lunedì 5 ottobre 2026

Salento, la terra che impara a cambiare Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

 


Salento, la terra che impara a cambiare

Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

1–4 ottobre 2026

Ci sono viaggi nei quali si parte per vedere delle cose e si finisce per incontrare delle persone.

E poi ci sono viaggi nei quali accade il contrario: si parte per incontrare delle persone e, attraverso di loro, si comincia finalmente a vedere una terra.

Il Salento di questi giorni d'ottobre appartiene alla seconda categoria.

Sulla carta è un viaggio di studio. Lo ha organizzato l'ADAF di Lecce e sono arrivati colleghi dalla Sardegna e da altri territori. Agronomi, studiosi, imprenditori, tecnici. Il programma parla il linguaggio preciso delle professioni: olivicoltura, viticoltura, biodiversità, vivaismo, acquacoltura, innovazione.

Ma le parole dei programmi sono immobili.

I territori, invece, camminano.

E questo territorio sta camminando molto velocemente.

1 ottobre. Gli ulivi dopo gli ulivi

A Sannicola si comincia dagli ulivi.

Non potrebbe essere diversamente.

In Salento l'ulivo non è mai stato soltanto una pianta. È stato paesaggio, reddito, memoria, confine, ombra. Persino un modo di misurare il tempo.

Poi è arrivata la Xylella.

Quando muore un albero secolare non scompare soltanto una produzione. Scompare una parte del paesaggio mentale di chi è nato accanto a quell'albero.

Alla Cooperativa Agricola Olearia Sannicolese osserviamo l'olivicoltura che c'era e quella che tenta di esserci dopo.

La cooperativa viene dagli anni Settanta, da una stagione nella quale associarsi significava anche immaginare che un piccolo agricoltore potesse diventare più forte insieme agli altri.

Ci accolgono il presidente Claudio Greco e la vicepresidente Elisabetta Fiorito.

Parliamo.

Guardiamo.

Facciamo domande.

Ma soprattutto cerchiamo di capire una cosa: che cosa fa una comunità quando il paesaggio sul quale aveva costruito la propria economia non esiste più come prima?

La risposta non è scritta su nessun cartello.

La risposta sono le persone che continuano a lavorare.

Più tardi arriviamo a Gallipoli.

Alla Cantina Coppola il tempo assume improvvisamente un'altra misura: 1489.

Cinque secoli.

Una famiglia che racconta di occuparsi di vite da quando molte delle nazioni europee che conosciamo oggi non avevano ancora assunto la loro forma moderna.

Ci accompagnano Giuseppe Coppola e l'enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Qui il Negroamaro non è soltanto un vitigno. È una lingua.

La cantina contemporanea, però, non può vivere soltanto di memoria. Deve produrre, accogliere, raccontare, vendere. Deve trasformare la storia in esperienza senza ridurla a scenografia.

È uno dei paradossi che incontreremo continuamente durante il viaggio:

per conservare bisogna cambiare.

2 ottobre. I ragazzi che non aspettano il futuro

Il giorno seguente incontriamo Daniele Manni.

Per anni ha insegnato informatica e imprenditorialità ai ragazzi di Lecce partendo da un principio apparentemente semplice: per imparare a fare qualcosa bisogna cominciare a farla.

Non raccontare ai ragazzi che un giorno potranno diventare imprenditori.

Farli provare.

Farli sbagliare.

Farli ricominciare.

Accanto a lui c'è Francesco Pio Manca.

Ha vent'anni.

Ascoltandolo si comprende qualcosa che le statistiche sul Mezzogiorno spesso non riescono a raccontare: esiste una generazione che non vuole necessariamente scegliere tra partire e rimanere.

Vuole poter rimanere creando.

Francesco ha lavorato a progetti contro le fake news e a un sistema che permette alle persone non vedenti e ipovedenti di seguire allo stadio le partite del Lecce attraverso l'audiodescrizione.

Il punto non è la tecnologia.

Il punto è la domanda che viene prima della tecnologia:

a chi può servire quello che so fare?

Forse l'innovazione comincia esattamente lì.

Non quando arriva una macchina nuova.

Quando qualcuno vede un problema che gli altri hanno imparato a non vedere.

