domenica 31 gennaio 2021

Sinapis arvensis L. subsp. arvensis “i Greci li chiamavano sinàpi e noi?”



Il nome generico era già usato dagli antichi Greci ('sinápi'), ma è forse di origine egiziana o indiana; il nome specifico in latino significa 'dei campi arati'. Forma biologica: terofita scaposa. Periodo di fioritura: aprile-luglio. (Portale della Flora d'Italia)



nome dialettale: sanapùddhu a Nardò, rapèsta a Calimera, Cutrofiano, Galatone, Galatina, Poggiardo, Seclì, Vernole e Veglie; rapìsta ad Aradeo, Bagnolo e Sogliano; lapìstra a Castro e Squinzano; laprìsta a Calimera e Parabita.(  Armando Polito 2012)



“Sanàpi.” - “No sanapìddi.” - “None, sanapùddhi”, laddove il suffisso –ddhi leggasi più o meno -ggi. (Tommaso Esposito)



Le Senapi - Famiglia: Brassicacee – Crucifere Sinapis alba, Sinapis arvensis, Sinapis pubescens, Brassica nigra, Brassica campestris, Brassica juncea, Brassica napus - Il titolo al plurale è dovuto alla necessità di mettere assieme tante varietà simili, dato che la raccolta delle erbe spontanee dette senape attinge a numerose piante diverse. (Angelo Passalacqua)



E’ una pianta a crescita spontanea appartenente alle «crocifere» ed è originaria dell'Asia. Coltivata in India per la prima volta nel 3000 a.C. e poi esportata come spezia pregiata in Occidente, Era già nota ai Greci e ai Romani, i quali utilizzavano i semi pestati come condimento da cospargere sui cibi, in modo da esaltarne il gusto o renderne il sapore più gradevole. Nell'antichità la senape nera è stata ben nota soprattutto per le proprietà farmaceutiche, infatti, veniva adoperata per realizzare degli impiastri o dei cataplasmi da applicare su malati aventi bronchite, l'azione revulsiva che ne consegue se applicata sulla pelle e sugli organi malati, attiva la circolazione del sangue. (fonte Web)



La senape selvatica è una pianta annua a distribuzione originariamente mediterraneo-turanica ma oggi divenuta subcosmopolita e a volte invasiva nelle aree temperato-calde, presente in tutte le regioni d'Italia. La distribuzione regionale si estende su quasi tutto il territorio, dalle coste ai fondivalle del settore alpino. Cresce nei campi di cereali, negli incolti, in ambienti ruderali, lungo le strade, su suoli argillosi piuttosto ricchi in carbonati e composti azotati, subneutri, da piuttosto freschi a subaridi, dal livello del mare alla fascia montana inferiore.

I semi, che possono essere usati nella preparazione della senape, contengono molti principi attivi tra cui il glicoside sinalbina, che per azione di enzimi libera un alcaloide, la sinapina, al quale si deve il sapore piccante; i getti giovani possono essere cucinati come i broccoli, di cui ricordano anche il sapore.  (Fonte / Source: Portale della Flora d'Italia / Portal to the Flora of Italy)






sabato 30 gennaio 2021

Bacini di Ugento

 

la storia

di Laura Cicerello




 

     La Penisola Salentina, ricca di sole e tormentata dal vento,coperta di ulivi e di viti, con una storia antichissima, forse la più antica d’Italia, è una delle aree più suggestive della Puglia. Particolare fascino riveste la zona dei Bacini di Ugento, situata nel Basso Salento, a ridosso dello Ionio, nel territorio di Ugento e Salve. Molte volte ci siamo trovati, noi dei paesi limitrofi, a percorrere questi posti per passeggiate furtive, piacevoli pic-nic e divertenti nuotate senza considerare la storia, il valore, le problematiche ambientali che essi nascondono.

Oggi i Bacini di Ugento sono un sistema di canali e bacini di raccolta di acque, realizzato nel secolo scorso, della lunghezza di 8 km e con una profondità da 0,50 a 1,50 metri, che si distendono tra Torre S. Giovanni e Torre Pali, ma un tempo era un ambiente selvaggio e incoltivabile, sommerso da acque putride e maledeodoranti. L’aspetto particolare della zona, posta sotto il livello del mare e la sua litologia, argillosa e impermeabile, ne facevano un bacino di raccolta delle acque piovane, provenienti dall’entroterra, mentre la presenza di cordoni di dune ne impedivano lo sbocco in mare predisponendole ad un facile impaludamento.

