva già raccontata Conversazione tra Antonio Bruno e  Heinz von Foerster

Antonio Bruno: Professore, vorrei cominciare da una frase che mi ha colpito: il mondo non contiene informazione. È quasi provocatoria. Io sono giornalista: se il mondo non contiene informazione, che cosa faccio quando scrivo un articolo?

Heinz von Foerster: Cominciamo proprio da qui. Lei osserva qualcosa e pensa di raccogliere informazioni che si trovano già là fuori. Ma ciò che incontra sono eventi, segni, suoni, parole, immagini. Sono segnali. L'informazione nasce quando un osservatore attribuisce loro un significato.

Antonio: Quindi l'informazione non passa semplicemente da una persona all'altra?

Von Foerster: Esatto. Il vecchio schema del mittente che mette un'informazione dentro un messaggio, la fa viaggiare lungo un canale e la consegna al destinatario è molto utile per le telecomunicazioni. Ma diventa ingannevole quando pretendiamo di usarlo per descrivere gli esseri umani.

Antonio: Perché?

Von Foerster: Perché io posso produrre dei segnali, ma non posso mettere nella sua testa il significato che quei segnali hanno per me.

Antonio: Questo mi interessa moltissimo. Significa che mentre le parlo io non le sto realmente trasferendo ciò che penso.

Von Foerster: Lei produce parole. Io le ascolto e costruisco qualcosa attraverso ciò che sono già.

Antonio: Attraverso la mia storia?

Von Foerster: La sua storia, la cultura, le esperienze, le aspettative, ciò che ha imparato, perfino il modo nel quale ha imparato a distinguere una cosa dall'altra.

Antonio: Allora quando dico: "Mi sono spiegato male", forse sto usando una formula troppo semplice.

Von Foerster: Certamente. Perché potrebbe essersi spiegato benissimo dal suo punto di vista. Ma l'altro ha costruito un significato differente.

Antonio: Ed ecco una frase ancora più radicale: il significato di una frase lo determina chi ascolta, non chi parla.

Von Foerster: Proprio così.

Antonio: Questa idea cambia parecchie cose nei rapporti umani. Io posso dire a una persona: "Non volevo dire questo".

Von Foerster: E può essere perfettamente sincero.

Antonio: Ma quella persona può rispondermi: "Io però ho sentito questo".

Von Foerster: Ed essere altrettanto sincera.

Antonio: Quindi non necessariamente uno dei due mente.

Von Foerster: Finalmente!

Antonio: [ride] Questo "finalmente" mi piace. Perché noi trascorriamo una quantità enorme di tempo a stabilire chi abbia ragione su ciò che è accaduto.

Von Foerster: Perché immaginiamo che da qualche parte esista la versione definitiva dell'accaduto.

Antonio: Mentre abbiamo osservatori.

Von Foerster: Abbiamo osservatori che descrivono.

Antonio: Qui sento Maturana.

Von Foerster: Naturalmente. Nel momento in cui lei include l'osservatore nell'osservazione, non può più fingere che la descrizione sia indipendente da chi descrive.

Antonio: Facciamo un esempio banalissimo. Due persone assistono alla stessa discussione. Una dice: "Antonio era aggressivo". L'altra: "Antonio si stava difendendo".

Von Foerster: E lei che cosa direbbe?

Antonio: Prima avrei probabilmente cercato di stabilire quale delle due versioni fosse vera. Adesso mi viene da domandare: come fa ciascuno dei due a vedere ciò che vede?

Von Foerster: E questa è una domanda completamente diversa.

Antonio: Perché non cerca più il colpevole dell'errore percettivo.

Von Foerster: Cerca l'osservatore.

Antonio: E allora potrei domandarmi anche: come faccio io quello che faccio quando descrivo quella discussione?

Von Foerster: Esattamente.

Antonio: Questa domanda mi accompagna molto: "Come faccio quello che faccio?". Perché sposta l'attenzione dalla pretesa di scoprire come sia il mondo all'osservazione di come io faccia emergere il mondo nel quale vivo.

Von Foerster: Ed è qui che comincia la responsabilità.