Un mango nel Salento

Poi il professor Alessio Aprile ci parla di mango.

Mango.

La parola sembra quasi estranea al paesaggio.

Eppure lo assaggiamo qui.

È coltivato qui.

Il clima cambia e l'agricoltura, che del clima è una delle più antiche interpreti, cambia insieme a esso.

Ogni nuova coltura contiene quindi due racconti.

Il primo parla di opportunità.

Il secondo è più inquietante: racconta perché quell'opportunità sia diventata possibile.

Poco distante osserviamo i pini attaccati dalla cocciniglia tartaruga.

Ancora una volta ritorna lo stesso tema.

Un organismo minuscolo.

Un albero enorme.

E un equilibrio che pensavamo stabile e invece non lo era.

Settantacinque milioni di anni

Al Museo dell'Ambiente dell'Università del Salento la nostra scala temporale improvvisamente diventa ridicola.

Settantacinque milioni di anni.

Fossili.

Mari scomparsi.

Creature che hanno abitato un territorio che ancora non si chiamava Salento.

Ce lo raccontano il Prof Piero Lionello e del Prof Gian Pietro DI SANSEBASTIANO.

Davanti allo scheletro dello Zygophyseter varolai, antico predatore marino lungo metri, viene spontaneo pensare a quanto sia recente tutto ciò che noi chiamiamo antico.

Gli uomini parlano continuamente di salvare il pianeta.

Il pianeta probabilmente non ha bisogno di essere salvato.

Siamo noi ad avere bisogno che rimangano le condizioni che rendono possibile la nostra presenza.

È una differenza piccola soltanto nelle parole.

Le viti che devono ancora nascere

A Otranto, nei Vivai Murciano, incontriamo Valentino Murciano e la dottoressa agronoma Federica Garrapa.

Qui la vite viene osservata prima che diventi vigneto.

Ci sono i campi delle piante madri da cui si ricavano le marze delle varietà destinate a produrre uva.

Ci sono le piante madri dei portainnesti, selezionate per fornire l'apparato radicale.

Due piante diverse devono diventare una.

Si preleva.

Si taglia.

Si innesta.

Si protegge.

Si aspetta.

Dall'unione nascerà la barbatella.

È un procedimento tecnico, certo.

Ma guardandolo viene in mente che molta agricoltura consiste proprio in questo: mettere insieme due fragilità nella speranza che dalla loro unione nasca qualcosa di più resistente.

3 ottobre. Una scuola senza pareti

Alla Masseria La Torre, nel territorio di Corigliano d'Otranto, incontriamo il dottore agronomo Dionigi Francesco Tarantino.

Qui esiste un bosco che è anche una scuola.

Non ci sono necessariamente banchi.

Gli insegnanti possono essere un leccio, una quercia vallonea, un insetto, una traccia lasciata da un animale.

È il Bosco Didattico.

I bambini entrano e scoprono ciò che per generazioni era stato ovvio e che oggi non lo è più: il cibo viene dalla terra; le stagioni sono differenti; gli animali non sono personaggi dei cartoni animati; un bosco non è semplicemente un insieme di alberi.

Educare all'ambiente significa forse ricostruire questa relazione elementare.

Prima di noi

A Maglie entriamo nel Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia "Decio de Lorentiis".

Ancora fossili.

Ancora pietre.

Ancora uomini venuti molto prima di noi.

Ogni museo archeologico possiede una sottile capacità di ridimensionare la presunzione del presente.

Noi arriviamo, costruiamo, discutiamo, litighiamo, progettiamo il futuro come se il tempo fosse nostro.

Poi troviamo una pietra lavorata da una mano vissuta migliaia di anni fa.

E comprendiamo che siamo ospiti.

Il mulino

A Castiglione d'Otranto incontriamo Donato Nuzzo.

Qui una comunità ha costruito un mulino.

Sembra una frase appartenente a un'altra epoca.

Invece è una storia contemporanea.

Il Mulino di Comunità nasce dal basso. Persone che mettono denaro, lavoro, fiducia. Terreni abbandonati vengono recuperati. Tornano cereali e legumi. Tornano varietà che rischiavano di scomparire.

Il mulino macina grano.

Ma non soltanto grano.

