L'AGRICOLTURA DELLA RENDITA: QUANDO I GUADAGNI SONO PRIVATI E LE DIFFICOLTÀ DIVENTANO UN PROBLEMA DELLO STATO
di Antonio Bruno
C'è una domanda che continuo a farmi ogni volta che leggo le proteste degli agricoltori, dei proprietari di frantoi e delle organizzazioni che dichiarano di rappresentarli: quando gli affari andavano bene, quando il prezzo dell'olio garantiva guadagni soddisfacenti, quando la proprietà della terra assicurava un reddito, qualcuno ha mai pensato di restituire alla collettività una parte dei propri profitti perché le cose stavano andando particolarmente bene?
Naturalmente no. E non era tenuto a farlo.
Ma allora vorrei capire perché, quando le cose vanno male, quella stessa collettività dovrebbe essere chiamata a intervenire per conservare un'organizzazione produttiva che non riesce più a sostenersi.
Non sto parlando delle imposte, che ogni attività economica deve pagare secondo la legge. Sto parlando di qualcosa di diverso: della pretesa che il guadagno appartenga esclusivamente al privato mentre le conseguenze economiche delle difficoltà debbano essere affrontate con risorse pubbliche.
È una distinzione che considero fondamentale.
E prima di proseguire desidero chiarire un'altra cosa. Non tutti gli agricoltori vivono di rendita. Ci sono autentici imprenditori che investono, innovano, assumono lavoratori e rischiano il proprio capitale. Proprio per rispetto verso di loro, trovo insopportabile che si continui a confondere la proprietà di un pezzo di terra con l'esercizio di un'impresa.
Perché è da questa confusione che nascono molte delle contraddizioni dell'agricoltura italiana.
1. La crisi della produzione: ma chi ha deciso che lo Stato debba garantire la redditività?
Si comincia sempre dalla stessa constatazione: produciamo poco, i costi aumentano, la concorrenza internazionale è aggressiva.
Benissimo. Prendiamone atto.
Ma da quando una difficoltà competitiva costituisce automaticamente un titolo per ottenere protezione pubblica?
Un imprenditore che opera in qualsiasi altro settore deve confrontarsi con i costi di produzione, l'innovazione tecnologica, la domanda e la concorrenza. Se la sua organizzazione non è competitiva, deve modificarla.
Perché nell'agricoltura dovrebbe valere un principio diverso?
Mi si risponderà che l'agricoltura è particolare, perché dipende dal clima, dalle malattie delle piante, dalla fertilità del terreno e da processi biologici che non possono essere governati completamente.
È vero.
Ma questa peculiarità giustifica strumenti assicurativi, prevenzione, ricerca, investimenti collettivi e remunerazione dei servizi ambientali. Non giustifica automaticamente il mantenimento di qualsiasi struttura produttiva, indipendentemente dalla sua efficienza.
Se possiedo un oliveto che non riesco a gestire economicamente, il problema non può essere risolto semplicemente sostenendo che, siccome sono proprietario, qualcuno debba garantirmi un reddito.
La proprietà è un diritto. La redditività non è un diritto acquisito.
2. L'olio straniero: il concorrente diventa colpevole quando è più competitivo
Un'altra accusa ricorrente riguarda l'olio proveniente dall'estero.
Si parla di invasione, di scaffali occupati, di concorrenza che penalizza il prodotto nazionale.
Vorrei sapere chi abbia stabilito che il consumatore italiano debba acquistare un olio più costoso soltanto perché prodotto entro i confini nazionali.
Il consumatore ha diritto a conoscere l'origine, la qualità e le caratteristiche del prodotto. Ha diritto a non essere ingannato.
Ma non ha il dovere di finanziare l'inefficienza di un'organizzazione produttiva.
Se un olio proveniente da un altro Paese viene commercializzato rispettando le norme europee, non è un invasore. È un prodotto concorrente.
Se invece viene venduto con un'origine falsa o attraverso pratiche fraudolente, il problema è la frode, non la nazionalità dell'olio.
Sono due fenomeni completamente differenti.
L'imprenditore autentico cerca di comprendere perché un concorrente riesca a produrre a costi inferiori. Studia la dimensione aziendale, le tecniche colturali, l'organizzazione del lavoro, la logistica e la commercializzazione.
Chi ragiona secondo una logica di rendita tende invece a chiedere che il concorrente venga ostacolato.
