martedì 3 novembre 2026

L'AGRICOLTURA DELLA RENDITA: QUANDO I GUADAGNI SONO PRIVATI E LE DIFFICOLTÀ DIVENTANO UN PROBLEMA DELLO STATO

 


L'AGRICOLTURA DELLA RENDITA: QUANDO I GUADAGNI SONO PRIVATI E LE DIFFICOLTÀ DIVENTANO UN PROBLEMA DELLO STATO

di Antonio Bruno

C'è una domanda che continuo a farmi ogni volta che leggo le proteste degli agricoltori, dei proprietari di frantoi e delle organizzazioni che dichiarano di rappresentarli: quando gli affari andavano bene, quando il prezzo dell'olio garantiva guadagni soddisfacenti, quando la proprietà della terra assicurava un reddito, qualcuno ha mai pensato di restituire alla collettività una parte dei propri profitti perché le cose stavano andando particolarmente bene?

Naturalmente no. E non era tenuto a farlo.

Ma allora vorrei capire perché, quando le cose vanno male, quella stessa collettività dovrebbe essere chiamata a intervenire per conservare un'organizzazione produttiva che non riesce più a sostenersi.

Non sto parlando delle imposte, che ogni attività economica deve pagare secondo la legge. Sto parlando di qualcosa di diverso: della pretesa che il guadagno appartenga esclusivamente al privato mentre le conseguenze economiche delle difficoltà debbano essere affrontate con risorse pubbliche.

È una distinzione che considero fondamentale.

E prima di proseguire desidero chiarire un'altra cosa. Non tutti gli agricoltori vivono di rendita. Ci sono autentici imprenditori che investono, innovano, assumono lavoratori e rischiano il proprio capitale. Proprio per rispetto verso di loro, trovo insopportabile che si continui a confondere la proprietà di un pezzo di terra con l'esercizio di un'impresa.

Perché è da questa confusione che nascono molte delle contraddizioni dell'agricoltura italiana.

1. La crisi della produzione: ma chi ha deciso che lo Stato debba garantire la redditività?

Si comincia sempre dalla stessa constatazione: produciamo poco, i costi aumentano, la concorrenza internazionale è aggressiva.

Benissimo. Prendiamone atto.

Ma da quando una difficoltà competitiva costituisce automaticamente un titolo per ottenere protezione pubblica?

Un imprenditore che opera in qualsiasi altro settore deve confrontarsi con i costi di produzione, l'innovazione tecnologica, la domanda e la concorrenza. Se la sua organizzazione non è competitiva, deve modificarla.

Perché nell'agricoltura dovrebbe valere un principio diverso?

Mi si risponderà che l'agricoltura è particolare, perché dipende dal clima, dalle malattie delle piante, dalla fertilità del terreno e da processi biologici che non possono essere governati completamente.

È vero.

Ma questa peculiarità giustifica strumenti assicurativi, prevenzione, ricerca, investimenti collettivi e remunerazione dei servizi ambientali. Non giustifica automaticamente il mantenimento di qualsiasi struttura produttiva, indipendentemente dalla sua efficienza.

Se possiedo un oliveto che non riesco a gestire economicamente, il problema non può essere risolto semplicemente sostenendo che, siccome sono proprietario, qualcuno debba garantirmi un reddito.

La proprietà è un diritto. La redditività non è un diritto acquisito.

2. L'olio straniero: il concorrente diventa colpevole quando è più competitivo

Un'altra accusa ricorrente riguarda l'olio proveniente dall'estero.

Si parla di invasione, di scaffali occupati, di concorrenza che penalizza il prodotto nazionale.

Vorrei sapere chi abbia stabilito che il consumatore italiano debba acquistare un olio più costoso soltanto perché prodotto entro i confini nazionali.

Il consumatore ha diritto a conoscere l'origine, la qualità e le caratteristiche del prodotto. Ha diritto a non essere ingannato.

Ma non ha il dovere di finanziare l'inefficienza di un'organizzazione produttiva.

Se un olio proveniente da un altro Paese viene commercializzato rispettando le norme europee, non è un invasore. È un prodotto concorrente.

Se invece viene venduto con un'origine falsa o attraverso pratiche fraudolente, il problema è la frode, non la nazionalità dell'olio.

Sono due fenomeni completamente differenti.

L'imprenditore autentico cerca di comprendere perché un concorrente riesca a produrre a costi inferiori. Studia la dimensione aziendale, le tecniche colturali, l'organizzazione del lavoro, la logistica e la commercializzazione.

Chi ragiona secondo una logica di rendita tende invece a chiedere che il concorrente venga ostacolato.

Ecco la differenza: uno cerca di cambiare la propria organizzazione, l'altro pretende che cambi il mondo intorno a lui.

3. La tracciabilità: perché dovrebbe essere una minaccia per chi opera correttamente?

Arriviamo al Documento di Accompagnamento Elettronico Olivicolo.

Si protesta perché aumenterebbero gli obblighi di registrazione e documentazione.

Io comincerei da un'altra domanda.

Per quale ragione la filiera olivicola dovrebbe considerare la tracciabilità una persecuzione?

Chi produce un bene alimentare destinato al consumo umano partecipa a una rete di responsabilità che comprende produttori, trasformatori, commercianti e consumatori.

Conoscere la provenienza delle olive, i passaggi della trasformazione e la destinazione dell'olio non è un capriccio burocratico.

È una condizione della trasparenza.

Naturalmente le procedure devono essere proporzionate, semplici e compatibili con il lavoro effettivo. Una registrazione inutile o duplicata va eliminata.

Ma una cosa è contestare il modo in cui viene realizzato un controllo, un'altra è trasformare il controllo stesso in un nemico.

Se per anni qualcuno ha potuto beneficiare di procedure scarsamente trasparenti, non può considerare la loro correzione una lesione di un diritto acquisito.

E se la tracciabilità rende visibili operazioni che prima sfuggivano alla registrazione, questo non è necessariamente un danno.