Macina una certa idea di sviluppo.

Un'idea secondo la quale un luogo marginale non deve necessariamente aspettare che qualcuno venga da fuori a salvarlo.

Può cominciare dalle proprie mani.

La quercia

Poi arriviamo nel Bosco delle Vallonee.

E davanti alla Quercia dei Cento Cavalieri bisogna smettere di parlare.

Ha attraversato circa sette secoli.

Generazioni di uomini sono nate e morte mentre lei continuava semplicemente a fare ciò che fanno gli alberi: mettere foglie, perderle, farle tornare.

La leggenda racconta che sotto la sua chioma trovarono riparo cento cavalieri.

Non importa quasi sapere se sia accaduto davvero.

Le leggende sono il modo con cui gli uomini confessano di aver incontrato qualcosa di più grande di loro.

Con noi c'è la biologa Sara Panico, direttrice del Consorzio di gestione del Parco Naturale Regionale Costa Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.

Ci parla del parco.

Ma io continuo a guardare quella quercia.

Noi discutiamo di sostenibilità da qualche decennio.

Lei la pratica da settecento anni.

4 ottobre. Agricoltori nel mare

L'ultimo giorno andiamo verso Gallipoli.

Questa volta il campo non è un campo.

È il mare.

Aldo Reho e i suoi fratelli hanno immaginato che l'acquacoltura potesse essere fatta al largo, nello Ionio, con grandi gabbie galleggianti.

Incontriamo il dottor Aldo Reho e il dottore agronomo Vincenzo Cataldi.

Le gabbie sono lontane dalla costa, esposte alle correnti.

Qui vengono allevate orate, spigole e ombrine.

Il mare muove continuamente l'acqua.

I pesci devono nuotare.

Ci viene spiegato che questo movimento continuo contribuisce alle caratteristiche delle loro carni.

Ascolto e penso alla parola agronomo.

Agrós, campo.

Nomos, regola.

Per secoli abbiamo immaginato il campo delimitato da pietre, siepi, strade.

Ora incontriamo un agronomo che lavora in un campo fatto d'acqua.

Anche le professioni cambiano quando cambia il mondo.

Il vero viaggio

Alla fine di quattro giorni provo a mettere insieme ciò che abbiamo visto.

Ulivi colpiti dalla Xylella.

Vigneti.

Barbatelle.

Mango.

Pini malati.

Fossili.

Startup.

Boschi.

Grani antichi.

Querce secolari.

Pesci allevati nel mare aperto.

Sembrano argomenti differenti.

Non lo sono.

Parlano tutti della stessa cosa:

dell'adattamento.

Una terra non sopravvive perché rimane identica.

Sopravvive perché riesce a cambiare senza dimenticare completamente ciò che era.

Forse questo è ciò che i colleghi della Sardegna sono venuti davvero a incontrare nel Salento.

E forse è ciò che noi salentini abbiamo potuto vedere meglio proprio grazie ai loro occhi.

Perché l'ospite possiede un privilegio: vede ciò che per chi abita un luogo è diventato invisibile.

Per questo bisogna ringraziare chi ci ha aperto aziende, cantine, vivai, musei, boschi, laboratori e luoghi di lavoro.

Claudio Greco ed Elisabetta Fiorito.

Giuseppe Coppola e Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Daniele Manni e Francesco Pio Manca.

Alessio Aprile.

Piero Lionello e Gian Pietro Di Sansebastiano.

Valentino Murciano e Federica Garrapa.

Dionigi Francesco Tarantino.

Donato Nuzzo.

Sara Panico.

Aldo Reho e Vincenzo Cataldi.

Franco Antonio Mastrolia

E bisogna ringraziare soprattutto i colleghi che sono venuti dalla Sardegna e tutti coloro che hanno condiviso il viaggio.

Perché un viaggio di studio riesce quando, tornando a casa, possediamo qualche informazione in più.

Ma un viaggio riesce davvero quando torniamo con qualche certezza in meno.

Il Salento che abbiamo attraversato dal 1° al 4 ottobre 2026 non ci ha mostrato una terra immobile da proteggere sotto una campana di vetro.

Ci ha mostrato una terra ferita, antica, contraddittoria e ostinata.