Ecco la differenza: uno cerca di cambiare la propria organizzazione, l'altro pretende che cambi il mondo intorno a lui.
3. La tracciabilità: perché dovrebbe essere una minaccia per chi opera correttamente?
Arriviamo al Documento di Accompagnamento Elettronico Olivicolo.
Si protesta perché aumenterebbero gli obblighi di registrazione e documentazione.
Io comincerei da un'altra domanda.
Per quale ragione la filiera olivicola dovrebbe considerare la tracciabilità una persecuzione?
Chi produce un bene alimentare destinato al consumo umano partecipa a una rete di responsabilità che comprende produttori, trasformatori, commercianti e consumatori.
Conoscere la provenienza delle olive, i passaggi della trasformazione e la destinazione dell'olio non è un capriccio burocratico.
È una condizione della trasparenza.
Naturalmente le procedure devono essere proporzionate, semplici e compatibili con il lavoro effettivo. Una registrazione inutile o duplicata va eliminata.
Ma una cosa è contestare il modo in cui viene realizzato un controllo, un'altra è trasformare il controllo stesso in un nemico.
Se per anni qualcuno ha potuto beneficiare di procedure scarsamente trasparenti, non può considerare la loro correzione una lesione di un diritto acquisito.
E se la tracciabilità rende visibili operazioni che prima sfuggivano alla registrazione, questo non è necessariamente un danno.
Può essere un progresso.
4. Il frantoio e i tre giorni per registrare le operazioni
Si sostiene che ridurre da sei a tre giorni il termine per registrare le operazioni nel SIAN sia incompatibile con l'attività dei frantoi durante la campagna di molitura.
È possibile che per alcune strutture rappresenti una difficoltà concreta.
Ma desidero porre una domanda: perché un'attività economica che movimenta materie prime, trasforma prodotti e gestisce beni appartenenti a terzi dovrebbe considerare straordinaria la necessità di disporre tempestivamente di informazioni sulle proprie operazioni?
Il problema potrebbe non essere il termine di tre giorni.
Potrebbe essere l'organizzazione amministrativa dell'impresa.
Un frantoio moderno dovrebbe poter integrare pesatura, conferimento, lavorazione, stoccaggio e registrazione attraverso sistemi informatici coordinati.
Se invece ogni operazione richiede trascrizioni manuali e ripetitive, è necessario verificare se sia la norma a essere progettata male oppure l'organizzazione aziendale a non essersi adeguata.
Le due possibilità non si escludono.
Per questo sarebbe ragionevole misurare i tempi effettivi di registrazione, distinguere gli impianti per dimensione e verificare quali adempimenti possano essere automatizzati.
Non considero convincente, però, l'idea che una struttura debba essere dispensata dall'innovazione soltanto perché ha sempre lavorato in un certo modo.
5. I costi burocratici: perché dovrebbero pagarli gli altri?
Un'altra rivendicazione riguarda i costi dei Centri di Assistenza Agricola e dei servizi amministrativi.
Anche qui bisogna distinguere.
Se lo Stato impone un adempimento irragionevole, duplicato o inutilmente complesso, è doveroso correggerlo.
Ma se un'attività economica richiede servizi amministrativi per rispettare obblighi legittimi, perché questi costi dovrebbero essere considerati estranei all'impresa?
Ogni organizzazione produttiva sostiene spese di contabilità, consulenza, sicurezza, manutenzione, certificazione e conformità normativa.
Sono costi di esercizio.
Un'impresa deve conoscerli, programmarli e incorporarli nella propria organizzazione economica.
Se un olivicoltore non riesce a sostenere neppure i costi amministrativi proporzionati alla propria attività, dobbiamo domandarci se ci troviamo davanti a un'impresa economicamente sostenibile oppure a una proprietà che viene occasionalmente utilizzata per produrre olio.
Non è un giudizio sulla dignità della persona.
È una distinzione economica.
E non possiamo continuare a confondere le due cose.
6. Il piccolo olivicoltore anziano: una figura umana non può sostituire un'analisi economica
Quando si vuole dimostrare che una norma è ingiusta, compare spesso l'immagine dell'anziano agricoltore, solo sul trattore, al buio, magari sotto la pioggia, costretto a confrontarsi con un dispositivo elettronico.
È una rappresentazione capace di suscitare comprensibile partecipazione emotiva.
Ma non risolve la questione.
