domenica 27 settembre 2026

La rigenerazione agricola della Puglia: dall’azienda alla comunità rurale

 


La rigenerazione agricola della Puglia: dall’azienda alla comunità rurale


Una proposta per trasformare le risorse della PAC 2028-2034 in organizzazione territoriale

di Antonio Bruno

La crisi dell’agricoltura pugliese, e in particolare quella del Salento dopo la Xylella, non può più essere affrontata soltanto chiedendoci quanti milioni di euro siano stati stanziati, quanti bandi siano stati pubblicati e quante aziende abbiano ricevuto un contributo.

Dopo anni di interventi pubblici, ristori, programmi comunitari e progetti di rigenerazione, il paesaggio che abbiamo davanti ci costringe a porre una domanda diversa: il problema è davvero la quantità delle risorse disponibili oppure riguarda il modo in cui il territorio è organizzato per trasformare quelle risorse in agricoltura, reddito, paesaggio e comunità?

La mia proposta parte da qui.

Occorre cambiare l’unità di osservazione. Non possiamo continuare a considerare la singola azienda agricola come l’unico soggetto intorno al quale costruire la politica di rigenerazione.

Dobbiamo passare:

dall’azienda alla rete di aziende, dalla rete alla comunità rurale, dalla comunità rurale al territorio e dal territorio al sistema.

Le risorse sono necessarie, ma non bastano


Negli ultimi anni ingenti risorse pubbliche, regionali, nazionali ed europee sono state destinate all’agricoltura pugliese e alla ricostruzione post-Xylella.

Nel mio precedente ragionamento avevo richiamato, tra gli altri, i ristori per la Xylella, gli interventi destinati alle aziende agricole e i progetti promossi attraverso il Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, compresi quelli dedicati all’agricoltura rigenerativa.

Non intendo sostenere che queste risorse siano state inutili. Al contrario, hanno consentito a una parte importante del sistema agricolo di resistere.

La domanda è un’altra: hanno modificato l’organizzazione strutturale dell’agricoltura salentina?

Se dopo gli interventi finanziari rimangono la frammentazione fondiaria, l’abbandono, la difficoltà di realizzare economie di scala, la debolezza organizzativa, la riduzione della presenza umana nelle campagne e l'incapacità di ricostruire un paesaggio produttivo, allora dobbiamo riconoscere che il finanziamento, da solo, non costituisce una politica di rigenerazione.

Il denaro è uno strumento.

L’organizzazione è il problema.

Non dobbiamo rigenerare soltanto le aziende: dobbiamo rigenerare il territorio


Il punto decisivo consiste nel cambiare scala.

Una singola azienda agricola può essere troppo piccola, troppo frammentata, scarsamente capitalizzata o semplicemente impossibilitata a sostenere da sola gli investimenti necessari per affrontare irrigazione, meccanizzazione, innovazione, trasformazione, commercializzazione, gestione del rischio e adattamento climatico.

Ma ciò che può essere impossibile per cento aziende considerate separatamente può diventare possibile se quelle stesse aziende vengono considerate come parti di un unico sistema territoriale organizzato.

Ecco perché ritengo necessario introdurre il concetto di comunità rurale organizzata.

Non immagino l’abolizione della proprietà privata e neppure la cancellazione dell'impresa agricola.

Immagino esattamente il contrario: la possibilità di conservare la proprietà della terra e l’identità delle singole imprese, separando però, quando necessario e volontariamente, la proprietà del capitale fondiario dalla gestione coordinata di determinate funzioni produttive e territoriali.

La proprietà può rimanere individuale.

Alcune funzioni possono diventare collettive.

L’ente tecnico pubblico come infrastruttura della comunità rurale

È all’interno di questa visione che ripropongo l’idea di un ente tecnico pubblico per la rigenerazione rurale.

Ma oggi ne preciserei diversamente la funzione.

Non penso semplicemente a un nuovo organismo pubblico che sostituisca gli agricoltori nella conduzione delle loro aziende.

Penso a una infrastruttura tecnica pubblica del territorio, capace di rendere possibile ciò che la frammentazione delle singole aziende rende difficile o impossibile.

