Quello che mi è piaciuto de “Resilienza la ricerca Xylella
parla al pubblico” Matino 19 e 20 settembre 2019
Queste giornate in cui ho ascoltato le relazioni dei
ricercatori che si occupano di Xylella mi hanno lasciato un pensiero che continua
a girarmi nella testa e che me la fa grattare al punto da costringermi a
scrivere quello che segue.
Ho riflettuto sulla circostanza che i diversi cloni di leccino
e la varietà FS17 riescano a vivere nel Salento leccese, anche in presenza della
pressione fortissima di infezioni del batterio Xylella fastidiosa ad opera dei vettori “Philaenus spumarius”; “Neophilaenus
campestris” e “Philaenus italosignus”.
Le piante dei cloni di leccino hanno lo stesso inoculo
rispetto alle altre cultivar di olivo Ogliarola salentina e Cellina di Nardò che
sono tipiche del Salento leccese e che sono quasi totalmente secche se colpite
dall’infezione. Detti cloni della cultivar leccino, nonostante questa fortissima
pressione dell’infezione, riescono a vegetare e produrre senza avere grossi problemi.
Ciò che mi fa grattare la testa è la relazione di una
scienziata dell’Università del Salento. Specificamente sono rimasto fortemente suggestionato
da una relazione in particolare: "Differenze nel microbioma endofitico
della cv Leccino, resistente a Xylella fastidiosa, rispetto alla cv sensibile
Cellina di Nardò" tenuta da Marzia Vergine - Dipartimento di Scienze e
Tecnologie Biologiche e Ambientali, Università del Salento.
Io penso che il confronto tra i due macrobiomi endofitici e
quindi tra i due olobionti possa essere il punto di partenza per una soluzione “definitiva”
di questa fitopatia.
E’ mia opinione che attraverso lo studio quali -quantitativo
del macrobioma endofitico dei cloni di olivo leccino (che appunto ha al suo interno anche
Xylella) si potrebbe costituire, in ambiente controllato, tale
microbioma, per poi installarlo sulle altre varietà suscettibili a Xylella in maniera da ottenere un
olobionte (*) di Ogliorola salentina o Cellina di Nardò che, essendo in grado
di convivere con il batterio Xylella fastidiosa, permetterebbe alle stesse di
produrre olive (olobionte è l’organismo ospite e i suoi microrganismi simbionti
ovvero il suo microbiota Margulis 1991).
Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.
Antonio Bruno Ferro
(*) Il concetto di olobionte, per indicare l’organismo ospite
e i suoi microrganismi simbionti (il suo microbiota), introdotto da Margulis
nel 1991, ha assunto oggi un significato generale con il riconoscimento della
universale presenza di microrganismi variamente associati ad organismi eucarioti
pluricellulari, che ha portato ad indicare nell’olobionte e nel suo ologenoma
uno dei livelli fondamentali della selezione evolutiva.
Oltre ad essere stato un promotore dell’evoluzione delle
piante terrestri 700 milioni di anni fa (insieme ai funghi micorrizici), il
microbiota rappresenta un elemento costitutivo e determina salute e produttività
proprio delle piante.
Tutti i tessuti delle piante ospitano comunità microbiche
endofitiche che ne influenzano il funzionamento. Grazie ai progressi della
genomica e della metagenomica siamo adesso in grado di decifrare in grande
dettaglio i componenti delle comunità microbiche endofitiche e iniziare a comprenderne
il ruolo e le interazioni tra loro e con la pianta ospite. C’è ancora molto da
conoscere in questo campo, ma già adesso si apre la straordinaria prospettiva
di valorizzare il microbioma delle piante in agricoltura.
Comprendere e sfruttare i microrganismi per la coltivazione
delle piante è una parte rilevante dei rapidi sviluppi delle biotecnologie
agrarie.
I benefici potenzialmente apportati dai microrganismi del
microbiota vanno dalla difesa dai patogeni e dagli stress abiotici all’apporto
di elementi nutritivi, al contributo al metabolismo e alla crescita, alla
produzione di molecole di interesse biotecnologico.
Salve, anch'io ho potuto assistere al congresso tenutosi a Racale, non Matino. Ho ascoltato le varie presentazioni nelle quali si evidenziavano varie differenze tra le due cultivar come i vasi più stretti in Leccino e la complessa risposta allo stress che la pianta riceve ed elabora differentemente. Per cui non credo che il solo apporto di un microbioma di contrasto al batterio sia una soluzione unica, ma c'è un lato positivo: la ricerca su Xylella si sta impegnando su molti fronti ed è di particolare valore e rilievo internazionali
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