La rigenerazione agricola della Puglia: dall’azienda alla comunità rurale
Una proposta
per trasformare le risorse della PAC 2028-2034 in organizzazione territoriale
di Antonio
Bruno
La crisi
dell’agricoltura pugliese, e in particolare quella del Salento dopo la Xylella,
non può più essere affrontata soltanto chiedendoci quanti milioni di euro siano
stati stanziati, quanti bandi siano stati pubblicati e quante aziende abbiano
ricevuto un contributo.
Dopo anni di
interventi pubblici, ristori, programmi comunitari e progetti di rigenerazione,
il paesaggio che abbiamo davanti ci costringe a porre una domanda diversa: il
problema è davvero la quantità delle risorse disponibili oppure riguarda il
modo in cui il territorio è organizzato per trasformare quelle risorse in
agricoltura, reddito, paesaggio e comunità?
La mia
proposta parte da qui.
Occorre
cambiare l’unità di osservazione. Non possiamo continuare a considerare la
singola azienda agricola come l’unico soggetto intorno al quale costruire la
politica di rigenerazione.
Dobbiamo
passare:
dall’azienda
alla rete di aziende, dalla rete alla comunità rurale, dalla comunità rurale al
territorio e dal territorio al sistema.
Le risorse sono necessarie, ma non bastano
Negli ultimi
anni ingenti risorse pubbliche, regionali, nazionali ed europee sono state
destinate all’agricoltura pugliese e alla ricostruzione post-Xylella.
Nel mio
precedente ragionamento avevo richiamato, tra gli altri, i ristori per la
Xylella, gli interventi destinati alle aziende agricole e i progetti promossi
attraverso il Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, compresi
quelli dedicati all’agricoltura rigenerativa.
Non intendo
sostenere che queste risorse siano state inutili. Al contrario, hanno
consentito a una parte importante del sistema agricolo di resistere.
La domanda è
un’altra: hanno modificato l’organizzazione strutturale dell’agricoltura
salentina?
Se dopo gli
interventi finanziari rimangono la frammentazione fondiaria, l’abbandono, la
difficoltà di realizzare economie di scala, la debolezza organizzativa, la
riduzione della presenza umana nelle campagne e l'incapacità di ricostruire un
paesaggio produttivo, allora dobbiamo riconoscere che il finanziamento, da
solo, non costituisce una politica di rigenerazione.
Il denaro è
uno strumento.
L’organizzazione
è il problema.
Non dobbiamo rigenerare soltanto le aziende: dobbiamo rigenerare il territorio
Il punto
decisivo consiste nel cambiare scala.
Una singola
azienda agricola può essere troppo piccola, troppo frammentata, scarsamente
capitalizzata o semplicemente impossibilitata a sostenere da sola gli
investimenti necessari per affrontare irrigazione, meccanizzazione,
innovazione, trasformazione, commercializzazione, gestione del rischio e
adattamento climatico.
Ma ciò che
può essere impossibile per cento aziende considerate separatamente può
diventare possibile se quelle stesse aziende vengono considerate come parti di un
unico sistema territoriale organizzato.
Ecco perché
ritengo necessario introdurre il concetto di comunità rurale organizzata.
Non immagino
l’abolizione della proprietà privata e neppure la cancellazione dell'impresa
agricola.
Immagino
esattamente il contrario: la possibilità di conservare la proprietà della terra
e l’identità delle singole imprese, separando però, quando necessario e
volontariamente, la proprietà del capitale fondiario dalla gestione
coordinata di determinate funzioni produttive e territoriali.
La proprietà
può rimanere individuale.
Alcune
funzioni possono diventare collettive.
L’ente tecnico pubblico come infrastruttura della
comunità rurale
È
all’interno di questa visione che ripropongo l’idea di un ente tecnico
pubblico per la rigenerazione rurale.
Ma oggi ne
preciserei diversamente la funzione.
Non penso
semplicemente a un nuovo organismo pubblico che sostituisca gli agricoltori
nella conduzione delle loro aziende.
Penso a una infrastruttura
tecnica pubblica del territorio, capace di rendere possibile ciò che la
frammentazione delle singole aziende rende difficile o impossibile.
Un organismo
costituito prevalentemente da competenze tecniche — dottori agronomi e
forestali, tecnici agricoli, esperti di suolo, acqua, paesaggio, economia
agraria, innovazione, GIS, gestione dei dati e progettazione territoriale — che
lavori insieme agli agricoltori e non al loro posto.
Il suo
compito fondamentale dovrebbe essere quello di organizzare comunità rurali
territoriali alle quali i proprietari e le imprese possano aderire
volontariamente.