Un organismo costituito prevalentemente da competenze tecniche — dottori agronomi e forestali, tecnici agricoli, esperti di suolo, acqua, paesaggio, economia agraria, innovazione, GIS, gestione dei dati e progettazione territoriale — che lavori insieme agli agricoltori e non al loro posto.

Il suo compito fondamentale dovrebbe essere quello di organizzare comunità rurali territoriali alle quali i proprietari e le imprese possano aderire volontariamente.

La singola azienda continuerebbe a esistere, ma potrebbe mettere in comune alcune funzioni: programmazione colturale, utilizzazione delle macchine, gestione dell’acqua, assistenza tecnica, monitoraggio fitosanitario, acquisti, trasformazione, logistica, commercializzazione, gestione del rischio, produzione energetica, servizi ecosistemici e manutenzione del paesaggio.

Avremmo quindi proprietà individuali e, dove conveniente, gestione sistemica.

Non un nuovo carrozzone, ma una struttura tecnica verificabile

Naturalmente un ente pubblico può diventare esso stesso parte del problema.

Per questo la proposta avrebbe senso soltanto a precise condizioni.

La struttura dovrebbe avere obiettivi misurabili territorialmente: ettari recuperati all’abbandono, incremento della superficie produttiva, redditività generata, riduzione dei costi unitari, disponibilità e utilizzazione dell’acqua, giovani insediati, suolo recuperato, riduzione del rischio incendi, biodiversità, quantità e valore delle produzioni, occupazione e qualità del paesaggio.

Il finanziamento pubblico non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso la correttezza amministrativa della spesa.

La domanda non dovrebbe essere semplicemente:

«Quanto abbiamo speso?»

ma:

«Che cosa è cambiato nel territorio dopo averlo speso?»

Una sostenibilità che tenga insieme economia, società e ambiente

Occorre inoltre superare una contrapposizione che considero sterile.

Non esiste sostenibilità ambientale durevole senza sostenibilità economica dell’attività agricola. Ma non esiste neppure un’agricoltura economicamente durevole dentro un territorio ambientalmente degradato e socialmente abbandonato.

La sostenibilità agricola è contemporaneamente economica, sociale e ambientale.

Il reddito dell’agricoltore, la sicurezza alimentare, la fertilità del suolo, la disponibilità dell’acqua, il paesaggio, la biodiversità, l’occupazione e la permanenza delle persone nelle campagne non sono capitoli indipendenti.

Sono variabili dello stesso sistema.

Quando ne isoliamo una perdiamo la capacità di comprendere le altre.

La nuova PAC apre uno spazio che la Puglia dovrebbe utilizzare

La proposta della Commissione europea per la PAC 2028-2034 rende questo ragionamento particolarmente attuale.

La prospettiva europea è quella del superamento dell'attuale struttura a due pilastri e dell'integrazione della PAC nei nuovi Piani di partenariato nazionali e regionali. Gli strumenti agricoli rimarrebbero, ma verrebbero collocati dentro una programmazione più integrata con le altre politiche territoriali.

Per la Puglia questa trasformazione non dovrebbe essere interpretata soltanto come una modifica burocratica.

Può diventare un’occasione.

La domanda non sarà più soltanto quali misure agricole finanziare, ma come combinare agricoltura, sviluppo rurale, innovazione, infrastrutture, ambiente, servizi e coesione territoriale intorno a un progetto riconoscibile di territorio.

Ed è precisamente qui che colloco le comunità rurali.

Dalla PAC delle domande individuali alla PAC dei progetti territoriali

Immaginiamo, per esempio, un comprensorio salentino colpito dalla Xylella.

Invece di avere centinaia di proprietari che individualmente decidono se partecipare a un bando, piantare qualche ettaro, acquistare una macchina o abbandonare definitivamente il terreno, il territorio potrebbe essere preventivamente studiato come sistema.

Quali suoli abbiamo?

Quanta acqua è realmente disponibile?

Quali colture sono agronomicamente ed economicamente possibili?

Quali superfici possono essere aggregate funzionalmente?

Dove sono necessarie infrastrutture comuni?

Quali produzioni possono raggiungere una massa critica?

Dove conviene l’olivicoltura?

Dove la viticoltura?

Dove altre colture arboree?

