venerdì 16 ottobre 2026

Vespa velutina, il calabrone asiatico conquista la Puglia: dal nido di Taranto alle strategie per difendere api, biodiversità e apicoltura

 


Vespa velutina, il calabrone asiatico conquista la Puglia: dal nido di Taranto alle strategie per difendere api, biodiversità e apicoltura


Il ritrovamento di una colonia attiva a San Vito, il 27 settembre 2026, rappresenta un segnale importante per la sorveglianza fitosanitaria e ambientale pugliese. L'esperienza di altre regioni italiane e della Francia dimostra che la tempestività degli interventi può fare la differenza. Ecco come riconoscere la specie, individuare i nidi, organizzare il monitoraggio e proteggere gli apiari.

Il caso di San Vito: una colonia attiva alle porte di Taranto

Il 27 settembre 2026, nella frazione tarantina di San Vito, è stato individuato un nido secondario attivo di Vespa velutina nigrithorax, comunemente conosciuta come calabrone asiatico a zampe gialle.

Secondo le informazioni diffuse sul ritrovamento, il nido si trovava su un albero, a un'altezza compresa tra cinque e dieci metri, nelle vicinanze di aree frequentate dalla popolazione.

Al suo interno erano presenti adulti e larve, circostanza che documenta non soltanto il passaggio di singoli individui, ma l'insediamento di una colonia riproduttivamente attiva.

Il successivo intervento dei Vigili del Fuoco di Taranto, in collaborazione con gli esperti dell'Associazione Regionale Apicoltori Pugliesi (ARAP), ha consentito la rimozione del nido e l'eliminazione della colonia presente.

Il ritrovamento è stato descritto come il primo nido attivo documentato in Puglia e la prima segnalazione della specie fuori dalla provincia di Lecce. Questa qualificazione va riferita alle segnalazioni disponibili al momento, senza escludere eventuali presenze non ancora individuate.

È proprio questo il punto che merita attenzione.

Il problema non è soltanto il nido trovato. È comprendere se quel nido rappresenti un episodio isolato oppure il segnale di un processo di insediamento territoriale.

Un territorio può ospitare una specie invasiva per un certo periodo prima che la sua presenza venga documentata sistematicamente. La capacità di rilevarla dipende dall'intensità del monitoraggio, dalla preparazione degli osservatori e dall'efficienza della rete di segnalazione.

La rimozione di una colonia è dunque un risultato importante, ma non equivale automaticamente all'eradicazione della specie dall'intero territorio.

Perché Vespa velutina rappresenta una minaccia


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Vespa velutina è una specie originaria dell'Asia, introdotta accidentalmente in Europa, dove ha trovato condizioni climatiche e risorse alimentari favorevoli alla propria espansione.

La sua pericolosità ecologica è legata soprattutto alla predazione degli insetti, comprese le api mellifere (Apis mellifera).

La strategia di caccia è particolarmente efficace: il calabrone rimane sospeso in volo davanti all'ingresso dell'alveare e intercetta le bottinatrici, spesso al ritorno dalle attività di raccolta.

Il danno si sviluppa attraverso due meccanismi distinti.

Il primo è diretto: le api catturate vengono sottratte alla colonia.

Il secondo, spesso altrettanto importante, è comportamentale. Quando la pressione predatoria aumenta, le api riducono l'attività di volo e la raccolta di nettare e polline.

La conseguenza può essere una riduzione delle riserve alimentari, un indebolimento della colonia e una maggiore vulnerabilità durante l'inverno.

Non bisogna però attribuire ogni mortalità delle api alla Vespa velutina. La salute degli alveari dipende anche da parassiti come Varroa destructor, disponibilità di risorse nettarifere, condizioni meteorologiche, patologie e gestione apistica.

In Europa esistono organismi capaci di predare occasionalmente Vespa velutina, ma non è stato dimostrato che i nemici naturali presenti riescano, da soli, a contenerne efficacemente le popolazioni.

La questione interessa quindi l'apicoltura, ma anche la biodiversità entomologica e i servizi ecosistemici di impollinazione.

Tre casi di studio: cosa insegnano le esperienze italiane

1. Liguria e Piemonte: il progetto LIFE STOPVESPA


La Liguria rappresenta uno dei primi territori italiani interessati dalla diffusione della specie, segnalata dal 2012.

Il progetto europeo LIFE STOPVESPA ha sperimentato una strategia integrata di sorveglianza, localizzazione dei nidi e intervento rapido.

I risultati pubblicati dal progetto sono significativi:

2.200+

Colonie individuate e rimosse

1.700

Postazioni della rete di monitoraggio

80

Operatori formati attraverso quattro corsi

76 mln

Api e altri insetti stimati come sottratti alla predazione

Queste cifre, comunicate dal progetto, comprendono stime modellistiche degli insetti protetti e non vanno interpretate tutte come conteggi diretti.

vespavelutina.eu

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Un aspetto particolarmente interessante è l'impiego del radar armonico entomologico: alcuni calabroni vengono dotati di piccoli dispositivi passivi che permettono di seguirne gli spostamenti e risalire al nido.

