sabato 5 settembre 2026

Conversazione tra il Dottore Agronomo Antonio Bruno e il giovane Dottore Agronomo Giovanni Giacomo Maria

 


Conversazione tra il Dottore Agronomo Antonio Bruno e il giovane Dottore Agronomo Giovanni Giacomo Maria

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, ho una sensazione strana. Più studio le piante e meno riesco a definirle.

Antonio Bruno:
È un ottimo sintomo per un agronomo.

Giovanni Giacomo Maria:
Pensavo mi avresti detto il contrario.

Antonio Bruno:
No. Quando ero giovane io, una pianta sembrava una cosa relativamente semplice da collocare nel mondo. Aveva radici, fusto, foglie, fiori, frutti. Fotosintesi, respirazione, traspirazione, nutrizione minerale, accrescimento, riproduzione. Studiavi botanica, fisiologia vegetale, agronomia, coltivazioni erbacee e arboree, patologia. E credevi, alla fine, di sapere che cosa fosse una pianta.

Giovanni Giacomo Maria:
E oggi?

Antonio Bruno:
Oggi sappiamo molte più cose sulle piante e proprio per questo diventa più difficile dire che cosa siano.

Giovanni Giacomo Maria:
È un paradosso.

Antonio Bruno:
È il destino della conoscenza. Aumentando ciò che sappiamo, aumentano anche le distinzioni che possiamo fare. Guarda quello che sta succedendo culturalmente. Le piante sono uscite dagli erbari, dai manuali di botanica e dalle facoltà di Agraria. Sono entrate nelle librerie, nei giornali, nella filosofia, nell'antropologia, nella letteratura, persino nel diritto.

Giovanni Giacomo Maria:
Il cosiddetto plant turn.

Antonio Bruno:
Esattamente. Environmental humanities, environmental philosophy, critical plant studies, ecocritica. Non è più soltanto la botanica che parla delle piante. Sono diventate un problema culturale.

Giovanni Giacomo Maria:
Perché proprio adesso?

Antonio Bruno:
Il testo che stiamo leggendo individua due spinte che hanno finito per incontrarsi. Da una parte la crescente sensibilità ambientale, rafforzata dalla crisi climatica; dall'altra le acquisizioni della ricerca scientifica sul mondo vegetale.

Giovanni Giacomo Maria:
E qui arriviamo alla questione controversa.

Antonio Bruno:
Percezione, comunicazione, movimento, memoria, sensazione, forse consapevolezza, linguaggio, intelligenza…

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, fermiamoci proprio lì. Da agronomi possiamo davvero parlare di intelligenza delle piante?

Antonio Bruno:
Possiamo parlare del problema. Che è cosa diversa dall'accettare una risposta.

Giovanni Giacomo Maria:
Spiegati.

Antonio Bruno:
Un agronomo dovrebbe diffidare tanto dell'antropocentrismo quanto dell'antropomorfismo. Dire che una pianta non possiede alcuna forma complessa di relazione con l'ambiente perché non ha un cervello rischia di assumere l'animale come misura universale del vivente. Ma chiamare "intelligenza", "linguaggio" o "coscienza" qualsiasi risposta vegetale rischia l'errore opposto: descrivere la pianta usando categorie costruite sull'uomo.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi?

Antonio Bruno:
Quindi osservo la pianta prima di decidere che cosa debba essere.

Giovanni Giacomo Maria:
Questo mi piace.

Antonio Bruno:
Ed è molto più agronomico di quanto sembri. Prendi una vite.

Giovanni Giacomo Maria:
La mia preferita.

Antonio Bruno:
Naturalmente. Tu entri in un vigneto e dici: Vitis vinifera. Ma quella definizione tassonomica, per quanto indispensabile, non contiene ciò che sta accadendo davanti a te.

Giovanni Giacomo Maria:
Ci sono suolo, portinnesto, cultivar, disponibilità idrica, temperatura, esposizione…

Antonio Bruno:
Microrganismi della rizosfera, funghi, insetti, competizione, potatura, carico di gemme, gestione della chioma, storia meteorologica dell'annata. E poi l'agricoltore.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi la vite che osservo non è comprensibile isolandola.

Antonio Bruno:
Questo è il punto. Per molto tempo abbiamo privilegiato l'individuo vegetale. Adesso cresce l'interesse per le comunità e per le interazioni.

Giovanni Giacomo Maria:
Il famoso wood wide web.

Antonio Bruno:
Sì, purché anche lì non ci lasciamo sedurre troppo dalla metafora. Le metafore sono meravigliose per formulare domande e pericolose quando vengono scambiate per spiegazioni.

Giovanni Giacomo Maria:
Questa me la segno.

Antonio Bruno:
Non segnartela. Usala quando vai in campagna.

Giovanni Giacomo Maria:
E infatti la cosa che mi interessa di più è questa: che cosa cambia concretamente per noi agronomi?

Antonio Bruno:
Moltissimo, se prendiamo sul serio il cambiamento. Significa passare dalla domanda: "Che cosa devo fare alla pianta perché produca?" a una domanda più ampia: "In quale sistema di relazioni sto intervenendo?"

