domenica 6 settembre 2026

Il Bosco del Belvedere: biografia ecologica di un paesaggio salentino

 


Il saggio che segue è un testo storico-ambientale con taglio agronomico, distinguendo i dati documentati dalle interpretazioni. Ho anche verificato un punto importante: le carte conservate dall’Archivio di Stato attestano effettivamente nel 1852 le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere assegnate a diversi comuni. (Archivio di Stato di Lecce)

Il Bosco del Belvedere: biografia ecologica di un paesaggio salentino

Dalla foresta alle colture, dagli olivi alla Xylella: che cosa significa davvero conservare un paesaggio?

di Antonio Bruno – Dottore in Scienze Agrarie – Esperto in diagnostica Urbana e Territoriale

Esistono carte geografiche che rappresentano semplicemente un territorio ed esistono carte che, osservate a distanza di tempo, finiscono per raccontare una trasformazione storica. La carta del Bosco del Belvedere del 1852 appartiene a questa seconda categoria.

La sua importanza non consiste soltanto nel permetterci di individuare l'estensione di un'antica superficie forestale del basso Salento. Quella carta registra materialmente il momento nel quale un territorio che per secoli era stato percepito, utilizzato e amministrato come un sistema relativamente unitario cominciava a essere trasformato in una somma di porzioni territoriali.

È, in altri termini, la fotografia di una soglia.

Da una parte c'è ancora il bosco; dall'altra si intravede già il paesaggio agrario che ne prenderà il posto.

Un'altra immagine del Salento

Quando oggi pensiamo al paesaggio storico del Salento, la nostra memoria corre quasi inevitabilmente agli olivi. Per generazioni il tronco contorto dell'olivo, i muretti a secco, la terra rossa e le masserie sono diventati gli elementi attraverso i quali il territorio salentino ha rappresentato se stesso.

Ma basta spostarsi indietro di qualche secolo perché questa immagine perda la sua apparente immutabilità.

Nel cuore del basso Salento esisteva infatti una vasta formazione forestale, il Bosco del Belvedere, indicata dalle fonti come una delle più importanti della Terra d'Otranto. Le ricostruzioni storiche e archeobotaniche descrivono un ambiente nel quale erano presenti differenti specie di querce e numerose altre essenze arboree e arbustive. Le fonti ricordano farnetto, roverella, leccio, olmi, castagni, frassini e carpini, inseriti in un mosaico comprendente anche aree umide, pascoli e macchie.

Non era dunque semplicemente un insieme di alberi.

Era un sistema ecologico.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato immaginarlo come una foresta moderna sottratta alla presenza dell'uomo. Il Belvedere era contemporaneamente un sistema economico e sociale. Nel bosco si esercitavano pascolo, caccia e raccolta; si ricavavano legname e carbone; alcune risorse forestali alimentavano attività artigianali e produttive.

Già nel XV secolo il legname del Belvedere risulta utilizzato per opere edilizie nel territorio leccese. Altre testimonianze ricordano allevamenti e utilizzazioni pastorali. Il viaggiatore svizzero Carlo Ulisse de Salis Marschlins, attraversando il territorio di Supersano nel 1789, descriveva nella foresta allevamenti equini, armenti e produzioni casearie.

Il bosco, dunque, produceva contemporaneamente natura e reddito.

Diremmo oggi che forniva servizi ecosistemici: produzione di biomassa, regolazione idrologica e microclimatica, habitat per la fauna, risorse alimentari, pascolo, materie prime e valori culturali.

La separazione moderna tra ambiente naturale e ambiente produttivo sarebbe probabilmente poco adatta a descriverlo.

1851-1852: quando il bosco diventa particella


La svolta fondamentale arriva nell'Ottocento.

Dopo una lunga controversia tra i principi Gallone di Tricase e le comunità che esercitavano diritti sul territorio, nel 1851 venne eseguita l'ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni interessati.

Giacomo Arditi ebbe direttamente a che fare con quelle operazioni: conosceva il Belvedere quando ancora conservava buona parte della propria consistenza e partecipò alle operazioni cartografiche e divisionali.

L'Archivio di Stato di Lecce conserva un'evidenza documentaria particolarmente significativa. Nell'inventario dei Demani comunali compaiono per il 1852 le piante topografiche delle quote del Bosco Belvedere spettanti, nella controversia con il principe di Tricase, a comuni come Scorrano, Spongano, Supersano e Surano, insieme agli atti successivi di censuazione e suddivisione.

È questo che rende straordinaria la carta del 1852.

Essa non rappresenta soltanto dove si trovava il bosco. Rappresenta il cambiamento del regime territoriale attraverso il quale quel bosco poteva essere trasformato.

Il territorio forestale, utilizzato attraverso un intreccio di proprietà, consuetudini e usi civici, veniva misurato, delimitato e ripartito.

La linea tracciata sulla carta non è quindi innocente.

Trasforma uno spazio ecologico continuo in unità amministrativamente distinguibili.

E quando il bosco diventa quota, la quota può diventare particella; la particella può essere assegnata, censita, dissodata, coltivata.

Non bisogna naturalmente immaginare un automatismo per cui la divisione giuridica produca immediatamente il disboscamento. Le trasformazioni territoriali hanno sempre cause molteplici: pressione demografica, valore crescente della terra agricola, mutamenti economici, esigenze produttive, tecniche di dissodamento e trasformazioni istituzionali.

Eppure la coincidenza cronologica è impressionante.