La lezione per la Puglia: il monitoraggio non deve limitarsi alla cattura degli insetti. Deve consentire di individuare rapidamente le colonie che li producono.

2. Toscana: dalla risposta emergenziale alla gestione programmata

La Toscana ha trasformato la lotta alla Vespa velutina in un programma regionale, con il coinvolgimento delle Università di Pisa e Firenze e delle associazioni apistiche.

Il piano comprende il monitoraggio degli apiari, le segnalazioni dei cittadini, la localizzazione dei nidi mediante radiotracking VHF e la formazione di squadre specializzate.

La Regione indica finanziamenti ministeriali complessivi pari a 240.000 euro per il triennio 2023-2025, ai quali si sono aggiunti 30.000 euro regionali nel 2025 per sostenere ulteriori interventi di neutralizzazione dei nidi.

Regione Toscana

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L'esperienza toscana dimostra che il controllo di una specie invasiva richiede continuità amministrativa e scientifica.

La lezione per la Puglia: servono una struttura di coordinamento regionale, risorse dedicate, protocolli condivisi e una rete di operatori qualificati, anziché interventi occasionali affidati soltanto alla buona volontà dei singoli.

3. Veneto: l'importanza delle prime segnalazioni

Il 6 ottobre 2023, a Cittadella, in provincia di Padova, venne individuato un nido di Vespa velutina sulla parete di un edificio, con sviluppo anche all'interno di una cavità.

Il caso è stato descritto in una pubblicazione scientifica disponibile nell'archivio dell'Università di Padova.

Ricerca Unipd

Questo episodio mostra due aspetti rilevanti: la specie può comparire in aree non ancora caratterizzate da un'insediamento diffuso e i nidi non si trovano necessariamente sugli alberi.

Possono essere utilizzate anche strutture artificiali, edifici e cavità.

La lezione per la Puglia: la sorveglianza deve interessare non soltanto le campagne, ma anche i centri abitati, le periferie e gli spazi verdi urbani.

Come riconoscere Vespa velutina senza confonderla con il calabrone europeo


Vespa velutina

Torace prevalentemente scuro, addome bruno con banda giallo-aranciata evidente, estremità delle zampe gialle.


Vespa crabro

Calabrone europeo: torace rossiccio-bruno e addome prevalentemente giallo con disegni scuri.

La distinzione è essenziale. Il calabrone europeo, Vespa crabro, è una specie autoctona che svolge un ruolo ecologico e non deve essere eliminata indiscriminatamente.

Anche le dimensioni, da sole, non sono sufficienti per identificare Vespa velutina: una fotografia nitida del torace, dell'addome e delle zampe è molto più utile.

Indicazioni pratiche: un protocollo operativo per la Puglia

Propongo un modello di intervento articolato in cinque fasi, applicabile attraverso la collaborazione tra Regione, servizi competenti, associazioni apistiche, enti di ricerca, Comuni e operatori specializzati.

Fase 1 — Sorveglianza e identificazione

Attivare apiari sentinella e raccogliere segnalazioni georeferenziate, fotografie, date e osservazioni sul comportamento degli insetti. Le segnalazioni devono essere validate da esperti.

Fase 2 — Localizzazione dei nidi

Dopo la conferma della specie, organizzare osservazioni dei voli di ritorno, triangolazioni e, dove disponibili, tecniche di radiotracking. Dare priorità agli apiari colpiti e ai luoghi frequentati.

Fase 3 — Neutralizzazione in sicurezza

Affidare gli interventi esclusivamente a squadre formate e dotate di attrezzature idonee. Registrare posizione, data, condizioni del nido e risultato dell'operazione.

Fase 4 — Verifica dell'efficacia

Continuare il monitoraggio dopo la rimozione, verificando la presenza di altri adulti, nuovi nidi e attività predatoria negli apiari circostanti.

Fase 5 — Analisi territoriale

Elaborare annualmente carte di distribuzione, indicatori di pressione predatoria e dati sugli interventi, per individuare le aree nelle quali intensificare la sorveglianza.

Quando intervenire: il calendario biologico

Il ciclo biologico è annuale, ma le finestre temporali possono variare in funzione del clima. Nel Salento e nelle aree costiere pugliesi, gli inverni miti rendono particolarmente importante adattare le osservazioni alle temperature effettive.

Periodo indicativo

Attività consigliata

Febbraio–aprile

Ricerca delle regine fondatrici e dei primi nidi; monitoraggio selettivo

Maggio–giugno

Sorveglianza dei nidi primari e dell'attività negli apiari

Luglio–agosto

Ricerca dei nidi secondari e verifica della pressione predatoria

Settembre–novembre

Intensificazione del monitoraggio e rapida neutralizzazione dei nidi attivi

Dicembre–gennaio

Analisi dei dati, formazione e programmazione della stagione successiva

Il trappolaggio primaverile può contribuire al rilevamento delle regine fondatrici, come indicato dalla rete StopVelutina. Tuttavia, le trappole generiche possono catturare anche numerosi insetti non bersaglio. È quindi preferibile utilizzarle nell'ambito di programmi coordinati, con dispositivi selettivi e controlli frequenti.