Antonio: Fermiamoci sulla responsabilità. Perché questa conversazione diventa particolarmente delicata quando parliamo di giornalismo.

Von Foerster: Molto delicata.

Antonio: Il giornalista tradizionalmente dice: "Io racconto i fatti".

Von Foerster: Quali fatti?

Antonio: Appunto.

Von Foerster: Quali ha scelto? Da quale posizione li ha osservati? Quali parole ha utilizzato? Che cosa ha messo nel titolo? Che cosa ha lasciato fuori? A chi ha dato voce?

Antonio: Quindi già scegliere che una cosa meriti di diventare notizia è un'operazione dell'osservatore.

Von Foerster: Inevitabilmente.

Antonio: Nel testo lei racconta di Stanford. Sopra l'ingresso della facoltà di giornalismo c'era scritto, in sostanza: "Dite le cose come sono". E lei rovesciò la frase: le cose sono come le raccontate.

Von Foerster: Perché "dire le cose come sono" può diventare una meravigliosa maniera per nascondere chi sta parlando.

Antonio: Questa è fortissima.

Von Foerster: Il giornalista potrebbe dire: "Non sono io. È la realtà".

Antonio: E invece sono io che ho scelto quella fotografia, quel titolo, quelle tre dichiarazioni invece di altre dieci.

Von Foerster: E soprattutto quelle parole.

Antonio: Allora l'impossibilità dell'oggettività non autorizza affatto a scrivere qualsiasi cosa.

Von Foerster: Al contrario.

Antonio: Richiede maggiore responsabilità.

Von Foerster: Precisamente. Se crede di essere semplicemente uno specchio della realtà, può sottrarsi alla responsabilità: "Io non c'entro, ho soltanto raccontato ciò che è successo". Quando comprende di partecipare alla costruzione della descrizione, deve assumersene la responsabilità.


Antonio: Mi viene in mente una situazione quotidiana. Entro in una stanza. Una persona non mi saluta. Posso dire: "Mi ha ignorato".

Von Foerster: Ma "non mi ha salutato" e "mi ha ignorato" non sono la stessa cosa.

Antonio: Esatto! "Non mi ha salutato" descrive qualcosa che posso osservare. "Mi ha ignorato" introduce già un'interpretazione.

Von Foerster: E magari persino un'intenzione.

Antonio: Potrei arrivare a dire: "Non mi ha salutato perché ce l'ha con me".

Von Foerster: Ed eccoci già dentro un mondo.

Antonio: Un mondo che io stesso contribuisco a far emergere.

Von Foerster: E nel quale poi comincerà a comportarsi.

Antonio: Magari divento freddo con quella persona.

Von Foerster: Che percepirà la sua freddezza.

Antonio: E diventerà fredda con me.

Von Foerster: E lei esclamerà: "Vedevo bene! Ce l'aveva con me!".

Antonio: [ride] Abbiamo fabbricato la prova della nostra teoria!

Von Foerster: Gli esseri umani sono bravissimi in questo.


Antonio: C'è però qualcosa che mi interessa ancora di più. Se il significato nasce nell'ascoltatore, allora comunicare non significa controllare ciò che l'altro comprenderà.

Von Foerster: Certamente no.

Antonio: E questa per me è una questione enorme: il controllo.

Von Foerster: Perché?

Antonio: Perché posso desiderare che l'altro comprenda esattamente ciò che intendo. Posso spiegare, rispiegare, precisare. E quando non comprende come avevo previsto posso irritarmi.

Von Foerster: Interessante.

Antonio: Ma se prendo sul serio quello che stiamo dicendo, devo riconoscere che l'altro non è il terminale del mio messaggio.

Von Foerster: È un sistema autonomo.

Antonio: Io posso parlare, ma non posso decidere ciò che nascerà in lui dalle mie parole.

Von Foerster: E questo cambia la conversazione.

Antonio: Radicalmente. Perché posso passare da: "Devi capire quello che ti sto dicendo" a: "Che cosa hai compreso di ciò che ho detto?".

Von Foerster: Magnifico.

Antonio: E magari scopro qualcosa anche di me.