Trent'anni per cancellare un paesaggio plurisecolare

Nel 1852 la cartografia registra ancora il Bosco.

Poco più di venticinque anni dopo, Giacomo Arditi, nella sua Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto del 1879, ne descrive una realtà ormai profondamente trasformata. Quello che egli considerava forse il bosco più vasto e diversificato della provincia era ridotto, nelle sue componenti di arbustato e ceduo, a poche superfici verso Supersano, mentre grandi estensioni erano diventate macchia oppure terreni coltivati a fichi, vigne e cereali.

La rapidità del fenomeno è confermata dalle osservazioni di Cosimo De Giorgi.

Negli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento De Giorgi percorre il Salento proprio mentre la trasformazione è in atto. Non osserva quindi archeologicamente la scomparsa del Belvedere: assiste alla sua fase terminale.

Nel 1877 scrive con dolore delle grandi querce che vede cadere anno dopo anno sotto l'azione dei boscaioli. Attraversando successivamente quelle contrade, identifica una macchia verde scura come l'ultimo residuo del Belvedere, che giudica ormai distrutto per quattro quinti.

L'immagine più potente è forse quella delle querce superstiti che emergono sopra l'oliveto: monumenti vegetali isolati appartenenti a un paesaggio che non esiste più.

La successione temporale può dunque essere sintetizzata così:

1852 → il bosco viene ancora cartografato e suddiviso

1877-1879 → il disboscamento appare ormai avanzatissimo

1882 → De Giorgi osserva il Belvedere come paesaggio residuale

In circa una generazione avviene una trasformazione che modifica un sistema territoriale costruitosi nel corso di secoli, probabilmente di millenni.

Il paradosso dell'olivo

Qui la storia del Belvedere diventa particolarmente interessante per noi agronomi.

L'olivo è diventato nel Novecento uno dei simboli più potenti dell'identità salentina. Eppure, osservando la vicenda nella lunga durata, dobbiamo riconoscere un apparente paradosso:

anche il paesaggio dell'olivo è un paesaggio costruito dall'uomo.

In alcune aree gli oliveti che oggi consideriamo "storici" si svilupparono anche sopra territori che precedentemente avevano ospitato boschi, macchie o altri sistemi agrari.

De Giorgi vede ancora materialmente questa sovrapposizione: le ultime querce monumentali emergono dall'oliveto.

L'immagine è straordinaria perché nello stesso campo visivo compaiono due epoche ecologiche.

In alto sopravvivono le querce del Belvedere.

Sotto di esse avanza il nuovo paesaggio agrario.

Con il trascorrere delle generazioni, ciò che era nuovo diventa antico; ciò che aveva sostituito il paesaggio precedente diventa esso stesso tradizione.

Ed è precisamente qui che nasce una domanda fondamentale per ogni politica contemporanea del paesaggio:

quando diciamo di voler conservare il paesaggio, quale paesaggio vogliamo conservare?

Quello delle querce?

Quello degli olivi?

Quello dei vigneti?

Quello dei seminativi?

O il mosaico prodotto dalla loro successione?

Il paesaggio non è una fotografia

Il problema nasce dalla nostra tendenza a immaginare il paesaggio come qualcosa che possieda una forma autentica e definitiva.

Ma il paesaggio rurale è, per definizione, il risultato dell'interazione tra processi ecologici e azione umana.

Ogni generazione riceve un territorio già trasformato dalle generazioni precedenti e tende a considerarlo "naturale" o "tradizionale".

Gli olivi secolari sembravano eterni a chi è nato nel Salento del Novecento.

Ma le querce del Belvedere sarebbero sembrate altrettanto eterne a un abitante del Settecento.

Ciò significa che la tutela paesaggistica non può consistere semplicemente nel congelare una determinata fotografia storica.

Occorre chiedersi quali processi ecologici, produttivi e culturali desideriamo mantenere.

È la differenza fra conservare una forma e conservare il funzionamento di un territorio.

Dalle querce alla Xylella

Questa riflessione assume oggi un significato ancora maggiore.

A partire dal secondo decennio del XXI secolo, l'epidemia associata a Xylella fastidiosa subsp. pauca ha determinato nel Salento una nuova trasformazione di dimensione paesaggistica.

Gli oliveti che avevano sostituito, almeno in parte, precedenti sistemi vegetazionali sono stati a loro volta colpiti da un cambiamento rapidissimo.

Studi scientifici hanno mostrato che la perdita della copertura arborea degli oliveti non riguarda soltanto la produzione di olive. Essa modifica servizi ecosistemici, biodiversità, regolazione climatica, sequestro del carbonio e valore culturale del paesaggio.

Un'analisi basata su immagini satellitari ha evidenziato, per esempio, che la trasformazione degli oliveti colpiti modifica anche la temperatura superficiale del terreno. Altri studi hanno valutato una riduzione significativa dei servizi ecosistemici e delle componenti di biodiversità associate all'agroecosistema olivicolo.

La ricerca più recente sulla struttura del paesaggio post-Xylella evidenzia inoltre un passaggio, in diverse aree, dagli oliveti verso superfici erbacee e terreni non più caratterizzati dalla precedente copertura arborea.

Si sta producendo, quindi, sotto i nostri occhi un'altra transizione.

Un sorprendente ritorno delle querce?

La vicenda assume quasi una struttura circolare se consideriamo le prospettive oggi studiate per la rigenerazione.

La Regione Puglia ha avviato programmi specifici per la rigenerazione dei paesaggi colpiti dalla Xylella e la ricerca ecologica sta valutando differenti scenari futuri.