Può essere un progresso.

4. Il frantoio e i tre giorni per registrare le operazioni

Si sostiene che ridurre da sei a tre giorni il termine per registrare le operazioni nel SIAN sia incompatibile con l'attività dei frantoi durante la campagna di molitura.

È possibile che per alcune strutture rappresenti una difficoltà concreta.

Ma desidero porre una domanda: perché un'attività economica che movimenta materie prime, trasforma prodotti e gestisce beni appartenenti a terzi dovrebbe considerare straordinaria la necessità di disporre tempestivamente di informazioni sulle proprie operazioni?

Il problema potrebbe non essere il termine di tre giorni.

Potrebbe essere l'organizzazione amministrativa dell'impresa.

Un frantoio moderno dovrebbe poter integrare pesatura, conferimento, lavorazione, stoccaggio e registrazione attraverso sistemi informatici coordinati.

Se invece ogni operazione richiede trascrizioni manuali e ripetitive, è necessario verificare se sia la norma a essere progettata male oppure l'organizzazione aziendale a non essersi adeguata.

Le due possibilità non si escludono.

Per questo sarebbe ragionevole misurare i tempi effettivi di registrazione, distinguere gli impianti per dimensione e verificare quali adempimenti possano essere automatizzati.

Non considero convincente, però, l'idea che una struttura debba essere dispensata dall'innovazione soltanto perché ha sempre lavorato in un certo modo.

5. I costi burocratici: perché dovrebbero pagarli gli altri?

Un'altra rivendicazione riguarda i costi dei Centri di Assistenza Agricola e dei servizi amministrativi.

Anche qui bisogna distinguere.

Se lo Stato impone un adempimento irragionevole, duplicato o inutilmente complesso, è doveroso correggerlo.

Ma se un'attività economica richiede servizi amministrativi per rispettare obblighi legittimi, perché questi costi dovrebbero essere considerati estranei all'impresa?

Ogni organizzazione produttiva sostiene spese di contabilità, consulenza, sicurezza, manutenzione, certificazione e conformità normativa.

Sono costi di esercizio.

Un'impresa deve conoscerli, programmarli e incorporarli nella propria organizzazione economica.

Se un olivicoltore non riesce a sostenere neppure i costi amministrativi proporzionati alla propria attività, dobbiamo domandarci se ci troviamo davanti a un'impresa economicamente sostenibile oppure a una proprietà che viene occasionalmente utilizzata per produrre olio.

Non è un giudizio sulla dignità della persona.

È una distinzione economica.

E non possiamo continuare a confondere le due cose.

6. Il piccolo olivicoltore anziano: una figura umana non può sostituire un'analisi economica

Quando si vuole dimostrare che una norma è ingiusta, compare spesso l'immagine dell'anziano agricoltore, solo sul trattore, al buio, magari sotto la pioggia, costretto a confrontarsi con un dispositivo elettronico.

È una rappresentazione capace di suscitare comprensibile partecipazione emotiva.

Ma non risolve la questione.

L'età di una persona non determina la natura economica dell'attività che esercita.

Se quell'uomo coltiva gli olivi per passione, per tradizione familiare o per produrre l'olio che consuma, svolge un'attività che può avere un grande significato personale.

Ma non per questo deve necessariamente essere considerato un imprenditore agricolo.

Se invece esercita un'attività commerciale, devono essergli garantite procedure accessibili e proporzionate, anche attraverso assistenza e semplificazioni.

La soluzione non consiste nel pretendere che ogni anziano impari a utilizzare strumenti complessi.

Consiste nel progettare sistemi semplici, prevedere esenzioni ragionevoli e distinguere le attività professionali da quelle occasionali o destinate all'autoconsumo.

Non si può però utilizzare una condizione personale per dimostrare che un intero settore debba essere sottratto a obblighi giustificati.

7. Le sanzioni: un errore non è una frode, ma neppure ogni irregolarità è innocente

Si denuncia il rischio che un errore materiale venga trattato come una frode.

Su questo punto la questione è seria.

Il diritto deve distinguere l'errore formale, la negligenza, la reiterazione e la condotta fraudolenta.

Le sanzioni devono rispettare i principi di legalità e proporzionalità.

Ma non possiamo neppure assumere che ogni irregolarità sia innocente soltanto perché chi la commette si definisce un agricoltore onesto.

La correttezza di un'attività non si accerta attraverso l'autodescrizione dell'operatore.

Si accerta attraverso comportamenti, documenti e verifiche.

Un sistema serio deve proteggere chi sbaglia senza intenzione fraudolenta e, nello stesso tempo, rendere difficile nascondere operazioni illecite dietro la categoria dell'errore amministrativo.

Chiedere proporzionalità è legittimo.

Chiedere che la propria attività venga sottratta a controlli efficaci non lo sarebbe.

8. Il rincaro della molitura: il trasferimento dei costi non è una legge naturale

Si sostiene che i maggiori costi amministrativi dei frantoi saranno inevitabilmente trasferiti agli olivicoltori.

Ma inevitabilmente perché?

In economia, la possibilità di trasferire un costo sul cliente dipende dalla concorrenza, dalla domanda, dalla struttura del mercato e dal potere contrattuale delle parti.

Non basta dichiarare che un costo aumenta per dimostrare che debba essere integralmente pagato da qualcun altro.

Un frantoio può cercare di migliorare l'efficienza, automatizzare le procedure, distribuire i costi su maggiori quantità lavorate oppure rivedere la propria organizzazione.

Può anche aumentare le tariffe, se il mercato lo consente.

Ma questa è una decisione economica, non una necessità universale.

E se un impianto non riesce a operare senza trasferire ogni nuovo costo sui clienti, diventa legittimo interrogarsi sulla sua competitività.

Possedere un frantoio non garantisce il diritto di conservarne indefinitamente il margine economico.

Come possedere un oliveto non garantisce il diritto di ricavarne sempre un reddito.