Giovanni Giacomo Maria:
Ma dobbiamo comunque produrre.

Antonio Bruno:
Certamente. L'agricoltura non è una contemplazione mistica del vegetale. Deve produrre alimenti, reddito, paesaggio, servizi ecosistemici. Un oliveto deve poter dare olive, un vigneto uva, un frutteto frutti.

Giovanni Giacomo Maria:
Allora dove sta la differenza?

Antonio Bruno:
Nel considerare la produzione non come l'azione di un uomo sopra un oggetto vegetale, ma come il risultato di una rete di relazioni biologiche, ambientali e umane che noi modifichiamo continuamente.

Giovanni Giacomo Maria:
E da qui arriviamo ai diritti delle piante?

Antonio Bruno:
Aspetta. Prima arriviamo ai diritti della natura.

Giovanni Giacomo Maria:
Christopher Stone.

Antonio Bruno:
1972. Una domanda allora quasi provocatoria: perché foreste, oceani, fiumi e altri elementi naturali non potrebbero essere titolari di diritti?

Giovanni Giacomo Maria:
Che cinquant'anni dopo sembra meno stravagante.

Antonio Bruno:
Molto meno. Il testo ricorda la foresta di Te Urewera, il fiume Whanganui, il monte Taranaki in Nuova Zelanda; il caso del Gange e dello Yamuna in India; il lago Erie negli Stati Uniti; e, in Europa, la laguna del Mar Menor in Spagna.

Giovanni Giacomo Maria:
Però un fiume non può presentarsi davanti a un giudice.

Antonio Bruno:
Neppure una società per azioni può farlo materialmente.

Giovanni Giacomo Maria:
Ah.

Antonio Bruno:
Hai capito il problema. La personalità giuridica non coincide necessariamente con l'essere una persona umana. Il diritto costruisce soggetti ai quali attribuisce interessi, responsabilità, rappresentanza e tutela.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi potremmo avere un bosco titolare di diritti e qualcuno incaricato di rappresentarlo.

Antonio Bruno:
È esattamente una delle strade percorse. Ma da qui cominciano i problemi seri.

Giovanni Giacomo Maria:
Per esempio?

Antonio Bruno:
Se riconosci un diritto all'albero, posso potarlo?

Giovanni Giacomo Maria:
Immagino di sì.

Antonio Bruno:
Posso abbatterlo?

Giovanni Giacomo Maria:
Dipende.

Antonio Bruno:
Posso innestarlo?

Giovanni Giacomo Maria:
Dipende.

Antonio Bruno:
Posso raccoglierne i frutti?

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, ho capito dove vuoi arrivare: dipende sempre.

Antonio Bruno:
E quel "dipende" è il punto interessante. Perché riconoscere diritti alle piante non significa necessariamente rendere intoccabile ogni organismo vegetale. Significa stabilire quali interessi vogliamo riconoscere, quali limiti imporre all'intervento umano e chi possa rappresentare quegli interessi.

Giovanni Giacomo Maria:
Ma per l'agricoltura la questione diventa enorme.

Antonio Bruno:
Enorme. Il testo lo dice chiaramente: se attribuiamo diritti alle piante, che cosa succede alla manipolazione e allo sfruttamento delle specie vegetali per fini alimentari?

Giovanni Giacomo Maria:
Allora un agronomo potrebbe trovarsi nel mezzo tra diritto dell'agricoltore e diritto della pianta.

Antonio Bruno:
O dell'ecosistema. E aggiungerei una cosa che il testo mi fa pensare: forse proprio l'agronomo potrebbe diventare una delle figure professionali capaci di tradurre le esigenze biologiche di un sistema vegetale nelle decisioni umane.

Giovanni Giacomo Maria:
Una specie di interprete?

Antonio Bruno:
Preferisco "osservatore competente". L'interprete rischia di far parlare la pianta con parole nostre.

Giovanni Giacomo Maria:
Hai sempre paura dell'antropomorfismo.

Antonio Bruno:
Perché amo troppo le piante per avere bisogno di trasformarle in piccoli esseri umani verdi.

Giovanni Giacomo Maria:
Bella questa.

Antonio Bruno:
Una quercia non ha bisogno di assomigliarmi per avere valore. Un olivo non diventa degno di rispetto soltanto se dimostriamo che "pensa". Un ecosistema non deve superare un test d'intelligenza per meritare tutela.

Giovanni Giacomo Maria:
Allora forse la vera rivoluzione è proprio questa.

Antonio Bruno:
Quale?

Giovanni Giacomo Maria:
Smettere di domandare quanto una pianta assomigli a noi.

Antonio Bruno:
E cominciare a domandarci che cosa sia una pianta nel suo proprio modo di esistere.

Giovanni Giacomo Maria:
Però c'è una cosa che non capisco. Tutto questo sembra modernissimo: crisi climatica, neurobiologia vegetale, diritti della natura, ecocritica, personalità giuridica degli ecosistemi. Eppure il libro che stiamo leggendo è scritto da uno studioso del mondo antico.