Una terra che perde gli ulivi e pianta nuovi alberi.

Che conserva il Negroamaro e prova a coltivare il mango.

Che custodisce fossili di milioni di anni e insegna ai ragazzi a creare startup.

Che recupera grani dimenticati e alleva pesci nel mare aperto.

Una terra che, soprattutto, continua a tentare.

E forse viaggiamo proprio per scoprire questo:

che nessun luogo coincide completamente con l'immagine che avevamo di lui prima di partire.

Nemmeno il luogo nel quale abbiamo vissuto tutta la vita.

domenica 4 ottobre 2026

Viaggio di studio nel Salento 1 - 4 ottobre 2026



Antonio Bruno

Questo video lo sto facendo innanzitutto per ringraziare tutti voi. In particolare Andrea e Roberto, che hanno ideato questa bellissima formula — io la chiamerei proprio un format — del viaggio di studio. È un’esperienza davvero interessante, perché permette di conoscere territori e realtà professionali, ma soprattutto di incontrarsi, confrontarsi e costruire relazioni.

Ma questo video lo faccio soprattutto per ringraziare Francesco Tarantino, mio collega, con il quale collaboro ormai da un paio d’anni. Francesco è socio AIAPP e dei Georgofili e si occupa in particolare di paesaggio, un ambito che io frequento meno. Tuttavia, quando promuove delle iniziative, cerco sempre di essergli accanto e di offrirgli tutto il sostegno possibile.

In questa occasione, però, devo riconoscere che è stato soprattutto lui a sostenere me. Devo confessarlo: Francesco si è fatto carico di una parte fondamentale dell’organizzazione di questo viaggio di studio. E per questo voglio ringraziarlo pubblicamente.

Da quello che ho potuto vedere, il viaggio è stato gradito. Avete conosciuto alcune realtà del nostro territorio, avete incontrato persone, ascoltato esperienze e spero soprattutto che possiate portare qualcosa di tutto questo con voi, una volta tornati a casa.

C’è poi un altro aspetto al quale tengo particolarmente: il coinvolgimento delle nuove generazioni.

Penso, per esempio, alla possibilità di avviare una collaborazione con Alessio Aprile e con il corso di Scienze Agrarie, nella speranza che gli studenti possano avvicinarsi all’esperienza associativa. Perché oggi noi professionisti siamo talmente assorbiti dal lavoro e dalle incombenze quotidiane che rischiamo di trascurare la dimensione comunitaria della professione, quella del bene comune.

E così l’associazionismo finisce spesso per essere affidato alla buona volontà di pochi.

Io faccio volontariato da sempre, nell’ADAF e in altre realtà, e credo profondamente nel valore di questa esperienza. Negli anni alcuni giovani si erano avvicinati a noi, ma poi li abbiamo persi per strada. Mi auguro allora che l’esperienza di Francesco, la mia e quella di tutti coloro che continuano a impegnarsi possa diventare una testimonianza capace di coinvolgere nuove generazioni.

Perché l’associazionismo professionale non è qualcosa di accessorio. È un modo di stare insieme nella professione, di condividere conoscenze, esperienze, responsabilità e relazioni.

Se perdiamo questa dimensione rischiamo un impoverimento non soltanto professionale, ma soprattutto umano.

Vi ringrazio ancora e mi auguro che presto si possa organizzare anche il viaggio inverso: un gruppo di colleghi del Salento che venga a trovare voi, nei vostri territori.

Sarebbe il modo migliore per continuare questo cammino.


Roberto Accossu

Anzitutto vogliamo ringraziare Antonio e Francesco per l’impegno che hanno profuso.

Abbiamo potuto constatare che, alla fine, gran parte dell’organizzazione del viaggio è ricaduta sulle loro spalle. E organizzare un viaggio di studio di questo genere praticamente in due persone richiede uno sforzo enorme.

Per questo, anche le eventuali piccole pecche che possono esserci state vanno considerate assolutamente comprensibili, soprattutto trattandosi di una prima esperienza.

Noi siamo molto contenti di essere venuti in Puglia, sia per quello che abbiamo potuto conoscere del territorio, sia per il clima che si è creato all’interno del nostro gruppo di diciotto persone.

