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| Rare foto del Tempio della Dea Dia (versione notturna), la seconda delle 7 installazioni del progetto“Sulle orme degli Arvali. Voci e immagini dalle origini di Roma alla contemporaneità”, a cura dell’Associazione Muri Lab APS. La Scaletta Baleno e qualche foto del backstage (versione Magliana Dakar) mentre costruiamo un piccolo diorama, la cui parte inferiore si trasforma in un vaso che ospita vere piantine di lavanda, origano e timo, e lo sfondo del bosco della dea rappresentato nei pannelli retrostanti. L'originale tempio della dea Dia, oaedes deae Diae, era il luogo di culto principale degli Arvali ed era decorato in marmo... Ovunque pieno di lastre con le epigrafi e poi conchigliette e decorazioni raffinatissime tutto fatto con un attrezzino a mano così 🤏 Respect! 🤟🌞 🌞👆🌞👆🌞👆🌞👆 Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025. Finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi @muri.lab @cultureroma #giubileo2025 #artesetiubilaeum #urbanart #artecontemporanea #storia #archeologia #fratresarvales |
Il fico sul tetto
Conversazione tra due dottori agronomi sulla natura
degli antichi
Giovanni
Giacomo Maria: Antonio, mi
hai detto che hai cominciato Il senso degli antichi per la natura di
Mario Lentano. Che cosa ti ha colpito del prologo?
Antonio: Un fico.
Giovanni
Giacomo Maria: Un fico?
Antonio: Un piccolo fico cresciuto sul tetto
di un tempio. Siamo nel 183 dopo Cristo, nel santuario della dea Dia, poco
fuori Roma. I Fratres Arvales si accorgono che sul fastigio dell'edificio sacro
è cresciuta spontaneamente una pianta di fico.
Giovanni
Giacomo Maria: Da agronomo
direi: un seme trasportato da un uccello, un po' di sostanza organica
accumulata in una fessura, umidità sufficiente alla germinazione...
Antonio: Esattamente. E probabilmente
avremmo ragione. Se oggi ci chiamassero per un sopralluogo, guarderemmo l'apparato
radicale, le lesioni provocate alla muratura, la stabilità della pianta,
l'umidità, la possibilità che le radici penetrino ulteriormente nelle
strutture. Poi prescriveremmo la rimozione.
Giovanni
Giacomo Maria: Normale
manutenzione.
Antonio: Per noi.
Giovanni
Giacomo Maria: Per loro
no.
Antonio: È proprio qui che Lentano ci prende
per mano e ci porta altrove. Il punto interessante non è semplicemente che i
Romani fossero religiosi. Sarebbe una spiegazione troppo facile. È che quella
pianta apparteneva a una rete di relazioni diversa dalla nostra.
Giovanni
Giacomo Maria: In che
senso?
Antonio: Per noi il fico è innanzitutto un
organismo vegetale. Ficus carica L.: Moraceae. Possiamo descriverne
fisiologia, esigenze pedoclimatiche, apparato radicale, capacità di colonizzare
substrati poverissimi. Per gli Arvali tutto questo, ammesso che fosse osservato
empiricamente, non esauriva ciò che stava accadendo.
Il fico era
cresciuto sul tempio di una dea.
E questa
circostanza cambiava completamente il dominio nel quale quell'albero esisteva.
Giovanni
Giacomo Maria: Quindi non
potevano semplicemente tagliarlo.
Antonio: Potevano materialmente farlo. Ma
non potevano farlo legittimamente senza prima ricomporre l'ordine delle
relazioni coinvolte.
Giovanni
Giacomo Maria: Ed è per
questo che organizzano quell'enorme sacrificio?
Antonio: Sì. Ed è la sproporzione che
inizialmente ci sorprende. Noi vediamo un fico da eliminare; loro vedono un
evento che coinvolge uomini, pianta, edificio sacro, bosco, divinità e azione tecnica.
Prima di
toccare il fico vengono celebrati i suovetaurilia: maiale, montone e
toro. Poi bovini, arieti, montoni, pecore. E vengono chiamati in causa Dia,
Giano, Giove, Marte, i Lari, la madre dei Lari, Fonte, Flora, Vesta e altre
figure divine.
Giovanni
Giacomo Maria: Dal nostro
punto di vista sembra una complicazione enorme per abbattere una pianta.
Antonio: Ed è proprio l'errore che dobbiamo
evitare leggendo gli antichi: giudicare razionale il nostro mondo e irrazionale
il loro.
Giovanni
Giacomo Maria: Perché
anche noi abbiamo un sistema di regole.
Antonio: Certamente. Immagina che quello
stesso fico oggi cresca su un edificio sottoposto a tutela.