La formazione di paludi si fa risalire al Medioevo quando la zona, per le incursione saracene, fu abbandonata e, come conseguenza, vi proliferò la malaria impedendo la coltivazione dei campi, oltre a causare la morte dei contadini. Si presentava, pertanto, la necessità di prosciugare il territorio cercando di drenare le acque dalle paludi verso il mare.

A metà del 1700  il governo borbonico di Carlo III affrontò il problema, creando l’apertura di un canale di deflusso che permetteva lo scarico in mare delle acque delle paludi situate tra la masseria Mammalie e Torre S.Giovanni. Durante il 1800 furono elaborati dalle amministrazioni civiche diversi materiali, ma solo documentali, per la bonifica della zona e nel 1855 fu emanato, dal ministro borbonico Morena, un Regio Decreto che rappresenta il primo vero provvedimento per la sua sanificazione, ma rimase anch’esso inattuato.

Nel 1867 fu inviata alle Opere di Bonifica di Bari una delibera del Comune di Ugento che richiedeva la costruzione di una strada tra il medesimo comune e la marina di S. Giovanni per facilitarne il collegamento. Negli anni successivi si succedettero vari progetti ( degli ingegneri Lopez Michele di Bari, Pasini di Ruffano, Fazzi-D’Ercole-Bernardini di Lecce) che proponevano diversi sistemi di bonifica: l' essiccamento per canali, la colmata naturale e artificiale, il drenaggio, un impianto di idrovore, ecc., ma rimasero solo nella fase progettuale per problemi logistici ed economici.

Un significativo progresso della bonifica ugentina si ebbe nel 1934, col progetto Biasco, che darà avvio alla sistemazione idraulica e al miglioramento socio-economico del comprensorio, reso possibile anche dalla costituzione, nel 1927, del Consorzio di Bonifica Mammalie-Rottacapozza-Pali (diventato nel 1958 Ugento e Li Foggi). I progettisti del Consorzio adottarono il principio dei canali a marea; in mezzo alle diverse zone delle paludi costruirono dei bacini in cui venivano convogliate le acque, collegati tra di loro con canali di cui due, agli estremi del sistema (Torre S. Giovanni e Punta Macolone), sfociavano in mare. Questi due canali avevano la funzione, durante le basse maree, di far defluire le acque putride e, con le alte maree, di far entrare acqua marina salubre; in tal modo veniva ad essere alterato l’habitat che permetteva lo sviluppo delle larve delle zanzare, vettori della malaria.

Le prime paludi ad essere risanate furono la Ulmo, la Bianca e la Suddenna, e via via negli anni furono bonificate le paludi Pali e altri bacini, con relativi canali, furono costruiti nelle paludi Spunderati e Rottacapozza. Negli anni ottanta e novanta furono costruite, attorno al reticolo idrografico, delle strade di servizio per una più facile pulizia dello stesso.

         Attualmente il sistema comprende i seguenti bacini con i relativi canali di collegamento: Suddenna, Bianca, Ulmo, Rottacapozza nord, Rottacapozza sud, Spunderati nord, Spunderati sud e Torre Pali. Per la loro riqualificazione  il Consorzio di Bonifica Ugento e Li Foggi ha elaborato uno studio che prevede, anche col sostegno economico della CEE, oltre a interventi di salvaguardia ambientale, la realizzazione di piste ciclabili, pontili per canoe, impianti di pesca sportiva e di un ecomuseo della bonifica.                                                                                                            

Fonte: http://old.bottazzi.gov.it/ipertesto/storia/la_storia.html 

Intervento di Antonio Bruno nel Forum dell’ODAF Lecce del 29 dicembre 2020

 

Intervento di Antonio Bruno nel Forum dell’ODAF Lecce del 29 dicembre 2020


Gli organismi viventi nascono, di norma, in un ambiente già dato. Ambiente nel quale devono semplicemente trovare l’adattamento ottimale. Ma gli stessi organismi, nel corso del tempo, interagiscono con l’ambiente che propone istante dopo istante, delle perturbazioni che determinano nell’organismo una trasformazione ed un adattamento. E questo adattamento agisce a sua volta sull’ambiente che a sua volta di trasforma. Tutto questo fa dire che gli organismi, istante dopo istante, imparano a sviluppare una strategia di sopravvivenza inedita.

Il Mondo cambia e gli organismi viventi cambiano, cambiando il Mondo attorno a sé, e in alcuni casi rendendolo migliore anche per gli altri.