Antonio Bruno:
Ed è proprio qui che la faccenda diventa affascinante.

Giovanni Giacomo Maria:
Perché?

Antonio Bruno:
Perché noi crediamo spesso di avere inventato le domande soltanto perché abbiamo inventato parole nuove per formularle.

Giovanni Giacomo Maria:
Vuoi dire che Greci e Romani avevano già affrontato il problema?

Antonio Bruno:
Non nel nostro modo. Sarebbe un errore cercare nei Greci i plant studies o nei Romani i Rights of Nature. Ma possiamo domandarci come distinguessero uomo, animale, pianta, paesaggio, divino. Quali relazioni costruissero con alberi, boschi, colture e luoghi.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi studiare gli antichi non per trovare la soluzione…

Antonio Bruno:
…ma per scoprire che il nostro modo di formulare il problema non è l'unico possibile.

Giovanni Giacomo Maria:
Questo cambia parecchio.

Antonio Bruno:
Cambia soprattutto noi agronomi. Perché la nostra disciplina vive esattamente sul confine.

Giovanni Giacomo Maria:
Tra che cosa e che cosa?

Antonio Bruno:
Tra natura e cultura. L'agricoltura è natura trasformata dall'azione umana, ma è anche azione umana resa possibile dalla natura. Non esiste agricoltura senza piante, suolo, acqua, microrganismi e clima; ma non esiste agricoltura neppure senza decisioni, tecniche, tradizioni, economie, proprietà, diritto.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi l'agronomo non studia semplicemente le piante.

Antonio Bruno:
No.

Giovanni Giacomo Maria:
Studia relazioni.

Antonio Bruno:
E interviene nelle relazioni.

Giovanni Giacomo Maria:
Allora forse abbiamo sbagliato persino il modo di dire "coltivare una pianta".

Antonio Bruno:
Perché?

Giovanni Giacomo Maria:
Perché sembra che ci siano da una parte io e dall'altra la pianta. Io agisco e lei subisce.

Antonio Bruno:
Continua.

Giovanni Giacomo Maria:
Invece quando coltivo modifico un sistema e quel sistema modifica quello che posso fare io. Irrigo e la pianta risponde. Poto e cambia il suo equilibrio vegeto-produttivo. Concimo e intervengo anche sulle relazioni nel suolo. Cambio sesto d'impianto e modifico luce, competizione, microclima.

Antonio Bruno:
Adesso stai parlando da agronomo.

Giovanni Giacomo Maria:
E tu da vecchio agronomo.

Antonio Bruno:
Vecchio a chi?

Giovanni Giacomo Maria:
Agronomicamente esperto.

Antonio Bruno:
Così va meglio.

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, allora dimmi una cosa. Dopo tanti anni di professione, se dovessi spiegare oggi a un giovane che cosa significa essere agronomo, che cosa gli diresti?

Antonio Bruno:
Gli direi di imparare tutta la scienza possibile. Fisiologia, pedologia, chimica, genetica, patologia, entomologia, idraulica, economia, ecologia. Di impararla seriamente, senza scorciatoie.

Poi gli direi una seconda cosa.

Giovanni Giacomo Maria:
Quale?

Antonio Bruno:
Quando avrai imparato tutto questo, vai davanti a una pianta.

Guardala.

E ricordati che quella pianta non ha letto nessuno dei tuoi libri.

Giovanni Giacomo Maria:
E che cosa devo fare?

Antonio Bruno:
Osservare che cosa accade.

Giovanni Giacomo Maria:
Soltanto questo?

Antonio Bruno:
Ti sembra poco?

Per secoli abbiamo guardato le piante chiedendo loro di entrare nelle categorie che avevamo preparato.

Forse questa nuova epoca delle piante ci sta proponendo qualcosa di diverso.

Giovanni Giacomo Maria:
Che cosa?

Antonio Bruno:
Di incontrarle prima di spiegarle.

E forse è proprio questo il punto da cui può ricominciare l'agronomia.

🌿 IL SALENTO DOPO XYLELLA: QUANDO SCOMPARE UN ULIVO CAMBIA ANCHE LA TEMPERATURA


🌿 IL SALENTO DOPO XYLELLA: QUANDO SCOMPARE UN ULIVO CAMBIA ANCHE LA TEMPERATURA

Provate a immaginare il Salento visto dall’alto.

Per secoli, milioni di ulivi hanno disegnato una trama continua sulla terra rossa. Non erano soltanto alberi che producevano olive. Senza che ce ne accorgessimo, partecipavano alla regolazione del microclima, custodivano biodiversità, immagazzinavano carbonio e contribuivano all’equilibrio di un intero paesaggio.

Poi è arrivata Xylella fastidiosa.

E oggi la ricerca ci permette di misurare qualcosa che a occhio nudo non possiamo vedere.

Uno studio dell’Università del Salento, coordinato dalla professoressa Irene Petrosillo e realizzato in collaborazione con il CONICET argentino, ha analizzato attraverso immagini satellitari ciò che è accaduto nel territorio di Nardò tra il 2006 e il 2022.