Anche questo non è affatto scontato.

In questi giorni si è creata una bella dimensione umana e ricreativa, oltre che professionale, e credo che anche questo faccia parte del valore di un viaggio di studio.

Vorrei però lasciare ad Andrea, nella sua qualità di presidente nazionale della FIDAF, il compito di aggiungere qualche considerazione conclusiva. Ormai è al terzo o quarto viaggio insieme a noi e sta vivendo anche lui un’esperienza che, fino a qualche tempo fa, all’interno della FIDAF non esisteva.


Andrea Sonnino

La prima cosa che devo fare è smentire Antonio: io non ho inventato proprio nulla!

Sono stati loro, insieme ai colleghi veneti, a cominciare a ragionare su questo tipo di esperienza. Io non ho alcun merito particolare: quando ne ho avuto la possibilità, mi sono semplicemente accodato.

Quindi il primo ringraziamento va proprio a chi ha avuto l’idea e ha cominciato a costruire questa esperienza.

Naturalmente mi unisco ai ringraziamenti rivolti ad Antonio e a Francesco, che speriamo possa raggiungerci.

Mi unisco anche alle parole pronunciate da Roberto. Questo viaggio è stato organizzato con grande passione. Abbiamo trascorso quattro giorni visitando realtà molto interessanti e personalmente ho imparato molte cose.

Ho fatto anche alcune considerazioni più generali che, magari, avrò occasione di mettere per iscritto e condividere.

Quindi grazie davvero per il cuore, la passione e l’impegno che avete messo nell’organizzazione di queste giornate.

Vorrei però approfittare della riflessione fatta da Antonio sull’associazionismo e sulla partecipazione per aggiungere una notizia.

Stiamo lanciando la Giornata nazionale del professionista per l’agricoltura, le foreste, l’alimentazione, l’ambiente e il territorio. Il titolo è piuttosto lungo, lo riconosco, ma è il risultato di un compromesso necessario per rappresentare tutte le componenti coinvolte.

Hanno già aderito l’Accademia dei Georgofili, l’Accademia Nazionale di Agricoltura, il CONAF e diverse altre istituzioni. Ha aderito anche la Conferenza di Agraria, quella che un tempo si chiamava Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Agraria.

Possiamo quindi già annunciare che la Giornata nazionale si terrà l’11 novembre 2027.

A breve si riunirà per la prima volta il comitato promotore, coinvolgendo tutte le istituzioni che ho citato e altre ancora. Stiamo cercando di allargare la partecipazione anche ai periti agrari, ai tecnologi alimentari e alle altre professioni che operano nei nostri settori.

L'idea fondamentale, però, è questa: non vogliamo organizzare semplicemente un grande convegno nazionale a Roma, Mantova, Ragusa o in qualche altra città.

Vogliamo invece realizzare mille iniziative nei territori.

Ogni Ordine professionale, ogni corso di laurea, ogni associazione e ogni realtà locale potrà organizzare qualcosa: una visita tecnica, un incontro, un evento culturale, persino un concerto.

La Giornata nazionale dovrà vivere contemporaneamente in tanti luoghi diversi, attraverso iniziative piccole e grandi capaci di raccontare il ruolo dei professionisti dell’agricoltura, delle foreste, dell’alimentazione, dell’ambiente e del territorio.

Credo che anche questo possa contribuire proprio a quella partecipazione e a quella dimensione comunitaria della professione di cui parlava Antonio.

E allora raccogliamo subito il suo invito: possiamo cominciare fin da adesso a lavorare anche qui, insieme all’Università, all’Ordine e alle associazioni del territorio.

Voglio infine ricordare Rosario Centonze, che si scusa per non essere riuscito a raggiungerci. Avrebbe voluto essere con noi e ci aveva anche invitati a cena. Questa volta non è stato possibile, ma è stato comunque vicino all’iniziativa e sarà certamente dei nostri in una prossima occasione.

Grazie ancora ad Antonio, a Francesco e a tutti voi.

E soprattutto facciamo in modo che questo viaggio non finisca qui.


