giovedì 17 settembre 2026

Cinquant’anni dopo, il vino è ancora troppo: dalle estirpazioni degli anni ’70 alle cantine piene del 2026

 


Cinquant’anni dopo, il vino è ancora troppo: dalle estirpazioni degli anni ’70 alle cantine piene del 2026

Produzione e consumo di vino confronto tra il 2026 e gli anni 70, quando si rese necessario lo svellimento dei vigneti premiato dalla comunità economica europea

Il confronto è molto interessante, ma va fatta una precisazione storica: la politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo nasce effettivamente negli anni Settanta, mentre la grande stagione degli espianti che trasformò profondamente la viticoltura pugliese e salentina si sviluppò soprattutto negli anni successivi. Il punto di svolta normativo fu il Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976, che introdusse premi per la riconversione mediante estirpazione di determinate categorie di vigneti. (Eur-Lex)


Anni Settanta: il problema era già l'eccesso di offerta

La somiglianza con quanto leggiamo oggi nell'articolo è notevole. Nel 1976 la stessa Comunità economica europea constatava esplicitamente che lo squilibrio fra produzione e consumo di vino non era più un fenomeno congiunturale, ma strutturale, e che gli strumenti di stabilizzazione del mercato introdotti con il Regolamento CEE 816/70 non erano risultati sufficienti. Da qui la scelta di ridurre il potenziale produttivo, incentivando economicamente la riconversione e l'estirpazione di alcuni vigneti. (Eur-Lex)

Il premio comunitario del 1976 arrivava, a seconda delle caratteristiche del vigneto, a 1.000, 1.500 o 2.000 unità di conto per ettaro. Non era quindi semplicemente un contributo per togliere le viti: la CEE cercava deliberatamente di correggere strutturalmente il rapporto tra capacità produttiva e capacità del mercato di assorbire il vino. (Eur-Lex)

1976 e 2026: cinquant'anni dopo ritorna lo stesso squilibrio

Ed è qui che l'articolo che ho fotografato e allegato diventa particolarmente significativo. Oggi si parla di cantine pugliesi con circa 5 milioni di ettolitri di giacenze; fonti istituzionali regionali indicano circa 4,029 milioni di ettolitri di eccedenza, per l'83% costituita da vini rossi. La Regione individua tra le cause la sovrapproduzione e il calo dei consumi e sta utilizzando riduzione delle rese, ristrutturazione e riconversione, vendemmia verde e diversificazione produttiva. (Consiglio Puglia)

C'è dunque una continuità impressionante, ma anche una differenza sostanziale:

Anni Settanta

2026

Produzione superiore alla capacità di assorbimento

Produzione/giacenze superiori alla domanda effettiva

Consumi ancora relativamente elevati

Consumo di vino strutturalmente diminuito

Vino pugliese largamente destinato al mercato dello sfuso

Maggiore presenza di DOP, IGP e vino imbottigliato

Intervento pubblico sul prodotto e sulle eccedenze

Riduzione rese, vendemmia verde, riconversione e altre misure OCM

Dal 1976 incentivi comunitari alla riconversione/estirpazione

Torna in discussione persino l'estirpazione volontaria

Obiettivo: diminuire il potenziale produttivo

Obiettivo: riallineare produzione e domanda

E la coincidenza diventa ancora più forte proprio in questi giorni: il 16 settembre 2026, la IV Commissione del Consiglio regionale pugliese ha discusso della crisi vitivinicola e della possibilità di ricorrere anche all'eradicazione volontaria dei vigneti in eccesso, nell'ambito dei nuovi strumenti europei. (Consiglio Puglia)

Quindi la fotografia storica che proporrei è questa: non siamo davanti alla stessa crisi, ma siamo nuovamente davanti allo stesso problema economico fondamentale. Quando per un periodo sufficientemente lungo la quantità producibile supera quella che il mercato riesce a remunerare, il prezzo dell'uva diventa la variabile che assorbe lo squilibrio. Chiedere soltanto un «prezzo giusto» dell'uva, senza intervenire contemporaneamente sulla quantità prodotta, sulle giacenze e sugli sbocchi commerciali, rischia quindi di affrontare l'effetto anziché la causa.