Nel 2026 una ricerca coordinata dall'Università del Salento ha analizzato anche scenari di riforestazione post-Xylella mediante specie forestali mediterranee. I risultati indicano che una riforestazione mirata con leccio può contribuire alla mitigazione delle temperature superficiali e alla ricostruzione delle funzioni ecologiche perdute.

Il dato è culturalmente affascinante.

Non significa che dovremmo trasformare nuovamente il Salento nel Bosco del Belvedere.

Significa però che, dopo circa centosettant'anni, la quercia ritorna nella discussione sul futuro del paesaggio dal quale era stata espulsa dall'espansione agricola.

La storia non torna indietro.

Ma talvolta produce risonanze sorprendenti.

1852 → 1880 → 1950 → 2013 → oggi

È per questo che sarebbe scientificamente interessante costruire una vera biografia ecologica del Bosco del Belvedere mediante GIS e telerilevamento.

La carta del 1852 potrebbe costituirne il primo strato.

Dopo opportuna scansione ad alta risoluzione, dovrebbe essere georeferenziata individuando punti territoriali ancora riconoscibili. Il perimetro del bosco e le quote comunali potrebbero quindi essere digitalizzati come layer vettoriali.

A questo primo livello potrebbero essere sovrapposte:

1852 – Carta della divisione del Bosco Belvedere

1870-1880 – ultime superfici forestali documentate da Arditi e De Giorgi

fine XIX-inizio XX secolo – espansione di oliveti, vigneti, seminativi e colture arboree

secondo Novecento – consolidamento del paesaggio olivicolo

2013-2020 – diffusione del disseccamento degli olivi

2020-2026 – paesaggio post-Xylella

scenari futuri – olivicoltura resiliente, sistemi agroforestali, boschi, macchia mediterranea e mosaici colturali.

Non avremmo semplicemente una serie di carte.

Avremmo la rappresentazione spaziale di centosettantacinque anni di metabolismo territoriale.

Potremmo calcolare la perdita di superficie forestale, la velocità di conversione, la frammentazione degli habitat, la successiva espansione dell'oliveto e infine la sua contrazione contemporanea.

Sarebbe possibile persino verificare se le aree sulle quali oggi ricompare spontaneamente vegetazione arborea o sulle quali potrebbero essere progettati interventi di riforestazione coincidano con parti dell'antico Belvedere.

La memoria ecologica del territorio

La ricerca ecologica contemporanea offre un altro elemento interessante.

Nel quadro conoscitivo dei siti Natura 2000 della Provincia di Lecce, l'area del Bosco di Belvedere viene ancora individuata come territorio potenziale della serie mesofila del farnetto (Quercus frainetto). Il documento osserva che l'area risulta oggi sostanzialmente disboscata e coltivata, ma segnala la sopravvivenza di alberi sparsi di farnetto come testimonianza delle antiche formazioni forestali.

È un concetto importante.

Un bosco può scomparire dalla carta dell'uso del suolo e continuare, in qualche misura, a esistere nella memoria ecologica del territorio: negli alberi relitti, nei suoli, nella distribuzione delle specie, nella toponomastica, nei documenti catastali, nelle masserie e perfino nella configurazione delle particelle.

Il paesaggio conserva le proprie trasformazioni come un palinsesto.

Occorre soltanto imparare a leggerlo.

Dalla perdita alla progettazione

La vicenda del Belvedere, allora, non dovrebbe indurci alla nostalgia.

Non possiamo ricostruire il 1852 e probabilmente non avrebbe neppure senso tentare di farlo integralmente.

Possiamo però utilizzare quella storia per progettare diversamente il futuro.

La crisi della Xylella ci offre paradossalmente la possibilità di evitare un errore analogo, ma inverso, rispetto a quello compiuto nell'Ottocento.

Allora una grande complessità ecologica venne progressivamente sostituita da sistemi agricoli sempre più estesi.

Oggi non dovremmo sostituire automaticamente milioni di olivi perduti con un'altra uniformità.

La resilienza di un territorio deriva anche dalla sua diversità strutturale e funzionale.

Il futuro del Salento potrebbe quindi essere rappresentato non dalla scelta esclusiva fra olivo e bosco, ma da un mosaico: oliveti produttivi con cultivar e sistemi colturali compatibili con il nuovo contesto fitosanitario; vigneti e seminativi; pascoli; siepi; sistemi agroforestali; boschi di specie autoctone; corridoi ecologici; aree umide; macchia mediterranea; superfici dedicate alla rinaturalizzazione.

Non il ritorno a un paesaggio perduto, dunque, ma la costruzione di un paesaggio capace di apprendere dalla propria storia.

Quale paesaggio vogliamo consegnare?

La carta del 1852 pone infine una domanda che supera la storia del Bosco Belvedere.

Gli uomini che tracciarono quelle linee probabilmente non pensavano di stare disegnando la scomparsa di un ecosistema. Stavano risolvendo controversie demaniali, attribuendo diritti, misurando terreni e rendendo utilizzabile economicamente una risorsa.

Eppure quelle decisioni contribuirono a produrre un paesaggio nuovo.

Anche noi oggi stiamo facendo qualcosa di simile.

Ogni volta che decidiamo se reimpiantare un oliveto, lasciare un terreno incolto, costruire, riforestare, realizzare un impianto fotovoltaico, recuperare un muretto, conservare una quercia o creare un corridoio ecologico stiamo disegnando una carta che qualcun altro leggerà fra centocinquant'anni.