Un esempio è il castoro. Il castoro costruisce la propria diga e così facendo modifica l’habitat che lo circonda, creando le condizioni che consentono ad altre specie di vivere. Nel linguaggio tecnico diciamo che il castoro è un costruttore di nicchie.

Nella condizione attuale del Salento leccese, potremmo sostenere che i proprietari del Paesaggio Rurale del Salento leccese dovrebbero essere come il castoro. Dovrebbero costruire nicchie.

Se fino ad oggi i proprietari del Paesaggio Rurale del Salento leccese erano visti come complemento utile ma non necessario, leggerlo attraverso la metafora del castoro permette di comprendere la sua capacità generativa per l’intero ambiente che ci circonda.

Dal Settecento a oggi, ogni qual volta si è realizzata una rivoluzione industriale questa ha determinato il passaggio di lavoratori e di coloro che operavano in un certo settore ad un altro settore.

La prima rivoluzione industriale ha spinto alla fuoriuscita di forza lavoro dall’agricoltura alle fabbriche. Il sovrappiù generato dalla rivoluzione industriale è andato così a creare il secondario, ossia il settore industriale.

La seconda rivoluzione industriale, agli inizi del Novecento, ha invece creato il settore dei servizi, il terziario.

Oggi viviamo nel tempo di una nuova rivoluzione industriale e dobbiamo chiederci dove finirà il sovrappiù sia di lavoro sia di produttività che le nuove tecnologie del digitale e dell’intelligenza artificiale stanno per determinare.

Dobbiamo chiederci dove andremo ad allocare questo sovrappiù di forza lavoro e di produttività.

C’è chi avanza una prospettiva di neoconsumismo: si dovrebbe spingere affinché questo sovrappiù diventi un volano per la domanda pagante, con lo svantaggio di deumanizzare la società. Ci basta? Non credo proprio. C’è infatti un’altra prospettiva che fa entrare in gioco il Paesaggio Rurale, pensato come luogo che genera valore sociale nella forma di beni ambientali e del cibo.

Proprio perché le nuove tecnologie consentono un avanzamento rispetto ai bisogni elementari, dobbiamo usare questi avanzamenti per aumentare la fruibilità di beni ambientali e del bene cibo.

Beni di cui c’è un bisogno estremo. Ma per far questo torniamo al punto di partenza e la domanda è: è opportuno che nel Salento leccese agisca un soggetto capace di innovazione ambientale ed alimentare?

E se come penso la risposta dei Dottori Agronomi è affermativa la seconda domanda da farsi è: il soggetto di cui si tratta può essere l’insieme dei proprietari del Paesaggio Rurale del Salento leccese?

Dai miei studi e dall’evidenza dei fatti la mia risposta non può essere che negativa e di seguito tento di spiegare le regioni della loro esclusione.

Gli imprenditori agricoli iscritti alla camera di Commercio di Lecce sono circa novemila e solo mille di questi sono vere e proprie aziende che producono per il mercato.

L’azione di questa Aziende agricole incide sul 20 o al massimo 30 per cento dei 200mila ettari della Provincia di Lecce quindi su 40mila o al massimo 60 mila ettari. Ed i restanti 140mila ettari?

Come sappiamo tutti questi fondi sono abbandonati perché i proprietari hanno un’età che sfiora gli 80 anni oltre che per la dimensione della proprietà che per il 60% non raggiunge l’ettaro e che nella stragrande maggioranza non supera i due ettari e mezzo.

C’è chi afferma che la strada da perseguire per questi ultimi dovrebbe essere la cooperazione. Francamente non credo che persone che sfiorano gli ottant’anni abbiano tra le loro priorità quelle di costituire cooperative agricole.

Allora bisogna pensare in prospettiva. E soprattutto dobbiamo cominciare a immaginare un Paesaggio Rurale che dia prosperità. 

La prosperità deve essere inclusiva e di conseguenza non deve escludere. E proprio le sfide della “Prosperità inclusiva” aprono quella dei beni comuni, che comprende i digital commons, le piattaforme, le infrastrutture e le reti.

Mi chiedo e chiedo ai colleghi: e se cominciassimo a pensare il Paesaggio Rurale del Salento leccese nella sua qualità di bene comune?

Ecco vi propongo di farlo, facciamo questo gioco, ovvero pensiamo per un istante che il nostro Paesaggio Rurale non è più proprietà di alcuni privati ma diventa un bene comune ovvero proprietà della Comunità. E’ chiaro che subito vengono fuori delle domande.