Von Foerster: Questo è il punto. La comunicazione non è il trasporto di oggetti chiamati significati. È una coordinazione nella quale possono emergere significati.


Antonio: Allora arriviamo al passato. Lei sostiene che ciò che è stato è accessibile attraverso le nostre ricostruzioni.

Von Foerster: Certamente.

Antonio: Questo mi riguarda profondamente. Io ricordo un episodio della mia vita. Lo racconto oggi. Ma non sto prendendo dal cervello una registrazione conservata quarant'anni fa e mandandola in onda.

Von Foerster: Sta ricostruendo.

Antonio: Oggi.

Von Foerster: Oggi.

Antonio: E dunque il mio passato viene raccontato dal me presente.

Von Foerster: Esatto.

Antonio: Fra dieci anni potrei raccontare lo stesso episodio diversamente senza necessariamente mentire.

Von Foerster: Perché sarebbe diverso l'osservatore che ricostruisce.

Antonio: Questo mi sembra liberante. Non perché il passato scompaia, ma perché smette di essere una pietra immobile.

Von Foerster: Diventa una storia continuamente ricostruita nel presente.

Antonio: E allora anche quando dico "io sono fatto così perché mi è accaduto questo", dovrei forse osservare con maggiore attenzione.

Von Foerster: Perché?

Antonio: Perché sto costruendo adesso una relazione tra ciò che ricordo e ciò che sono.

Von Foerster: Molto bene.

Antonio: Non sto necessariamente scoprendo una catena causale nascosta nell'universo.

Von Foerster: Sta formulando una spiegazione.

Antonio: Che può essermi utile.

Von Foerster: Oppure imprigionarla.


Antonio: Professore, allora provo a riassumere.

Il mondo accade.

Io percepisco.

Distinguo.

Attribuisco significato.

Descrivo.

E attraverso quella descrizione faccio emergere un mondo nel quale poi vivo.

Von Foerster: Continui.

Antonio: Se quel mondo mi piace, posso conservarlo.

Von Foerster: E se non le piace?

Antonio: Posso accorgermi di come lo sto facendo.

Von Foerster: E poi?

Antonio: Posso scegliere.

Von Foerster: Ecco.

Antonio: Forse è questa la cosa che più mi interessa di tutta questa conversazione. Non arrivare alla conclusione relativistica che "allora tutto vale".

Von Foerster: Sarebbe una conclusione molto povera.

Antonio: Arrivare invece a una conseguenza etica: se non posso nascondermi dietro una realtà che mi ordina come devo descriverla, aumenta la mia responsabilità per il mondo che contribuisco a generare attraverso le mie distinzioni, le mie parole e le mie azioni.

Von Foerster: Adesso siamo arrivati al punto.

Antonio: E potrei formularlo così: non posso controllare il significato che nascerà nell'altro, ma posso assumermi la responsabilità del modo in cui entro nella conversazione.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso accorgermi.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso osservare cosa percepisco.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso osservare cosa sto facendo.

Von Foerster: Sì.

Antonio: Posso vedere quale passato sto ricostruendo e quale futuro sto anticipando.

Von Foerster: E infine?

Antonio: Posso scegliere che cosa conservare.

Von Foerster: E che cosa cambiare.

Antonio: Allora forse comunicare non significa riuscire a mettere nella testa dell'altro ciò che ho nella mia.

Von Foerster: No.

Antonio: Significa incontrarsi sapendo che ciascuno costruirà qualcosa.

Von Foerster: Sì.

Antonio: E assumersi la responsabilità di ciò che facciamo nascere nella relazione.

Von Foerster: Questa mi sembra una buona conclusione.

Antonio: A me sembra piuttosto un buon inizio.

Ho fatto convergere il pensiero del testo con il tuo percorso di auto-osservazione, soprattutto nel passaggio «mi accorgo → percepisco → cosa sto facendo → ricostruisco il passato → anticipo scenari → scelgo → cosa conservo». Nel testo originale, infatti, von Foerster arriva al principio decisivo secondo cui è il ricevente a costruire il significato dell'enunciato, non il parlante a trasferirglielo già confezionato.