Per il Salento questa considerazione ha un peso storico particolare. La viticoltura del Novecento era stata costruita anche sulla capacità di produrre grandi quantità di vino, spesso destinate fuori regione. Quando quel modello entrò in crisi, distillazioni, riconversioni ed espianti accompagnarono una trasformazione radicale. Una ricostruzione storica del settore pugliese colloca infatti la grande ondata degli abbandoni e degli espianti soprattutto negli anni Ottanta, non negli anni Settanta. (Rivista)

Perciò correggerei leggermente la formulazione: «negli anni Settanta cominciò la politica comunitaria di riduzione del potenziale viticolo attraverso premi alla riconversione e all'estirpazione; negli anni Ottanta gli espianti assunsero in Puglia dimensioni molto più rilevanti».

La domanda che Palazzo Carafa dovrebbe porsi oggi, alla luce di quella storia, potrebbe allora essere ancora più precisa: le cantine sono piene perché temporaneamente non si vende il vino prodotto, oppure la Puglia possiede nuovamente un potenziale produttivo strutturalmente superiore alla domanda remunerativa? Nel primo caso servono misure congiunturali; nel secondo, come comprese la CEE già nel 1976, il problema non si risolve stabilendo soltanto il prezzo dell'uva: bisogna intervenire sulla struttura dell'offerta. (Eur-Lex)

Regolamento CEE n. 1163/76 del 17 maggio 1976 – EUR-Lex

Ho ricostruito i dati storici disponibili, e il confronto è persino più netto di quanto apparisse dall'articolo. Occorre però distinguere Salento/provincia di Lecce e Puglia, perché le serie statistiche non sono perfettamente omogenee.

Dal 1970 al 2026: una crisi che ritorna con forme diverse

Nel 1970 la provincia di Lecce aveva circa 30.400 ettari destinati all'uva da vino: 24.366 aziende coltivavano 30.382 ettari. Altre ricostruzioni riferite complessivamente agli anni Settanta indicano valori nell'ordine dei 34.000 ettari di vigneto. (Banca Popolare Pugliese)

Era quindi un Salento profondamente viticolo. Ma soprattutto era una viticoltura inserita in un modello commerciale molto diverso dall'attuale: una parte importante della produzione meridionale era costituita da vini da taglio, alcolici e colorati, destinati anche alla Francia e alle regioni settentrionali, dove acquisivano ulteriore valore aggiunto. Nel 1979 la Francia importò complessivamente circa 8 milioni di ettolitri di vino. (Banca Popolare Pugliese)

Ed è proprio quel modello che entra in crisi.

Il 1979-1980 assomiglia sorprendentemente al 2026

Prendiamo un dato impressionante. La Puglia produsse:

1978: 9,67 milioni di ettolitri

1979: circa 11,3 milioni di ettolitri.

Nel marzo 1980 risultavano, secondo una ricostruzione dell'epoca basata sui dati del settore, circa 9 milioni di ettolitri pugliesi invenduti, ossia qualcosa come l'80% della produzione 1979. (Archivio L'Unità)

Ora veniamo al presente.