Il risultato colpisce: nelle aree interessate dalla perdita degli ulivi la temperatura del suolo è aumentata di 2,4 °C. E questo riscaldamento può avere effetti anche sulla temperatura dell’aria.

Due virgola quattro gradi.

Può sembrare un numero piccolo. Ma per un ecosistema è una trasformazione importante, perché ci racconta qualcosa che spesso dimentichiamo: gli alberi non occupano semplicemente uno spazio. Lo modificano.

Creano ombra, scambiano acqua con l’atmosfera, intercettano la radiazione solare, influenzano il terreno e costruiscono habitat per altre specie.

E allora nasce una domanda inevitabile: che cosa potrebbe raccogliere l’eredità ecologica degli uliveti perduti?

I ricercatori hanno confrontato diverse coperture forestali. Ed emerge un risultato particolarmente interessante: le leccete riescono a svolgere una funzione paragonabile a quella degli uliveti nel contenimento dell'aumento della temperatura del suolo, mantenendolo entro 1 °C.

Non significa, naturalmente, che domani dovremo trasformare il Salento in un'immensa foresta di lecci.

La scienza dice qualcosa di più interessante.

Gli scenari elaborati per il periodo 2023-2032 suggeriscono che una riforestazione mirata potrebbe contribuire a recuperare alcune funzioni ecologiche perdute e ad aumentare la capacità del territorio di affrontare il cambiamento climatico. Sia i pini mediterranei sia le leccete possono contribuire alla stabilizzazione termica, ma queste ultime mostrano un contributo maggiore.

Ed è forse qui che questa ricerca diventa anche una storia sul nostro futuro.

Perché dopo Xylella non si tratta semplicemente di decidere che cosa piantare al posto degli ulivi.

Si tratta di capire quale paesaggio vogliamo costruire.

Un paesaggio agricolo può essere contemporaneamente produttivo, biologicamente ricco e climaticamente resiliente. E forse il Salento di domani non dovrà necessariamente assomigliare perfettamente a quello di ieri.

La professoressa Petrosillo lo dice con chiarezza: non si tratta di un ritorno al passato, ma di immaginare un progetto per il futuro del paesaggio.

E allora, la prossima volta che passeremo davanti a un vecchio uliveto, forse potremo guardarlo diversamente.

Perché sotto quelle chiome non c'erano soltanto olive.

C'era un piccolo clima.
C'era biodiversità.
C'era una parte dell'equilibrio del Salento.

E adesso la sfida scientifica e agronomica è capire come costruirne uno nuovo.

Dal comunicato dell’Università del Salento si possono estrarre alcune conclusioni scientifiche precise, distinguendole dalle indicazioni progettuali e dalle formulazioni divulgative del titolo.

Conclusioni scientifiche principali

1. La perdita degli oliveti modifica il microclima del territorio.
Nel periodo analizzato, 2006-2022, nelle aree interessate dalla perdita degli olivi a causa di Xylella fastidiosa è stato rilevato un aumento della temperatura del suolo di 2,4 °C. Il documento segnala inoltre ripercussioni sulla temperatura dell’aria.

Questo è probabilmente il risultato quantitativo più importante dello studio: la trasformazione del paesaggio post-Xylella non ha soltanto conseguenze produttive ed estetiche, ma comporta una modificazione misurabile della regolazione termica dell’ecosistema.

2. L’oliveto svolgeva servizi ecosistemici che vanno oltre la produzione di olive.
Lo studio attribuisce agli oliveti una funzione nella conservazione della biodiversità animale e vegetale, nella stabilizzazione del paesaggio, nella mitigazione di alcune pressioni antropiche e come serbatoio di CO₂.

Quindi la morte dell'olivo determina la perdita non soltanto di una coltura, ma di una struttura ecologica multifunzionale.

3. Fra le coperture forestali considerate, la lecceta presenta la maggiore capacità di sostituire alcune funzioni ecologiche dell'oliveto.
Nel territorio di Nardò la ricerca ha confrontato in particolare pini mediterranei e leccete. I dati indicano che la lecceta riesce a eguagliare l'oliveto per quanto riguarda il controllo dell'incremento della temperatura del suolo, contenendolo entro 1 °C.

È importante la formulazione: eguagliare gli oliveti in questa specifica funzione non significa necessariamente sostituire integralmente l'ecosistema oliveto in tutte le sue funzioni.

4. La riforestazione costituisce, secondo gli scenari elaborati, una possibile strategia di adattamento climatico.
Gli scenari 2023-2032 indicano che sia le formazioni a pini mediterranei sia quelle a leccio potrebbero contribuire alla stabilizzazione della temperatura del suolo, ma il contributo previsto delle leccete è maggiore.

Il documento sottolinea inoltre le caratteristiche di adattamento dei querceti mediterranei alle alte temperature e alla siccità, oltre alla loro resistenza alla pressione degli incendi.

