Salento, la terra che impara a
cambiare
Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e
futuro
1–4 ottobre
2026
Ci sono
viaggi nei quali si parte per vedere delle cose e si finisce per incontrare
delle persone.
E poi ci
sono viaggi nei quali accade il contrario: si parte per incontrare delle
persone e, attraverso di loro, si comincia finalmente a vedere una terra.
Il Salento
di questi giorni d'ottobre appartiene alla seconda categoria.
Sulla carta
è un viaggio di studio. Lo ha organizzato l'ADAF di Lecce e sono arrivati
colleghi dalla Sardegna e da altri territori. Agronomi, studiosi, imprenditori,
tecnici. Il programma parla il linguaggio preciso delle professioni:
olivicoltura, viticoltura, biodiversità, vivaismo, acquacoltura, innovazione.
Ma le parole
dei programmi sono immobili.
I territori,
invece, camminano.
E questo
territorio sta camminando molto velocemente.
1 ottobre. Gli ulivi dopo gli ulivi
A Sannicola
si comincia dagli ulivi.
Non potrebbe
essere diversamente.
In Salento
l'ulivo non è mai stato soltanto una pianta. È stato paesaggio, reddito,
memoria, confine, ombra. Persino un modo di misurare il tempo.
Poi è
arrivata la Xylella.
Quando muore
un albero secolare non scompare soltanto una produzione. Scompare una parte del
paesaggio mentale di chi è nato accanto a quell'albero.
Alla
Cooperativa Agricola Olearia Sannicolese osserviamo l'olivicoltura che c'era e
quella che tenta di esserci dopo.
La
cooperativa viene dagli anni Settanta, da una stagione nella quale associarsi
significava anche immaginare che un piccolo agricoltore potesse diventare più
forte insieme agli altri.
Ci accolgono
il presidente Claudio Greco e la vicepresidente Elisabetta Fiorito.
Parliamo.
Guardiamo.
Facciamo
domande.
Ma
soprattutto cerchiamo di capire una cosa: che cosa fa una comunità quando il
paesaggio sul quale aveva costruito la propria economia non esiste più come
prima?
La risposta
non è scritta su nessun cartello.
La risposta
sono le persone che continuano a lavorare.
Più tardi
arriviamo a Gallipoli.
Alla Cantina
Coppola il tempo assume improvvisamente un'altra misura: 1489.
Cinque
secoli.
Una famiglia
che racconta di occuparsi di vite da quando molte delle nazioni europee che
conosciamo oggi non avevano ancora assunto la loro forma moderna.
Ci
accompagnano Giuseppe Coppola e l'enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi.
Qui il
Negroamaro non è soltanto un vitigno. È una lingua.
La cantina
contemporanea, però, non può vivere soltanto di memoria. Deve produrre,
accogliere, raccontare, vendere. Deve trasformare la storia in esperienza senza
ridurla a scenografia.
È uno dei
paradossi che incontreremo continuamente durante il viaggio:
per
conservare bisogna cambiare.
2 ottobre. I ragazzi che non aspettano il futuro
Il giorno
seguente incontriamo Daniele Manni.
Per anni ha
insegnato informatica e imprenditorialità ai ragazzi di Lecce partendo da un
principio apparentemente semplice: per imparare a fare qualcosa bisogna
cominciare a farla.
Non
raccontare ai ragazzi che un giorno potranno diventare imprenditori.
Farli
provare.
Farli
sbagliare.
Farli
ricominciare.
Accanto a
lui c'è Francesco Pio Manca.
Ha
vent'anni.
Ascoltandolo
si comprende qualcosa che le statistiche sul Mezzogiorno spesso non riescono a
raccontare: esiste una generazione che non vuole necessariamente scegliere tra
partire e rimanere.
Vuole poter rimanere
creando.
Francesco ha
lavorato a progetti contro le fake news e a un sistema che permette alle
persone non vedenti e ipovedenti di seguire allo stadio le partite del Lecce
attraverso l'audiodescrizione.
Il punto non
è la tecnologia.
Il punto è
la domanda che viene prima della tecnologia:
a chi può
servire quello che so fare?
Forse
l'innovazione comincia esattamente lì.
Non quando
arriva una macchina nuova.
Quando
qualcuno vede un problema che gli altri hanno imparato a non vedere.
Un mango nel Salento
Poi il
professor Alessio Aprile ci parla di mango.
Mango.
La parola
sembra quasi estranea al paesaggio.
Eppure lo
assaggiamo qui.
È coltivato
qui.