9. Le organizzazioni agricole: rappresentare gli interessi non significa dimostrare che siano interessi generali

Si criticano le organizzazioni professionali perché non avrebbero difeso adeguatamente gli associati.

Ma qui vorrei introdurre una distinzione.

Le organizzazioni agricole rappresentano interessi particolari, legittimi nell'ambito della vita democratica.

Lo Stato, invece, deve perseguire l'interesse generale.

I due interessi possono coincidere, ma non necessariamente.

Una misura vantaggiosa per una categoria di proprietari potrebbe essere economicamente dannosa per i consumatori, per i contribuenti o per le imprese più efficienti.

Allo stesso modo, un provvedimento che comporta costi per alcuni operatori potrebbe generare benefici collettivi superiori.

La rappresentanza agricola dovrebbe quindi essere valutata non soltanto sulla capacità di ottenere contributi, agevolazioni ed esenzioni, ma anche sulla capacità di promuovere trasformazioni strutturali.

Quante organizzazioni hanno posto al centro della propria azione la distinzione tra proprietario e imprenditore?

Quante hanno proposto modelli capaci di superare la frammentazione fondiaria?

Quante hanno chiesto di subordinare i trasferimenti pubblici a risultati verificabili?

Sono queste le domande che vorrei sentire più spesso.

10. Il punto che nessuno vuole affrontare: quando si guadagnava, di chi erano i soldi?

Torniamo alla questione iniziale.

Immaginiamo un proprietario che, in una determinata campagna, abbia ottenuto un reddito particolarmente elevato dalla vendita dell'olio.

Quel reddito, al netto degli obblighi fiscali, era suo.

Poteva consumarlo, risparmiarlo, investirlo oppure acquistare altri terreni.

Nessuno pretendeva che lo restituisse perché il prezzo dell'olio era aumentato.

Ed è giusto che fosse così, nell'ambito delle regole dell'economia privata.

Ma se nella campagna successiva il prezzo diminuisce, la produzione cala oppure i costi aumentano, perché la perdita dovrebbe diventare automaticamente una responsabilità della collettività?

L'impresa implica il rischio.

Non possiamo conservare la libertà privata di appropriarsi dei risultati favorevoli e contemporaneamente rivendicare una garanzia pubblica contro ogni risultato sfavorevole.

Naturalmente esistono calamità, emergenze fitosanitarie e servizi ambientali che giustificano interventi pubblici. Ma devono essere riconosciuti per ciò che sono, con criteri trasparenti, e non trasformati in una garanzia permanente della redditività della proprietà.

C'è poi una precisazione economica indispensabile.

Non ogni profitto agricolo è rendita.

Il profitto può remunerare capitale investito, capacità organizzativa e rischio imprenditoriale. La rendita fondiaria, invece, deriva dalla disponibilità della terra e dalle sue caratteristiche economiche, ambientali e localizzative.

Quando parlo di rendita, dunque, non sto accusando chi lavora e produce di guadagnare illegittimamente.

Sto contestando la pretesa di trasformare il semplice possesso in un titolo permanente alla protezione economica.

E sto contestando un'asimmetria: quando il risultato è favorevole viene rivendicata l'autonomia privata; quando è sfavorevole viene invocata la responsabilità pubblica.

11. La mia proposta: lo Stato assuma direttamente la gestione dove la proprietà privata non produce valore collettivo

A questo punto non mi interessa più discutere soltanto di registri telematici, scadenze e documenti di accompagnamento.

Il problema è molto più profondo.

Abbiamo organizzato una parte dell'agricoltura intorno alla proprietà fondiaria, attribuendo a quest'ultima un'importanza che non sempre corrisponde alla capacità di produrre valore.

Nel Salento questa contraddizione è particolarmente evidente.

La frammentazione dei terreni, l'abbandono di molte superfici, le conseguenze della Xylella e le difficoltà di riorganizzazione produttiva impongono di ripensare il rapporto tra proprietà, impresa e territorio.

La mia proposta è che lo Stato non si limiti a distribuire risorse per sostenere indefinitamente strutture inefficienti.

Deve assumere una responsabilità diretta nell'organizzazione del territorio agricolo.

Dove esistono imprese capaci di produrre competitivamente, devono poter operare, investire e svilupparsi.

Dove invece la frammentazione proprietaria impedisce una gestione razionale, occorre valutare forme di gestione pubblica comprensoriale, anche diretta, nel rispetto dei diritti costituzionali.

La proprietà può restare privata senza che ogni singolo proprietario debba necessariamente esercitare un'attività produttiva autonoma.

Si possono immaginare grandi unità di gestione, programmazione agronomica territoriale, servizi meccanizzati condivisi, infrastrutture collettive, trasformazione organizzata e commercializzazione coordinata.

E dove la produzione agricola non risulti economicamente o ambientalmente conveniente, la gestione del suolo può essere orientata verso altre funzioni di interesse generale.

Naturalmente lo Stato non deve essere considerato efficiente per definizione.

La gestione pubblica deve essere sottoposta a verifiche rigorose dei costi, dei risultati e dei benefici sociali e ambientali. Altrimenti rischieremmo soltanto di sostituire una rendita privata con una rendita burocratica.

Ma il principio che intendo affermare rimane: il denaro pubblico deve finanziare funzioni e risultati di interesse collettivo, non la semplice condizione di proprietario.

12. Una questione epistemologica: perché continuiamo a vedere vittime dove dovremmo osservare organizzazioni economiche?

Qui arrivo alla riflessione che considero più importante.

Ogni volta che si parla di crisi agricola, sembra che il problema sia già stato definito prima ancora di cominciare a discuterne.

C'è un agricoltore che soffre.

C'è un mercato che lo penalizza.

C'è una burocrazia che lo ostacola.

C'è uno Stato che dovrebbe intervenire.

Questa sequenza costruisce una spiegazione apparentemente completa.

Ma è completa soltanto se accettiamo le premesse da cui nasce.