L'età di una persona non determina la natura economica dell'attività che esercita.
Se quell'uomo coltiva gli olivi per passione, per tradizione familiare o per produrre l'olio che consuma, svolge un'attività che può avere un grande significato personale.
Ma non per questo deve necessariamente essere considerato un imprenditore agricolo.
Se invece esercita un'attività commerciale, devono essergli garantite procedure accessibili e proporzionate, anche attraverso assistenza e semplificazioni.
La soluzione non consiste nel pretendere che ogni anziano impari a utilizzare strumenti complessi.
Consiste nel progettare sistemi semplici, prevedere esenzioni ragionevoli e distinguere le attività professionali da quelle occasionali o destinate all'autoconsumo.
Non si può però utilizzare una condizione personale per dimostrare che un intero settore debba essere sottratto a obblighi giustificati.
7. Le sanzioni: un errore non è una frode, ma neppure ogni irregolarità è innocente
Si denuncia il rischio che un errore materiale venga trattato come una frode.
Su questo punto la questione è seria.
Il diritto deve distinguere l'errore formale, la negligenza, la reiterazione e la condotta fraudolenta.
Le sanzioni devono rispettare i principi di legalità e proporzionalità.
Ma non possiamo neppure assumere che ogni irregolarità sia innocente soltanto perché chi la commette si definisce un agricoltore onesto.
La correttezza di un'attività non si accerta attraverso l'autodescrizione dell'operatore.
Si accerta attraverso comportamenti, documenti e verifiche.
Un sistema serio deve proteggere chi sbaglia senza intenzione fraudolenta e, nello stesso tempo, rendere difficile nascondere operazioni illecite dietro la categoria dell'errore amministrativo.
Chiedere proporzionalità è legittimo.
Chiedere che la propria attività venga sottratta a controlli efficaci non lo sarebbe.
8. Il rincaro della molitura: il trasferimento dei costi non è una legge naturale
Si sostiene che i maggiori costi amministrativi dei frantoi saranno inevitabilmente trasferiti agli olivicoltori.
Ma inevitabilmente perché?
In economia, la possibilità di trasferire un costo sul cliente dipende dalla concorrenza, dalla domanda, dalla struttura del mercato e dal potere contrattuale delle parti.
Non basta dichiarare che un costo aumenta per dimostrare che debba essere integralmente pagato da qualcun altro.
Un frantoio può cercare di migliorare l'efficienza, automatizzare le procedure, distribuire i costi su maggiori quantità lavorate oppure rivedere la propria organizzazione.
Può anche aumentare le tariffe, se il mercato lo consente.
Ma questa è una decisione economica, non una necessità universale.
E se un impianto non riesce a operare senza trasferire ogni nuovo costo sui clienti, diventa legittimo interrogarsi sulla sua competitività.
Possedere un frantoio non garantisce il diritto di conservarne indefinitamente il margine economico.
Come possedere un oliveto non garantisce il diritto di ricavarne sempre un reddito.
9. Le organizzazioni agricole: rappresentare gli interessi non significa dimostrare che siano interessi generali
Si criticano le organizzazioni professionali perché non avrebbero difeso adeguatamente gli associati.
Ma qui vorrei introdurre una distinzione.
Le organizzazioni agricole rappresentano interessi particolari, legittimi nell'ambito della vita democratica.
Lo Stato, invece, deve perseguire l'interesse generale.
I due interessi possono coincidere, ma non necessariamente.
Una misura vantaggiosa per una categoria di proprietari potrebbe essere economicamente dannosa per i consumatori, per i contribuenti o per le imprese più efficienti.
Allo stesso modo, un provvedimento che comporta costi per alcuni operatori potrebbe generare benefici collettivi superiori.
La rappresentanza agricola dovrebbe quindi essere valutata non soltanto sulla capacità di ottenere contributi, agevolazioni ed esenzioni, ma anche sulla capacità di promuovere trasformazioni strutturali.
Quante organizzazioni hanno posto al centro della propria azione la distinzione tra proprietario e imprenditore?
Quante hanno proposto modelli capaci di superare la frammentazione fondiaria?
Quante hanno chiesto di subordinare i trasferimenti pubblici a risultati verificabili?
Sono queste le domande che vorrei sentire più spesso.
10. Il punto che nessuno vuole affrontare: quando si guadagnava, di chi erano i soldi?
Torniamo alla questione iniziale.