Stop Velutina

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Cosa devono fare concretamente gli apicoltori

La prima misura consiste nell'osservazione sistematica dell'ingresso degli alveari.

La presenza ripetuta di calabroni scuri che stazionano in volo davanti alle arnie e catturano le bottinatrici costituisce un segnale da verificare immediatamente.

In caso di sospetto è utile documentare l'attività predatoria con brevi filmati, indicando data, ora, località e numero approssimativo di calabroni osservati durante un intervallo di tempo prestabilito.

Questi dati, ripetuti nel tempo, consentono di confrontare la pressione predatoria tra apiari e stagioni.

Le misure di difesa comprendono anche l'impiego di barriere protettive e dispositivi anti-calabrone progettati per non ostacolare eccessivamente l'attività delle api. La loro efficacia dipende dalla configurazione e dalle condizioni dell'apiario: non sostituiscono la ricerca e la neutralizzazione dei nidi.

È inoltre importante verificare le scorte alimentari, la forza delle colonie e lo stato sanitario, intervenendo con tecniche apistiche appropriate quando necessario.

Non è consigliabile utilizzare autonomamente insetticidi nei pressi delle arnie, esche avvelenate o sistemi di cattura indiscriminati. Possono danneggiare gli impollinatori e introdurre ulteriori rischi ambientali.

Cosa fare quando si trova un nido sospetto

Procedura per cittadini e proprietari di terreni

  1. Non avvicinarsi al nido e non scuotere l'albero o la struttura che lo ospita.
  2. Non tentare di rimuoverlo, bruciarlo o irrorarlo con prodotti insetticidi.
  3. Fotografarlo soltanto da una posizione sicura, possibilmente utilizzando lo zoom.
  4. Annotare la posizione precisa, l'altezza approssimativa e l'eventuale presenza di persone nelle vicinanze.
  5. Inviare una segnalazione a StopVelutina e informare le strutture territoriali competenti o le associazioni apistiche.
  6. In presenza di un pericolo immediato per le persone, contattare il 112.

Una proposta per il territorio pugliese: creare una rete di sorveglianza diffusa

Dal punto di vista agronomico e ambientale, ritengo che il caso di San Vito giustifichi l'avvio di un programma pugliese strutturato, con particolare attenzione alle province di Taranto, Lecce e Brindisi, senza escludere il resto della regione.

Propongo quattro linee operative.

La prima è l'istituzione di una rete di apiari sentinella, distribuiti in ambienti urbani, periurbani, agricoli e costieri.

La seconda è il coinvolgimento dei dottori agronomi e forestali, dei tecnici apistici e degli operatori del verde nella sorveglianza territoriale. Chi si occupa di alberature, parchi, giardini e coltivazioni arboree può contribuire a individuare tempestivamente i nidi secondari.

La terza è la predisposizione di un archivio cartografico regionale, basato su dati verificati, che distingua gli avvistamenti occasionali dai nidi attivi e dagli insediamenti confermati.

La quarta riguarda la valutazione economica dei danni. Sarebbe utile monitorare la mortalità delle colonie, le variazioni della produzione di miele, i costi aggiuntivi di gestione degli apiari e, dove misurabili, le conseguenze sulla disponibilità di impollinatori.

Non si deve confondere una correlazione temporale con un rapporto di causa ed effetto: gli studi dovrebbero prevedere confronti tra apiari esposti e non esposti, tenendo conto delle altre cause di stress.

Un obiettivo misurabile: individuare i focolai prima della loro espansione

Per valutare l'efficacia del programma regionale, propongo alcuni indicatori:

Indicatore

Cosa misurare

Tempo di conferma

Giorni tra segnalazione e identificazione della specie

Tempo di intervento

Giorni tra individuazione del nido e neutralizzazione

Copertura territoriale

Apiari sentinella per unità di superficie

Efficacia degli interventi

Nidi neutralizzati e successiva attività residua

Impatto apistico

Pressione predatoria e andamento delle colonie

Selettività del monitoraggio

Catture di specie non bersaglio rispetto a quelle di V. velutina

Questi indicatori consentirebbero di distinguere la semplice attività amministrativa dai risultati ecologici effettivamente ottenuti.

La biodiversità non si difende soltanto quando il danno è evidente

Il caso di San Vito ci pone davanti a una questione più generale.

Negli ecosistemi agricoli pugliesi abbiamo già conosciuto le conseguenze di emergenze biologiche affrontate in contesti di forte complessità territoriale, come quella della Xylella fastidiosa.

Naturalmente i due fenomeni sono profondamente differenti: la Xylella è un batterio fitopatogeno trasmesso da insetti vettori, mentre la Vespa velutina è un predatore invasivo. Non sono confrontabili né i rispettivi cicli biologici né le strategie di contenimento.

Esiste però un insegnamento comune: la tempestività della sorveglianza, la qualità delle informazioni e il coordinamento tra istituzioni e competenze scientifiche sono decisivi nella gestione delle emergenze biologiche.