Nel 2025 la Puglia ha prodotto circa 8,4 milioni di ettolitri, il 19% circa della produzione nazionale, su 91.449 ettari di vigneto. (CRAL)

E il 16 settembre 2026 il dirigente regionale Giuseppe Trotta ha quantificato l'eccedenza pugliese in 4,029 milioni di ettolitri, per l'83% costituita da vini rossi. (Consiglio Puglia)

Il parallelo numerico diventa quindi:

Crisi 1979-80

Crisi 2025-26

Produzione pugliese

~11,3 milioni hl (1979)

~8,4 milioni hl (2025)

Vino invenduto/eccedenza

~9 milioni hl

~4,03 milioni hl

Problema

eccedenza + crisi degli sbocchi

sovrapproduzione + calo consumi

Rimedio immediato

stoccaggio/distillazione

vendemmia verde, riduzione rese, possibile distillazione

Rimedio strutturale

riduzione potenziale viticolo

riconversione + possibile eradicazione volontaria

Esito storico

forte riduzione dei vigneti

ancora da determinare

Le quantità non sono direttamente confrontabili come identica grandezza statistica — «invenduto» del 1980 ed «eccedenza» del 2026 hanno definizioni differenti — ma la struttura economica del fenomeno è sorprendentemente simile.

È qui che arrivò la CEE

La memoria dell'espianto è corretta, con una precisazione cronologica importante.

Il processo normativo comincia negli anni Settanta. Il Regolamento CEE 1163/76 del 17 maggio 1976 parte da una diagnosi molto esplicita: la sproporzione fra produzione e consumo di vino nella Comunità non poteva più essere considerata semplicemente congiunturale e gli strumenti di stabilizzazione esistenti erano insufficienti.

La risposta fu incentivare economicamente la riconversione dei vigneti la cui produzione risultava particolarmente difficile da collocare, riducendo così il potenziale produttivo viticolo. (Lagen.nu)

Poi la politica diventa ancora più esplicita. Con il Regolamento CEE 456/80 del 18 febbraio 1980 compaiono i premi di abbandono temporaneo e abbandono definitivo della viticoltura. (Eur-Lex)

Regolamento CEE 456/80 – testo ufficiale EUR-Lex

Dunque la sequenza storica è:

eccedenza → caduta dei prezzi → cantine piene → distillazione/stoccaggio → constatazione della natura strutturale della crisi → incentivi comunitari alla riduzione della superficie vitata.

Ed è una sequenza che merita di essere confrontata con ciò che sta accadendo adesso.

L'effetto sul Salento fu enorme

Qui troviamo probabilmente il dato più significativo per la tua riflessione.

Una ricostruzione storica della Cantina Cupertinum colloca proprio all'inizio degli anni Settanta la perdita dello sbocco francese e sostiene che, nell'arco di poco più di un decennio, la superficie vitata della provincia di Lecce si ridusse fino a circa un terzo di quella precedente. Tra le cause vengono indicate la perdita del mercato francese, la normativa comunitaria e i premi all'espianto, oltre alle trasformazioni dei rapporti agrari. (epulae.it)

Un dato successivo, riportato nel 2018 alla Commissione Agricoltura della Camera, rende plasticamente visibile la trasformazione:

circa 34.000 ettari di vigneto negli anni Settanta → meno di 12.000 ettari nel 2018.

Nella stessa audizione veniva osservato che oliveto aveva progressivamente sostituito parte delle superfici precedentemente occupate da vigneto e tabacco. (Documenti Camera)

Quindi il Salento perse, nell'ordine di grandezza, oltre 20.000 ettari di vigneto rispetto alla sua configurazione viticola degli anni Settanta. Non possiamo attribuire tutti quegli ettari direttamente ai premi CEE di espianto: sarebbe storicamente scorretto. Concorsero mercato, rapporti agrari, cambiamento delle colture, politica comunitaria e trasformazione della vitivinicoltura.

Anche sull'intera Puglia la contrazione fu imponente: una deliberazione regionale del 2001 riporta 153.090 ettari di superficie vitata nel 1979 contro 111.070 nel 1999, cioè una perdita di circa 42.000 ettari, pari al 27%, in vent'anni. (BURP)

E arriviamo al punto interessante: 1980 e 2026

Nel 1980 un'analisi dell'economia salentina distingueva già con notevole lucidità tra provvedimenti congiunturali e strutturali.