Dove seminativi, allevamento, sistemi agroforestali o rinaturalizzazione?

Quali servizi possono essere condivisi?

Quali filiere possono essere costruite?

A quel punto il finanziamento pubblico non precederebbe il progetto.

Finanzierebbe il progetto territoriale.

Questa inversione è fondamentale.

Dalla compensazione alla generazione

Per troppo tempo una parte delle politiche agricole è stata inevitabilmente costruita secondo una logica compensativa: esiste una difficoltà e viene predisposto un sostegno.

La compensazione continuerà ad essere necessaria in molte circostanze.

Ma non può costituire l'orizzonte della rigenerazione.

Dobbiamo passare dalla domanda:

«Quanto dobbiamo dare all’agricoltore per compensare questa difficoltà?»

alla domanda:

«Come dobbiamo organizzare questo territorio affinché torni a produrre autonomamente valore?»

È il passaggio da una politica prevalentemente compensativa a una politica generativa.

Pubblico e privato non sono avversari

In questo modello viene meno anche la vecchia contrapposizione fra gestione pubblica e gestione privata.

Non propongo che la Regione diventi agricoltore.

E non penso neppure che sia sufficiente lasciare ciascuna azienda sola davanti al mercato e poi intervenire quando non riesce più a sopravvivere.

Propongo una terza possibilità:

una governance ibrida, pubblica e privata, tecnica e partecipata, costruita sulla co-progettazione.

Regione, Comuni, enti tecnici, università, ricerca, organizzazioni professionali, proprietari, imprese agricole, cooperative, trasformatori e comunità locali devono poter costruire insieme programmi territoriali verificabili.

Il pubblico garantisce programmazione, conoscenza, infrastrutture, continuità e controllo.

Il privato mantiene iniziativa, proprietà, capacità imprenditoriale e assunzione del rischio.

La comunità rurale costituisce lo spazio nel quale queste capacità possono coordinarsi.

Il paesaggio diventa un prodotto collettivo

C’è infine un passaggio che considero essenziale.

Un agricoltore produce olio, vino, grano, ortaggi, frutta.

Ma migliaia di agricoltori, con le loro decisioni quotidiane, producono qualcosa che nessuna azienda può produrre individualmente:

il paesaggio.

E insieme al paesaggio producono presidio territoriale, biodiversità, sicurezza idrogeologica, riduzione del rischio di incendio, cultura rurale, attrattività turistica e qualità della vita.

Il paesaggio rurale è quindi un bene collettivo generato da una moltitudine di decisioni private.

Se vogliamo rigenerarlo, dobbiamo costruire istituzioni capaci di coordinare quelle decisioni senza cancellarne l'autonomia.

La mia proposta

La proposta che avanzo per la Puglia può quindi essere sintetizzata in un principio:

utilizzare la nuova stagione della PAC non per finanziare semplicemente migliaia di aziende considerate isolatamente, ma per costruire comunità rurali organizzate territorialmente, supportate da una struttura tecnica pubblica e capaci di gestire in comune le funzioni che acquistano efficacia soltanto alla scala territoriale.

Non una collettivizzazione della terra.

Non una nuova burocrazia.

Non la sostituzione dell'imprenditore.

Ma una infrastruttura pubblica di conoscenza, coordinamento e gestione territoriale, alla quale le aziende possano affidare volontariamente determinate funzioni e attraverso la quale le risorse europee, nazionali e regionali possano essere concentrate su progetti territoriali verificabili.

La terra rimane dei proprietari.

L'impresa rimane dell'imprenditore.

Ma acqua, paesaggio, prevenzione, infrastrutture, innovazione, servizi tecnici, alcune macchine, alcune filiere e soprattutto il futuro del territorio non possono essere affrontati come se ogni particella catastale fosse un'isola.

La vera domanda

La questione, allora, non è più soltanto se la prossima PAC metterà a disposizione abbastanza denaro.

E neppure se Bruxelles abbia individuato la misura giusta.

La vera domanda è:

quale organizzazione siamo capaci di costruire con le risorse disponibili?

Perché la risorsa più scarsa potrebbe non essere il denaro.

Potrebbe essere la nostra capacità di coordinarci.