Quale tipo di governance vogliamo dare a questi nuovi beni comuni?

A tal riguardo, voglio fare riferimento alla Commissione sulla Giustizia Economica ha diffuso un discussion paper titolato The Digital Commonwealth. È un documento significativo, ma anche rivelatore.

Rivela che tutti avvertiamo l’esigenza di una governance per i digital commons, ma su quale debba essere il modello di governance per gestire i digital commons c’è ancora molta incertezza.

La mia proposta è che, su questo fronte, proprio i cittadini del Salento leccese e le loro associazioni dovrebbero buttarsi a capofitto, occupandosi della definizione di questa governance.

Un’altra area di costruzione di nicchia riguarda le intelligenze artificiali. L’intelligenza artificiale, oggi, o è sviluppata in una modalità market driven o in una modalità state driven: o è guidata dalla logica del profitto o da una logica statale (il modello cinese, per intenderci).

Per quanto riguarda il Paesaggio rurale secondo me la logica del profitto che è stata applicata in tutti questi decenni non ha funzionato. Basta fare una passeggiata nel nostro territorio per accorgercene.

Ciò che propongo per il Paesaggio rurale del Salento leccese è una modalità state driven in analogia a quanto fatto con la Riforma Fondiaria degli anni 50 del secolo scorso costituendo per Legge Regionale un Ente specifico per la gestione dell’agricoltura del Salento Leccese.

Intervento di Antonio Bruno al Forum dell’Odaf Lecce del 16 gennaio 2021

 

Intervento di Antonio Bruno al Forum dell’Odaf Lecce del 16 gennaio 2021


Il territorio del Salento leccese vive il dramma dell’abbandono conseguenza della frustrazione degli imprenditori rimasti, costretti a trasformarsi in commercianti perché oggi tutti vogliono vendere e nessuno vuole più produrre.

La riforma agraria del 1950 si fece espropriando le proprietà superiori ai 300 ettari (2.800 proprietari su 700mila ettari) con l’ottenimento di 120mila intestatari di poderi e quote. Trent’anni dopo i dati ci informano che i cittadini che uscirono dal bracciantato per accedere alla proprietà contadina furono 80 mila.

La riforma 2021 che propongo non prevede l’esproprio ma l’associazionismo obbligatorio di medi proprietari assenteisti e di piccoli proprietari di fazzoletti di terra anziani.

È del tutto evidente che si deve prevedere un incentivo perché queste famiglie accettino di buon grado la perdita di fatto della disponibilità del bene.  Il primo passo quindi è individuarlo e calcolarne il costo.

Poi bisogna elaborare un business plan del consorzio per stabilire la capacità imprenditoriale che lo stesso avrà nello gestire economicamente la grande azienda che si verrebbe a costituire. Ciò è indispensabile perché in assenza di questa capacità anche il consorzio prima o poi lascerebbe incolte queste terre e non avremmo ottenuto invece la prospettiva di sviluppo che tutti speriamo.

E’ mia opinione che il punto di partenza per una nuova “Riforma Fondiaria” dovrebbe essere la consapevolezza che il Paesaggio rurale è produttore di Servizi ecosistemici per tutta la collettività e che la globalizzazione, per gli inferiori costi di produzione dei paesi nostri concorrenti, rende non concorrenziale e fuori mercato la produzione di cibo in Italia ad eccezione di brand di nicchia che, ad oggi, sono detenuti da grandi Imprese di trasformazione.

Inoltre la stragrande maggioranza dei proprietari del paesaggio rurale del Salento leccese, hanno i loro figli, che dovrebbero essere le nuove generazioni in grado di sostituirli, collocati in settori diversi da quello primario. La conseguenza di ciò e che oggi, ad occuparsi del Paesaggio rurale, sono ancora le vecchie generazioni ovvero cittadini che oramai hanno 80 anni a cui noi gli auguriamo di potersene ancora occupare per molti anni, ma siccome sappiamo che la vita umana non è eterna, la deriva non potrà che spiaggiare in un abbandono del Paesaggio rurale senza alternative produttive.

Inoltre si deve prendere atto che il sostegno economico dell’Unione Europea degli ultimi sessant’anni non ha prodotto occupazione in agricoltura. Le cause sono da attribuirsi agli Imprenditori a titolo principale che non investono più, perché ormai rassegnati a subire la concorrenza dei Paesi dell’Africa Mediterranea che li vede disperatamente soccombenti. Invece i piccoli proprietari per la loro età non hanno tra le priorità la creazione di grandissime società multinazionali che potrebbero, a quel punto, affrontare la concorrenza mondiale.