La singola
azienda continuerebbe a esistere, ma potrebbe mettere in comune alcune
funzioni: programmazione colturale, utilizzazione delle macchine, gestione
dell’acqua, assistenza tecnica, monitoraggio fitosanitario, acquisti,
trasformazione, logistica, commercializzazione, gestione del rischio, produzione
energetica, servizi ecosistemici e manutenzione del paesaggio.
Avremmo
quindi proprietà individuali e, dove conveniente, gestione sistemica.
Non un nuovo carrozzone, ma una struttura tecnica
verificabile
Naturalmente
un ente pubblico può diventare esso stesso parte del problema.
Per questo
la proposta avrebbe senso soltanto a precise condizioni.
La struttura
dovrebbe avere obiettivi misurabili territorialmente: ettari recuperati
all’abbandono, incremento della superficie produttiva, redditività generata,
riduzione dei costi unitari, disponibilità e utilizzazione dell’acqua, giovani
insediati, suolo recuperato, riduzione del rischio incendi, biodiversità,
quantità e valore delle produzioni, occupazione e qualità del paesaggio.
Il
finanziamento pubblico non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso la
correttezza amministrativa della spesa.
La domanda
non dovrebbe essere semplicemente:
«Quanto
abbiamo speso?»
ma:
«Che cosa è
cambiato nel territorio dopo averlo speso?»
Una sostenibilità che tenga insieme economia, società
e ambiente
Occorre
inoltre superare una contrapposizione che considero sterile.
Non esiste
sostenibilità ambientale durevole senza sostenibilità economica dell’attività
agricola. Ma non esiste neppure un’agricoltura economicamente durevole dentro
un territorio ambientalmente degradato e socialmente abbandonato.
La
sostenibilità agricola è contemporaneamente economica, sociale e ambientale.
Il reddito
dell’agricoltore, la sicurezza alimentare, la fertilità del suolo, la
disponibilità dell’acqua, il paesaggio, la biodiversità, l’occupazione e la
permanenza delle persone nelle campagne non sono capitoli indipendenti.
Sono
variabili dello stesso sistema.
Quando ne
isoliamo una perdiamo la capacità di comprendere le altre.
La nuova PAC apre uno spazio che la Puglia dovrebbe
utilizzare
La proposta
della Commissione europea per la PAC 2028-2034 rende questo ragionamento
particolarmente attuale.
La
prospettiva europea è quella del superamento dell'attuale struttura a due
pilastri e dell'integrazione della PAC nei nuovi Piani di partenariato
nazionali e regionali. Gli strumenti agricoli rimarrebbero, ma verrebbero
collocati dentro una programmazione più integrata con le altre politiche
territoriali.
Per la
Puglia questa trasformazione non dovrebbe essere interpretata soltanto come una
modifica burocratica.
Può
diventare un’occasione.
La domanda
non sarà più soltanto quali misure agricole finanziare, ma come combinare
agricoltura, sviluppo rurale, innovazione, infrastrutture, ambiente, servizi e
coesione territoriale intorno a un progetto riconoscibile di territorio.
Ed è
precisamente qui che colloco le comunità rurali.
Dalla PAC delle domande individuali alla PAC dei
progetti territoriali
Immaginiamo,
per esempio, un comprensorio salentino colpito dalla Xylella.
Invece di
avere centinaia di proprietari che individualmente decidono se partecipare a un
bando, piantare qualche ettaro, acquistare una macchina o abbandonare
definitivamente il terreno, il territorio potrebbe essere preventivamente
studiato come sistema.
Quali suoli
abbiamo?
Quanta acqua
è realmente disponibile?
Quali
colture sono agronomicamente ed economicamente possibili?
Quali
superfici possono essere aggregate funzionalmente?
Dove sono
necessarie infrastrutture comuni?
Quali
produzioni possono raggiungere una massa critica?
Dove
conviene l’olivicoltura?
Dove la
viticoltura?
Dove altre
colture arboree?
Dove
seminativi, allevamento, sistemi agroforestali o rinaturalizzazione?
Quali
servizi possono essere condivisi?
Quali
filiere possono essere costruite?
A quel punto
il finanziamento pubblico non precederebbe il progetto.
Finanzierebbe
il progetto territoriale.
Questa
inversione è fondamentale.
Dalla compensazione alla generazione
Per troppo
tempo una parte delle politiche agricole è stata inevitabilmente costruita
secondo una logica compensativa: esiste una difficoltà e viene predisposto un
sostegno.
La
compensazione continuerà ad essere necessaria in molte circostanze.
Ma non può
costituire l'orizzonte della rigenerazione.
Dobbiamo
passare dalla domanda:
«Quanto
dobbiamo dare all’agricoltore per compensare questa difficoltà?»
alla
domanda:
«Come
dobbiamo organizzare questo territorio affinché torni a produrre autonomamente
valore?»