Tra i primi indicava stoccaggio e distillazione. Ma osservava che lo stoccaggio semplicemente rinviava il problema, perché il prodotto restava sul mercato. Per il medio-lungo periodo proponeva invece miglioramento varietale, tecniche produttive, trasformazione, qualità, imbottigliamento e soprattutto capacità commerciale. La conclusione era sostanzialmente che non bastava produrre vino: occorreva produrlo bene e riuscire a venderlo. (Banca Popolare Pugliese)

Quarantasei anni dopo siamo tornati quasi esattamente alla stessa domanda.

La Regione Puglia oggi dichiara che la crisi deriva da sovrapproduzione e calo dei consumi. Ha confermato la riduzione delle rese, dispone di 28 milioni di euro dell'OCM vino, utilizza ristrutturazione e riconversione, investimenti nelle cantine e vendemmia verde. E soprattutto sta considerando l'applicazione del Regolamento UE 471/2026, che consente anche l'eradicazione volontaria dei vigneti eccedentari. (Consiglio Puglia)

Peraltro la Regione aveva già formalizzato nel giugno 2026 la natura «strutturale» della crisi, approvando indirizzi per il contenimento delle rese delle IGP rosse. (BURP)

La lezione degli anni Settanta

Ed è questo, secondo me, il dato storico che dovrebbe entrare nel confronto aperto a Palazzo Carafa.

Nel breve periodo il viticoltore vede soprattutto il prezzo dell'uva. È comprensibile: se il prezzo non remunera i costi, l'azienda entra immediatamente in sofferenza.

Ma il precedente degli anni Settanta insegna che il prezzo può essere soltanto il sintomo visibile di uno squilibrio molto più profondo.

Nel 1979 la Puglia produsse circa 11,3 milioni di ettolitri e si ritrovò nel marzo successivo con circa 9 milioni invenduti. Nel 2025 ne produce 8,4 milioni e nel 2026 la Regione quantifica circa 4 milioni di ettolitri di eccedenza. (Archivio L'Unità)

E c'è un ulteriore elemento da non trascurare: la Puglia oggi produce meno vino rispetto al picco del 1979 e possiede molti meno ettari di vigneto, ma incontra nuovamente un problema di eccedenza.

Questo suggerisce che la questione non possa essere letta semplicemente come «si produce troppo». Bisogna aggiungere immediatamente:

troppo rispetto a quale domanda, per quale tipologia di vino e a quale prezzo?

Il fatto che l'83% dell'eccedenza attuale sia costituito da rossi è un'indicazione particolarmente importante. (Consiglio Puglia)

Perciò il rischio sarebbe ripetere meccanicamente la soluzione di cinquant'anni fa: abbiamo troppo vino → togliamo vigneti.

La storia salentina invita a maggiore cautela. La precedente ristrutturazione contribuì a trasformare radicalmente il paesaggio agricolo: dai circa 30-34 mila ettari vitati degli anni Settanta si è arrivati, decenni dopo, sotto i 12 mila. (Banca Popolare Pugliese)

La domanda strategica del 2026 dovrebbe dunque precedere l'espianto:

abbiamo troppi vigneti, oppure abbiamo una composizione della produzione, delle rese, della trasformazione e della commercializzazione non più corrispondente alla domanda?

Sono due diagnosi profondamente diverse. E conducono a politiche altrettanto diverse.

La coincidenza storica è quasi circolare: nel 1976 la CEE concluse che lo squilibrio fra produzione e consumo non era più congiunturale; nel 2026 la Regione Puglia parla nuovamente di “crisi strutturale del settore vitivinicolo regionale”. (Lagen.nu)

Cinquant'anni esatti. Ed è probabilmente questo il punto più forte da portare oggi nel dibattito: prima di finanziare una nuova stagione di espianti, varrebbe la pena studiare fino in fondo che cosa produsse quella precedente, non soltanto sui prezzi e sulle cantine, ma sull'intero sistema agricolo e sul paesaggio del Salento.

 

Nessun commento:

Posta un commento