Tu non
arrivi con la motosega e tagli.
Giovanni
Giacomo Maria: No. Bisogna
verificare proprietà, vincoli, autorizzazioni, eventuale tutela monumentale...
Antonio: Sicurezza del cantiere,
responsabilità, modalità d'intervento, eventuale presenza di specie tutelate.
Potrebbero intervenire agronomo, architetto, ingegnere, soprintendenza, Comune.
Giovanni Giacomo
Maria: Quindi
anche noi costruiamo una procedura intorno al fico.
Antonio: Esatto. Non sto dicendo che le due
procedure siano equivalenti. Sarebbe un errore. Sto dicendo qualcosa di più
interessante: ogni cultura stabilisce quali relazioni debbano essere
rispettate affinché un intervento sulla realtà sia considerato legittimo.
Noi
convochiamo norme, competenze e istituzioni.
Gli Arvali
convocavano anche gli dèi.
Giovanni
Giacomo Maria: C'è però
una cosa ancora più strana nel racconto di Lentano: quella dea dal nome
interminabile.
Antonio: Adolenda Conmolenda Deferunda.
Giovanni
Giacomo Maria: Che Lentano
rende pressappoco come "Che-deve-bruciare-tagliare-far-scendere".
Antonio: Ed è forse la parte più
affascinante del prologo.
Pensa da
agronomo. Per rimuovere quel fico occorrono delle operazioni materiali:
recidere, far scendere dal tetto ciò che è stato tagliato, bruciarne i resti.
E che cosa
fanno i sacerdoti romani?
Giovanni
Giacomo Maria: Creano una
divinità corrispondente alle operazioni.
Antonio: Precisamente.
Non cercano
necessariamente nel loro pantheon una dea universale dell'abbattimento degli
alberi. Producono una denominazione religiosa aderente alla circostanza
concreta.
È quasi una teologia
operativa.
Giovanni
Giacomo Maria: Come se
ogni azione tecnica potesse avere la propria figura divina.
Antonio: Ed è questa l'intuizione
formidabile che Lentano mette davanti al lettore fin dalle prime pagine. La
divinità non è soltanto qualcuno che sta lontano, nell'Olimpo o nei cieli. Il
divino può aderire all'azione.
Tagliare.
Far
scendere.
Bruciare.
Ogni
passaggio può essere inscritto in una relazione con il sacro.
Giovanni
Giacomo Maria: Nel 224
succede qualcosa di simile con gli alberi colpiti dal fulmine.
Antonio: Sì. Compare Adolenda Coinquenda,
legata ancora al bruciare e al tagliare. Una divinità quasi istantanea: emerge
perché emerge quella determinata necessità operativa e poi scompare dalla
documentazione.
Giovanni
Giacomo Maria: È curioso.
Noi facciamo esattamente il contrario: cerchiamo categorie generali.
Antonio: Ottima osservazione.
La scienza
moderna tende all'astrazione. Cerchiamo leggi che valgano per moltissimi
fenomeni. Classifichiamo. Generalizziamo. Costruiamo modelli.
La cultura
religiosa romana, almeno nel fenomeno che Lentano ci sta mostrando, può invece
arrivare a una straordinaria specificazione della circostanza.
Accade
questo.
Qui.
Adesso.
Occorre fare
questa determinata cosa.
E il divino
prende il nome dell'azione necessaria.
Giovanni
Giacomo Maria: Però,
Antonio, non vorrei che finissimo nella solita idealizzazione degli antichi:
"vivevano in armonia con la natura, mentre noi moderni l'abbiamo
distrutta".
Antonio: Sarebbe una conclusione sbagliata.
E il testo stesso ci mette in guardia. Guarda quanti animali vengono
sacrificati per poter togliere quel fico. Non siamo davanti a un ecologismo
ante litteram.
I Romani
abbattevano boschi, coltivavano intensamente, costruivano acquedotti,
bonificavano, scavavano miniere, trasformavano territori.
Non dobbiamo
trasformarli nei primi ambientalisti della storia.
Giovanni
Giacomo Maria: Allora che
cosa possiamo imparare?
Antonio: Prima di imparare qualcosa,
dobbiamo comprendere.
È diverso.
Se leggiamo
gli antichi soltanto per trovare conferma delle nostre idee contemporanee sulla
sostenibilità, non incontreremo mai veramente gli antichi. Incontreremo noi
stessi travestiti da Romani.
Lentano ci
propone invece di entrare in una "terra straniera".
Giovanni
Giacomo Maria: Mi piace
questa espressione.
Antonio: Anche a me. Perché obbliga a
sospendere per qualche momento le nostre categorie.
Noi diciamo:
ambiente.