 

sabato 3 ottobre 2026

Quando la terra non conviene più

 


Quando la terra non conviene più

Dal declino dell’agricoltura italiana agli oliveti abbandonati del Salento

di Antonio Bruno – Laureato in Scienze Agrarie 

Ci sono numeri che descrivono un fenomeno. E poi ci sono numeri che, se uno conosce la terra, finiscono per raccontare delle persone.

L’Istat ha messo in fila vent’anni di agricoltura italiana, dal 2006 al 2025, e il risultato dovrebbe costringerci a fermarci.

Le superfici coltivate a mais si sono ridotte del 51,2%. La produzione di pere è crollata del 60,6%. Quella dell’olio d’oliva del 37,6%.

Potremmo discutere delle singole colture, delle importazioni, dei cambiamenti climatici, della concorrenza internazionale, della grande distribuzione organizzata, dei prezzi riconosciuti ai produttori.

Tutto vero.

Ma da agronomo mi interessa soprattutto ciò che sta dietro quei numeri.

Perché un ettaro che esce dalla produzione non è semplicemente un ettaro in meno in una tabella dell’Istat.

È un uomo o una donna che, a un certo punto, ha deciso di non coltivarlo più.

E allora la domanda diventa: perché?

Quando coltivare non paga

L’agricoltura possiede una caratteristica curiosa: tutti riconoscono che è indispensabile, ma spesso pretendiamo che chi la pratica lavori con margini economici che non accetteremmo in quasi nessun'altra attività.

L'agricoltore compra carburante, macchine, concimi e mezzi tecnici a prezzi determinati da altri. Paga la manodopera, affronta siccità, grandine, gelate, fitopatie e mercati internazionali.

Produce senza conoscere esattamente quale sarà il prezzo del proprio prodotto quando arriverà il momento di venderlo.

E alla fine della filiera si trova spesso davanti a soggetti economicamente molto più forti di lui.

È qui che dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda elementare: quanto deve guadagnare un agricoltore perché abbia ancora senso fare l’agricoltore?

Perché nessun richiamo sentimentale alla terra può sostituire il reddito.

Sono scomparsi 3,5 milioni di ettari

Se allarghiamo lo sguardo, scopriamo che il fenomeno viene da lontano.

Tra il 1982 e il 2020 l’Italia ha perso circa 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola Utilizzata.

Contemporaneamente è cambiata profondamente la struttura produttiva.

Il 7° Censimento generale dell’agricoltura dell’Istat ha registrato il passaggio da oltre 1,6 milioni di aziende agricole a circa 1,1 milioni.

Centinaia di migliaia di aziende non ci sono più.

Naturalmente una parte di questa trasformazione deriva dall’accorpamento delle superfici e dall’aumento delle dimensioni medie aziendali. Sarebbe sbagliato confondere automaticamente ogni azienda cessata con un terreno abbandonato.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere ciò che sta accadendo soprattutto nelle aree agricole marginali.

Perché quando scompare una piccola azienda familiare non scompare soltanto un soggetto economico.

Può scomparire qualcuno che puliva un fosso, manteneva un muretto, potava gli alberi, controllava un appezzamento dopo un temporale.

Scompare un pezzo del presidio quotidiano del territorio.

Poi guardo il Salento

Ed è a questo punto che quei numeri nazionali, per me, smettono di essere numeri.

Perché vivo nel Salento.

E basta percorrere le nostre strade per vedere che cosa significa quando una terra perde progressivamente la propria funzione produttiva.

Per generazioni l’olivo non è stato semplicemente una coltura.

Ha disegnato il paesaggio.

Ha determinato il valore della terra.

Ha organizzato il calendario del lavoro.

Ha prodotto frantoi, commerci, professionalità, consuetudini, parole.

Poi è arrivata Xylella fastidiosa.

Abbiamo visto disseccare alberi che sembravano eterni.

Ma dopo l'emergenza fitosanitaria è emerso un secondo problema, forse meno spettacolare e proprio per questo più insidioso: che cosa facciamo della terra dopo gli olivi?

Perché eliminare un albero morto è relativamente semplice.

Ricostruire un'economia agricola è molto più difficile.

Il problema è il reddito

Conosco bene questa realtà anche attraverso il lavoro svolto per tanti anni nei Consorzi di Bonifica.

Prendiamo un ettaro di oliveto salentino improduttivo.