Forse è questa la lezione più importante del Bosco del Belvedere.

Il paesaggio che chiamiamo tradizionale non viene dal passato come un oggetto immutabile. È il risultato temporaneo di decisioni, necessità, economie, conflitti e adattamenti.

Prima delle distese di olivi c'erano anche le querce.

Poi le querce divennero memoria e gli olivi diventarono paesaggio.

Oggi anche quel paesaggio sta cambiando.

Perciò la domanda non può essere soltanto che cosa dobbiamo conservare?

La domanda agronomica ed ecologica più interessante è un'altra:

quale paesaggio vogliamo rendere possibile dopo di noi?

La carta del Bosco Belvedere del 1852, osservata oggi, non è soltanto una rappresentazione del passato.

Potrebbe essere una carta del futuro.


Bibliografia essenziale

Arditi, G. (1879), Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d'Otranto, Lecce; rist. anastatica, Lecce, 1994.

Arthur, P., Melissano, V. (a cura di) (2004), Supersano. Un paesaggio antico del Basso Salento, Congedo, Galatina.

Arthur, P., Fiorentino, G., Imperiale, M. L. (2008), “L'insediamento in località Scorpo, Supersano”, Archeologia Medievale, XXXV, pp. 365-380.

De Bernart, A. (1995), “Torrepaduli scomparsa”, in A. De Bernart, M. Cazzato, E. Inguscio, Nelle Terre di Maria d'Enghien, Galatina.

De Giorgi, C. (1882), La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, vol. I, Lecce; successive ristampe.

Fiorentino, G. (2004), “Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archeologia ambientale”, in P. Arthur, V. Melissano (a cura di), Supersano. Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina.

Gennaio, R., De Santis, B., Medagli, P. (2000), Alberi monumentali del Salento, Congedo Editore.

Mainardi, M. (1989), “Il Bosco di Belvedere”, Lu Lampiune, a. V, n. 3.

Panico, P. (2014), Lo “Stato” di Tricase nel 1785. Stato de' feudi, stabili, ed altri effetti componenti lo Stato di Tricase, e de' pesi fissi a' medesimi annessi formato nell'anno 1785, Edizioni dell'Iride.

Regione Puglia, Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR). Ambito Salento delle Serre, sezione relativa al paesaggio del Bosco del Belvedere.

Archivio di Stato di Lecce, Intendenza di Terra d'Otranto – Demani comunali, bb. relative al Bosco Belvedere, 1852-1862: piante topografiche, censuazioni e suddivisioni delle quote comunali.

Semeraro, T., Buccolieri, R., Vergine, M., De Bellis, L., Luvisi, A., Emmanuel, R., Marwan, N. (2021), “Analysis of Olive Grove Destruction by Xylella fastidiosa Bacterium on the Land Surface Temperature in Salento Detected Using Satellite Images”, Forests, 12, 1266.

Schneider, K. et al. (2021), “Assessment of the environmental impacts of Xylella fastidiosa subsp. pauca in Puglia”, Crop Protection, 142, 105519.

Valente, D., Lovello, E. M., Chirizzi, R., Petrosillo, I. (2024), “Multiscale Effects of Xylella fastidiosa on Landscape Services”, Land, 13, 2087.

Regione Puglia (dal 2019), Accordo interistituzionale per la rigenerazione dei paesaggi colpiti dalla Xylella nell'Area Interna Sud Salento, nell'ambito dell'attuazione del PPTR.

Fonti digitali consultate

Museo del Bosco di Supersano (MUBO), documentazione storico-naturalistica sul Bosco di Belvedere.

Archivio di Stato di Lecce, inventario Intendenza di Terra d'Otranto – Demani comunali.

Regione Puglia – SIT Puglia/PPTR, documentazione relativa al paesaggio del Bosco del Belvedere e alla rigenerazione dei paesaggi post-Xylella.

CNR – IRIS, documentazione scientifica sugli effetti della perdita degli oliveti salentini sul microclima.

Università del Salento – IRIS, studi sulla trasformazione e sui servizi del paesaggio conseguenti alla diffusione di Xylella fastidiosa.

Un punto che emerge con particolare forza dalle fonti è che la sequenza può essere resa ancora più precisa: 1851 divisione giuridico-amministrativa → 1852 cartografia delle quote → 1877 denuncia di De Giorgi → 1879 descrizione di Arditi → 1882 osservazione del bosco ormai residuale. (Museo del Bosco)

Inoltre, la proposta conclusiva non è soltanto teorica: il PPTR identifica esplicitamente il “paesaggio del Bosco del Belvedere”, mentre studi ecologici recenti mostrano quanto la crisi della Xylella abbia modificato struttura, frammentazione e servizi ecosistemici del paesaggio salentino. (pugliacon.regione.puglia.it) La ricerca resa pubblica proprio il 5 settembre 2026 aggiunge un elemento suggestivo: scenari di riforestazione con leccio vengono oggi studiati come una delle possibili risposte ecologiche al paesaggio post-Xylella. (ansa.it)

 

sabato 5 settembre 2026

Conversazione tra il Dottore Agronomo Antonio Bruno e il giovane Dottore Agronomo Giovanni Giacomo Maria

 


Conversazione tra il Dottore Agronomo Antonio Bruno e il giovane Dottore Agronomo Giovanni Giacomo Maria

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, ho una sensazione strana. Più studio le piante e meno riesco a definirle.