Il clima
cambia e l'agricoltura, che del clima è una delle più antiche interpreti,
cambia insieme a esso.
Ogni nuova
coltura contiene quindi due racconti.
Il primo
parla di opportunità.
Il secondo è
più inquietante: racconta perché quell'opportunità sia diventata possibile.
Poco
distante osserviamo i pini attaccati dalla cocciniglia tartaruga.
Ancora una
volta ritorna lo stesso tema.
Un organismo
minuscolo.
Un albero
enorme.
E un
equilibrio che pensavamo stabile e invece non lo era.
Settantacinque milioni di anni
Al Museo
dell'Ambiente dell'Università del Salento la nostra scala temporale
improvvisamente diventa ridicola.
Settantacinque
milioni di anni.
Fossili.
Mari
scomparsi.
Creature che
hanno abitato un territorio che ancora non si chiamava Salento.
Ce lo
raccontano il Prof Piero Lionello e del Prof Gian Pietro DI SANSEBASTIANO.
Davanti allo
scheletro dello Zygophyseter varolai, antico predatore marino lungo
metri, viene spontaneo pensare a quanto sia recente tutto ciò che noi chiamiamo
antico.
Gli uomini
parlano continuamente di salvare il pianeta.
Il pianeta
probabilmente non ha bisogno di essere salvato.
Siamo noi ad
avere bisogno che rimangano le condizioni che rendono possibile la nostra
presenza.
È una
differenza piccola soltanto nelle parole.
Le viti che devono ancora nascere
A Otranto,
nei Vivai Murciano, incontriamo Valentino Murciano e la dottoressa agronoma
Federica Garrapa.
Qui la vite
viene osservata prima che diventi vigneto.
Ci sono i
campi delle piante madri da cui si ricavano le marze delle varietà destinate a
produrre uva.
Ci sono le
piante madri dei portainnesti, selezionate per fornire l'apparato radicale.
Due piante
diverse devono diventare una.
Si preleva.
Si taglia.
Si innesta.
Si protegge.
Si aspetta.
Dall'unione
nascerà la barbatella.
È un
procedimento tecnico, certo.
Ma
guardandolo viene in mente che molta agricoltura consiste proprio in questo:
mettere insieme due fragilità nella speranza che dalla loro unione nasca
qualcosa di più resistente.
3 ottobre. Una scuola senza pareti
Alla
Masseria La Torre, nel territorio di Corigliano d'Otranto, incontriamo il
dottore agronomo Dionigi Francesco Tarantino.
Qui esiste
un bosco che è anche una scuola.
Non ci sono
necessariamente banchi.
Gli
insegnanti possono essere un leccio, una quercia vallonea, un insetto, una
traccia lasciata da un animale.
È il Bosco
Didattico.
I bambini
entrano e scoprono ciò che per generazioni era stato ovvio e che oggi non lo è
più: il cibo viene dalla terra; le stagioni sono differenti; gli animali non
sono personaggi dei cartoni animati; un bosco non è semplicemente un insieme di
alberi.
Educare
all'ambiente significa forse ricostruire questa relazione elementare.
Prima di noi
A Maglie
entriamo nel Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia "Decio de
Lorentiis".
Ancora
fossili.
Ancora
pietre.
Ancora
uomini venuti molto prima di noi.
Ogni museo
archeologico possiede una sottile capacità di ridimensionare la presunzione del
presente.
Noi
arriviamo, costruiamo, discutiamo, litighiamo, progettiamo il futuro come se il
tempo fosse nostro.
Poi troviamo
una pietra lavorata da una mano vissuta migliaia di anni fa.
E
comprendiamo che siamo ospiti.
Il mulino
A
Castiglione d'Otranto incontriamo Donato Nuzzo.
Qui una
comunità ha costruito un mulino.
Sembra una
frase appartenente a un'altra epoca.
Invece è una
storia contemporanea.
Il Mulino di
Comunità nasce dal basso. Persone che mettono denaro, lavoro, fiducia. Terreni
abbandonati vengono recuperati. Tornano cereali e legumi. Tornano varietà che
rischiavano di scomparire.
Il mulino
macina grano.
Ma non
soltanto grano.
Macina una
certa idea di sviluppo.
Un'idea
secondo la quale un luogo marginale non deve necessariamente aspettare che
qualcuno venga da fuori a salvarlo.
Può
cominciare dalle proprie mani.
La quercia
Poi
arriviamo nel Bosco delle Vallonee.
E davanti
alla Quercia dei Cento Cavalieri bisogna smettere di parlare.
Ha
attraversato circa sette secoli.