Immaginiamo un proprietario che, in una determinata campagna, abbia ottenuto un reddito particolarmente elevato dalla vendita dell'olio.
Quel reddito, al netto degli obblighi fiscali, era suo.
Poteva consumarlo, risparmiarlo, investirlo oppure acquistare altri terreni.
Nessuno pretendeva che lo restituisse perché il prezzo dell'olio era aumentato.
Ed è giusto che fosse così, nell'ambito delle regole dell'economia privata.
Ma se nella campagna successiva il prezzo diminuisce, la produzione cala oppure i costi aumentano, perché la perdita dovrebbe diventare automaticamente una responsabilità della collettività?
L'impresa implica il rischio.
Non possiamo conservare la libertà privata di appropriarsi dei risultati favorevoli e contemporaneamente rivendicare una garanzia pubblica contro ogni risultato sfavorevole.
Naturalmente esistono calamità, emergenze fitosanitarie e servizi ambientali che giustificano interventi pubblici. Ma devono essere riconosciuti per ciò che sono, con criteri trasparenti, e non trasformati in una garanzia permanente della redditività della proprietà.
C'è poi una precisazione economica indispensabile.
Non ogni profitto agricolo è rendita.
Il profitto può remunerare capitale investito, capacità organizzativa e rischio imprenditoriale. La rendita fondiaria, invece, deriva dalla disponibilità della terra e dalle sue caratteristiche economiche, ambientali e localizzative.
Quando parlo di rendita, dunque, non sto accusando chi lavora e produce di guadagnare illegittimamente.
Sto contestando la pretesa di trasformare il semplice possesso in un titolo permanente alla protezione economica.
E sto contestando un'asimmetria: quando il risultato è favorevole viene rivendicata l'autonomia privata; quando è sfavorevole viene invocata la responsabilità pubblica.
11. La mia proposta: lo Stato assuma direttamente la gestione dove la proprietà privata non produce valore collettivo
A questo punto non mi interessa più discutere soltanto di registri telematici, scadenze e documenti di accompagnamento.
Il problema è molto più profondo.
Abbiamo organizzato una parte dell'agricoltura intorno alla proprietà fondiaria, attribuendo a quest'ultima un'importanza che non sempre corrisponde alla capacità di produrre valore.
Nel Salento questa contraddizione è particolarmente evidente.
La frammentazione dei terreni, l'abbandono di molte superfici, le conseguenze della Xylella e le difficoltà di riorganizzazione produttiva impongono di ripensare il rapporto tra proprietà, impresa e territorio.
La mia proposta è che lo Stato non si limiti a distribuire risorse per sostenere indefinitamente strutture inefficienti.
Deve assumere una responsabilità diretta nell'organizzazione del territorio agricolo.
Dove esistono imprese capaci di produrre competitivamente, devono poter operare, investire e svilupparsi.
Dove invece la frammentazione proprietaria impedisce una gestione razionale, occorre valutare forme di gestione pubblica comprensoriale, anche diretta, nel rispetto dei diritti costituzionali.
La proprietà può restare privata senza che ogni singolo proprietario debba necessariamente esercitare un'attività produttiva autonoma.
Si possono immaginare grandi unità di gestione, programmazione agronomica territoriale, servizi meccanizzati condivisi, infrastrutture collettive, trasformazione organizzata e commercializzazione coordinata.
E dove la produzione agricola non risulti economicamente o ambientalmente conveniente, la gestione del suolo può essere orientata verso altre funzioni di interesse generale.
Naturalmente lo Stato non deve essere considerato efficiente per definizione.
La gestione pubblica deve essere sottoposta a verifiche rigorose dei costi, dei risultati e dei benefici sociali e ambientali. Altrimenti rischieremmo soltanto di sostituire una rendita privata con una rendita burocratica.
Ma il principio che intendo affermare rimane: il denaro pubblico deve finanziare funzioni e risultati di interesse collettivo, non la semplice condizione di proprietario.
12. Una questione epistemologica: perché continuiamo a vedere vittime dove dovremmo osservare organizzazioni economiche?
Qui arrivo alla riflessione che considero più importante.
Ogni volta che si parla di crisi agricola, sembra che il problema sia già stato definito prima ancora di cominciare a discuterne.
C'è un agricoltore che soffre.
C'è un mercato che lo penalizza.
C'è una burocrazia che lo ostacola.
C'è uno Stato che dovrebbe intervenire.