Antonio Bruno:
È un ottimo sintomo per un agronomo.

Giovanni Giacomo Maria:
Pensavo mi avresti detto il contrario.

Antonio Bruno:
No. Quando ero giovane io, una pianta sembrava una cosa relativamente semplice da collocare nel mondo. Aveva radici, fusto, foglie, fiori, frutti. Fotosintesi, respirazione, traspirazione, nutrizione minerale, accrescimento, riproduzione. Studiavi botanica, fisiologia vegetale, agronomia, coltivazioni erbacee e arboree, patologia. E credevi, alla fine, di sapere che cosa fosse una pianta.

Giovanni Giacomo Maria:
E oggi?

Antonio Bruno:
Oggi sappiamo molte più cose sulle piante e proprio per questo diventa più difficile dire che cosa siano.

Giovanni Giacomo Maria:
È un paradosso.

Antonio Bruno:
È il destino della conoscenza. Aumentando ciò che sappiamo, aumentano anche le distinzioni che possiamo fare. Guarda quello che sta succedendo culturalmente. Le piante sono uscite dagli erbari, dai manuali di botanica e dalle facoltà di Agraria. Sono entrate nelle librerie, nei giornali, nella filosofia, nell'antropologia, nella letteratura, persino nel diritto.

Giovanni Giacomo Maria:
Il cosiddetto plant turn.

Antonio Bruno:
Esattamente. Environmental humanities, environmental philosophy, critical plant studies, ecocritica. Non è più soltanto la botanica che parla delle piante. Sono diventate un problema culturale.

Giovanni Giacomo Maria:
Perché proprio adesso?

Antonio Bruno:
Il testo che stiamo leggendo individua due spinte che hanno finito per incontrarsi. Da una parte la crescente sensibilità ambientale, rafforzata dalla crisi climatica; dall'altra le acquisizioni della ricerca scientifica sul mondo vegetale.

Giovanni Giacomo Maria:
E qui arriviamo alla questione controversa.

Antonio Bruno:
Percezione, comunicazione, movimento, memoria, sensazione, forse consapevolezza, linguaggio, intelligenza…

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, fermiamoci proprio lì. Da agronomi possiamo davvero parlare di intelligenza delle piante?

Antonio Bruno:
Possiamo parlare del problema. Che è cosa diversa dall'accettare una risposta.

Giovanni Giacomo Maria:
Spiegati.

Antonio Bruno:
Un agronomo dovrebbe diffidare tanto dell'antropocentrismo quanto dell'antropomorfismo. Dire che una pianta non possiede alcuna forma complessa di relazione con l'ambiente perché non ha un cervello rischia di assumere l'animale come misura universale del vivente. Ma chiamare "intelligenza", "linguaggio" o "coscienza" qualsiasi risposta vegetale rischia l'errore opposto: descrivere la pianta usando categorie costruite sull'uomo.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi?

Antonio Bruno:
Quindi osservo la pianta prima di decidere che cosa debba essere.

Giovanni Giacomo Maria:
Questo mi piace.

Antonio Bruno:
Ed è molto più agronomico di quanto sembri. Prendi una vite.

Giovanni Giacomo Maria:
La mia preferita.

Antonio Bruno:
Naturalmente. Tu entri in un vigneto e dici: Vitis vinifera. Ma quella definizione tassonomica, per quanto indispensabile, non contiene ciò che sta accadendo davanti a te.

Giovanni Giacomo Maria:
Ci sono suolo, portinnesto, cultivar, disponibilità idrica, temperatura, esposizione…

Antonio Bruno:
Microrganismi della rizosfera, funghi, insetti, competizione, potatura, carico di gemme, gestione della chioma, storia meteorologica dell'annata. E poi l'agricoltore.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi la vite che osservo non è comprensibile isolandola.

Antonio Bruno:
Questo è il punto. Per molto tempo abbiamo privilegiato l'individuo vegetale. Adesso cresce l'interesse per le comunità e per le interazioni.

Giovanni Giacomo Maria:
Il famoso wood wide web.

Antonio Bruno:
Sì, purché anche lì non ci lasciamo sedurre troppo dalla metafora. Le metafore sono meravigliose per formulare domande e pericolose quando vengono scambiate per spiegazioni.

Giovanni Giacomo Maria:
Questa me la segno.

Antonio Bruno:
Non segnartela. Usala quando vai in campagna.

Giovanni Giacomo Maria:
E infatti la cosa che mi interessa di più è questa: che cosa cambia concretamente per noi agronomi?

Antonio Bruno:
Moltissimo, se prendiamo sul serio il cambiamento. Significa passare dalla domanda: "Che cosa devo fare alla pianta perché produca?" a una domanda più ampia: "In quale sistema di relazioni sto intervenendo?"

Giovanni Giacomo Maria:
Ma dobbiamo comunque produrre.

Antonio Bruno:
Certamente. L'agricoltura non è una contemplazione mistica del vegetale. Deve produrre alimenti, reddito, paesaggio, servizi ecosistemici. Un oliveto deve poter dare olive, un vigneto uva, un frutteto frutti.

Giovanni Giacomo Maria:
Allora dove sta la differenza?

Antonio Bruno:
Nel considerare la produzione non come l'azione di un uomo sopra un oggetto vegetale, ma come il risultato di una rete di relazioni biologiche, ambientali e umane che noi modifichiamo continuamente.

Giovanni Giacomo Maria:
E da qui arriviamo ai diritti delle piante?