Seguendo la prospettiva epistemologica di Humberto Maturana, mi domando: come facciamo a sapere che ciò che chiamiamo crisi agricola sia davvero soltanto una crisi subita dagli agricoltori?

E se fosse anche il risultato del modo in cui abbiamo organizzato la proprietà, la produzione, la rappresentanza e l'intervento pubblico?

L'osservatore che considera l'attuale assetto agricolo qualcosa da conservare vedrà ogni nuova regola come una minaccia.

L'osservatore che considera quell'assetto una possibilità storica, e non una necessità naturale, potrà invece domandarsi se esistano organizzazioni differenti.

Non è il decreto, da solo, a determinare il significato della crisi.

È anche il sistema di premesse attraverso il quale osserviamo il decreto.

E quando cambiano le premesse, cambiano le domande.

13. Una questione fenomenologica: la terra non è la sua visura catastale

Vorrei infine considerare ciò che appare nell'esperienza concreta.

Un proprietario osserva il proprio oliveto e può riconoscervi la storia della famiglia, il lavoro dei genitori, i ricordi dell'infanzia.

È un'esperienza che comprendo e rispetto.

Un imprenditore osserva lo stesso oliveto e vi riconosce una combinazione di suolo, piante, capitale, lavoro e possibilità produttive.

Un agronomo può osservare la struttura del terreno, la disponibilità idrica, le caratteristiche climatiche e le relazioni ecologiche.

Un cittadino può riconoscervi un elemento del paesaggio.

Sono modi differenti di entrare in relazione con lo stesso luogo.

Nessuno di questi significati coincide automaticamente con il diritto a ricevere un contributo pubblico.

La terra esiste in una rete di relazioni biologiche, economiche e sociali che non si esaurisce nel titolo di proprietà.

Il fatto che una particella catastale sia intestata a qualcuno non significa che tutte le conseguenze della sua gestione riguardino soltanto quel proprietario.

Il suolo può degradarsi, l'acqua può essere consumata, il paesaggio può trasformarsi, gli incendi possono propagarsi e gli effetti delle decisioni possono raggiungere persone che non hanno alcun diritto su quella proprietà.

Ecco perché considero insufficiente una politica agricola che parta esclusivamente dai proprietari.

Vorrei una politica che partisse dal territorio, dagli organismi che lo abitano, dalle persone che vi vivono e dalle funzioni che desideriamo conservare.

Conclusione — La terra è una responsabilità, non una cambiale da presentare allo Stato

Non desidero un'agricoltura nella quale lo Stato debba garantire a ogni proprietario che il suo terreno continui a produrre un reddito.

Desidero un'agricoltura nella quale chi esercita realmente un'impresa possa svilupparla, chi custodisce beni ambientali venga remunerato per servizi effettivamente prestati e chi possiede semplicemente un patrimonio ne assuma le responsabilità.

Non vedo alcuna ragione per cui la collettività debba intervenire automaticamente quando un'attività privata diventa meno redditizia.

E non considero accettabile che si invochi il mercato quando genera profitti e lo Stato quando produce perdite.

Quando i guadagni erano elevati, nessuno aveva l'obbligo di restituire alla collettività il proprio profitto legittimo oltre a quanto previsto dal sistema fiscale.

Ma proprio per questo non si può pretendere che la collettività garantisca la continuità di quei guadagni quando le condizioni cambiano.

La proprietà privata merita rispetto.

L'impresa merita libertà e regole certe.

Il lavoro merita dignità.

L'ambiente merita tutela.

La rendita, invece, non merita di essere trasformata in un diritto permanente a carico dei cittadini.

Se vogliamo davvero cambiare l'agricoltura italiana, dobbiamo smettere di domandarci soltanto come proteggere i proprietari dalle difficoltà.

Dobbiamo cominciare a domandarci quale organizzazione della terra generi il vivere che desideriamo.

Perché un oliveto non diventa un'impresa per il solo fatto di avere un proprietario.

E un frantoio non diventa efficiente per il solo fatto di avere qualcuno che ne possiede le chiavi.

La terra non deve un reddito a chi la possiede. E lo Stato non deve una rendita a chi possiede la terra.

Antonio Bruno
Dottore in Scienze Agrarie

martedì 20 ottobre 2026

Dalla terra al valore o dalla rendita all'impresa? Il nodo irrisolto dell'agricoltura salentina

 


Dalla terra al valore o dalla rendita all'impresa? Il nodo irrisolto dell'agricoltura salentina

Analisi critica del Rapporto «Filiera Agricoltura Puglia», Fiera del Levante, 23 settembre 2026, alla luce delle condizioni strutturali dell'agricoltura della provincia di Lecce.

Antonio Bruno – Laureato in Scienze Agrarie

1. La questione fondamentale: produrre valore oppure conservare la rendita?

Il Rapporto di analisi – Filiera Agricoltura Puglia, elaborato a seguito degli incontri del 23 settembre 2026 alla Fiera del Levante di Bari, rappresenta un contributo significativo alla comprensione delle difficoltà dell'agricoltura pugliese.

Il documento raccoglie 52 interventi, organizzati in cinque Stanze tematiche, e individua nove temi portanti e tredici proposte operative.

I sei messaggi fondamentali sono chiari: aggregare le imprese, trattenere sul territorio il valore aggiunto, investire nelle filiere anziché nei singoli beneficiari, ricostruire l'economia dopo la Xylella, remunerare i servizi ecosistemici e integrare agricoltura, paesaggio e turismo.

Ma, osservando queste conclusioni dalla prospettiva dell'agricoltura della provincia di Lecce, emerge una questione preliminare.

È possibile costruire filiere innovative in un territorio nel quale una parte rilevante della proprietà fondiaria non è necessariamente orientata all'impresa agricola, ma alla conservazione del patrimonio, alla rendita e all'accesso ai trasferimenti pubblici?

La mia tesi è che l'agricoltura salentina non possa essere interpretata soltanto come un sistema produttivo in difficoltà.