La crisi agricola del Salento, osservata da questa prospettiva, non è soltanto una crisi degli olivi, delle aziende o del reddito agricolo.

È una crisi delle relazioni attraverso le quali un territorio organizza la propria esistenza.

Per questo la rigenerazione non può limitarsi a sostituire gli alberi morti.

Deve rigenerare contemporaneamente terra, produzione, relazioni, istituzioni e comunità.

È questo il salto che propongo: dall’azienda alla comunità rurale, dalla comunità al territorio, dal territorio al sistema.

E forse è proprio questa la domanda che la Puglia dovrebbe portare dentro la costruzione della PAC 2028-2034:

non soltanto quali interventi vogliamo finanziare, ma quale mondo rurale vogliamo far emergere attraverso il modo in cui decidiamo di organizzarci.

Antonio Bruno

Bibliografia e fonti

Politica agricola comune e PAC 2028-2034

Commissione europea, The CAP post-2027 in the next EU budget, Commissione europea, Bruxelles, 2025-2026.

Commissione europea, Questions and answers on the CAP post-2027 proposal, Commissione europea, Bruxelles, 23 luglio 2025.

Commissione europea, Driving sustainable farming: new guidance for the CAP 2028-2034, Commissione europea, Bruxelles, 28 aprile 2026.

Commissione europea, Proposta relativa al quadro finanziario pluriennale 2028-2034 e al Fondo europeo per la coesione economica, sociale e territoriale, l'agricoltura e lo sviluppo rurale, la pesca e gli affari marittimi, la prosperità e la sicurezza, Bruxelles, 16 luglio 2025.

Frascarelli, A., Pac 2028: addio ai due pilastri, arriva il Fondo unico, «Terra e Vita», 5 settembre 2026.

Unione europea, Regolamento (UE) 2021/2115 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 2 dicembre 2021, recante norme sul sostegno ai piani strategici che gli Stati membri devono redigere nell'ambito della politica agricola comune.

Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Piano Strategico della PAC 2023-2027 dell'Italia, Roma, versione vigente.

Regione Puglia, Complemento regionale per lo Sviluppo Rurale (CSR) del Piano Strategico della PAC 2023-2027 della Regione Puglia, Bari, versione vigente.

Sviluppo rurale, territorio e approccio comunitario

Ostrom, E., Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge, 1990.

Ostrom, E., Understanding Institutional Diversity, Princeton University Press, Princeton, 2005.

OECD, The New Rural Paradigm: Policies and Governance, OECD Publishing, Paris, 2006.

OECD, Rural Well-being: Geography of Opportunities, OECD Publishing, Paris, 2020.

Commissione europea, A Long-Term Vision for the EU's Rural Areas – Towards stronger, connected, resilient and prosperous rural areas by 2040, COM(2021) 345 final, Bruxelles, 2021.

Commissione europea, EU Rural Action Plan, Bruxelles, 2021.

Cooperazione, innovazione e gestione collettiva

European Commission – EU CAP Network, documentazione relativa a LEADER/CLLD, cooperazione territoriale, innovazione e sviluppo locale partecipativo.

European Commission – EU CAP Network, documentazione relativa agli EIP-AGRI Operational Groups, cooperazione fra agricoltori, ricercatori, consulenti e altri attori dei sistemi agricoli e rurali.

FAO, The State of Food and Agriculture, varie edizioni, Food and Agriculture Organization of the United Nations, Roma.

FAO, documentazione su Territorial Development, Landscape Approaches e gestione sostenibile dei sistemi agroalimentari e rurali.

Paesaggio e territorio

Consiglio d'Europa, Convenzione europea del paesaggio, Firenze, 20 ottobre 2000.

Repubblica Italiana, Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 – Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Regione Puglia, Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR), Regione Puglia.

Xylella e rigenerazione del territorio salentino

Regione Puglia, Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia, documentazione normativa, programmatoria e attuativa.

Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, documentazione relativa al Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia e agli interventi conseguenti all'emergenza Xylella.

DAJS – Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino, documentazione relativa ai programmi e ai progetti per la rigenerazione dell'agricoltura salentina e del territorio colpito da Xylella.

CNR – Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (IPSP), studi e documentazione scientifica su Xylella fastidiosa e sul disseccamento rapido dell'olivo.

