La realtà non arriva già
raccontata Conversazione tra Antonio Bruno e
Heinz von Foerster
Antonio
Bruno: Professore,
vorrei cominciare da una frase che mi ha colpito: il mondo non contiene
informazione. È quasi provocatoria. Io sono giornalista: se il mondo non
contiene informazione, che cosa faccio quando scrivo un articolo?
Heinz von
Foerster: Cominciamo
proprio da qui. Lei osserva qualcosa e pensa di raccogliere informazioni che si
trovano già là fuori. Ma ciò che incontra sono eventi, segni, suoni, parole,
immagini. Sono segnali. L'informazione nasce quando un osservatore attribuisce
loro un significato.
Antonio: Quindi l'informazione non passa
semplicemente da una persona all'altra?
Von
Foerster: Esatto. Il
vecchio schema del mittente che mette un'informazione dentro un messaggio, la
fa viaggiare lungo un canale e la consegna al destinatario è molto utile per le
telecomunicazioni. Ma diventa ingannevole quando pretendiamo di usarlo per
descrivere gli esseri umani.
Antonio: Perché?
Von
Foerster: Perché io
posso produrre dei segnali, ma non posso mettere nella sua testa il significato
che quei segnali hanno per me.
Antonio: Questo mi interessa moltissimo.
Significa che mentre le parlo io non le sto realmente trasferendo ciò che
penso.
Von
Foerster: Lei produce
parole. Io le ascolto e costruisco qualcosa attraverso ciò che sono già.
Antonio: Attraverso la mia storia?
Von
Foerster: La sua
storia, la cultura, le esperienze, le aspettative, ciò che ha imparato, perfino
il modo nel quale ha imparato a distinguere una cosa dall'altra.
Antonio: Allora quando dico: "Mi sono
spiegato male", forse sto usando una formula troppo semplice.
Von Foerster: Certamente. Perché potrebbe essersi
spiegato benissimo dal suo punto di vista. Ma l'altro ha costruito un
significato differente.
Antonio: Ed ecco una frase ancora più
radicale: il significato di una frase lo determina chi ascolta, non chi parla.
Von
Foerster: Proprio
così.
Antonio: Questa idea cambia parecchie cose
nei rapporti umani. Io posso dire a una persona: "Non volevo dire
questo".
Von
Foerster: E può
essere perfettamente sincero.
Antonio: Ma quella persona può rispondermi:
"Io però ho sentito questo".
Von
Foerster: Ed essere
altrettanto sincera.
Antonio: Quindi non necessariamente uno dei
due mente.
Von
Foerster: Finalmente!
Antonio: [ride] Questo
"finalmente" mi piace. Perché noi trascorriamo una quantità enorme di
tempo a stabilire chi abbia ragione su ciò che è accaduto.
Von
Foerster: Perché
immaginiamo che da qualche parte esista la versione definitiva dell'accaduto.
Antonio: Mentre abbiamo osservatori.
Von
Foerster: Abbiamo
osservatori che descrivono.
Antonio: Qui sento Maturana.
Von Foerster: Naturalmente. Nel momento in cui
lei include l'osservatore nell'osservazione, non può più fingere che la
descrizione sia indipendente da chi descrive.
Antonio: Facciamo un esempio banalissimo.
Due persone assistono alla stessa discussione. Una dice: "Antonio era
aggressivo". L'altra: "Antonio si stava difendendo".
Von
Foerster: E lei che
cosa direbbe?
Antonio: Prima avrei probabilmente cercato
di stabilire quale delle due versioni fosse vera. Adesso mi viene da domandare:
come fa ciascuno dei due a vedere ciò che vede?
Von
Foerster: E questa è
una domanda completamente diversa.
Antonio: Perché non cerca più il colpevole
dell'errore percettivo.
Von
Foerster: Cerca
l'osservatore.
Antonio: E allora potrei domandarmi anche: come
faccio io quello che faccio quando descrivo quella discussione?
Von
Foerster:
Esattamente.
Antonio: Questa domanda mi accompagna molto:
"Come faccio quello che faccio?". Perché sposta l'attenzione dalla
pretesa di scoprire come sia il mondo all'osservazione di come io faccia
emergere il mondo nel quale vivo.
Von
Foerster: Ed è qui
che comincia la responsabilità.
Antonio: Fermiamoci sulla responsabilità.