È il
passaggio da una politica prevalentemente compensativa a una politica generativa.
Pubblico e privato non sono avversari
In questo
modello viene meno anche la vecchia contrapposizione fra gestione pubblica e
gestione privata.
Non propongo
che la Regione diventi agricoltore.
E non penso
neppure che sia sufficiente lasciare ciascuna azienda sola davanti al mercato e
poi intervenire quando non riesce più a sopravvivere.
Propongo una
terza possibilità:
una
governance ibrida, pubblica e privata, tecnica e partecipata, costruita sulla
co-progettazione.
Regione,
Comuni, enti tecnici, università, ricerca, organizzazioni professionali,
proprietari, imprese agricole, cooperative, trasformatori e comunità locali
devono poter costruire insieme programmi territoriali verificabili.
Il pubblico
garantisce programmazione, conoscenza, infrastrutture, continuità e controllo.
Il privato
mantiene iniziativa, proprietà, capacità imprenditoriale e assunzione del
rischio.
La comunità
rurale costituisce lo spazio nel quale queste capacità possono coordinarsi.
Il paesaggio diventa un prodotto collettivo
C’è infine
un passaggio che considero essenziale.
Un
agricoltore produce olio, vino, grano, ortaggi, frutta.
Ma migliaia
di agricoltori, con le loro decisioni quotidiane, producono qualcosa che
nessuna azienda può produrre individualmente:
il
paesaggio.
E insieme al
paesaggio producono presidio territoriale, biodiversità, sicurezza
idrogeologica, riduzione del rischio di incendio, cultura rurale, attrattività
turistica e qualità della vita.
Il paesaggio
rurale è quindi un bene collettivo generato da una moltitudine di decisioni
private.
Se vogliamo
rigenerarlo, dobbiamo costruire istituzioni capaci di coordinare quelle
decisioni senza cancellarne l'autonomia.
La mia proposta
La proposta
che avanzo per la Puglia può quindi essere sintetizzata in un principio:
utilizzare
la nuova stagione della PAC non per finanziare semplicemente migliaia di
aziende considerate isolatamente, ma per costruire comunità rurali organizzate
territorialmente, supportate da una struttura tecnica pubblica e capaci di
gestire in comune le funzioni che acquistano efficacia soltanto alla scala
territoriale.
Non una
collettivizzazione della terra.
Non una
nuova burocrazia.
Non la
sostituzione dell'imprenditore.
Ma una infrastruttura
pubblica di conoscenza, coordinamento e gestione territoriale, alla quale
le aziende possano affidare volontariamente determinate funzioni e attraverso
la quale le risorse europee, nazionali e regionali possano essere concentrate
su progetti territoriali verificabili.
La terra
rimane dei proprietari.
L'impresa
rimane dell'imprenditore.
Ma acqua,
paesaggio, prevenzione, infrastrutture, innovazione, servizi tecnici, alcune
macchine, alcune filiere e soprattutto il futuro del territorio non possono
essere affrontati come se ogni particella catastale fosse un'isola.
La vera domanda
La questione,
allora, non è più soltanto se la prossima PAC metterà a disposizione abbastanza
denaro.
E neppure se
Bruxelles abbia individuato la misura giusta.
La vera
domanda è:
quale
organizzazione siamo capaci di costruire con le risorse disponibili?
Perché la risorsa
più scarsa potrebbe non essere il denaro.
Potrebbe
essere la nostra capacità di coordinarci.
La crisi
agricola del Salento, osservata da questa prospettiva, non è soltanto una crisi
degli olivi, delle aziende o del reddito agricolo.
È una crisi
delle relazioni attraverso le quali un territorio organizza la propria
esistenza.
Per questo
la rigenerazione non può limitarsi a sostituire gli alberi morti.
Deve
rigenerare contemporaneamente terra, produzione, relazioni, istituzioni e
comunità.
È questo il
salto che propongo: dall’azienda alla comunità rurale, dalla comunità al
territorio, dal territorio al sistema.
E forse è
proprio questa la domanda che la Puglia dovrebbe portare dentro la costruzione
della PAC 2028-2034:
non soltanto
quali interventi vogliamo finanziare, ma quale mondo rurale vogliamo far
emergere attraverso il modo in cui decidiamo di organizzarci.
Antonio
Bruno
Bibliografia e fonti
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Fonti utilizzate per la formulazione della proposta
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dell'autore, 2026.
Bruno, A., elaborazioni e riflessioni sulla
costituzione di comunità rurali, sulla gestione coordinata delle aziende
agricole e sulla creazione di una struttura tecnica pubblica per la
rigenerazione del paesaggio rurale pugliese, 2026.