EFSA – European Food Safety Authority, pareri scientifici, aggiornamenti e valutazioni del rischio relativi a Xylella fastidiosa.

Riferimenti teorici per l'approccio sistemico

Bateson, G., Steps to an Ecology of Mind, Chandler Publishing Company, San Francisco, 1972; trad. it. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano.

Maturana, H.R.; Varela, F.J., Autopoiesis and Cognition: The Realization of the Living, D. Reidel Publishing Company, Dordrecht, 1980.

Maturana, H.R.; Varela, F.J., The Tree of Knowledge: The Biological Roots of Human Understanding, Shambhala, Boston, 1987.

von Foerster, H., Understanding Understanding: Essays on Cybernetics and Cognition, Springer, New York, 2003.

Fonti utilizzate per la formulazione della proposta

Bruno, A., La sfida della rigenerazione agricola in Puglia: tra risorse e inadeguatezze strutturali, manoscritto dell'autore, 2026.

Bruno, A., elaborazioni e riflessioni sulla costituzione di comunità rurali, sulla gestione coordinata delle aziende agricole e sulla creazione di una struttura tecnica pubblica per la rigenerazione del paesaggio rurale pugliese, 2026.

giovedì 17 settembre 2026

Cinquant’anni dopo, il vino è ancora troppo: dalle estirpazioni degli anni ’70 alle cantine piene del 2026

 


Cinquant’anni dopo, il vino è ancora troppo: dalle estirpazioni degli anni ’70 alle cantine piene del 2026

Produzione e consumo di vino confronto tra il 2026 e gli anni 70, quando si rese necessario lo svellimento dei vigneti premiato dalla comunità economica europea

Il confronto è molto interessante, ma va fatta una precisazione storica: la politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo nasce effettivamente negli anni Settanta, mentre la grande stagione degli espianti che trasformò profondamente la viticoltura pugliese e salentina si sviluppò soprattutto negli anni successivi. Il punto di svolta normativo fu il Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976, che introdusse premi per la riconversione mediante estirpazione di determinate categorie di vigneti. (Eur-Lex)


Anni Settanta: il problema era già l'eccesso di offerta

La somiglianza con quanto leggiamo oggi nell'articolo è notevole. Nel 1976 la stessa Comunità economica europea constatava esplicitamente che lo squilibrio fra produzione e consumo di vino non era più un fenomeno congiunturale, ma strutturale, e che gli strumenti di stabilizzazione del mercato introdotti con il Regolamento CEE 816/70 non erano risultati sufficienti. Da qui la scelta di ridurre il potenziale produttivo, incentivando economicamente la riconversione e l'estirpazione di alcuni vigneti. (Eur-Lex)

Il premio comunitario del 1976 arrivava, a seconda delle caratteristiche del vigneto, a 1.000, 1.500 o 2.000 unità di conto per ettaro. Non era quindi semplicemente un contributo per togliere le viti: la CEE cercava deliberatamente di correggere strutturalmente il rapporto tra capacità produttiva e capacità del mercato di assorbire il vino. (Eur-Lex)

1976 e 2026: cinquant'anni dopo ritorna lo stesso squilibrio

Ed è qui che l'articolo che ho fotografato e allegato diventa particolarmente significativo. Oggi si parla di cantine pugliesi con circa 5 milioni di ettolitri di giacenze; fonti istituzionali regionali indicano circa 4,029 milioni di ettolitri di eccedenza, per l'83% costituita da vini rossi. La Regione individua tra le cause la sovrapproduzione e il calo dei consumi e sta utilizzando riduzione delle rese, ristrutturazione e riconversione, vendemmia verde e diversificazione produttiva. (Consiglio Puglia)

C'è dunque una continuità impressionante, ma anche una differenza sostanziale:

Anni Settanta

2026

Produzione superiore alla capacità di assorbimento

Produzione/giacenze superiori alla domanda effettiva

Consumi ancora relativamente elevati

Consumo di vino strutturalmente diminuito

Vino pugliese largamente destinato al mercato dello sfuso

Maggiore presenza di DOP, IGP e vino imbottigliato

Intervento pubblico sul prodotto e sulle eccedenze

Riduzione rese, vendemmia verde, riconversione e altre misure OCM

Dal 1976 incentivi comunitari alla riconversione/estirpazione

Torna in discussione persino l'estirpazione volontaria

Obiettivo: diminuire il potenziale produttivo

Obiettivo: riallineare produzione e domanda

E la coincidenza diventa ancora più forte proprio in questi giorni: il 16 settembre 2026, la IV Commissione del Consiglio regionale pugliese ha discusso della crisi vitivinicola e della possibilità di ricorrere anche all'eradicazione volontaria dei vigneti in eccesso, nell'ambito dei nuovi strumenti europei. (Consiglio Puglia)

Quindi la fotografia storica che proporrei è questa: non siamo davanti alla stessa crisi, ma siamo nuovamente davanti allo stesso problema economico fondamentale. Quando per un periodo sufficientemente lungo la quantità producibile supera quella che il mercato riesce a remunerare, il prezzo dell'uva diventa la variabile che assorbe lo squilibrio. Chiedere soltanto un «prezzo giusto» dell'uva, senza intervenire contemporaneamente sulla quantità prodotta, sulle giacenze e sugli sbocchi commerciali, rischia quindi di affrontare l'effetto anziché la causa.

Per il Salento questa considerazione ha un peso storico particolare. La viticoltura del Novecento era stata costruita anche sulla capacità di produrre grandi quantità di vino, spesso destinate fuori regione. Quando quel modello entrò in crisi, distillazioni, riconversioni ed espianti accompagnarono una trasformazione radicale. Una ricostruzione storica del settore pugliese colloca infatti la grande ondata degli abbandoni e degli espianti soprattutto negli anni Ottanta, non negli anni Settanta. (Rivista)

Perciò correggerei leggermente la formulazione: «negli anni Settanta cominciò la politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo attraverso premi alla riconversione e all'estirpazione; negli anni Ottanta gli espianti assunsero in Puglia dimensioni molto più rilevanti».

La domanda che Palazzo Carafa dovrebbe porsi oggi, alla luce di quella storia, potrebbe allora essere ancora più precisa: le cantine sono piene perché temporaneamente non si vende il vino prodotto, oppure la Puglia possiede nuovamente un potenziale produttivo strutturalmente superiore alla domanda remunerativa? Nel primo caso servono misure congiunturali; nel secondo, come comprese la CEE già nel 1976, il problema non si risolve stabilendo soltanto il prezzo dell'uva: bisogna intervenire sulla struttura dell'offerta. (Eur-Lex)

Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976 – EUR-Lex

Ho ricostruito i dati storici disponibili, e il confronto è persino più netto di quanto apparisse dall'articolo. Occorre però distinguere Salento/provincia di Lecce e Puglia, perché le serie statistiche non sono perfettamente omogenee.

Dal 1970 al 2026: una crisi che ritorna con forme diverse

Nel 1970 la provincia di Lecce aveva circa 30.400 ettari destinati all'uva da vino: 24.366 aziende coltivavano 30.382 ettari. Altre ricostruzioni riferite complessivamente agli anni Settanta indicano valori nell'ordine dei 34.000 ettari di vigneto. (Banca Popolare Pugliese)

Era quindi un Salento profondamente viticolo. Ma soprattutto era una viticoltura inserita in un modello commerciale molto diverso dall'attuale: una parte importante della produzione meridionale era costituita da vini da taglio, alcolici e colorati, destinati anche alla Francia e alle regioni settentrionali, dove acquisivano ulteriore valore aggiunto. Nel 1979 la Francia importò complessivamente circa 8 milioni di ettolitri di vino. (Banca Popolare Pugliese)

Ed è proprio quel modello che entra in crisi.

Il 1979-1980 assomiglia sorprendentemente al 2026

Prendiamo un dato impressionante. La Puglia produsse:

1978: 9,67 milioni di ettolitri

1979: circa 11,3 milioni di ettolitri.

Nel marzo 1980 risultavano, secondo una ricostruzione dell'epoca basata sui dati del settore, circa 9 milioni di ettolitri pugliesi invenduti, ossia qualcosa come l'80% della produzione 1979. (Archivio L'Unità)

Ora veniamo al presente.