La conclusione ecologica più importante

Tradotta nel linguaggio dell'ecologia del paesaggio, la conclusione potrebbe essere formulata così:

La moria degli olivi causata da Xylella ha determinato una perdita di copertura vegetale capace di regolare il microclima e di fornire molteplici servizi ecosistemici. Il mantenimento o il ripristino di una copertura arborea, in particolare attraverso formazioni mediterranee a prevalenza di leccio, può recuperare almeno parte di tali funzioni e aumentare la resilienza climatica del paesaggio post-Xylella.

È esattamente questa la prospettiva esplicitata dalla coordinatrice Irene Petrosillo: la riforestazione viene presentata come uno scenario per ripristinare il funzionamento ecologico, non come una semplice ricostruzione del paesaggio precedente.

Ma attenzione a una distinzione scientificamente decisiva

Dal documento non si può concludere semplicemente che “bisogna sostituire gli olivi con i lecci”.

Il titolo giornalistico «Foreste al posto degli ulivi» è molto più netto delle conclusioni riportate nel testo. La ricerca descritta nel comunicato dimostra soprattutto una relazione tra tipo di copertura del suolo e regolazione termica e costruisce scenari di riforestazione. Non dimostra, almeno sulla base delle informazioni contenute in queste due pagine, che la riforestazione totale sia la soluzione ottimale sotto tutti i profili agronomici, economici, paesaggistici e sociali.

Anzi, la stessa Petrosillo parla esplicitamente di «scenari» e di «riforestazione mirata».

Per un dottore agronomo, quindi, la domanda scientificamente interessante che nasce da questo lavoro non è tanto «olivo o bosco?», quanto:

quale mosaico di usi del suolo — nuovi oliveti, altre colture, leccete, altre formazioni della macchia mediterranea e infrastrutture ecologiche — può recuperare i servizi ecosistemici perduti senza rinunciare alla funzione agricola del territorio?

Questa seconda domanda, però, non trova risposta nel comunicato: sarebbe necessario esaminare l'articolo originale pubblicato su Scientific Reports, soprattutto metodologia, classi di uso del suolo, dati satellitari, significatività statistica e costruzione degli scenari.

venerdì 4 settembre 2026

Il fico sul tetto

 

Rare foto del Tempio della Dea Dia (versione notturna), la seconda delle 7 installazioni del progetto“Sulle orme degli Arvali. Voci e immagini dalle origini di Roma alla contemporaneità”, a cura dell’Associazione Muri Lab APS.
La Scaletta Baleno e qualche foto del backstage (versione Magliana Dakar) mentre costruiamo un piccolo diorama, la cui parte inferiore si trasforma in un vaso che ospita vere piantine di lavanda, origano e timo, e lo sfondo del bosco della dea rappresentato nei pannelli retrostanti.

L'originale tempio della dea Dia, oaedes deae Diae, era il luogo di culto principale degli Arvali ed era decorato in marmo... Ovunque pieno di lastre con le epigrafi e poi conchigliette e decorazioni raffinatissime tutto fatto con un attrezzino a mano così 🤏 Respect! 🤟🌞


🌞👆🌞👆🌞👆🌞👆

Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025. Finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi

@muri.lab @cultureroma #giubileo2025 #artesetiubilaeum #urbanart #artecontemporanea #storia #archeologia #fratresarvales

Il fico sul tetto

Conversazione tra due dottori agronomi sulla natura degli antichi

Giovanni Giacomo Maria: Antonio, mi hai detto che hai cominciato Il senso degli antichi per la natura di Mario Lentano. Che cosa ti ha colpito del prologo?

Antonio: Un fico.

Giovanni Giacomo Maria: Un fico?

Antonio: Un piccolo fico cresciuto sul tetto di un tempio. Siamo nel 183 dopo Cristo, nel santuario della dea Dia, poco fuori Roma. I Fratres Arvales si accorgono che sul fastigio dell'edificio sacro è cresciuta spontaneamente una pianta di fico.

Giovanni Giacomo Maria: Da agronomo direi: un seme trasportato da un uccello, un po' di sostanza organica accumulata in una fessura, umidità sufficiente alla germinazione...

Antonio: Esattamente. E probabilmente avremmo ragione. Se oggi ci chiamassero per un sopralluogo, guarderemmo l'apparato radicale, le lesioni provocate alla muratura, la stabilità della pianta, l'umidità, la possibilità che le radici penetrino ulteriormente nelle strutture. Poi prescriveremmo la rimozione.

Giovanni Giacomo Maria: Normale manutenzione.

Antonio: Per noi.

Giovanni Giacomo Maria: Per loro no.

Antonio: È proprio qui che Lentano ci prende per mano e ci porta altrove. Il punto interessante non è semplicemente che i Romani fossero religiosi. Sarebbe una spiegazione troppo facile. È che quella pianta apparteneva a una rete di relazioni diversa dalla nostra.

Giovanni Giacomo Maria: In che senso?