Essa deve essere studiata anche come un sistema di relazioni economiche, patrimoniali e istituzionali nel quale il possesso della terra, la sua coltivazione e l'esercizio dell'impresa non coincidono necessariamente.

Questa distinzione è decisiva.

Il proprietario fondiario può perseguire la conservazione del capitale patrimoniale. L'imprenditore agricolo, invece, deve organizzare fattori produttivi, sostenere costi, affrontare il mercato, assumere rischi e ricercare un risultato economico.

Quando le politiche pubbliche non distinguono adeguatamente queste due condizioni, possono finire per sostenere la conservazione degli assetti esistenti anziché favorirne la trasformazione.

Non si tratta di affermare che ogni contributo agricolo sia una rendita improduttiva. Si tratta di verificare quale comportamento economico viene incentivato dal contributo.

È proprio questa la domanda che ritengo debba precedere qualsiasi nuova programmazione per l'agricoltura salentina.

2. Un rapporto che individua i problemi, ma non sempre le loro cause

Il Rapporto regionale compie un'operazione utile: mette in relazione le esperienze degli operatori e ne ricava proposte convergenti.

Tuttavia, bisogna riconoscere un limite metodologico.

Il documento non è un'indagine statistica rappresentativa dell'intera agricoltura pugliese. È una sintesi qualitativa degli interventi dei partecipanti, elaborata anche con il supporto dell'intelligenza artificiale.

Non contiene, dunque, una misurazione sistematica della redditività delle imprese, della distribuzione dei contributi, della concentrazione della proprietà o dell'efficienza economica degli investimenti pubblici.

Inoltre, a pagina 6 viene dichiarato che l'intervento di Francesco Tarantino e Antonio Bruno, intitolato Oltre l'emergenza: l'evoluzione del paesaggio post-Xylella in Puglia, non è stato incluso nell'analisi dei 52 interventi perché ne era disponibile soltanto la presentazione.

È una precisazione importante: la prospettiva sul paesaggio post-Xylella contenuta in quell'intervento non ha quindi concorso direttamente alla costruzione della sintesi.

Per affrontare il problema salentino occorre integrare le conclusioni del Rapporto con un'analisi di economia agraria capace di distinguere almeno tre grandezze: rendita fondiaria, reddito dell'impresa e trasferimenti pubblici.

La rendita remunera la disponibilità del fattore terra. Il reddito imprenditoriale deriva dall'organizzazione produttiva e dall'assunzione del rischio. Il trasferimento pubblico risponde invece a finalità definite dalla politica agricola.

Confondere queste grandezze significa correre il rischio di considerare economicamente vitale un sistema che, senza sostegno pubblico, potrebbe non essere in grado di remunerare adeguatamente i fattori impiegati.

3. La provincia di Lecce: un'agricoltura che aveva cominciato a trasformarsi prima della Xylella

Il confronto con i miei precedenti studi pubblicati dalla FIDAF permette di collocare la crisi attuale in una prospettiva storica più ampia.

Nel contributo del 1° febbraio 2021, Le forti pressioni di abbandono nella dinamica del paesaggio rurale delle province di Brindisi e Lecce dal 1971 al 2001, ho richiamato il processo di progressiva riduzione delle aziende agricole e della superficie agricola utilizzata, inserendolo nelle trasformazioni territoriali degli ultimi decenni.

FIDAF WEBZINE

Questo dato storico è fondamentale.

La crisi agricola salentina non nasce con la Xylella.

La Xylella ha investito un territorio nel quale erano già presenti processi di abbandono, frammentazione, progressiva perdita di centralità economica dell'attività agricola e trasformazione delle relazioni tra popolazione e risorse territoriali.

Nel mio lavoro del 2021, Alcune osservazioni sul piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia, avevo infatti sostenuto la necessità di un piano agricolo-alimentare per il Salento, capace di intervenire sull'intero sistema istituzionale e produttivo, anziché limitarsi alla ricostituzione degli oliveti.

fidaf.it

La distinzione non è secondaria.

Un conto è finanziare il reimpianto di una coltura arborea. Un altro è verificare se, una volta realizzato il nuovo impianto, esistano condizioni economiche, organizzative e commerciali per mantenerlo produttivo nei decenni successivi.

La prima operazione ricostituisce un capitale biologico.

La seconda ricostituisce un'impresa.

E soltanto la seconda può generare una prospettiva economica durevole.

Il confronto tra la Puglia descritta nel Rapporto e il Salento

Questione

Diagnosi del Rapporto regionale

Specificità della provincia di Lecce

Frammentazione

Imprese troppo piccole e scarsamente aggregate

Frammentazione anche proprietaria e discontinuità tra proprietà e conduzione

Redditività

Scarso valore trattenuto dai produttori

Rischio di dipendenza dai trasferimenti pubblici e debole redditività operativa

Innovazione

Ricerca e imprese insufficientemente collegate

Necessità di ricostruire preliminarmente una base imprenditoriale attiva

Xylella

Ricostruire l'economia, non soltanto gli oliveti

Crisi di un paesaggio produttivo già interessato da processi di abbandono

Acqua e suolo

Migliorare resilienza e gestione delle risorse

Necessità di valutare congiuntamente disponibilità idrica, costi e convenienza delle colture

Giovani

Servono prospettive anziché incentivi occasionali

Accesso alla terra, reddito atteso e continuità aziendale come condizioni decisive

Paesaggio

Remunerare i servizi ecosistemici

Distinguere la manutenzione effettiva dal semplice possesso del fondo

Confronto interpretativo: la colonna relativa a Lecce integra il Rapporto con i miei precedenti studi e con valutazioni di economia agraria; non costituisce una misurazione statistica delle aziende provinciali.

4. L'agricoltura assistita: quando il sostegno pubblico non genera trasformazione

Il tema dell'agricoltura assistita merita particolare attenzione, perché costituisce una delle questioni più delicate del rapporto tra politiche agricole e sviluppo territoriale.