Non sappiamo ancora, sulla base del solo nido di San Vito, quale sarà la dinamica di diffusione della Vespa velutina in Puglia. Non sappiamo se esistano altre colonie non individuate né possiamo quantificare l'impatto futuro sull'apicoltura regionale.

Sappiamo, invece, che il territorio dispone di competenze scientifiche, professionali e associative che possono essere mobilitate.

La domanda, allora, non è soltanto come eliminare un nido di calabrone asiatico.

È come organizzare una comunità capace di osservare il proprio ambiente, riconoscere tempestivamente le trasformazioni che vi avvengono e scegliere interventi proporzionati, scientificamente fondati e rispettosi della biodiversità.

Perché difendere le api non significa soltanto difendere il miele.

Significa prendersi cura delle relazioni ecologiche dalle quali dipendono una parte importante dell'agricoltura e della vita dei nostri territori.

Fonti e approfondimenti: LIFE STOPVESPA — risultati; Regione Toscana — Piano di gestione; Rete nazionale StopVelutina; Università di Padova — caso di Cittadella. La ricostruzione del ritrovamento di San Vito si basa sulle informazioni fornite nel testo iniziale; non è stata verificata attraverso un comunicato ufficiale specifico.

Articolo tecnico-divulgativo — 16 ottobre 2026.

 

giovedì 15 ottobre 2026

Xylella, 30 milioni di euro per rigenerare gli oliveti. Ma quanti ettari torneranno davvero a produrre reddito?

 


Xylella, 30 milioni di euro per rigenerare gli oliveti. Ma quanti ettari torneranno davvero a produrre reddito?

Ho letto attentamente il comunicato ufficiale diffuso oggi, 15 ottobre 2026, dalla Regione Puglia e da AGEA, relativo al nuovo bando da 30 milioni di euro destinato alla rigenerazione delle superfici agricole colpite dalla Xylella.

Da agronomo, prima ancora di esprimere un giudizio politico sull'iniziativa, ho voluto fare qualche conto.

Il comunicato ci informa che il contributo potrà raggiungere il 100% dei costi ammissibili e che, per gli oliveti con densità originaria superiore a 201 piante per ettaro, il costo massimo previsto è di 15.000 euro per ettaro.

Ho diviso 30 milioni per 15.000 euro e ho ottenuto 2.000 ettari.

Naturalmente si tratta di una proiezione, non della superficie ufficialmente prevista dal bando. Se il costo medio fosse di 10.000 euro per ettaro, la superficie finanziabile salirebbe a 3.000 ettari. Con 6.000 euro per ettaro arriveremmo a 5.000 ettari.

Ma la questione che mi interessa non è soltanto aritmetica.

Il comunicato ci ricorda che la Xylella ha provocato il disseccamento e la morte di oltre 10 milioni di ulivi. Supponiamo di realizzare 2.000 ettari di nuovi impianti con una densità di 400 piante per ettaro. Otterremmo 800.000 nuovi olivi, numericamente equivalenti all'8% dei 10 milioni perduti.

Attenzione: non sto dicendo che rigenereremmo l'8% della superficie compromessa. Per affermarlo dovrei conoscere l'estensione effettiva degli oliveti danneggiati e le loro densità originarie.

Ed è proprio qui che nasce la mia prima domanda.

Quanti ettari di oliveto sono stati effettivamente compromessi dalla Xylella e quale percentuale di questa superficie potrà essere recuperata con i 30 milioni di euro?

Non ho trovato questa informazione nel comunicato.

Ho letto, invece, che saranno privilegiati i progetti collettivi delle cooperative e delle organizzazioni di produttori. Considero interessante questa scelta, perché l'aggregazione può rappresentare un'opportunità per superare la frammentazione delle imprese agricole.

Ma mi domando quale mondo agricolo intendiamo far emergere attraverso questa scelta.

Vogliamo semplicemente aggregare le domande di contributo oppure costruire imprese capaci di organizzare la produzione, governare i costi, valorizzare il prodotto e conquistare una posizione economicamente sostenibile sul mercato?

C'è poi un'altra questione che considero fondamentale.

Un oliveto appena impiantato non è un oliveto che produce immediatamente reddito.

Le piante devono crescere, entrare in produzione e raggiungere una produttività economicamente significativa. Durante questo periodo l'agricoltore sostiene costi di gestione, manutenzione, irrigazione, difesa fitosanitaria e lavorazioni, senza disporre necessariamente di ricavi sufficienti a compensarli.

Il comunicato precisa che il finanziamento riguarda il ripristino della capacità produttiva e non il ristoro dei mancati redditi pregressi.

È una distinzione importante, ma mi induce a formulare un'altra domanda: con quali risorse le imprese affronteranno la fase che separa la realizzazione del nuovo impianto dalla sua piena capacità produttiva?

Ho apprezzato l'attenzione dichiarata alla tracciabilità, al materiale vegetale certificato e all'automazione delle procedure attraverso il SIAN. Sono strumenti che possono migliorare l'efficienza amministrativa e i controlli.