Antonio: Per noi il fico è innanzitutto un organismo vegetale. Ficus carica L.: Moraceae. Possiamo descriverne fisiologia, esigenze pedoclimatiche, apparato radicale, capacità di colonizzare substrati poverissimi. Per gli Arvali tutto questo, ammesso che fosse osservato empiricamente, non esauriva ciò che stava accadendo.

Il fico era cresciuto sul tempio di una dea.

E questa circostanza cambiava completamente il dominio nel quale quell'albero esisteva.

Giovanni Giacomo Maria: Quindi non potevano semplicemente tagliarlo.

Antonio: Potevano materialmente farlo. Ma non potevano farlo legittimamente senza prima ricomporre l'ordine delle relazioni coinvolte.

Giovanni Giacomo Maria: Ed è per questo che organizzano quell'enorme sacrificio?

Antonio: Sì. Ed è la sproporzione che inizialmente ci sorprende. Noi vediamo un fico da eliminare; loro vedono un evento che coinvolge uomini, pianta, edificio sacro, bosco, divinità e azione tecnica.

Prima di toccare il fico vengono celebrati i suovetaurilia: maiale, montone e toro. Poi bovini, arieti, montoni, pecore. E vengono chiamati in causa Dia, Giano, Giove, Marte, i Lari, la madre dei Lari, Fonte, Flora, Vesta e altre figure divine.

Giovanni Giacomo Maria: Dal nostro punto di vista sembra una complicazione enorme per abbattere una pianta.

Antonio: Ed è proprio l'errore che dobbiamo evitare leggendo gli antichi: giudicare razionale il nostro mondo e irrazionale il loro.

Giovanni Giacomo Maria: Perché anche noi abbiamo un sistema di regole.

Antonio: Certamente. Immagina che quello stesso fico oggi cresca su un edificio sottoposto a tutela.

Tu non arrivi con la motosega e tagli.

Giovanni Giacomo Maria: No. Bisogna verificare proprietà, vincoli, autorizzazioni, eventuale tutela monumentale...

Antonio: Sicurezza del cantiere, responsabilità, modalità d'intervento, eventuale presenza di specie tutelate. Potrebbero intervenire agronomo, architetto, ingegnere, soprintendenza, Comune.

Giovanni Giacomo Maria: Quindi anche noi costruiamo una procedura intorno al fico.

Antonio: Esatto. Non sto dicendo che le due procedure siano equivalenti. Sarebbe un errore. Sto dicendo qualcosa di più interessante: ogni cultura stabilisce quali relazioni debbano essere rispettate affinché un intervento sulla realtà sia considerato legittimo.

Noi convochiamo norme, competenze e istituzioni.

Gli Arvali convocavano anche gli dèi.


Giovanni Giacomo Maria: C'è però una cosa ancora più strana nel racconto di Lentano: quella dea dal nome interminabile.

Antonio: Adolenda Conmolenda Deferunda.

Giovanni Giacomo Maria: Che Lentano rende pressappoco come "Che-deve-bruciare-tagliare-far-scendere".

Antonio: Ed è forse la parte più affascinante del prologo.

Pensa da agronomo. Per rimuovere quel fico occorrono delle operazioni materiali: recidere, far scendere dal tetto ciò che è stato tagliato, bruciarne i resti.

E che cosa fanno i sacerdoti romani?

Giovanni Giacomo Maria: Creano una divinità corrispondente alle operazioni.

Antonio: Precisamente.

Non cercano necessariamente nel loro pantheon una dea universale dell'abbattimento degli alberi. Producono una denominazione religiosa aderente alla circostanza concreta.

È quasi una teologia operativa.

Giovanni Giacomo Maria: Come se ogni azione tecnica potesse avere la propria figura divina.

Antonio: Ed è questa l'intuizione formidabile che Lentano mette davanti al lettore fin dalle prime pagine. La divinità non è soltanto qualcuno che sta lontano, nell'Olimpo o nei cieli. Il divino può aderire all'azione.

Tagliare.

Far scendere.

Bruciare.

Ogni passaggio può essere inscritto in una relazione con il sacro.

Giovanni Giacomo Maria: Nel 224 succede qualcosa di simile con gli alberi colpiti dal fulmine.

Antonio: Sì. Compare Adolenda Coinquenda, legata ancora al bruciare e al tagliare. Una divinità quasi istantanea: emerge perché emerge quella determinata necessità operativa e poi scompare dalla documentazione.

Giovanni Giacomo Maria: È curioso. Noi facciamo esattamente il contrario: cerchiamo categorie generali.

Antonio: Ottima osservazione.

La scienza moderna tende all'astrazione. Cerchiamo leggi che valgano per moltissimi fenomeni. Classifichiamo. Generalizziamo. Costruiamo modelli.

La cultura religiosa romana, almeno nel fenomeno che Lentano ci sta mostrando, può invece arrivare a una straordinaria specificazione della circostanza.

Accade questo.

Qui.

Adesso.

Occorre fare questa determinata cosa.

E il divino prende il nome dell'azione necessaria.


Giovanni Giacomo Maria: Però, Antonio, non vorrei che finissimo nella solita idealizzazione degli antichi: "vivevano in armonia con la natura, mentre noi moderni l'abbiamo distrutta".