Generazioni
di uomini sono nate e morte mentre lei continuava semplicemente a fare ciò che
fanno gli alberi: mettere foglie, perderle, farle tornare.
La leggenda
racconta che sotto la sua chioma trovarono riparo cento cavalieri.
Non importa
quasi sapere se sia accaduto davvero.
Le leggende
sono il modo con cui gli uomini confessano di aver incontrato qualcosa di più
grande di loro.
Con noi c'è
la biologa Sara Panico, direttrice del Consorzio di gestione del Parco Naturale
Regionale Costa Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.
Ci parla del
parco.
Ma io
continuo a guardare quella quercia.
Noi
discutiamo di sostenibilità da qualche decennio.
Lei la
pratica da settecento anni.
4 ottobre. Agricoltori nel mare
L'ultimo
giorno andiamo verso Gallipoli.
Questa volta
il campo non è un campo.
È il mare.
Aldo Reho e
i suoi fratelli hanno immaginato che l'acquacoltura potesse essere fatta al
largo, nello Ionio, con grandi gabbie galleggianti.
Incontriamo
il dottor Aldo Reho e il dottore agronomo Vincenzo Cataldi.
Le gabbie
sono lontane dalla costa, esposte alle correnti.
Qui vengono
allevate orate, spigole e ombrine.
Il mare
muove continuamente l'acqua.
I pesci
devono nuotare.
Ci viene
spiegato che questo movimento continuo contribuisce alle caratteristiche delle
loro carni.
Ascolto e
penso alla parola agronomo.
Agrós, campo.
Nomos, regola.
Per secoli
abbiamo immaginato il campo delimitato da pietre, siepi, strade.
Ora
incontriamo un agronomo che lavora in un campo fatto d'acqua.
Anche le
professioni cambiano quando cambia il mondo.
Il vero viaggio
Alla fine di
quattro giorni provo a mettere insieme ciò che abbiamo visto.
Ulivi
colpiti dalla Xylella.
Vigneti.
Barbatelle.
Mango.
Pini malati.
Fossili.
Startup.
Boschi.
Grani
antichi.
Querce
secolari.
Pesci
allevati nel mare aperto.
Sembrano
argomenti differenti.
Non lo sono.
Parlano
tutti della stessa cosa:
dell'adattamento.
Una terra
non sopravvive perché rimane identica.
Sopravvive
perché riesce a cambiare senza dimenticare completamente ciò che era.
Forse questo
è ciò che i colleghi della Sardegna sono venuti davvero a incontrare nel
Salento.
E forse è
ciò che noi salentini abbiamo potuto vedere meglio proprio grazie ai loro
occhi.
Perché
l'ospite possiede un privilegio: vede ciò che per chi abita un luogo è
diventato invisibile.
Per questo
bisogna ringraziare chi ci ha aperto aziende, cantine, vivai, musei, boschi,
laboratori e luoghi di lavoro.
Claudio
Greco ed Elisabetta Fiorito.
Giuseppe
Coppola e Giuseppe Pizzolante Leuzzi.
Daniele
Manni e Francesco Pio Manca.
Alessio
Aprile.
Piero
Lionello e Gian Pietro Di Sansebastiano.
Valentino
Murciano e Federica Garrapa.
Dionigi
Francesco Tarantino.
Donato
Nuzzo.
Sara Panico.
Aldo Reho e
Vincenzo Cataldi.
Franco Antonio Mastrolia
E bisogna
ringraziare soprattutto i colleghi che sono venuti dalla Sardegna e tutti
coloro che hanno condiviso il viaggio.
Perché un
viaggio di studio riesce quando, tornando a casa, possediamo qualche
informazione in più.
Ma un
viaggio riesce davvero quando torniamo con qualche certezza in meno.
Il Salento
che abbiamo attraversato dal 1° al 4 ottobre 2026 non ci ha mostrato una terra
immobile da proteggere sotto una campana di vetro.
Ci ha
mostrato una terra ferita, antica, contraddittoria e ostinata.
Una terra
che perde gli ulivi e pianta nuovi alberi.
Che conserva
il Negroamaro e prova a coltivare il mango.
Che
custodisce fossili di milioni di anni e insegna ai ragazzi a creare startup.
Che recupera
grani dimenticati e alleva pesci nel mare aperto.
Una terra
che, soprattutto, continua a tentare.
E forse
viaggiamo proprio per scoprire questo:
che nessun
luogo coincide completamente con l'immagine che avevamo di lui prima di
partire.
Nemmeno il
luogo nel quale abbiamo vissuto tutta la vita.