Tuttavia, non confondo l'efficienza della procedura con l'efficacia economica dell'intervento.

Un finanziamento può essere erogato correttamente, un impianto può essere realizzato nei tempi prescritti e tutti i controlli possono dare esito positivo. Ma questo non dimostra ancora che l'impresa agricola sia tornata economicamente vitale.

È questa la distinzione che considero decisiva.

Non sono contrario allo stanziamento dei 30 milioni di euro. Ogni risorsa destinata a ricostruire il patrimonio produttivo del territorio è importante.

Mi interessa, però, comprendere lo scopo dello scopo.

Stiamo finanziando la sostituzione degli alberi oppure stiamo costruendo le condizioni perché gli agricoltori possano tornare a vivere della propria attività?

Sono due obiettivi collegati, ma non coincidono.

Da agronomo ritengo che la rigenerazione debba essere misurata attraverso indicatori agronomici, economici e territoriali: ettari effettivamente recuperati, sopravvivenza delle piante, tempi di entrata in produzione, costi di gestione, produttività attesa, redditività delle imprese e sostenibilità degli ordinamenti colturali.

Vorrei conoscere anche il rapporto tra le risorse disponibili e il fabbisogno finanziario complessivo necessario per rigenerare le superfici compromesse.

Perché senza conoscere la dimensione del problema non possiamo misurare la dimensione della soluzione.

E allora, dopo aver letto il comunicato, la mia conclusione è semplice.

Trenta milioni di euro rappresentano un investimento. Non rappresentano, da soli, una strategia di rigenerazione.

La rigenerazione del Salento non si misurerà soltanto contando quanti alberi avremo piantato, ma verificando quanti ettari saranno tornati produttivi e quante imprese agricole avranno ritrovato una prospettiva economica.

Perché un albero può tornare a vivere senza che torni a vivere l'impresa che lo coltiva.

E io vorrei che tornassero a vivere entrambi.

Antonio Bruno
Dottore Agronomo

#Xylella #Salento #Puglia #Agricoltura #Olivicoltura #Rigenerazione #EconomiaAgraria #AGEA #RegionePuglia


Xylella, 10 milioni di ulivi perduti: con 30 milioni di euro rinasceranno 2.000 ettari.

 


Sulla base dei dati riportati, lo stanziamento di 30 milioni di euro consentirebbe di rigenerare 2.000 ettari di oliveto, nell'ipotesi che tutti gli interventi siano finanziati al costo massimo di 15.000 €/ha.

Tuttavia, poiché il costo standard indicato riguarda soltanto gli oliveti con densità originaria superiore a 201 piante/ha, è opportuno costruire una proiezione con diversi costi unitari.

1. Proiezione delle superfici rigenerabili

SUPERFICIE FINANZIABILE AL COSTO MASSIMO INDICATO

2.000 ettari

30.000.000 € ÷ 15.000 €/ha

Costo per ettaro

Ettari rigenerabili

15.000 €

2.000

12.500 €

2.400

10.000 €

3.000

8.000 €

3.750

6.000 €

5.000

Superficie potenzialmente rigenerabile

Scenari teorici a parità di stanziamento di 30 milioni di euro

Chart

Questi sono scenari matematici, non previsioni ufficiali: i costi inferiori a 15.000 €/ha sono ipotesi di simulazione, non valori stabiliti dal testo del bando.

2. Quanti olivi potrebbero essere reimpiantati?

Considerando due densità d'impianto, una di 200 e una di 400 piante per ettaro:

Superficie

200 piante/ha

400 piante/ha

2.000 ha

400.000

800.000

3.000 ha

600.000

1.200.000

5.000 ha

1.000.000

2.000.000

Le quantità rappresentano esclusivamente il potenziale teorico di reimpianto olivicolo. Non considerano la quota di finanziamenti destinata alla riconversione verso altre specie arboree.

3. Quanto inciderebbe sui 10 milioni di olivi disseccati?

Nello scenario di 2.000 ettari e 400 piante per ettaro, sarebbero messi a dimora 800.000 olivi, equivalenti numericamente all'8% dei 10 milioni indicati come disseccati.

Nello scenario di 3.000 ettari, con la stessa densità, si arriverebbe a 1,2 milioni di piante, pari al 12%.

Occorre però distinguere il numero di nuovi alberi dalla superficie originariamente danneggiata: senza conoscere la densità media degli oliveti colpiti non possiamo calcolare quale percentuale della superficie perduta verrebbe effettivamente recuperata.

4. Incidenza del limite per beneficiario

Il contributo massimo individuale deve essere inferiore a 600.000 euro. Al costo di 15.000 €/ha, un progetto individuale potrebbe quindi finanziare meno di 40 ettari.

Se tutti i progetti raggiungessero quasi tale limite, occorrerebbero almeno 51 beneficiari per assorbire i 30 milioni. In pratica, il numero potrebbe essere sensibilmente maggiore.