Nel mio articolo del 28 maggio 2025, Verso una Coerenza Maggiore tra Obiettivi e Risorse della PAC nella Provincia di Lecce: Equità, Sostenibilità e Ricambio Generazionale, ho esaminato la distribuzione delle risorse della Politica Agricola Comune e la sua coerenza con gli obiettivi dichiarati.

FIDAF WEBZINE

Il problema non consiste semplicemente nella quantità di risorse trasferite all'agricoltura.

Consiste nella loro capacità di modificare concretamente il sistema produttivo.

Un pagamento diretto può essere perfettamente giustificato come sostegno al reddito o compensazione per obblighi ambientali. Tuttavia, quando la struttura degli incentivi non favorisce investimenti, innovazione, cooperazione e ricambio generazionale, il sostegno rischia di contribuire alla conservazione di equilibri economici poco dinamici.

La questione della rendita diventa allora centrale.

Un proprietario può mantenere la disponibilità di un fondo senza coltivarlo direttamente, senza investire in innovazione e senza assumere il rischio dell'impresa. Può attendere un cambiamento delle condizioni patrimoniali, un'opportunità di affitto o un intervento pubblico.

Questo comportamento può risultare razionale dal punto di vista individuale, ma non necessariamente efficiente dal punto di vista collettivo.

È qui che emerge una contraddizione.

Ciò che conviene al singolo proprietario non coincide necessariamente con ciò che serve al sistema agricolo territoriale.

La rendita non deve essere demonizzata: è una categoria economica legittima. Diventa però un ostacolo allo sviluppo quando il suo mantenimento prevale sistematicamente sull'utilizzazione produttiva delle risorse.

Inoltre, il sostegno pubblico può incidere sul valore e sui canoni dei terreni, determinando, in determinate condizioni, fenomeni di capitalizzazione degli aiuti nella rendita fondiaria.

Questo effetto non va presunto automaticamente per Lecce: richiede un'analisi empirica dei titoli PAC, dei canoni, dei valori fondiari e dei soggetti che ricevono effettivamente i benefici.

Ma è un'ipotesi economica che la programmazione regionale non può ignorare.

La domanda che manca nel Rapporto

Il Rapporto si chiede come incentivare l'aggregazione.

Io ritengo necessario formulare una domanda precedente:

Quali condizioni economiche e istituzionali inducono un proprietario a mettere la propria terra a disposizione di un'impresa agricola efficiente, anziché mantenerla improduttiva?

Senza rispondere a questa domanda, il finanziamento dell'aggregazione rischia di produrre nuove strutture organizzative senza risolvere il problema dell'effettiva disponibilità dei fattori produttivi.

5. La Xylella: il collasso di un sistema produttivo e paesaggistico

La parte del Rapporto dedicata alla Xylella è particolarmente significativa.

I partecipanti chiedono di ricostruire un'economia e non soltanto un uliveto.

Condivido questa impostazione, che considero coerente con la necessità di una pianificazione agricola complessiva del Salento.

Ma bisogna approfondirne le conseguenze.

Nel recente viaggio di studio dell'ADAF Lecce, descritto nel mio articolo del 5 ottobre 2026, Salento, la terra che impara a cambiare, ho ripercorso alcune esperienze produttive che testimoniano come il territorio stia cercando nuove forme di organizzazione economica.

Dalla Cooperativa Agricola Olearia Sannicolese alle esperienze vitivinicole, vivaistiche e di diversificazione produttiva, emerge un dato: la trasformazione non è soltanto possibile, ma in alcune realtà è già in corso.

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La testimonianza del viaggio pubblicata successivamente dalla FIDAF ricorda che, prima dell'epidemia, l'olivicoltura interessava oltre la metà della superficie agricola utilizzata della provincia di Lecce, secondo quanto da me riferito durante gli incontri. Nello stesso resoconto si indica una superficie di circa 7.000 ettari di oliveti attualmente coltivati con Leccino e Favolosa. Sono grandezze riportate nell'intervento e da verificare rispetto alle statistiche ufficiali aggiornate.

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Il problema è dunque di dimensioni territoriali.

Non si tratta soltanto di sostituire piante disseccate.

Si tratta di ripensare la destinazione di una parte considerevole del territorio agricolo provinciale.

La ricostituzione del capitale arboreo non coincide con il recupero del reddito

In termini di economia agraria, occorre distinguere:

  • La perdita del capitale arboreo, rappresentata dal valore economico degli impianti distrutti.
  • La perdita dei redditi futuri, derivante dalla mancata produzione durante il periodo necessario alla ricostituzione.
  • La perdita dei servizi ecosistemici e paesaggistici, che non trovano necessariamente una remunerazione nei prezzi agricoli.
  • La perdita di capacità produttiva e organizzativa, conseguente all'interruzione delle attività, all'abbandono e alla dispersione delle competenze.

Questa impostazione è coerente con il lavoro pubblicato il 25 maggio 2026 insieme a Thomas Invidia, relativo alla determinazione dell'indennizzo negli oliveti colpiti da Xylella.

In quell'analisi abbiamo evidenziato i limiti di una valutazione basata esclusivamente sulla Produzione Standard, proponendo di considerare anche la dimensione temporale del danno e i valori ecosistemici e territoriali.

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Ne deriva una conseguenza.

Non è sufficiente indennizzare ciò che è stato perduto. Occorre costruire le condizioni perché ciò che nascerà sia economicamente sostenibile.

Il reimpianto deve essere una scelta imprenditoriale fondata su un piano economico, non la conseguenza automatica della disponibilità di un contributo.

E nei terreni dove il reimpianto olivicolo non risulti conveniente bisogna valutare altre destinazioni: viticoltura, colture arboree alternative, seminativi specializzati, sistemi agroforestali, attività vivaistiche o interventi di rinaturalizzazione compatibili con la vocazione del sito.

Nessuna di queste alternative deve essere proposta indiscriminatamente.

Occorrono valutazioni pedologiche, climatiche, idrologiche, fitosanitarie, economiche e paesaggistiche.