C’è anche da tener conto del fenomeno del riscaldamento globale e della necessità di produrre cibo senza sottrarre altri territori alle foreste. Non mi diffondo in questo tema perché a tutti noto.

La mia proposta è la costituzione di un Consorzio Obbligatorio che sia un Ente di diritto pubblico economico, che desidero sia oggetto di conversazione per un progetto Comune, cioè del Paesaggio gestito direttamente dall’Ente Pubblico.

Prendendo atto che le politiche della Pac non hanno avuto effetto per le ragioni esposte, per ovviare all’abbandono non resta che la gestione diretta attraverso Enti pubblici o di diritto pubblico economico. Osservo inoltre che se in questi sessant’anni gli imprenditori agricoli a titolo principale non hanno aumentato gli occupati nel settore primario, invece la soluzione che propongo, avrebbe come conseguenza un aumento dell’occupazione.

L’obiezione sulla circostanza che, l’Operatore Agricolo, che sia lo IAP oppure l’Ente Pubblico o di diritto pubblico economico, una volta che si confronti con il mercato avrebbe le stesse identiche difficoltà che hanno gli IAP oggi, può essere superata se abbandonassimo l’attuale impostazione che considera il cibo come COMMODITIES.

La mia proposta è considerare il cibo come DIRITTO e quindi di prevedere di affiancare alla produzione una logistica per la sua distribuzione ai cittadini italiani. Con questa impostazione di programmazione economica, unitamente ai servizi ecosistemici, il Paesaggio rurale entrerebbe a pieno titolo nei BENI COMUNI e, di conseguenza, come per i beni culturali, la sua tutela e salvaguardia entrerebbe tra i compiti dello Stato.

Inoltre c’è da tenere conto che i contratti associativi sono stati aboliti nel 1982 e non sono più stati ripristinati e che la Pac finanzia la rendita e non le attività di manutenzione del territorio.

Dalle mie riflessioni e dai contatti che ho preso, i contratti di mezzadria e quelli di colonia parziaria non sarebbero adeguati all’interesse dei nostri giovani. Per loro sarebbe preferibile un contratto di lavoro subordinato per favorire l’ingresso nel settore di personale che non proviene dal Mondo agricolo. La mia opinione deriva dalla circostanza che i figli dei proprietari 80enni del Paesaggio non hanno dimostrato sino ad oggi alcun interesse a tali contratti e, meno che mai hanno interesse gli IAP che, anche loro in maggioranza, preferirebbero transitare nel lavoro dipendente.

L’ipotesi è un’agricoltura parallela a quella delle imprese con attività produttive. Un consorzio obbligatorio – ente pubblico a cui devono aderire i proprietari assenteisti ed i piccoli proprietari di fazzoletti di terra anziani. Il consorzio deve pagare uno stipendio a tutti i lavoratori e deve provvedere alla manutenzione del paesaggio.

Tale opportunità può essere perseguita solo da chi non riesce più a condurre la sua azienda. La mia proposta nasce dalla presa d’atto delle circostanze che vedono le motivazioni nell’abbandono o la mancanza di sostenibilità ambientale ed economica. Invece per chi comunque desideri continuare nell’attività imprenditoriale potrà farlo.

Ci sarà ancora chi sceglierà di fare l’imprenditore agricolo? Perché dovrebbe farlo? Gli aiuti diretti della Pac in questi 25 anni hanno già demotivato ampiamente gli agricoltori deprimendo le loro capacità imprenditoriali. Se si offre loro di diventare dipendenti pubblici, sceglieranno sicuramente questa strada.

A questo punto la domanda che si pone è la seguente: dove l’Ente pubblico troverà le risorse per finanziare tale sistema?

La mia proposta è che i servizi ecosistemici resi dal Paesaggio rurale debbano essere oggetto di un contributo, siccome danno luogo a un beneficio a tutti i cittadini. Tale tassa dovrà essere versata o alla fiscalità generale e poi distribuita ai Consorzi o Enti pubblici, o riscossa attraverso l’emissione, da parte del Consorzio o Ente, di appositi ruoli a carico degli abitanti del territorio in funzione dei benefici ricevuti per abitante. Tali servizi, come noto dalla letteratura scientifica, sono calcolabili e tale redazione dell’ammontare del tributo per cittadino dovrà essere affidata all’Ente o Consorzio.