5. Valutazione agronomica ed economica

La criticità principale è che rigenerare un oliveto non significa semplicemente reimpiantare gli alberi.

Occorre considerare la preparazione del terreno, l'eventuale rimozione delle ceppaie, la disponibilità idrica, la scelta delle cultivar consentite e compatibili con il rischio fitosanitario, le cure colturali e soprattutto il periodo improduttivo necessario prima che il nuovo impianto raggiunga una produzione economicamente significativa.

Inoltre, lo stanziamento non sarà necessariamente destinato per intero agli oliveti, poiché il bando ammette anche la riconversione produttiva.

6. Conclusione

Con i dati disponibili, ritengo corretto utilizzare 2.000 ettari come scenario di riferimento prudenziale al costo unitario massimo indicato, mentre una superficie compresa tra 2.400 e 3.000 ettari rappresenta uno scenario alternativo qualora il costo medio ammissibile risultasse inferiore.

Non è però possibile stabilire una superficie minima garantita prima di conoscere il testo definitivo del bando, le diverse classi di costo standard, le percentuali di sostegno e la ripartizione tra ricostituzione olivicola e riconversione.

Dal punto di vista della programmazione territoriale, il dato decisivo sarà il rapporto tra superficie effettivamente rigenerata, superficie olivicola compromessa e capacità delle nuove aziende di raggiungere una sostenibilità economica.

La domanda strategica, quindi, non è soltanto quanti ettari potranno essere reimpiantati con 30 milioni di euro, ma quanti ettari potranno tornare a produrre reddito in modo durevole.

fonte: https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/mondo_agricolo/2026/10/15/xylella-30-milioni-di-euro-per-la-rigenerazione-degli-oliveti-in-puglia_1de4a5eb-65f1-491a-bf88-b985dc612a3b.html?fbclid=IwY2xjawU99t5leHRuA2FlbQIxMQBwZG9mBXNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR7xRsfZMrtPPZbsiCMXgowKDXYzhExPUiDrtmCxQdy5ZXuLp-FZsXfKswlimQ_aem_viKdIq0HOxl1MsEyuoERDg 

lunedì 5 ottobre 2026

Salento, la terra che impara a cambiare Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

 


Salento, la terra che impara a cambiare

Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

1–4 ottobre 2026

Ci sono viaggi nei quali si parte per vedere delle cose e si finisce per incontrare delle persone.

E poi ci sono viaggi nei quali accade il contrario: si parte per incontrare delle persone e, attraverso di loro, si comincia finalmente a vedere una terra.

Il Salento di questi giorni d'ottobre appartiene alla seconda categoria.

Sulla carta è un viaggio di studio. Lo ha organizzato l'ADAF di Lecce e sono arrivati colleghi dalla Sardegna e da altri territori. Agronomi, studiosi, imprenditori, tecnici. Il programma parla il linguaggio preciso delle professioni: olivicoltura, viticoltura, biodiversità, vivaismo, acquacoltura, innovazione.

Ma le parole dei programmi sono immobili.

I territori, invece, camminano.

E questo territorio sta camminando molto velocemente.

1 ottobre. Gli ulivi dopo gli ulivi

A Sannicola si comincia dagli ulivi.

Non potrebbe essere diversamente.

In Salento l'ulivo non è mai stato soltanto una pianta. È stato paesaggio, reddito, memoria, confine, ombra. Persino un modo di misurare il tempo.

Poi è arrivata la Xylella.

Quando muore un albero secolare non scompare soltanto una produzione. Scompare una parte del paesaggio mentale di chi è nato accanto a quell'albero.

Alla Cooperativa Agricola Olearia Sannicolese osserviamo l'olivicoltura che c'era e quella che tenta di esserci dopo.

La cooperativa viene dagli anni Settanta, da una stagione nella quale associarsi significava anche immaginare che un piccolo agricoltore potesse diventare più forte insieme agli altri.

Ci accolgono il presidente Claudio Greco e la vicepresidente Elisabetta Fiorito.

Parliamo.

Guardiamo.

Facciamo domande.

Ma soprattutto cerchiamo di capire una cosa: che cosa fa una comunità quando il paesaggio sul quale aveva costruito la propria economia non esiste più come prima?

La risposta non è scritta su nessun cartello.

La risposta sono le persone che continuano a lavorare.

Più tardi arriviamo a Gallipoli.

Alla Cantina Coppola il tempo assume improvvisamente un'altra misura: 1489.

Cinque secoli.

Una famiglia che racconta di occuparsi di vite da quando molte delle nazioni europee che conosciamo oggi non avevano ancora assunto la loro forma moderna.

Ci accompagnano Giuseppe Coppola e l'enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Qui il Negroamaro non è soltanto un vitigno. È una lingua.

La cantina contemporanea, però, non può vivere soltanto di memoria. Deve produrre, accogliere, raccontare, vendere. Deve trasformare la storia in esperienza senza ridurla a scenografia.

È uno dei paradossi che incontreremo continuamente durante il viaggio:

per conservare bisogna cambiare.

2 ottobre. I ragazzi che non aspettano il futuro

Il giorno seguente incontriamo Daniele Manni.