Antonio Bruno:
Aspetta. Prima arriviamo ai diritti della natura.

Giovanni Giacomo Maria:
Christopher Stone.

Antonio Bruno:
1972. Una domanda allora quasi provocatoria: perché foreste, oceani, fiumi e altri elementi naturali non potrebbero essere titolari di diritti?

Giovanni Giacomo Maria:
Che cinquant'anni dopo sembra meno stravagante.

Antonio Bruno:
Molto meno. Il testo ricorda la foresta di Te Urewera, il fiume Whanganui, il monte Taranaki in Nuova Zelanda; il caso del Gange e dello Yamuna in India; il lago Erie negli Stati Uniti; e, in Europa, la laguna del Mar Menor in Spagna.

Giovanni Giacomo Maria:
Però un fiume non può presentarsi davanti a un giudice.

Antonio Bruno:
Neppure una società per azioni può farlo materialmente.

Giovanni Giacomo Maria:
Ah.

Antonio Bruno:
Hai capito il problema. La personalità giuridica non coincide necessariamente con l'essere una persona umana. Il diritto costruisce soggetti ai quali attribuisce interessi, responsabilità, rappresentanza e tutela.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi potremmo avere un bosco titolare di diritti e qualcuno incaricato di rappresentarlo.

Antonio Bruno:
È esattamente una delle strade percorse. Ma da qui cominciano i problemi seri.

Giovanni Giacomo Maria:
Per esempio?

Antonio Bruno:
Se riconosci un diritto all'albero, posso potarlo?

Giovanni Giacomo Maria:
Immagino di sì.

Antonio Bruno:
Posso abbatterlo?

Giovanni Giacomo Maria:
Dipende.

Antonio Bruno:
Posso innestarlo?

Giovanni Giacomo Maria:
Dipende.

Antonio Bruno:
Posso raccoglierne i frutti?

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, ho capito dove vuoi arrivare: dipende sempre.

Antonio Bruno:
E quel "dipende" è il punto interessante. Perché riconoscere diritti alle piante non significa necessariamente rendere intoccabile ogni organismo vegetale. Significa stabilire quali interessi vogliamo riconoscere, quali limiti imporre all'intervento umano e chi possa rappresentare quegli interessi.

Giovanni Giacomo Maria:
Ma per l'agricoltura la questione diventa enorme.

Antonio Bruno:
Enorme. Il testo lo dice chiaramente: se attribuiamo diritti alle piante, che cosa succede alla manipolazione e allo sfruttamento delle specie vegetali per fini alimentari?

Giovanni Giacomo Maria:
Allora un agronomo potrebbe trovarsi nel mezzo tra diritto dell'agricoltore e diritto della pianta.

Antonio Bruno:
O dell'ecosistema. E aggiungerei una cosa che il testo mi fa pensare: forse proprio l'agronomo potrebbe diventare una delle figure professionali capaci di tradurre le esigenze biologiche di un sistema vegetale nelle decisioni umane.

Giovanni Giacomo Maria:
Una specie di interprete?

Antonio Bruno:
Preferisco "osservatore competente". L'interprete rischia di far parlare la pianta con parole nostre.

Giovanni Giacomo Maria:
Hai sempre paura dell'antropomorfismo.

Antonio Bruno:
Perché amo troppo le piante per avere bisogno di trasformarle in piccoli esseri umani verdi.

Giovanni Giacomo Maria:
Bella questa.

Antonio Bruno:
Una quercia non ha bisogno di assomigliarmi per avere valore. Un olivo non diventa degno di rispetto soltanto se dimostriamo che "pensa". Un ecosistema non deve superare un test d'intelligenza per meritare tutela.

Giovanni Giacomo Maria:
Allora forse la vera rivoluzione è proprio questa.

Antonio Bruno:
Quale?

Giovanni Giacomo Maria:
Smettere di domandare quanto una pianta assomigli a noi.

Antonio Bruno:
E cominciare a domandarci che cosa sia una pianta nel suo proprio modo di esistere.

Giovanni Giacomo Maria:
Però c'è una cosa che non capisco. Tutto questo sembra modernissimo: crisi climatica, neurobiologia vegetale, diritti della natura, ecocritica, personalità giuridica degli ecosistemi. Eppure il libro che stiamo leggendo è scritto da uno studioso del mondo antico.

Antonio Bruno:
Ed è proprio qui che la faccenda diventa affascinante.

Giovanni Giacomo Maria:
Perché?

Antonio Bruno:
Perché noi crediamo spesso di avere inventato le domande soltanto perché abbiamo inventato parole nuove per formularle.

Giovanni Giacomo Maria:
Vuoi dire che Greci e Romani avevano già affrontato il problema?

Antonio Bruno:
Non nel nostro modo. Sarebbe un errore cercare nei Greci i plant studies o nei Romani i Rights of Nature. Ma possiamo domandarci come distinguessero uomo, animale, pianta, paesaggio, divino. Quali relazioni costruissero con alberi, boschi, colture e luoghi.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi studiare gli antichi non per trovare la soluzione…

Antonio Bruno:
…ma per scoprire che il nostro modo di formulare il problema non è l'unico possibile.

Giovanni Giacomo Maria:
Questo cambia parecchio.

Antonio Bruno:
Cambia soprattutto noi agronomi. Perché la nostra disciplina vive esattamente sul confine.

Giovanni Giacomo Maria:
Tra che cosa e che cosa?