Inoltre il paesaggio rurale fornisce le commodities necessarie per l’alimentazione, la qual cosa verrà garantita dalla produzione e dalla logistica per la distribuzione.

Il personale del Consorzio obbligatorio o dell’Ente pubblico gestore del Paesaggio rurale, sarà remunerato attraverso le provviste rivenienti dalle rimesse dalla fiscalità generale o dall’incasso di ruoli da parte dell’Ente la cui somma è determinata attraverso il calcolo del ristoro per i servizi ecosistemici e per il riparto delle spese necessarie alla produzione e distribuzione della quantità di commodities consegnate.

Si potrebbe prendere come modello il Sistema Sanitario Nazionale o anche quello scolastico.

In conclusione la provvista dei prodotti agricoli per i cittadini viene garantita a tutti dall’Ente pubblico. Ciò non esclude le produzioni agricole da parte di imprenditori privati.

Siccome lo Stato, come per l’istruzione, e per la sanità, garantisce il diritto al cibo, l’acquisto dei prodotti dei privati dovrà essere a totale carico dei cittadini. Non sottovaluterei la possibilità dei produttori privati di essere presenti nei mercati esteri con il brand Made in Italy che dovrebbe essere interdetto alla produzione pubblica. Inoltre per la funzione sociale degli imprenditori privati che danno lavoro ai cittadini, così come accade per le scuole private, lo Stato riconosce il diritto al ristoro dei servizi ecosistemici e potrebbe riconoscere dei contributi a fondo perduto o dei finanziamenti a tasso agevolato.

La mia è una bozza di discussione aperta al contributo di tutti i colleghi.

Faccio presente ancora una volta che tale proposta nasce dalla consapevolezza che gli imprenditori agricoli professionali del territorio del Salento leccese, hanno dichiarato di non essere in grado di gestire il paesaggio rurale frammentato oltre al che per la loro denuncia quotidiana attraverso tutti mezzi a loro disposizione, dell’insostenibilità economica della loro impresa al punto di preferirle un lavoro subordinato.

venerdì 29 gennaio 2021

Le forti pressioni di abbandono nella dinamica del paesaggio rurale delle province di Brindisi e Lecce dal 1971 al 2001

Le forti pressioni di abbandono nella dinamica del paesaggio rurale delle province di Brindisi e Lecce dal 1971 al 2001

di Antonio Bruno

Rifiuti abbandonati nella campagna della Citta di Lecce 22 gennaio 2021 foto del Dott. Agr. Fabio Ippolito
Nella foto rifiuti abbandonati nella campagna della Città di Lecce il 22 gennaio 2021 foto Dott. Agr. Fabio Ippolito

La struttura dell’agricoltura italiana ha subito dei notevoli cambiamenti evidenziati soprattutto dall’evoluzione storica del numero delle imprese agricole e la loro distribuzione per classi di ampiezza. Il dato più evidente dell’analisi intercensuaria, riferendosi alle rilevazioni ISTAT effettuate a cadenza decennale dal 1961 al 2010, è la considerevole riduzione nel numero delle aziende agricole e della superficie agricola utilizzata (SAU) (Spinelli e Fanfani 2012).

Questa è una tendenza che continua con regolarità da almeno 50 anni, prodotta dalla progressiva sostituzione di suolo agricolo a favore di altri usi produttivi o abitativi e dall’abbandono delle superfici marginali.

Tale andamento è riscontrabile anche per la struttura territoriale delle Province di Brindisi e Lecce. Infatti facendo riferimento ai Censimenti generali dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) per gli anni 1971, 1981, 1991 e 2001, possiamo osservare anche per tali province tale riduzione.

Il fattore che ha maggiormente influito sull’aumento delle aree antropizzate a discapito della superficie agricola può essere ricondotto principalmente al differenziale reddituale tra l’agricoltura e gli altri settori produttivi. Tali differenziali hanno influenzato la definizione degli obiettivi degli strumenti di pianificazione territoriale, orientando i decisori pubblici verso politiche che hanno favorito un’espansione delle aree antropizzate (Agostini 2014).

L’antropizzazione del territorio come causa della riduzione di SAU non è un fenomeno prettamente italiano, ma è diffuso in tutta Europa. Infatti, il land use substitution tra la superficie agricola e le aree urbanizzate, tra il 1990 e il 2000, ha riguardato il 6% della superficie totale europea e un ulteriore 3% dal 2000 al 2006.