Il territorio non è omogeneo e non può essere ricostruito attraverso un'unica soluzione colturale.

6. Il dato che cambia l'intera interpretazione: la struttura delle aziende agricole leccesi

Nel mio studio del 2021 sulla rigenerazione olivicola avevo riportato, utilizzando i dati censuari e le elaborazioni della professoressa Liberata Nicoletti, una fotografia della struttura agricola provinciale.

Aziende agricole censite

71.060

Censimento 2010

Superficie media aziendale

2,4 ha

Dato storico riportato nello studio

Aziende inferiori a 2 ettari

77,4%

Conduzione familiare

98%



Dati storici riportati in Antonio Bruno, Alcune osservazioni sul piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia, 2021. Non descrivono automaticamente la situazione del 2026.

fidaf.it

Distribuzione delle aziende agricole leccesi per classe dimensionale

Valori storici del censimento 2010, riportati nello studio del 2021.

Questi numeri non descrivono semplicemente un'agricoltura composta da piccole aziende.

Descrivono un assetto produttivo nel quale l'estrema polverizzazione può rendere economicamente onerosi la meccanizzazione, l'organizzazione del lavoro, l'accesso alle tecnologie e la commercializzazione.

Una superficie aziendale limitata non comporta necessariamente inefficienza: esistono produzioni intensive ad alto valore aggiunto capaci di generare reddito anche su piccole estensioni.

Ma nelle colture estensive o nell'olivicoltura tradizionale a bassa produttività, la dimensione aziendale può diventare un vincolo determinante.

Nel medesimo studio avevo evidenziato anche una sproporzione tra il numero complessivo delle aziende censite, quelle iscritte alla Camera di Commercio e quelle condotte da imprenditori agricoli professionali.

È qui che la questione della rigenerazione assume un carattere strutturale: un programma costruito prevalentemente per imprese formalmente organizzate rischia di non raggiungere una parte consistente delle superfici che necessitano di interventi.

Il problema non è soltanto quante risorse mettere a disposizione, ma chi è concretamente nelle condizioni di utilizzarle.

7. Le tredici proposte del Rapporto alla prova dell'agricoltura salentina

Le tredici proposte contenute alle pagine 26–34 del Rapporto costituiscono una base utile, ma richiedono un adattamento territoriale.

Proposta del Rapporto

Valutazione per Lecce

1. Premiare l'aggregazione

Prioritaria, purché coinvolga anche la gestione effettiva dei fondi

2. Trasformare in Puglia

Necessaria dove esistano volumi, domanda e sostenibilità degli impianti

3. Certificare la qualità

Utile se il maggior prezzo remunera davvero il produttore

4. Pagare i servizi ecosistemici

Strategica, con misurazione dei benefici e obblighi di gestione

5. Recuperare le acque

Prioritaria, previa valutazione tecnico-economica e ambientale

6. Ricostruire dopo la Xylella

Essenziale, ma attraverso piani territoriali e aziendali

7. Valorizzare il legno d'ulivo

Opportunità di filiera da verificare sul piano economico e logistico

8. Sviluppare varietà locali e vivai

Necessaria per diversificazione e adattamento climatico

9. Trasferire ricerca e formazione

Fondamentale, con sperimentazione nelle aziende

10. Sviluppare l'agricoltura sociale

Da integrare in progetti economicamente e socialmente sostenibili

11. Utilizzare la domanda pubblica

Possibile leva per filiere locali organizzate

12. Integrare prodotto e turismo

Opportunità significativa, evitando che il turismo sostituisca la produzione

13. Favorire l'ingresso dei giovani

Decisiva, garantendo accesso alla terra e redditività

A queste tredici proposte ne aggiungerei una quattordicesima, specifica per la provincia di Lecce.

Promuovere la mobilitazione produttiva delle superfici agricole inutilizzate o sottoutilizzate, attraverso strumenti volontari di gestione fondiaria, contratti di lungo periodo, aggregazione della conduzione e accesso alla terra per nuove imprese.

Non si tratta di mettere in discussione il diritto di proprietà.

Si tratta di rendere possibile una separazione funzionale tra proprietà e impresa, affinché il proprietario possa conservare il proprio patrimonio mentre l'imprenditore disponga di superfici sufficienti per programmare investimenti e produzioni.

8. Il ruolo della bonifica: dal tributo al servizio produttivo

Un'altra questione merita di essere sviluppata: il rapporto tra agricoltura, gestione delle acque e infrastrutture di bonifica.

Il Rapporto individua correttamente l'acqua come uno dei principali fattori di competitività.

Tuttavia, per la provincia di Lecce, non basta ragionare sulla disponibilità fisica della risorsa.

Occorre considerare il rapporto tra il costo complessivo dell'acqua, il beneficio fondiario, la produttività delle colture e la capacità di reddito dell'impresa.

La bonifica deve essere valutata anche in termini di servizi effettivamente resi al territorio, nel rispetto delle sue funzioni pubbliche di difesa idraulica, manutenzione e gestione delle risorse.

Per un'impresa agricola, la scelta di irrigare non dipende soltanto dalla possibilità tecnica di ottenere acqua, ma dal valore della produzione aggiuntiva che l'irrigazione consente.

In termini economici, l'investimento irriguo risulta giustificato quando il beneficio produttivo atteso supera i costi aggiuntivi, tenendo conto del rischio e della sostenibilità ambientale.

In assenza di questa verifica, il finanziamento delle infrastrutture può non tradursi in un effettivo incremento della competitività agricola.

Per il Salento ritengo quindi necessaria una programmazione integrata tra politiche agricole, pianificazione della bonifica, gestione dei reflui depurati, tutela delle falde e destinazione produttiva dei suoli.

9. Il paesaggio non è una rendita da contemplare, ma un patrimonio da governare

Uno dei passaggi più interessanti del Rapporto riguarda il riconoscimento dell'agricoltore come produttore di servizi ecosistemici.

È un principio che condivido.

Il paesaggio agrario non è un semplice scenario naturale.