Nel 2025 la Puglia ha prodotto circa 8,4 milioni di ettolitri, il 19% circa della produzione nazionale, su 91.449 ettari di vigneto. (CRAL)

E il 16 settembre 2026 il dirigente regionale Giuseppe Trotta ha quantificato l'eccedenza pugliese in 4,029 milioni di ettolitri, per l'83% costituita da vini rossi. (Consiglio Puglia)

Il parallelo numerico diventa quindi:

Crisi 1979-80

Crisi 2025-26

Produzione pugliese

~11,3 milioni hl (1979)

~8,4 milioni hl (2025)

Vino invenduto/eccedenza

~9 milioni hl

~4,03 milioni hl

Problema

eccedenza + crisi degli sbocchi

sovrapproduzione + calo consumi

Rimedio immediato

stoccaggio/distillazione

vendemmia verde, riduzione rese, possibile distillazione

Rimedio strutturale

riduzione potenziale viticolo

riconversione + possibile eradicazione volontaria

Esito storico

forte riduzione dei vigneti

ancora da determinare

Le quantità non sono direttamente confrontabili come identica grandezza statistica — «invenduto» del 1980 ed «eccedenza» del 2026 hanno definizioni differenti — ma la struttura economica del fenomeno è sorprendentemente simile.

È qui che arrivò la CEE

La memoria dell'espianto è corretta, con una precisazione cronologica importante.

Il processo normativo comincia negli anni Settanta. Il Regolamento CEE 1163/76 del 17 maggio 1976 parte da una diagnosi molto esplicita: la sproporzione fra produzione e consumo di vino nella Comunità non poteva più essere considerata semplicemente congiunturale e gli strumenti di stabilizzazione esistenti erano insufficienti.

La risposta fu incentivare economicamente la riconversione dei vigneti la cui produzione risultava particolarmente difficile da collocare, riducendo così il potenziale produttivo viticolo. (Lagen.nu)

Poi la politica diventa ancora più esplicita. Con il Regolamento CEE 456/80 del 18 febbraio 1980 compaiono i premi di abbandono temporaneo e abbandono definitivo della viticoltura. (Eur-Lex)

Regolamento CEE 456/80 – testo ufficiale EUR-Lex

Dunque la sequenza storica è:

eccedenza → caduta dei prezzi → cantine piene → distillazione/stoccaggio → constatazione della natura strutturale della crisi → incentivi comunitari alla riduzione della superficie vitata.

Ed è una sequenza che merita di essere confrontata con ciò che sta accadendo adesso.

L'effetto sul Salento fu enorme

Qui troviamo probabilmente il dato più significativo per la tua riflessione.

Una ricostruzione storica della Cantina Cupertinum colloca proprio all'inizio degli anni Settanta la perdita dello sbocco francese e sostiene che, nell'arco di poco più di un decennio, la superficie vitata della provincia di Lecce si ridusse fino a circa un terzo di quella precedente. Tra le cause vengono indicate la perdita del mercato francese, la normativa comunitaria e i premi all'espianto, oltre alle trasformazioni dei rapporti agrari. (epulae.it)

Un dato successivo, riportato nel 2018 alla Commissione Agricoltura della Camera, rende plasticamente visibile la trasformazione:

circa 34.000 ettari di vigneto negli anni Settanta → meno di 12.000 ettari nel 2018.

Nella stessa audizione veniva osservato che oliveto aveva progressivamente sostituito parte delle superfici precedentemente occupate da vigneto e tabacco. (Documenti Camera)

Quindi il Salento perse, nell'ordine di grandezza, oltre 20.000 ettari di vigneto rispetto alla sua configurazione viticola degli anni Settanta. Non possiamo attribuire tutti quegli ettari direttamente ai premi CEE di espianto: sarebbe storicamente scorretto. Concorsero mercato, rapporti agrari, cambiamento delle colture, politica comunitaria e trasformazione della vitivinicoltura.

Anche sull'intera Puglia la contrazione fu imponente: una deliberazione regionale del 2001 riporta 153.090 ettari di superficie vitata nel 1979 contro 111.070 nel 1999, cioè una perdita di circa 42.000 ettari, pari al 27%, in vent'anni. (BURP)

E arriviamo al punto interessante: 1980 e 2026

Nel 1980 un'analisi dell'economia salentina distingueva già con notevole lucidità tra provvedimenti congiunturali e strutturali.