Antonio: Sarebbe una conclusione sbagliata. E il testo stesso ci mette in guardia. Guarda quanti animali vengono sacrificati per poter togliere quel fico. Non siamo davanti a un ecologismo ante litteram.

I Romani abbattevano boschi, coltivavano intensamente, costruivano acquedotti, bonificavano, scavavano miniere, trasformavano territori.

Non dobbiamo trasformarli nei primi ambientalisti della storia.

Giovanni Giacomo Maria: Allora che cosa possiamo imparare?

Antonio: Prima di imparare qualcosa, dobbiamo comprendere.

È diverso.

Se leggiamo gli antichi soltanto per trovare conferma delle nostre idee contemporanee sulla sostenibilità, non incontreremo mai veramente gli antichi. Incontreremo noi stessi travestiti da Romani.

Lentano ci propone invece di entrare in una "terra straniera".

Giovanni Giacomo Maria: Mi piace questa espressione.

Antonio: Anche a me. Perché obbliga a sospendere per qualche momento le nostre categorie.

Noi diciamo: ambiente.

Ecosistema.

Biodiversità.

Servizi ecosistemici.

Capitale naturale.

Sostenibilità.

Resilienza.

Sono concetti potentissimi, alcuni indispensabili. Ma sono nostri.

Gli antichi organizzavano l'esperienza della natura attraverso altre distinzioni.


Giovanni Giacomo Maria: Allora provo a fare il giovane agronomo del XXI secolo. Quel fico è una specie vegetale insediatasi spontaneamente in un microsito antropico.

Antonio: Perfetto.

Giovanni Giacomo Maria: Le sue radici costituiscono un potenziale fattore di degrado della struttura muraria.

Antonio: Perfetto.

Giovanni Giacomo Maria: Pertanto bisogna rimuoverlo.

Antonio: Ed ecco il punto.

Per noi la sequenza può finire lì:

osservazione → diagnosi → intervento.

Per gli Arvali manca qualcosa.

Giovanni Giacomo Maria: La relazione.

Antonio: Proprio così.

Potremmo rappresentare il loro percorso, semplificando, in questo modo:

evento → interpretazione delle relazioni coinvolte → interlocuzione rituale → autorizzazione simbolico-religiosa → intervento.

Il gesto tecnico non è separato dal mondo di significati nel quale viene compiuto.


Giovanni Giacomo Maria: Da agronomo, però, questa cosa mi fa pensare al territorio.

Antonio: Dimmi.

Giovanni Giacomo Maria: Noi rischiamo qualche volta di ridurre il territorio a una superficie sulla carta. Ettari. Particelle catastali. Uso del suolo. Indici.

Antonio: E invece?

Giovanni Giacomo Maria: Quello stesso ettaro può essere contemporaneamente suolo agrario, proprietà, paesaggio, memoria familiare, habitat, luogo religioso, fonte di reddito, spazio affettivo.

Antonio: Ecco perché questo libro interessa anche un agronomo.

La pianta non esiste mai soltanto come pianta per l'essere umano.

Prendi un olivo del Salento.

Botanicamente possiamo descriverlo con estrema precisione. Possiamo misurarne circonferenza, chioma, stato fitosanitario, produttività, risposta allo stress idrico.

Ma quell'olivo può essere contemporaneamente molte altre cose.

Giovanni Giacomo Maria: Il ricordo del nonno.

Antonio: Il confine del podere.

Giovanni Giacomo Maria: Una rendita.

Antonio: Un elemento del paesaggio.

Giovanni Giacomo Maria: Un organismo malato.

Antonio: Un monumento.

Giovanni Giacomo Maria: Un costo.

Antonio: Un simbolo.

E nessuna di queste descrizioni, presa isolatamente, coincide con "l'olivo in sé". Sono differenti relazioni nelle quali quell'organismo entra con noi.


Giovanni Giacomo Maria: Quindi il fico degli Arvali ci sta dicendo qualcosa anche sull'agronomia?

Antonio: Secondo me sì, purché non attribuiamo a Lentano ciò che stiamo aggiungendo noi alla sua riflessione.

Come agronomi abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di conoscere i processi biologici. Ma proprio la precisione della nostra conoscenza può indurci qualche volta a credere che la descrizione scientifica esaurisca il fenomeno.

Non è così.

Giovanni Giacomo Maria: Perché?

Antonio: Perché la scienza può spiegarmi benissimo come quel fico sia nato sul tetto.

Può ricostruire dispersione del seme, germinazione, disponibilità idrica, substrato, tropismi, sviluppo radicale.

Ma non può stabilire da sola che cosa significhi quel fico per una comunità umana.

Per rispondere a questa seconda domanda occorrono storia, antropologia, religione, diritto, economia, memoria.

Giovanni Giacomo Maria: Quindi non dobbiamo scegliere tra scienza e cultura.

Antonio: Assolutamente no. Dobbiamo evitare di chiedere a una sola forma di conoscenza di esaurire tutte le altre.