Antonio Bruno:
Tra natura e cultura. L'agricoltura è natura trasformata dall'azione umana, ma è anche azione umana resa possibile dalla natura. Non esiste agricoltura senza piante, suolo, acqua, microrganismi e clima; ma non esiste agricoltura neppure senza decisioni, tecniche, tradizioni, economie, proprietà, diritto.

Giovanni Giacomo Maria:
Quindi l'agronomo non studia semplicemente le piante.

Antonio Bruno:
No.

Giovanni Giacomo Maria:
Studia relazioni.

Antonio Bruno:
E interviene nelle relazioni.

Giovanni Giacomo Maria:
Allora forse abbiamo sbagliato persino il modo di dire "coltivare una pianta".

Antonio Bruno:
Perché?

Giovanni Giacomo Maria:
Perché sembra che ci siano da una parte io e dall'altra la pianta. Io agisco e lei subisce.

Antonio Bruno:
Continua.

Giovanni Giacomo Maria:
Invece quando coltivo modifico un sistema e quel sistema modifica quello che posso fare io. Irrigo e la pianta risponde. Poto e cambia il suo equilibrio vegeto-produttivo. Concimo e intervengo anche sulle relazioni nel suolo. Cambio sesto d'impianto e modifico luce, competizione, microclima.

Antonio Bruno:
Adesso stai parlando da agronomo.

Giovanni Giacomo Maria:
E tu da vecchio agronomo.

Antonio Bruno:
Vecchio a chi?

Giovanni Giacomo Maria:
Agronomicamente esperto.

Antonio Bruno:
Così va meglio.

Giovanni Giacomo Maria:
Antonio, allora dimmi una cosa. Dopo tanti anni di professione, se dovessi spiegare oggi a un giovane che cosa significa essere agronomo, che cosa gli diresti?

Antonio Bruno:
Gli direi di imparare tutta la scienza possibile. Fisiologia, pedologia, chimica, genetica, patologia, entomologia, idraulica, economia, ecologia. Di impararla seriamente, senza scorciatoie.

Poi gli direi una seconda cosa.

Giovanni Giacomo Maria:
Quale?

Antonio Bruno:
Quando avrai imparato tutto questo, vai davanti a una pianta.

Guardala.

E ricordati che quella pianta non ha letto nessuno dei tuoi libri.

Giovanni Giacomo Maria:
E che cosa devo fare?

Antonio Bruno:
Osservare che cosa accade.

Giovanni Giacomo Maria:
Soltanto questo?

Antonio Bruno:
Ti sembra poco?

Per secoli abbiamo guardato le piante chiedendo loro di entrare nelle categorie che avevamo preparato.

Forse questa nuova epoca delle piante ci sta proponendo qualcosa di diverso.

Giovanni Giacomo Maria:
Che cosa?

Antonio Bruno:
Di incontrarle prima di spiegarle.

E forse è proprio questo il punto da cui può ricominciare l'agronomia.

🌿 IL SALENTO DOPO XYLELLA: QUANDO SCOMPARE UN ULIVO CAMBIA ANCHE LA TEMPERATURA


🌿 IL SALENTO DOPO XYLELLA: QUANDO SCOMPARE UN ULIVO CAMBIA ANCHE LA TEMPERATURA

Provate a immaginare il Salento visto dall’alto.

Per secoli, milioni di ulivi hanno disegnato una trama continua sulla terra rossa. Non erano soltanto alberi che producevano olive. Senza che ce ne accorgessimo, partecipavano alla regolazione del microclima, custodivano biodiversità, immagazzinavano carbonio e contribuivano all’equilibrio di un intero paesaggio.

Poi è arrivata Xylella fastidiosa.

E oggi la ricerca ci permette di misurare qualcosa che a occhio nudo non possiamo vedere.

Uno studio dell’Università del Salento, coordinato dalla professoressa Irene Petrosillo e realizzato in collaborazione con il CONICET argentino, ha analizzato attraverso immagini satellitari ciò che è accaduto nel territorio di Nardò tra il 2006 e il 2022.

Il risultato colpisce: nelle aree interessate dalla perdita degli ulivi la temperatura del suolo è aumentata di 2,4 °C. E questo riscaldamento può avere effetti anche sulla temperatura dell’aria.

Due virgola quattro gradi.

Può sembrare un numero piccolo. Ma per un ecosistema è una trasformazione importante, perché ci racconta qualcosa che spesso dimentichiamo: gli alberi non occupano semplicemente uno spazio. Lo modificano.

Creano ombra, scambiano acqua con l’atmosfera, intercettano la radiazione solare, influenzano il terreno e costruiscono habitat per altre specie.

E allora nasce una domanda inevitabile: che cosa potrebbe raccogliere l’eredità ecologica degli uliveti perduti?

I ricercatori hanno confrontato diverse coperture forestali. Ed emerge un risultato particolarmente interessante: le leccete riescono a svolgere una funzione paragonabile a quella degli uliveti nel contenimento dell'aumento della temperatura del suolo, mantenendolo entro 1 °C.

Non significa, naturalmente, che domani dovremo trasformare il Salento in un'immensa foresta di lecci.

La scienza dice qualcosa di più interessante.

Gli scenari elaborati per il periodo 2023-2032 suggeriscono che una riforestazione mirata potrebbe contribuire a recuperare alcune funzioni ecologiche perdute e ad aumentare la capacità del territorio di affrontare il cambiamento climatico. Sia i pini mediterranei sia le leccete possono contribuire alla stabilizzazione termica, ma queste ultime mostrano un contributo maggiore.