Perché questa conversazione diventa particolarmente delicata quando parliamo di
giornalismo.
Von
Foerster: Molto
delicata.
Antonio: Il giornalista tradizionalmente
dice: "Io racconto i fatti".
Von
Foerster: Quali
fatti?
Antonio: Appunto.
Von
Foerster: Quali ha
scelto? Da quale posizione li ha osservati? Quali parole ha utilizzato? Che
cosa ha messo nel titolo? Che cosa ha lasciato fuori? A chi ha dato voce?
Antonio: Quindi già scegliere che una cosa
meriti di diventare notizia è un'operazione dell'osservatore.
Von
Foerster:
Inevitabilmente.
Antonio: Nel testo lei racconta di Stanford.
Sopra l'ingresso della facoltà di giornalismo c'era scritto, in sostanza:
"Dite le cose come sono". E lei rovesciò la frase: le cose sono
come le raccontate.
Von
Foerster: Perché
"dire le cose come sono" può diventare una meravigliosa maniera per
nascondere chi sta parlando.
Antonio: Questa è fortissima.
Von
Foerster: Il
giornalista potrebbe dire: "Non sono io. È la realtà".
Antonio: E invece sono io che ho scelto
quella fotografia, quel titolo, quelle tre dichiarazioni invece di altre dieci.
Von
Foerster: E
soprattutto quelle parole.
Antonio: Allora l'impossibilità
dell'oggettività non autorizza affatto a scrivere qualsiasi cosa.
Von
Foerster: Al
contrario.
Antonio: Richiede maggiore responsabilità.
Von
Foerster:
Precisamente. Se crede di essere semplicemente uno specchio della realtà, può
sottrarsi alla responsabilità: "Io non c'entro, ho soltanto raccontato ciò
che è successo". Quando comprende di partecipare alla costruzione della
descrizione, deve assumersene la responsabilità.
Antonio: Mi viene in mente una situazione
quotidiana. Entro in una stanza. Una persona non mi saluta. Posso dire:
"Mi ha ignorato".
Von
Foerster: Ma
"non mi ha salutato" e "mi ha ignorato" non sono la stessa
cosa.
Antonio: Esatto! "Non mi ha
salutato" descrive qualcosa che posso osservare. "Mi ha
ignorato" introduce già un'interpretazione.
Von
Foerster: E magari
persino un'intenzione.
Antonio: Potrei arrivare a dire: "Non
mi ha salutato perché ce l'ha con me".
Von
Foerster: Ed eccoci
già dentro un mondo.
Antonio: Un mondo che io stesso contribuisco
a far emergere.
Von
Foerster: E nel quale
poi comincerà a comportarsi.
Antonio: Magari divento freddo con quella
persona.
Von
Foerster: Che
percepirà la sua freddezza.
Antonio: E diventerà fredda con me.
Von
Foerster: E lei
esclamerà: "Vedevo bene! Ce l'aveva con me!".
Antonio: [ride] Abbiamo fabbricato la prova
della nostra teoria!
Von
Foerster: Gli esseri
umani sono bravissimi in questo.
Antonio: C'è però qualcosa che mi interessa
ancora di più. Se il significato nasce nell'ascoltatore, allora comunicare non
significa controllare ciò che l'altro comprenderà.
Von
Foerster: Certamente
no.
Antonio: E questa per me è una questione
enorme: il controllo.
Von
Foerster: Perché?
Antonio: Perché posso desiderare che l'altro
comprenda esattamente ciò che intendo. Posso spiegare, rispiegare, precisare. E
quando non comprende come avevo previsto posso irritarmi.
Von
Foerster:
Interessante.
Antonio: Ma se prendo sul serio quello che
stiamo dicendo, devo riconoscere che l'altro non è il terminale del mio
messaggio.
Von
Foerster: È un
sistema autonomo.
Antonio: Io posso parlare, ma non posso
decidere ciò che nascerà in lui dalle mie parole.
Von
Foerster: E questo
cambia la conversazione.
Antonio: Radicalmente. Perché posso passare
da: "Devi capire quello che ti sto dicendo" a: "Che cosa hai
compreso di ciò che ho detto?".
Von
Foerster: Magnifico.
Antonio: E magari scopro qualcosa anche di
me.
Von
Foerster: Questo è il
punto. La comunicazione non è il trasporto di oggetti chiamati significati. È
una coordinazione nella quale possono emergere significati.