Giovanni Giacomo Maria: Mi ha incuriosito anche quel "dio-o-dea".

Antonio: È magnifico.

Giovanni Giacomo Maria: Non sanno chi protegga esattamente quel luogo.

Antonio: E allora non rischiano di escludere nessuno. La formula consente di rivolgersi alla divinità pertinente anche senza conoscerne nome o sesso.

Pensa alla logica: potrebbe esserci una relazione che non conosco, dunque mi comporto in modo da non cancellarla soltanto perché non sono capace di nominarla.

Giovanni Giacomo Maria: Questa, trasportata con molta prudenza nel nostro mestiere, è quasi una lezione epistemologica.

Antonio: Lo penso anch'io.

Quando entriamo in un sistema naturale non conosciamo necessariamente tutte le relazioni che lo costituiscono.

Giovanni Giacomo Maria: Reti trofiche, micorrize, microbioma del suolo, interazioni pianta-insetto...

Antonio: Dinamiche idrologiche, connessioni ecologiche, effetti cumulativi.

La nostra ecologia scientifica descrive queste relazioni in termini completamente diversi da quelli degli Arvali, naturalmente. Ma resta interessante l'atteggiamento implicito: l'invisibilità di una relazione non equivale alla sua inesistenza.


Giovanni Giacomo Maria: E allora arrivo alla domanda che ti volevo fare dall'inizio. Se tu fossi stato l'agronomo degli Arvali nel 183 dopo Cristo, che cosa avresti consigliato?

Antonio: Avrei guardato il fico.

Giovanni Giacomo Maria: Questo lo immaginavo.

Antonio: Avrei toccato le foglie. Guardato dove entravano le radici. Cercato di capire da quale fessura fosse cominciato tutto.

Poi probabilmente avrei detto: "Questo fico va tolto, perché finirà per danneggiare il tempio".

Giovanni Giacomo Maria: E loro avrebbero preparato i sacrifici.

Antonio: E io, se fossi stato davvero un uomo del 183 e non Antonio Bruno catapultato lì dal XXI secolo, probabilmente avrei ritenuto perfettamente ragionevole che lo facessero.

Giovanni Giacomo Maria: Questo è il passaggio difficile.

Antonio: È il più difficile di tutti: capire che noi non possediamo uno sguardo neutrale sul mondo.

Anche noi siamo storici.

Anche le nostre evidenze sono formulate dentro una cultura.

Questo non significa affatto che la fotosintesi sia un'opinione o che la fisiologia vegetale sia equivalente alla religione romana. Significa distinguere i piani senza confonderli.


Giovanni Giacomo Maria: Quindi alla fine il protagonista del prologo non è veramente il fico.

Antonio: No.

Giovanni Giacomo Maria: Sono gli uomini che stanno intorno al fico.

Antonio: Ancora di più: è la relazione che quegli uomini costruiscono con il fico e con il mondo nel quale esso è apparso.

Il fico biologicamente germoglia.

Ma culturalmente accade.

Ed è un'altra cosa.

Giovanni Giacomo Maria: Noi diremmo: "È cresciuta una pianta sul tempio".

Antonio: Gli Arvali sembrano dire: "È accaduto qualcosa nel nostro rapporto con il luogo sacro e dobbiamo rispondere correttamente".


Giovanni Giacomo Maria: Mi viene allora da pensare che il titolo del libro sia molto preciso: Il senso degli antichi per la natura. Non "la natura secondo gli antichi".

Antonio: Esattamente. "Il senso" obbliga a interrogare una sensibilità, un modo di distinguere, ordinare e abitare ciò che noi chiamiamo natura.

E forse è questa la domanda che mi accompagnerà mentre continuerò il libro.

Giovanni Giacomo Maria: Quale?

Antonio: Quando io, dottore agronomo del XXI secolo, guardo una pianta, che cosa vedo?

Giovanni Giacomo Maria: Una specie.

Antonio: Certamente.

Giovanni Giacomo Maria: Un organismo.

Antonio: Certamente.

Giovanni Giacomo Maria: Una componente dell'ecosistema.

Antonio: Anche.

Ma vedo soltanto questo?

Perché dopo tanti anni trascorsi fra agricoltura, territorio, acque, bonifica e paesaggio, quel piccolo fico nato quasi duemila anni fa sul tetto del santuario di dea Dia mi pone una domanda che considero profondamente agronomica:

quante relazioni attraversano una pianta mentre io credo semplicemente di star guardando una pianta?

Giovanni Giacomo Maria rimane per qualche secondo in silenzio.

Giovanni Giacomo Maria: E il fico?

Antonio: Il fico fu tagliato.

Giovanni Giacomo Maria: Tutto qui?

Antonio: No. È proprio questo il punto.

Il fico fu tagliato quasi duemila anni fa.

Ma gli uomini sentirono tanto importante il modo in cui lo avevano tagliato da inciderlo nella pietra.

La pianta è scomparsa.

La relazione è arrivata fino a noi.

E adesso, Giovanni Giacomo Maria, possiamo incominciare a leggere il libro.