Il proprietario deve continuare ad affrontare spese, manutenzione e oneri. Ma quella superficie può non produrre praticamente alcun reddito.

E allora proviamo a metterci nei suoi panni.

Perché dovrebbe investire?

Perché dovrebbe reimpiantare?

Quale coltura dovrebbe scegliere?

A chi venderà il prodotto?

Quanto gli verrà pagato?

In quanti anni recupererà l’investimento?

Sono queste le domande che vengono prima di qualsiasi progetto di rigenerazione.

Possiamo scrivere magnifici piani, parlare di paesaggio, biodiversità e transizione ecologica. Ma se non rispondiamo alla domanda sul reddito dell’agricoltore, rischiamo di progettare un'agricoltura senza agricoltori.

La terra vale se qualcuno la vuole coltivare

Nel Salento questa contraddizione è diventata particolarmente evidente.

In diverse situazioni il reddito ricavabile dall'affitto di un ettaro agricolo può essere dell'ordine di poche centinaia di euro l'anno.

E allora accade qualcosa che un economista può descrivere con una curva, ma che un agronomo vede camminando nelle campagne.

La terra smette progressivamente di essere percepita come una risorsa produttiva.

Diventa un bene da possedere.

Talvolta un costo da sopportare.

Talvolta un'eredità della quale non si sa bene che cosa fare.

Ed è questo, secondo me, uno dei segnali più preoccupanti.

Perché per secoli nel Salento la terra è stata povera, difficile, pietrosa, assetata.

Ma aveva valore perché qualcuno desiderava coltivarla.

Intanto il bosco ritorna

Ed ecco l'altro grande dato nazionale.

Il rapporto “Foreste in Comune”, promosso da PEFC Italia insieme a UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire, racconta un'Italia nella quale la superficie forestale ha superato i 100.000 chilometri quadrati, arrivando a interessare circa il 36% del territorio nazionale.

I boschi hanno ormai superato, in estensione, i campi coltivati.

Un sorpasso storico.

Potremmo festeggiare: finalmente più natura.

Ma dobbiamo capire come quella natura sta tornando.

Una parte dell'espansione forestale deriva infatti dalla colonizzazione spontanea dei terreni agricoli abbandonati, soprattutto nelle aree interne e montane.

Il bosco avanza anche perché l'agricoltore arretra.

E sono due cose molto diverse.

Un bosco gestito è patrimonio ambientale ed economico.

Un territorio semplicemente abbandonato può invece significare perdita del mosaico paesaggistico, accumulo incontrollato di biomassa, maggiore vulnerabilità agli incendi e scomparsa del presidio umano.

Non voglio l'agricoltura dei miei nonni

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che io stia rimpiangendo l'agricoltura di una volta.

No.

Non voglio tornare indietro.

Non voglio un'agricoltura costruita sulla fatica fisica, sulla povertà e sulle giornate trascorse nei campi per ottenere appena quanto bastava per vivere.

Voglio esattamente il contrario.

Voglio un'agricoltura capace di utilizzare ricerca scientifica, genetica, meccanizzazione, robotica, sensoristica, intelligenza artificiale, satelliti, irrigazione di precisione.

Voglio aziende più organizzate.

Voglio cooperative che funzionino.

Voglio filiere nelle quali il produttore abbia maggiore forza contrattuale.

Voglio che un giovane possa scegliere di fare l'agricoltore non perché suo padre possiede la terra, ma perché quella professione gli permette di costruire dignitosamente la propria vita.

La vera transizione ecologica

C'è infine una questione che nel Salento diventerà sempre più importante.

Una terra agricola che non produce reddito diventa inevitabilmente disponibile ad altre destinazioni economicamente più remunerative.

Ed è qui che agricoltura, paesaggio e transizione energetica finiscono per incontrarsi.

Non possiamo indignarci quando un proprietario considera conveniente destinare il proprio terreno a un uso diverso dall'agricoltura se per decenni abbiamo accettato che coltivarlo producesse poco o nessun reddito.

La difesa del suolo agricolo comincia dalla sua sostenibilità economica.

Questo non significa che ogni trasformazione sia accettabile.