Per anni ha insegnato informatica e imprenditorialità ai ragazzi di Lecce partendo da un principio apparentemente semplice: per imparare a fare qualcosa bisogna cominciare a farla.

Non raccontare ai ragazzi che un giorno potranno diventare imprenditori.

Farli provare.

Farli sbagliare.

Farli ricominciare.

Accanto a lui c'è Francesco Pio Manca.

Ha vent'anni.

Ascoltandolo si comprende qualcosa che le statistiche sul Mezzogiorno spesso non riescono a raccontare: esiste una generazione che non vuole necessariamente scegliere tra partire e rimanere.

Vuole poter rimanere creando.

Francesco ha lavorato a progetti contro le fake news e a un sistema che permette alle persone non vedenti e ipovedenti di seguire allo stadio le partite del Lecce attraverso l'audiodescrizione.

Il punto non è la tecnologia.

Il punto è la domanda che viene prima della tecnologia:

a chi può servire quello che so fare?

Forse l'innovazione comincia esattamente lì.

Non quando arriva una macchina nuova.

Quando qualcuno vede un problema che gli altri hanno imparato a non vedere.

Un mango nel Salento

Poi il professor Alessio Aprile ci parla di mango.

Mango.

La parola sembra quasi estranea al paesaggio.

Eppure lo assaggiamo qui.

È coltivato qui.

Il clima cambia e l'agricoltura, che del clima è una delle più antiche interpreti, cambia insieme a esso.

Ogni nuova coltura contiene quindi due racconti.

Il primo parla di opportunità.

Il secondo è più inquietante: racconta perché quell'opportunità sia diventata possibile.

Poco distante osserviamo i pini attaccati dalla cocciniglia tartaruga.

Ancora una volta ritorna lo stesso tema.

Un organismo minuscolo.

Un albero enorme.

E un equilibrio che pensavamo stabile e invece non lo era.

Settantacinque milioni di anni

Al Museo dell'Ambiente dell'Università del Salento la nostra scala temporale improvvisamente diventa ridicola.

Settantacinque milioni di anni.

Fossili.

Mari scomparsi.

Creature che hanno abitato un territorio che ancora non si chiamava Salento.

Ce lo raccontano il Prof Piero Lionello e del Prof Gian Pietro DI SANSEBASTIANO.

Davanti allo scheletro dello Zygophyseter varolai, antico predatore marino lungo metri, viene spontaneo pensare a quanto sia recente tutto ciò che noi chiamiamo antico.

Gli uomini parlano continuamente di salvare il pianeta.

Il pianeta probabilmente non ha bisogno di essere salvato.

Siamo noi ad avere bisogno che rimangano le condizioni che rendono possibile la nostra presenza.

È una differenza piccola soltanto nelle parole.

Le viti che devono ancora nascere

A Otranto, nei Vivai Murciano, incontriamo Valentino Murciano e la dottoressa agronoma Federica Garrapa.

Qui la vite viene osservata prima che diventi vigneto.

Ci sono i campi delle piante madri da cui si ricavano le marze delle varietà destinate a produrre uva.

Ci sono le piante madri dei portainnesti, selezionate per fornire l'apparato radicale.

Due piante diverse devono diventare una.

Si preleva.

Si taglia.

Si innesta.

Si protegge.

Si aspetta.

Dall'unione nascerà la barbatella.

È un procedimento tecnico, certo.

Ma guardandolo viene in mente che molta agricoltura consiste proprio in questo: mettere insieme due fragilità nella speranza che dalla loro unione nasca qualcosa di più resistente.

3 ottobre. Una scuola senza pareti

Alla Masseria La Torre, nel territorio di Corigliano d'Otranto, incontriamo il dottore agronomo Dionigi Francesco Tarantino.

Qui esiste un bosco che è anche una scuola.

Non ci sono necessariamente banchi.

Gli insegnanti possono essere un leccio, una quercia vallonea, un insetto, una traccia lasciata da un animale.

È il Bosco Didattico.

I bambini entrano e scoprono ciò che per generazioni era stato ovvio e che oggi non lo è più: il cibo viene dalla terra; le stagioni sono differenti; gli animali non sono personaggi dei cartoni animati; un bosco non è semplicemente un insieme di alberi.

Educare all'ambiente significa forse ricostruire questa relazione elementare.

Prima di noi

A Maglie entriamo nel Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia "Decio de Lorentiis".

Ancora fossili.

Ancora pietre.

Ancora uomini venuti molto prima di noi.

Ogni museo archeologico possiede una sottile capacità di ridimensionare la presunzione del presente.

Noi arriviamo, costruiamo, discutiamo, litighiamo, progettiamo il futuro come se il tempo fosse nostro.

Poi troviamo una pietra lavorata da una mano vissuta migliaia di anni fa.

E comprendiamo che siamo ospiti.

Il mulino

A Castiglione d'Otranto incontriamo Donato Nuzzo.

Qui una comunità ha costruito un mulino.

Sembra una frase appartenente a un'altra epoca.