In particolare, tale fenomeno si è verificato principalmente oltre che in Italia, in Spagna, Irlanda e Olanda (Jones et al. 2012). Il fattore terra è il fattore produttivo principale dell’agricoltura. Tuttavia il suo uso ha anche un’importanza fondamentale per quanto riguarda la sostenibilità ambientale di un territorio. È necessario quindi ottimizzare il rapporto tra superficie urbana e superficie agricola, mantenendo un giusto equilibrio (Setälä et al. 2014; Russo 2013), per garantire anche le funzioni ambientali dell’uso del suolo.

Di seguito propongo una mia rielaborazione dei dati del laboratorio di Ecologia del Paesaggio, DiSTeBA, dell’Università degli Studi del Salento

Struttura demografica e produttiva e Superficie Agricola Totale SAT e ripartizione colturale

Considerando la dinamica dell’impiego nei tre principali settori economici nel periodo 1971 – 2001, emerge chiaramente un riassetto dell’organizzazione produttiva che sottrae addetti in agricoltura verso il settore dei servizi con una stasi del settore industriale.

Il calo degli addetti del settore primario si associa ad una riduzione di circa un quarto della Superficie Agricola Totale SAT nelle province che passa da Ettari 390.091 nel 1971 a Ettari 287.551 nel 2001.

Variazione della Superficie Agricola Totale SAT

Anno 1971

Anno 2001

Differenza

Ettari

390.091,00

287.551,00

102.540,00

 

Nei trent’anni considerati si registra una riorganizzazione delle terre produttive che privilegia il consolidamento degli oliveti e dei seminativi ed una sensibile riduzione della vite e dei prati foraggere.

Il paesaggio si dimostra fortemente determinato da una matrice agricola con un’incidenza comunale media della SAT che passa dal 87.62% del 1971 al 65.33% del 2001 anche se le variazioni non sono uniformi nei diversi comuni. In particolare per diversi comuni è evidente il fenomeno della “dispersione fondiaria” che si riscontra quando l’estensione della SAT è superiore alla superficie dell’unità amministrativa, indice di delocalizzazione dei terreni agricoli delle diverse aziende in comuni limitrofi.

Comparti agricoli (oliveto, vigneto, seminativo)

Comparto produttivo olivicolo

L’incidenza percentuale media sulla SAT del comparto produttivo olivicolo per comune passa dal 39.6% del 1971 al 52.26% del 2001. Tale aumento percentuale vede comunque una diminuzione in valore assoluto anche della superficie olivicola come si può evincere dal quadro sinottico che segue:

 

SAT

Olivicoltura

% sulla SAT

Anno 1971

390.091,00

154.476,04

39,6%

Anno 2001

287.551,00

150.274,15

52,2%

differenza

4.201,88

 

Come è evidente vi è una diminuzione di ettari 4.201,88 pari a 2,8% in meno rispetto al 1971

Il comparto olivicolo ha avuto una lieve flessione ovvero del 2,8% rispetto a quella della SAT che si attesta a un meno 26% perché in quegli anni ha beneficiato direttamente del sostegno della Politica Agricola Comunitaria (PAC) mediante aiuti proporzionali alla quantità di olive prodotte che hanno portato ad adottare forme di agricoltura estensiva con l’impiego di diserbanti chimici con conseguente perdita della diversità floristica ma anche di quella faunistica.

Comparto produttivo dei seminativi

L’incidenza percentuale media sulla SAT per comune nel comparto produttivo dei seminativi mostra una riduzione passando dal 32.9% del 1971 al 30.5% del 2001

 

SAT

Seminativi

% sulla SAT

Anno 1971

390.091,00

128.339,94

32,9

Anno 2001

287.551,00

87.703,06

30,5

differenza

 

40.636,88

 

 

Come è evidente vi è una diminuzione di ettari 40.636,88 pari a 31,7% in meno rispetto al 1971

Il comparto produttivo dei seminativi ha avuto una forte flessione ovvero del 31,7% maggiore a quella della SAT che si attesta a un meno 26% nonostante in quegli anni abbia beneficiato direttamente del sostegno della Politica Agricola Comunitaria (PAC) come nel caso dei cereali, del tabacco e di alcune coltivazioni come soia e girasole.