Questa sequenza costruisce una spiegazione apparentemente completa.
Ma è completa soltanto se accettiamo le premesse da cui nasce.
Seguendo la prospettiva epistemologica di Humberto Maturana, mi domando: come facciamo a sapere che ciò che chiamiamo crisi agricola sia davvero soltanto una crisi subita dagli agricoltori?
E se fosse anche il risultato del modo in cui abbiamo organizzato la proprietà, la produzione, la rappresentanza e l'intervento pubblico?
L'osservatore che considera l'attuale assetto agricolo qualcosa da conservare vedrà ogni nuova regola come una minaccia.
L'osservatore che considera quell'assetto una possibilità storica, e non una necessità naturale, potrà invece domandarsi se esistano organizzazioni differenti.
Non è il decreto, da solo, a determinare il significato della crisi.
È anche il sistema di premesse attraverso il quale osserviamo il decreto.
E quando cambiano le premesse, cambiano le domande.
13. Una questione fenomenologica: la terra non è la sua visura catastale
Vorrei infine considerare ciò che appare nell'esperienza concreta.
Un proprietario osserva il proprio oliveto e può riconoscervi la storia della famiglia, il lavoro dei genitori, i ricordi dell'infanzia.
È un'esperienza che comprendo e rispetto.
Un imprenditore osserva lo stesso oliveto e vi riconosce una combinazione di suolo, piante, capitale, lavoro e possibilità produttive.
Un agronomo può osservare la struttura del terreno, la disponibilità idrica, le caratteristiche climatiche e le relazioni ecologiche.
Un cittadino può riconoscervi un elemento del paesaggio.
Sono modi differenti di entrare in relazione con lo stesso luogo.
Nessuno di questi significati coincide automaticamente con il diritto a ricevere un contributo pubblico.
La terra esiste in una rete di relazioni biologiche, economiche e sociali che non si esaurisce nel titolo di proprietà.
Il fatto che una particella catastale sia intestata a qualcuno non significa che tutte le conseguenze della sua gestione riguardino soltanto quel proprietario.
Il suolo può degradarsi, l'acqua può essere consumata, il paesaggio può trasformarsi, gli incendi possono propagarsi e gli effetti delle decisioni possono raggiungere persone che non hanno alcun diritto su quella proprietà.
Ecco perché considero insufficiente una politica agricola che parta esclusivamente dai proprietari.
Vorrei una politica che partisse dal territorio, dagli organismi che lo abitano, dalle persone che vi vivono e dalle funzioni che desideriamo conservare.
Conclusione — La terra è una responsabilità, non una cambiale da presentare allo Stato
Non desidero un'agricoltura nella quale lo Stato debba garantire a ogni proprietario che il suo terreno continui a produrre un reddito.
Desidero un'agricoltura nella quale chi esercita realmente un'impresa possa svilupparla, chi custodisce beni ambientali venga remunerato per servizi effettivamente prestati e chi possiede semplicemente un patrimonio ne assuma le responsabilità.
Non vedo alcuna ragione per cui la collettività debba intervenire automaticamente quando un'attività privata diventa meno redditizia.
E non considero accettabile che si invochi il mercato quando genera profitti e lo Stato quando produce perdite.
Quando i guadagni erano elevati, nessuno aveva l'obbligo di restituire alla collettività il proprio profitto legittimo oltre a quanto previsto dal sistema fiscale.
Ma proprio per questo non si può pretendere che la collettività garantisca la continuità di quei guadagni quando le condizioni cambiano.
La proprietà privata merita rispetto.
L'impresa merita libertà e regole certe.
Il lavoro merita dignità.
L'ambiente merita tutela.
La rendita, invece, non merita di essere trasformata in un diritto permanente a carico dei cittadini.
Se vogliamo davvero cambiare l'agricoltura italiana, dobbiamo smettere di domandarci soltanto come proteggere i proprietari dalle difficoltà.
Dobbiamo cominciare a domandarci quale organizzazione della terra generi il vivere che desideriamo.
Perché un oliveto non diventa un'impresa per il solo fatto di avere un proprietario.
E un frantoio non diventa efficiente per il solo fatto di avere qualcuno che ne possiede le chiavi.
La terra non deve un reddito a chi la possiede. E lo Stato non deve una rendita a chi possiede la terra.
Antonio Bruno
Dottore in Scienze Agrarie
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