Ecosistema.
Biodiversità.
Servizi
ecosistemici.
Capitale
naturale.
Sostenibilità.
Resilienza.
Sono
concetti potentissimi, alcuni indispensabili. Ma sono nostri.
Gli antichi
organizzavano l'esperienza della natura attraverso altre distinzioni.
Giovanni
Giacomo Maria: Allora
provo a fare il giovane agronomo del XXI secolo. Quel fico è una specie
vegetale insediatasi spontaneamente in un microsito antropico.
Antonio: Perfetto.
Giovanni
Giacomo Maria: Le sue
radici costituiscono un potenziale fattore di degrado della struttura muraria.
Antonio: Perfetto.
Giovanni
Giacomo Maria: Pertanto
bisogna rimuoverlo.
Antonio: Ed ecco il punto.
Per noi la
sequenza può finire lì:
osservazione
→ diagnosi → intervento.
Per gli
Arvali manca qualcosa.
Giovanni
Giacomo Maria: La
relazione.
Antonio: Proprio così.
Potremmo rappresentare
il loro percorso, semplificando, in questo modo:
evento →
interpretazione delle relazioni coinvolte → interlocuzione rituale →
autorizzazione simbolico-religiosa → intervento.
Il gesto
tecnico non è separato dal mondo di significati nel quale viene compiuto.
Giovanni
Giacomo Maria: Da
agronomo, però, questa cosa mi fa pensare al territorio.
Antonio: Dimmi.
Giovanni
Giacomo Maria: Noi
rischiamo qualche volta di ridurre il territorio a una superficie sulla carta.
Ettari. Particelle catastali. Uso del suolo. Indici.
Antonio: E invece?
Giovanni
Giacomo Maria: Quello
stesso ettaro può essere contemporaneamente suolo agrario, proprietà,
paesaggio, memoria familiare, habitat, luogo religioso, fonte di reddito,
spazio affettivo.
Antonio: Ecco perché questo libro interessa
anche un agronomo.
La pianta
non esiste mai soltanto come pianta per l'essere umano.
Prendi un
olivo del Salento.
Botanicamente
possiamo descriverlo con estrema precisione. Possiamo misurarne circonferenza,
chioma, stato fitosanitario, produttività, risposta allo stress idrico.
Ma
quell'olivo può essere contemporaneamente molte altre cose.
Giovanni
Giacomo Maria: Il ricordo
del nonno.
Antonio: Il confine del podere.
Giovanni
Giacomo Maria: Una
rendita.
Antonio: Un elemento del paesaggio.
Giovanni
Giacomo Maria: Un
organismo malato.
Antonio: Un monumento.
Giovanni
Giacomo Maria: Un costo.
Antonio: Un simbolo.
E nessuna di
queste descrizioni, presa isolatamente, coincide con "l'olivo in sé".
Sono differenti relazioni nelle quali quell'organismo entra con noi.
Giovanni
Giacomo Maria: Quindi il
fico degli Arvali ci sta dicendo qualcosa anche sull'agronomia?
Antonio: Secondo me sì, purché non
attribuiamo a Lentano ciò che stiamo aggiungendo noi alla sua riflessione.
Come
agronomi abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di conoscere i processi
biologici. Ma proprio la precisione della nostra conoscenza può indurci qualche
volta a credere che la descrizione scientifica esaurisca il fenomeno.
Non è così.
Giovanni
Giacomo Maria: Perché?
Antonio: Perché la scienza può spiegarmi
benissimo come quel fico sia nato sul tetto.
Può
ricostruire dispersione del seme, germinazione, disponibilità idrica,
substrato, tropismi, sviluppo radicale.
Ma non può
stabilire da sola che cosa significhi quel fico per una comunità umana.
Per
rispondere a questa seconda domanda occorrono storia, antropologia, religione,
diritto, economia, memoria.
Giovanni
Giacomo Maria: Quindi non
dobbiamo scegliere tra scienza e cultura.
Antonio: Assolutamente no. Dobbiamo evitare
di chiedere a una sola forma di conoscenza di esaurire tutte le altre.
Giovanni
Giacomo Maria: Mi ha
incuriosito anche quel "dio-o-dea".
Antonio: È magnifico.
Giovanni
Giacomo Maria: Non sanno
chi protegga esattamente quel luogo.
Antonio: E allora non rischiano di escludere
nessuno. La formula consente di rivolgersi alla divinità pertinente anche senza
conoscerne nome o sesso.
Pensa alla
logica: potrebbe esserci una relazione che non conosco, dunque mi comporto
in modo da non cancellarla soltanto perché non sono capace di nominarla.