Comparto produttivo della vite

L’incidenza percentuale media sulla SAT per comune nel comparto produttivo della vite mostra una riduzione passando dal 14,2% del 1971 al 6,9% del 2001

 

 

SAT

Vigneti

% sulla SAT

Anno 1971

390.091,00

55.392,92

14,2

Anno 2001

287.551,00

19.841,02

6,9

differenza

 

35.551,90

 

Come è evidente vi è una diminuzione di ettari 35.551,9 pari al 64 % in meno rispetto al 1971

Il comparto produttivo della vite ha avuto una forte flessione ovvero del 64% maggiore a quella della SAT che si attesta a un meno 26%.

I comuni che hanno conservato una forte vocazione viticola sono quelli dislocati nella parte meridionale della provincia di Brindisi, al confine con quella di Lecce ed a una zona centro occidentale sempre della provincia di Lecce dove la vite rimane relegata in un’area specializzata per via della presenza di terreni particolarmente idonei ad ospitarla.

Il drastico decremento è da imputare all’applicazione massiccia del meccanismo di set-aside proposto e sovvenzionato dalla Comunità Europea per ridurre i surplus produttivi, che fra la fine degli anni ottanta e la fine degli anni novanta, ha notevolmente ridimensionato il patrimonio vitato nazionale ed in particolare nel Salento favorendo la conversione dei terreni ad altro uso.

 

Comparto produttivo prati – pascoli

L’incidenza percentuale media sulla SAT per comune nel comparto produttivo prati pascoli mostra una riduzione passando dal 5,2% del 1971 al 1,6% del 2001

 

SAT

Prati -pascoli

% sulla SAT

Anno 1971

390.091,00

20.284,73

5,2

Anno 2001

287.551,00

4.600,82

1,6

differenza

 

15.683,92

 

 

 

 

 

 

Come è evidente vi è una diminuzione di ettari 15.683,92 pari al 77 % in meno rispetto al 1971

Il comparto produttivo dei seminativi ha avuto una forte flessione ovvero del 77 % maggiore a quella della SAT che si attesta a un meno 26%.

Dal punto di vista ecologico il comparto prati pascoli risulta strategico ai fini della conservazione di buona parte della diversità biologica sia floristica (ad esempio orchidee) che faunistica (ad esempio rapaci migratori) nel Salento.

La possibile causa di questo fenomeno è riconducibile all’effetto negativo della politica comunitaria che ha favorito la conversione in oliveto.

Conclusioni

I dati mostrano come la superficie agricola totale sia diminuita ed invece quella delle aree antropizzate è aumentata dal 1950 al 2001. Tale andamento è confermato anche per gli anni seguenti.

La consapevolezza di questa dinamica dell’abbandono del territorio pone il problema di due caratteristiche del settore primario ovvero quelle produttive dell’agricoltura e i grandi temi ambientali. Tutto ciò si evidenzia soprattutto nel Salento che sta vivendo la distruzione del comparto olivicolo ad opera della fitopatia Xylella fastidiosa Wells, Raju et al., 1986 e per questo è soggetto a forti pressioni di abbandono. Queste emergenze si ricollegano strettamente con le tematiche della gestione del territorio, l’uso delle risorse suolo e acqua in particolare e la salvaguardia del paesaggio.

È necessario ed urgente una decisione della nostra Comunità tesa a ricondurre a unitarietà lo svolgimento delle funzioni produttiva, sociale ed ambientale dell’Agricoltura del Salento.

Questo è il problema dei problemi che non può essere affrontato dalle aziende agricole che risultano inadeguate a rispondere alle esigenze della Comunità salentina del futuro. Ed è per questo che, più volte e in tutte le sedi in cui mi è stata data la possibilità, ho formulato la proposta che, ad occuparsi di tutto questo debba essere un Ente pubblico gestore del paesaggio che dovrebbe attuare tale progetto, stringendo un’alleanza con la Comunità dei cittadini per perseguire modelli virtuosi di produzione e di distribuzione, capaci di accorciare le distanze tra il cittadino stesso e la campagna che risulta essere il luogo, dove il consumo del cibo si fa “responsabile”.

 

Bibliografia

Censimenti generali dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) per gli anni 1971, 1981, 1991 e 2001

Dinamica storica del paesaggio agricolo nelle province di Brindisi e Lecce attraverso dati censuari Nicola Zaccarelli, Cecilia Del Giudice, Maria Rita Pasimeni, Irene Petrosillo, Giovanni Zurlini - Laboratorio di Ecologia del Paesaggio, DiSTeBA, Università degli Studi del Salento, Ecotekne, Prov.le Lecce-Monteroni, Lecce 73100, Italia