Tra i primi indicava stoccaggio e distillazione. Ma osservava che lo stoccaggio semplicemente rinviava il problema, perché il prodotto restava sul mercato. Per il medio-lungo periodo proponeva invece miglioramento varietale, tecniche produttive, trasformazione, qualità, imbottigliamento e soprattutto capacità commerciale. La conclusione era sostanzialmente che non bastava produrre vino: occorreva produrlo bene e riuscire a venderlo. (Banca Popolare Pugliese)

Quarantasei anni dopo siamo tornati quasi esattamente alla stessa domanda.

La Regione Puglia oggi dichiara che la crisi deriva da sovrapproduzione e calo dei consumi. Ha confermato la riduzione delle rese, dispone di 28 milioni di euro dell'OCM vino, utilizza ristrutturazione e riconversione, investimenti nelle cantine e vendemmia verde. E soprattutto sta considerando l'applicazione del Regolamento UE 471/2026, che consente anche l'eradicazione volontaria dei vigneti eccedentari. (Consiglio Puglia)

Peraltro la Regione aveva già formalizzato nel giugno 2026 la natura «strutturale» della crisi, approvando indirizzi per il contenimento delle rese delle IGP rosse. (BURP)

La lezione degli anni Settanta

Ed è questo, secondo me, il dato storico che dovrebbe entrare nel confronto aperto a Palazzo Carafa.

Nel breve periodo il viticoltore vede soprattutto il prezzo dell'uva. È comprensibile: se il prezzo non remunera i costi, l'azienda entra immediatamente in sofferenza.

Ma il precedente degli anni Settanta insegna che il prezzo può essere soltanto il sintomo visibile di uno squilibrio molto più profondo.

Nel 1979 la Puglia produsse circa 11,3 milioni di ettolitri e si ritrovò nel marzo successivo con circa 9 milioni invenduti. Nel 2025 ne produce 8,4 milioni e nel 2026 la Regione quantifica circa 4 milioni di ettolitri di eccedenza. (Archivio L'Unità)

E c'è un ulteriore elemento da non trascurare: la Puglia oggi produce meno vino rispetto al picco del 1979 e possiede molti meno ettari di vigneto, ma incontra nuovamente un problema di eccedenza.

Questo suggerisce che la questione non possa essere letta semplicemente come «si produce troppo». Bisogna aggiungere immediatamente:

troppo rispetto a quale domanda, per quale tipologia di vino e a quale prezzo?

Il fatto che l'83% dell'eccedenza attuale sia costituito da rossi è un'indicazione particolarmente importante. (Consiglio Puglia)

Perciò il rischio sarebbe ripetere meccanicamente la soluzione di cinquant'anni fa: abbiamo troppo vino → togliamo vigneti.

La storia salentina invita a maggiore cautela. La precedente ristrutturazione contribuì a trasformare radicalmente il paesaggio agricolo: dai circa 30-34 mila ettari vitati degli anni Settanta si è arrivati, decenni dopo, sotto i 12 mila. (Banca Popolare Pugliese)

La domanda strategica del 2026 dovrebbe dunque precedere l'espianto:

abbiamo troppi vigneti, oppure abbiamo una composizione della produzione, delle rese, della trasformazione e della commercializzazione non più corrispondente alla domanda?

Sono due diagnosi profondamente diverse. E conducono a politiche altrettanto diverse.

La coincidenza storica è quasi circolare: nel 1976 la CEE concluse che lo squilibrio fra produzione e consumo non era più congiunturale; nel 2026 la Regione Puglia parla nuovamente di “crisi strutturale del settore vitivinicolo regionale”. (Lagen.nu)

Cinquant'anni esatti. Ed è probabilmente questo il punto più forte da portare oggi nel dibattito: prima di finanziare una nuova stagione di espianti, varrebbe la pena studiare fino in fondo che cosa produsse quella precedente, non soltanto sui prezzi e sulle cantine, ma sull'intero sistema agricolo e sul paesaggio del Salento.