Giovanni
Giacomo Maria: Questa,
trasportata con molta prudenza nel nostro mestiere, è quasi una lezione
epistemologica.
Antonio: Lo penso anch'io.
Quando
entriamo in un sistema naturale non conosciamo necessariamente tutte le
relazioni che lo costituiscono.
Giovanni
Giacomo Maria: Reti
trofiche, micorrize, microbioma del suolo, interazioni pianta-insetto...
Antonio: Dinamiche idrologiche, connessioni
ecologiche, effetti cumulativi.
La nostra
ecologia scientifica descrive queste relazioni in termini completamente diversi
da quelli degli Arvali, naturalmente. Ma resta interessante l'atteggiamento
implicito: l'invisibilità di una relazione non equivale alla sua inesistenza.
Giovanni
Giacomo Maria: E allora
arrivo alla domanda che ti volevo fare dall'inizio. Se tu fossi stato
l'agronomo degli Arvali nel 183 dopo Cristo, che cosa avresti consigliato?
Antonio: Avrei guardato il fico.
Giovanni
Giacomo Maria: Questo lo
immaginavo.
Antonio: Avrei toccato le foglie. Guardato
dove entravano le radici. Cercato di capire da quale fessura fosse cominciato
tutto.
Poi
probabilmente avrei detto: "Questo fico va tolto, perché finirà per
danneggiare il tempio".
Giovanni
Giacomo Maria: E loro
avrebbero preparato i sacrifici.
Antonio: E io, se fossi stato davvero un
uomo del 183 e non Antonio Bruno catapultato lì dal XXI secolo, probabilmente
avrei ritenuto perfettamente ragionevole che lo facessero.
Giovanni
Giacomo Maria: Questo è il
passaggio difficile.
Antonio: È il più difficile di tutti: capire
che noi non possediamo uno sguardo neutrale sul mondo.
Anche noi
siamo storici.
Anche le
nostre evidenze sono formulate dentro una cultura.
Questo non
significa affatto che la fotosintesi sia un'opinione o che la fisiologia
vegetale sia equivalente alla religione romana. Significa distinguere i piani
senza confonderli.
Giovanni
Giacomo Maria: Quindi alla
fine il protagonista del prologo non è veramente il fico.
Antonio: No.
Giovanni
Giacomo Maria: Sono gli
uomini che stanno intorno al fico.
Antonio: Ancora di più: è la relazione
che quegli uomini costruiscono con il fico e con il mondo nel quale esso è
apparso.
Il fico
biologicamente germoglia.
Ma
culturalmente accade.
Ed è
un'altra cosa.
Giovanni
Giacomo Maria: Noi
diremmo: "È cresciuta una pianta sul tempio".
Antonio: Gli Arvali sembrano dire: "È
accaduto qualcosa nel nostro rapporto con il luogo sacro e dobbiamo rispondere
correttamente".
Giovanni
Giacomo Maria: Mi viene
allora da pensare che il titolo del libro sia molto preciso: Il senso degli
antichi per la natura. Non "la natura secondo gli antichi".
Antonio: Esattamente. "Il senso"
obbliga a interrogare una sensibilità, un modo di distinguere, ordinare e
abitare ciò che noi chiamiamo natura.
E forse è
questa la domanda che mi accompagnerà mentre continuerò il libro.
Giovanni
Giacomo Maria: Quale?
Antonio: Quando io, dottore agronomo del XXI
secolo, guardo una pianta, che cosa vedo?
Giovanni
Giacomo Maria: Una specie.
Antonio: Certamente.
Giovanni
Giacomo Maria: Un
organismo.
Antonio: Certamente.
Giovanni
Giacomo Maria: Una
componente dell'ecosistema.
Antonio: Anche.
Ma vedo
soltanto questo?
Perché dopo
tanti anni trascorsi fra agricoltura, territorio, acque, bonifica e paesaggio,
quel piccolo fico nato quasi duemila anni fa sul tetto del santuario di dea Dia
mi pone una domanda che considero profondamente agronomica:
quante
relazioni attraversano una pianta mentre io credo semplicemente di star
guardando una pianta?
Giovanni
Giacomo Maria rimane per qualche secondo in silenzio.
Giovanni
Giacomo Maria: E il fico?
Antonio: Il fico fu tagliato.
Giovanni
Giacomo Maria: Tutto qui?
Antonio: No. È proprio questo il punto.
Il fico fu
tagliato quasi duemila anni fa.
Ma gli
uomini sentirono tanto importante il modo in cui lo avevano tagliato da
inciderlo nella pietra.
La pianta è
scomparsa.
La relazione
è arrivata fino a noi.
E adesso,
Giovanni Giacomo Maria, possiamo incominciare a leggere il libro.