Antonio: Allora arriviamo al passato. Lei
sostiene che ciò che è stato è accessibile attraverso le nostre ricostruzioni.
Von
Foerster: Certamente.
Antonio: Questo mi riguarda profondamente.
Io ricordo un episodio della mia vita. Lo racconto oggi. Ma non sto prendendo
dal cervello una registrazione conservata quarant'anni fa e mandandola in onda.
Von
Foerster: Sta ricostruendo.
Antonio: Oggi.
Von
Foerster: Oggi.
Antonio: E dunque il mio passato viene
raccontato dal me presente.
Von
Foerster: Esatto.
Antonio: Fra dieci anni potrei raccontare lo
stesso episodio diversamente senza necessariamente mentire.
Von
Foerster: Perché
sarebbe diverso l'osservatore che ricostruisce.
Antonio: Questo mi sembra liberante. Non
perché il passato scompaia, ma perché smette di essere una pietra immobile.
Von
Foerster: Diventa una
storia continuamente ricostruita nel presente.
Antonio: E allora anche quando dico "io
sono fatto così perché mi è accaduto questo", dovrei forse osservare con
maggiore attenzione.
Von
Foerster: Perché?
Antonio: Perché sto costruendo adesso una
relazione tra ciò che ricordo e ciò che sono.
Von Foerster: Molto bene.
Antonio: Non sto necessariamente scoprendo
una catena causale nascosta nell'universo.
Von
Foerster: Sta
formulando una spiegazione.
Antonio: Che può essermi utile.
Von
Foerster: Oppure
imprigionarla.
Antonio: Professore, allora provo a
riassumere.
Il mondo
accade.
Io
percepisco.
Distinguo.
Attribuisco
significato.
Descrivo.
E attraverso
quella descrizione faccio emergere un mondo nel quale poi vivo.
Von
Foerster: Continui.
Antonio: Se quel mondo mi piace, posso
conservarlo.
Von
Foerster: E se non le
piace?
Antonio: Posso accorgermi di come lo sto
facendo.
Von
Foerster: E poi?
Antonio: Posso scegliere.
Von
Foerster: Ecco.
Antonio: Forse è questa la cosa che più mi
interessa di tutta questa conversazione. Non arrivare alla conclusione
relativistica che "allora tutto vale".
Von
Foerster: Sarebbe una
conclusione molto povera.
Antonio: Arrivare invece a una conseguenza
etica: se non posso nascondermi dietro una realtà che mi ordina come devo
descriverla, aumenta la mia responsabilità per il mondo che contribuisco a
generare attraverso le mie distinzioni, le mie parole e le mie azioni.
Von
Foerster: Adesso
siamo arrivati al punto.
Antonio: E potrei formularlo così: non posso
controllare il significato che nascerà nell'altro, ma posso assumermi la
responsabilità del modo in cui entro nella conversazione.
Von
Foerster: Sì.
Antonio: Posso accorgermi.
Von
Foerster: Sì.
Antonio: Posso osservare cosa percepisco.
Von
Foerster: Sì.
Antonio: Posso osservare cosa sto facendo.
Von
Foerster: Sì.
Antonio: Posso vedere quale passato sto
ricostruendo e quale futuro sto anticipando.
Von
Foerster: E infine?
Antonio: Posso scegliere che cosa conservare.
Von
Foerster: E che cosa
cambiare.
Antonio: Allora forse comunicare non
significa riuscire a mettere nella testa dell'altro ciò che ho nella mia.
Von
Foerster: No.
Antonio: Significa incontrarsi sapendo che
ciascuno costruirà qualcosa.
Von Foerster: Sì.
Antonio: E assumersi la responsabilità di
ciò che facciamo nascere nella relazione.
Von
Foerster: Questa mi
sembra una buona conclusione.
Antonio: A me sembra piuttosto un buon
inizio.
Ho fatto
convergere il pensiero del testo con il tuo percorso di auto-osservazione,
soprattutto nel passaggio «mi accorgo → percepisco → cosa sto facendo →
ricostruisco il passato → anticipo scenari → scelgo → cosa conservo». Nel
testo originale, infatti, von Foerster arriva al principio decisivo secondo cui
è il ricevente a costruire il significato dell'enunciato, non il parlante a
trasferirglielo già confezionato.

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