Significa esattamente il contrario: se consideriamo il paesaggio agrario un bene collettivo, dobbiamo creare le condizioni economiche affinché qualcuno abbia interesse a mantenerlo vivo.

Non basta dire al proprietario: «Non puoi fare altro».

Bisogna potergli dire: «Puoi vivere coltivando questa terra».

Il bosco non è il nemico

Non considero il ritorno del bosco una tragedia.

La natura non commette errori.

Siamo noi che dobbiamo decidere quali territori vogliamo abitare e quale equilibrio vogliamo costruire fra agricoltura, foreste, città, energia e paesaggio.

Ed è proprio qui che quei numeri dell'Istat diventano una questione politica nel significato più alto della parola.

Non dobbiamo chiederci soltanto quanto grano, mais, pere o olio produrrà l'Italia nel 2030.

Dobbiamo chiederci:

chi coltiverà l'Italia nel 2030?

E soprattutto:

perché dovrebbe farlo?

Io sono un agronomo.

Ho trascorso gran parte della mia vita professionale occupandomi di agricoltura, acqua, bonifica e territorio.

E quando attraverso oggi il Salento e vedo distese di olivi disseccati o terreni che lentamente smettono di essere coltivati, non penso soltanto al paesaggio che abbiamo perduto.

Penso al paesaggio che ancora possiamo costruire.

Non deve necessariamente assomigliare a quello di prima.

Può essere diverso.

Può avere nuovi oliveti, vigneti, frutteti, seminativi, pascoli, boschi, sistemi agroforestali e nuove colture che ancora dobbiamo sperimentare.

Ma perché tutto questo accada occorre una condizione.

Qualcuno deve avere una ragione per alzarsi la mattina e andare a coltivare quella terra.

E quella ragione non può essere soltanto l'amore.

Deve essere anche il reddito.

Perché quando coltivare non conviene più, prima scompare l'agricoltore.

Poi cambia il paesaggio.

E quando ce ne accorgiamo, spesso, sono già cambiati entrambi.

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1. Il focus dell'Istat sul calo ventennale dell'agricoltura

La prima parte del testo cita i dati diffusi dalla Statistica Focus dell'Istat (Produzioni agricole e zootecniche). [1, 2]

·         Dettagli della fonte: Si tratta del report analitico dell'Istat sull'andamento delle filiere agroalimentari italiane nel periodo 2006-2025. [1, 2]

·         Dati confermati: Il dimezzamento delle superfici a mais (-51,2%), il crollo della produzione delle pere (-60,6%) e dell'olio d'oliva (-37,6%), e la forte contrazione del valore economico ed economico-strutturale causata dalla pressione della grande distribuzione e dai prezzi alla produzione sfavorevoli. [1, 2, 3]

2. I dati storici sulla SAU e la perdita di aziende

I due punti numerati integrano i risultati storici dell'Istat e dell'ultimo Censimento Generale dell'Agricoltura:

·         Perdita di ettari (1982-2020): I 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) scomparsi sono il bilancio storico calcolato sui dati dei censimenti progressivi Istat. [1]

·         Chiusura di 600.000 aziende: Corrisponde alla fotografia scattata dal 7° Censimento Generale dell'Agricoltura Istat, che ha registrato il crollo del numero di aziende attive (passate da oltre 1,6 milioni a circa 1,1 milioni), colpendo soprattutto i piccoli nodi a conduzione familiare. [1]

3. Il sorpasso delle foreste sui campi coltivati

L'ultimo paragrafo cita testualmente le conclusioni del Rapporto "Foreste in Comune". [1, 2]

·         Dettagli della fonte: È la prima indagine socio-economica sul patrimonio forestale italiano, promossa da PEFC Italia in collaborazione con UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire (basata sui dati della Carta Forestale d'Italia e del CREA).

·         Dati confermati: Il rapporto certifica che la superficie boschiva nazionale ha ufficialmente superato i 100.000 chilometri quadrati (coprendo il 36% del territorio), superando l'estensione complessiva dei campi coltivati. Come evidenziato dai ricercatori, si tratta di un "sorpasso storico" che non si verificava in Italia dai tempi del Medioevo, causato principalmente dall'abbandono delle attività agricole nelle aree interne e montane. [1, 2]