È il risultato storico di relazioni tra lavoro umano, suolo, vegetazione, acqua, insediamenti e pratiche produttive.

La distruzione degli oliveti salentini ha reso evidente quanto queste relazioni fossero profonde.

Ma proprio per questo bisogna evitare un equivoco.

Il paesaggio non si conserva necessariamente attraverso la sola proprietà della terra.

La sua conservazione richiede gestione, manutenzione, presidio e, dove appropriato, attività produttive compatibili.

È quindi giustificabile remunerare un agricoltore per servizi ecosistemici verificabili, come la protezione del suolo dall'erosione, il miglioramento della sostanza organica, la conservazione degli habitat o la gestione del rischio di incendio.

Non sarebbe invece coerente trasformare tali pagamenti in trasferimenti privi di obblighi e risultati misurabili.

Il criterio deve essere il beneficio ambientale effettivamente prodotto, considerando addizionalità, durata e verificabilità degli interventi.

In questo modo la remunerazione ambientale non alimenta passivamente la rendita, ma sostiene un'attività di gestione del territorio.

10. Dalla diagnosi alla programmazione: una proposta per Lecce

La provincia di Lecce ha bisogno di un piano agricolo-alimentare territoriale, come già sostenuto nei miei precedenti lavori.

Propongo che tale piano si sviluppi attraverso sei direttrici operative.

1. Conoscere la struttura fondiaria reale

Aggiornare la mappatura di proprietà, conduzione, superfici coltivate, terreni abbandonati, disponibilità irrigua e beneficiari delle misure pubbliche, nel rispetto delle norme sulla protezione dei dati.

2. Favorire la gestione aggregata della terra

Promuovere contratti agrari, cooperative, reti d'impresa e forme di gestione associata che consentano di superare la frammentazione operativa senza imporre trasferimenti di proprietà.

3. Progettare la riconversione post-Xylella

Individuare comprensori omogenei nei quali valutare ordinamenti colturali alternativi, reimpianti, sistemi agroforestali e recupero ambientale, sulla base di analisi di fattibilità.

4. Collegare gli aiuti ai risultati

Valutare i progetti finanziati attraverso indicatori di redditività, occupazione, innovazione, superficie recuperata, impatto ambientale e valore aggiunto trattenuto localmente, rispettando le finalità specifiche di ciascuna misura PAC.

5. Costruire un sistema permanente di trasferimento tecnologico

Coinvolgere università, centri di ricerca, agronomi, organizzazioni produttive e imprese in programmi dimostrativi territoriali, con assistenza tecnica e valutazione dei risultati.

6. Istituire un osservatorio economico dell'agricoltura leccese

Monitorare costi di produzione, margini aziendali, canoni fondiari, aiuti ricevuti, investimenti, occupazione e valore aggiunto, distinguendo le imprese attive dalle situazioni di mera conservazione patrimoniale.

Per valutare il successo del piano non basterà contabilizzare la spesa pubblica impegnata.

Bisognerà verificare quanto territorio sia tornato a essere gestito, quante imprese abbiano raggiunto una redditività sostenibile, quanti giovani abbiano potuto avviare un'attività e quale quota di valore aggiunto rimanga effettivamente nella provincia.

11. La conclusione: il futuro dell'agricoltura salentina non si misura dai contributi distribuiti

Il Rapporto Filiera Agricoltura Puglia individua correttamente molte delle condizioni necessarie per la trasformazione del sistema agroalimentare regionale.

Ma il confronto con la provincia di Lecce dimostra che non basta indicare le soluzioni senza interrogarsi sulle condizioni strutturali che ne rendono possibile l'attuazione.

L'aggregazione è necessaria, ma presuppone soggetti disposti a cooperare.

L'innovazione è necessaria, ma richiede imprese capaci di sostenerla.

La qualità è necessaria, ma deve generare reddito.

La tutela del paesaggio è necessaria, ma richiede attività di gestione.

Il ricambio generazionale è necessario, ma presuppone accesso ai fattori produttivi e prospettive economiche credibili.

La ricostruzione post-Xylella è necessaria, ma non può coincidere semplicemente con la sostituzione degli alberi.

In definitiva, la questione fondamentale dell'agricoltura leccese è il passaggio da un sistema che rischia di conservare la rendita a un sistema capace di organizzare la produzione e generare valore.

Questo passaggio non può essere realizzato soltanto attraverso nuovi finanziamenti.

Richiede una trasformazione delle relazioni tra proprietà, impresa, istituzioni, conoscenza scientifica e territorio.

L'agricoltura salentina non ha bisogno di conservare artificialmente un passato che la Xylella ha profondamente modificato.

Ha bisogno di costruire un futuro economicamente sostenibile, ecologicamente responsabile e socialmente inclusivo.

E il primo passo consiste nel riconoscere che non ogni terreno posseduto costituisce un'impresa agricola, non ogni contributo produce innovazione e non ogni investimento pubblico genera automaticamente sviluppo.

La terra è una risorsa. La rendita è una possibilità economica. Ma è l'impresa, insieme al lavoro, alla conoscenza e alla capacità di cooperare, che può trasformare quella risorsa in valore per la collettività.

È su questa distinzione che ritengo debba fondarsi la nuova programmazione agricola della provincia di Lecce.

Antonio Bruno Laureato in Scienze Agrarie 20 ottobre 2026

Riferimenti documentali

Il confronto si fonda sul Rapporto allegato, in particolare sui capitoli 2, 4 e 5, e sui seguenti contributi pubblicati dalla FIDAF:

Salento, la terra che impara a cambiare — Antonio Bruno, ottobre 2026.

Nota metodologica: l'analisi distingue le conclusioni qualitative del Rapporto regionale, i dati storici dei miei studi e le proposte interpretative qui sviluppate. Per tradurre queste ultime in politiche pubbliche occorrerà aggiornare i dati provinciali e verificare empiricamente l'incidenza della rendita e dei trasferimenti sulla gestione delle superfici agricole.