Invece è una storia contemporanea.

Il Mulino di Comunità nasce dal basso. Persone che mettono denaro, lavoro, fiducia. Terreni abbandonati vengono recuperati. Tornano cereali e legumi. Tornano varietà che rischiavano di scomparire.

Il mulino macina grano.

Ma non soltanto grano.

Macina una certa idea di sviluppo.

Un'idea secondo la quale un luogo marginale non deve necessariamente aspettare che qualcuno venga da fuori a salvarlo.

Può cominciare dalle proprie mani.

La quercia

Poi arriviamo nel Bosco delle Vallonee.

E davanti alla Quercia dei Cento Cavalieri bisogna smettere di parlare.

Ha attraversato circa sette secoli.

Generazioni di uomini sono nate e morte mentre lei continuava semplicemente a fare ciò che fanno gli alberi: mettere foglie, perderle, farle tornare.

La leggenda racconta che sotto la sua chioma trovarono riparo cento cavalieri.

Non importa quasi sapere se sia accaduto davvero.

Le leggende sono il modo con cui gli uomini confessano di aver incontrato qualcosa di più grande di loro.

Con noi c'è la biologa Sara Panico, direttrice del Consorzio di gestione del Parco Naturale Regionale Costa Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.

Ci parla del parco.

Ma io continuo a guardare quella quercia.

Noi discutiamo di sostenibilità da qualche decennio.

Lei la pratica da settecento anni.

4 ottobre. Agricoltori nel mare

L'ultimo giorno andiamo verso Gallipoli.

Questa volta il campo non è un campo.

È il mare.

Aldo Reho e i suoi fratelli hanno immaginato che l'acquacoltura potesse essere fatta al largo, nello Ionio, con grandi gabbie galleggianti.

Incontriamo il dottor Aldo Reho e il dottore agronomo Vincenzo Cataldi.

Le gabbie sono lontane dalla costa, esposte alle correnti.

Qui vengono allevate orate, spigole e ombrine.

Il mare muove continuamente l'acqua.

I pesci devono nuotare.

Ci viene spiegato che questo movimento continuo contribuisce alle caratteristiche delle loro carni.

Ascolto e penso alla parola agronomo.

Agrós, campo.

Nomos, regola.

Per secoli abbiamo immaginato il campo delimitato da pietre, siepi, strade.

Ora incontriamo un agronomo che lavora in un campo fatto d'acqua.

Anche le professioni cambiano quando cambia il mondo.

Il vero viaggio

Alla fine di quattro giorni provo a mettere insieme ciò che abbiamo visto.

Ulivi colpiti dalla Xylella.

Vigneti.

Barbatelle.

Mango.

Pini malati.

Fossili.

Startup.

Boschi.

Grani antichi.

Querce secolari.

Pesci allevati nel mare aperto.

Sembrano argomenti differenti.

Non lo sono.

Parlano tutti della stessa cosa:

dell'adattamento.

Una terra non sopravvive perché rimane identica.

Sopravvive perché riesce a cambiare senza dimenticare completamente ciò che era.

Forse questo è ciò che i colleghi della Sardegna sono venuti davvero a incontrare nel Salento.

E forse è ciò che noi salentini abbiamo potuto vedere meglio proprio grazie ai loro occhi.

Perché l'ospite possiede un privilegio: vede ciò che per chi abita un luogo è diventato invisibile.

Per questo bisogna ringraziare chi ci ha aperto aziende, cantine, vivai, musei, boschi, laboratori e luoghi di lavoro.

Claudio Greco ed Elisabetta Fiorito.

Giuseppe Coppola e Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Daniele Manni e Francesco Pio Manca.

Alessio Aprile.

Piero Lionello e Gian Pietro Di Sansebastiano.

Valentino Murciano e Federica Garrapa.

Dionigi Francesco Tarantino.

Donato Nuzzo.

Sara Panico.

Aldo Reho e Vincenzo Cataldi.

Franco Antonio Mastrolia

E bisogna ringraziare soprattutto i colleghi che sono venuti dalla Sardegna e tutti coloro che hanno condiviso il viaggio.

Perché un viaggio di studio riesce quando, tornando a casa, possediamo qualche informazione in più.

Ma un viaggio riesce davvero quando torniamo con qualche certezza in meno.

Il Salento che abbiamo attraversato dal 1° al 4 ottobre 2026 non ci ha mostrato una terra immobile da proteggere sotto una campana di vetro.

Ci ha mostrato una terra ferita, antica, contraddittoria e ostinata.

Una terra che perde gli ulivi e pianta nuovi alberi.

Che conserva il Negroamaro e prova a coltivare il mango.

Che custodisce fossili di milioni di anni e insegna ai ragazzi a creare startup.

Che recupera grani dimenticati e alleva pesci nel mare aperto.

Una terra che, soprattutto, continua a tentare.

E forse viaggiamo proprio per scoprire questo:

che nessun luogo coincide completamente con l'immagine che avevamo di lui prima di partire.

Nemmeno il luogo nel quale abbiamo vissuto tutta la vita.