Ed è forse qui che questa ricerca diventa anche una storia sul nostro futuro.

Perché dopo Xylella non si tratta semplicemente di decidere che cosa piantare al posto degli ulivi.

Si tratta di capire quale paesaggio vogliamo costruire.

Un paesaggio agricolo può essere contemporaneamente produttivo, biologicamente ricco e climaticamente resiliente. E forse il Salento di domani non dovrà necessariamente assomigliare perfettamente a quello di ieri.

La professoressa Petrosillo lo dice con chiarezza: non si tratta di un ritorno al passato, ma di immaginare un progetto per il futuro del paesaggio.

E allora, la prossima volta che passeremo davanti a un vecchio uliveto, forse potremo guardarlo diversamente.

Perché sotto quelle chiome non c'erano soltanto olive.

C'era un piccolo clima.
C'era biodiversità.
C'era una parte dell'equilibrio del Salento.

E adesso la sfida scientifica e agronomica è capire come costruirne uno nuovo.

Dal comunicato dell’Università del Salento si possono estrarre alcune conclusioni scientifiche precise, distinguendole dalle indicazioni progettuali e dalle formulazioni divulgative del titolo.

Conclusioni scientifiche principali

1. La perdita degli oliveti modifica il microclima del territorio.
Nel periodo analizzato, 2006-2022, nelle aree interessate dalla perdita degli olivi a causa di Xylella fastidiosa è stato rilevato un aumento della temperatura del suolo di 2,4 °C. Il documento segnala inoltre ripercussioni sulla temperatura dell’aria.

Questo è probabilmente il risultato quantitativo più importante dello studio: la trasformazione del paesaggio post-Xylella non ha soltanto conseguenze produttive ed estetiche, ma comporta una modificazione misurabile della regolazione termica dell’ecosistema.

2. L’oliveto svolgeva servizi ecosistemici che vanno oltre la produzione di olive.
Lo studio attribuisce agli oliveti una funzione nella conservazione della biodiversità animale e vegetale, nella stabilizzazione del paesaggio, nella mitigazione di alcune pressioni antropiche e come serbatoio di CO₂.

Quindi la morte dell'olivo determina la perdita non soltanto di una coltura, ma di una struttura ecologica multifunzionale.

3. Fra le coperture forestali considerate, la lecceta presenta la maggiore capacità di sostituire alcune funzioni ecologiche dell'oliveto.
Nel territorio di Nardò la ricerca ha confrontato in particolare pini mediterranei e leccete. I dati indicano che la lecceta riesce a eguagliare l'oliveto per quanto riguarda il controllo dell'incremento della temperatura del suolo, contenendolo entro 1 °C.

È importante la formulazione: eguagliare gli oliveti in questa specifica funzione non significa necessariamente sostituire integralmente l'ecosistema oliveto in tutte le sue funzioni.

4. La riforestazione costituisce, secondo gli scenari elaborati, una possibile strategia di adattamento climatico.
Gli scenari 2023-2032 indicano che sia le formazioni a pini mediterranei sia quelle a leccio potrebbero contribuire alla stabilizzazione della temperatura del suolo, ma il contributo previsto delle leccete è maggiore.

Il documento sottolinea inoltre le caratteristiche di adattamento dei querceti mediterranei alle alte temperature e alla siccità, oltre alla loro resistenza alla pressione degli incendi.

La conclusione ecologica più importante

Tradotta nel linguaggio dell'ecologia del paesaggio, la conclusione potrebbe essere formulata così:

La moria degli olivi causata da Xylella ha determinato una perdita di copertura vegetale capace di regolare il microclima e di fornire molteplici servizi ecosistemici. Il mantenimento o il ripristino di una copertura arborea, in particolare attraverso formazioni mediterranee a prevalenza di leccio, può recuperare almeno parte di tali funzioni e aumentare la resilienza climatica del paesaggio post-Xylella.

È esattamente questa la prospettiva esplicitata dalla coordinatrice Irene Petrosillo: la riforestazione viene presentata come uno scenario per ripristinare il funzionamento ecologico, non come una semplice ricostruzione del paesaggio precedente.

Ma attenzione a una distinzione scientificamente decisiva

Dal documento non si può concludere semplicemente che “bisogna sostituire gli olivi con i lecci”.

Il titolo giornalistico «Foreste al posto degli ulivi» è molto più netto delle conclusioni riportate nel testo. La ricerca descritta nel comunicato dimostra soprattutto una relazione tra tipo di copertura del suolo e regolazione termica e costruisce scenari di riforestazione. Non dimostra, almeno sulla base delle informazioni contenute in queste due pagine, che la riforestazione totale sia la soluzione ottimale sotto tutti i profili agronomici, economici, paesaggistici e sociali.

Anzi, la stessa Petrosillo parla esplicitamente di «scenari» e di «riforestazione mirata».

Per un dottore agronomo, quindi, la domanda scientificamente interessante che nasce da questo lavoro non è tanto «olivo o bosco?», quanto:

quale mosaico di usi del suolo — nuovi oliveti, altre colture, leccete, altre formazioni della macchia mediterranea e infrastrutture ecologiche — può recuperare i servizi ecosistemici perduti senza rinunciare alla funzione agricola del territorio?

Questa seconda domanda, però, non trova risposta nel comunicato: sarebbe necessario esaminare l'articolo originale pubblicato su Scientific Reports, soprattutto metodologia, classi di uso del suolo, dati satellitari, significatività statistica e costruzione degli scenari.