lunedì 5 ottobre 2026

Salento, la terra che impara a cambiare Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

 


Salento, la terra che impara a cambiare

Taccuino di un viaggio tra agricoltura, uomini e futuro

1–4 ottobre 2026

Ci sono viaggi nei quali si parte per vedere delle cose e si finisce per incontrare delle persone.

E poi ci sono viaggi nei quali accade il contrario: si parte per incontrare delle persone e, attraverso di loro, si comincia finalmente a vedere una terra.

Il Salento di questi giorni d'ottobre appartiene alla seconda categoria.

Sulla carta è un viaggio di studio. Lo ha organizzato l'ADAF di Lecce e sono arrivati colleghi dalla Sardegna e da altri territori. Agronomi, studiosi, imprenditori, tecnici. Il programma parla il linguaggio preciso delle professioni: olivicoltura, viticoltura, biodiversità, vivaismo, acquacoltura, innovazione.

Ma le parole dei programmi sono immobili.

I territori, invece, camminano.

E questo territorio sta camminando molto velocemente.

1 ottobre. Gli ulivi dopo gli ulivi

A Sannicola si comincia dagli ulivi.

Non potrebbe essere diversamente.

In Salento l'ulivo non è mai stato soltanto una pianta. È stato paesaggio, reddito, memoria, confine, ombra. Persino un modo di misurare il tempo.

Poi è arrivata la Xylella.

Quando muore un albero secolare non scompare soltanto una produzione. Scompare una parte del paesaggio mentale di chi è nato accanto a quell'albero.

Alla Cooperativa Agricola Olearia Sannicolese osserviamo l'olivicoltura che c'era e quella che tenta di esserci dopo.

La cooperativa viene dagli anni Settanta, da una stagione nella quale associarsi significava anche immaginare che un piccolo agricoltore potesse diventare più forte insieme agli altri.

Ci accolgono il presidente Claudio Greco e la vicepresidente Elisabetta Fiorito.

Parliamo.

Guardiamo.

Facciamo domande.

Ma soprattutto cerchiamo di capire una cosa: che cosa fa una comunità quando il paesaggio sul quale aveva costruito la propria economia non esiste più come prima?

La risposta non è scritta su nessun cartello.

La risposta sono le persone che continuano a lavorare.

Più tardi arriviamo a Gallipoli.

Alla Cantina Coppola il tempo assume improvvisamente un'altra misura: 1489.

Cinque secoli.

Una famiglia che racconta di occuparsi di vite da quando molte delle nazioni europee che conosciamo oggi non avevano ancora assunto la loro forma moderna.

Ci accompagnano Giuseppe Coppola e l'enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Qui il Negroamaro non è soltanto un vitigno. È una lingua.

La cantina contemporanea, però, non può vivere soltanto di memoria. Deve produrre, accogliere, raccontare, vendere. Deve trasformare la storia in esperienza senza ridurla a scenografia.

È uno dei paradossi che incontreremo continuamente durante il viaggio:

per conservare bisogna cambiare.

2 ottobre. I ragazzi che non aspettano il futuro

Il giorno seguente incontriamo Daniele Manni.

Per anni ha insegnato informatica e imprenditorialità ai ragazzi di Lecce partendo da un principio apparentemente semplice: per imparare a fare qualcosa bisogna cominciare a farla.

Non raccontare ai ragazzi che un giorno potranno diventare imprenditori.

Farli provare.

Farli sbagliare.

Farli ricominciare.

Accanto a lui c'è Francesco Pio Manca.

Ha vent'anni.

Ascoltandolo si comprende qualcosa che le statistiche sul Mezzogiorno spesso non riescono a raccontare: esiste una generazione che non vuole necessariamente scegliere tra partire e rimanere.

Vuole poter rimanere creando.

Francesco ha lavorato a progetti contro le fake news e a un sistema che permette alle persone non vedenti e ipovedenti di seguire allo stadio le partite del Lecce attraverso l'audiodescrizione.

Il punto non è la tecnologia.

Il punto è la domanda che viene prima della tecnologia:

a chi può servire quello che so fare?

Forse l'innovazione comincia esattamente lì.

Non quando arriva una macchina nuova.

Quando qualcuno vede un problema che gli altri hanno imparato a non vedere.

Un mango nel Salento

Poi il professor Alessio Aprile ci parla di mango.

Mango.

La parola sembra quasi estranea al paesaggio.

Eppure lo assaggiamo qui.

È coltivato qui.

Il clima cambia e l'agricoltura, che del clima è una delle più antiche interpreti, cambia insieme a esso.

Ogni nuova coltura contiene quindi due racconti.

Il primo parla di opportunità.

Il secondo è più inquietante: racconta perché quell'opportunità sia diventata possibile.

Poco distante osserviamo i pini attaccati dalla cocciniglia tartaruga.

Ancora una volta ritorna lo stesso tema.

Un organismo minuscolo.

Un albero enorme.

E un equilibrio che pensavamo stabile e invece non lo era.

Settantacinque milioni di anni

Al Museo dell'Ambiente dell'Università del Salento la nostra scala temporale improvvisamente diventa ridicola.

Settantacinque milioni di anni.

Fossili.

Mari scomparsi.

Creature che hanno abitato un territorio che ancora non si chiamava Salento.

Ce lo raccontano il Prof Piero Lionello e del Prof Gian Pietro DI SANSEBASTIANO.

Davanti allo scheletro dello Zygophyseter varolai, antico predatore marino lungo metri, viene spontaneo pensare a quanto sia recente tutto ciò che noi chiamiamo antico.

Gli uomini parlano continuamente di salvare il pianeta.

Il pianeta probabilmente non ha bisogno di essere salvato.

Siamo noi ad avere bisogno che rimangano le condizioni che rendono possibile la nostra presenza.

È una differenza piccola soltanto nelle parole.

Le viti che devono ancora nascere

A Otranto, nei Vivai Murciano, incontriamo Valentino Murciano e la dottoressa agronoma Federica Garrapa.

Qui la vite viene osservata prima che diventi vigneto.

Ci sono i campi delle piante madri da cui si ricavano le marze delle varietà destinate a produrre uva.

Ci sono le piante madri dei portainnesti, selezionate per fornire l'apparato radicale.

Due piante diverse devono diventare una.

Si preleva.

Si taglia.

Si innesta.

Si protegge.

Si aspetta.

Dall'unione nascerà la barbatella.

È un procedimento tecnico, certo.

Ma guardandolo viene in mente che molta agricoltura consiste proprio in questo: mettere insieme due fragilità nella speranza che dalla loro unione nasca qualcosa di più resistente.

3 ottobre. Una scuola senza pareti

Alla Masseria La Torre, nel territorio di Corigliano d'Otranto, incontriamo il dottore agronomo Dionigi Francesco Tarantino.

Qui esiste un bosco che è anche una scuola.

Non ci sono necessariamente banchi.

Gli insegnanti possono essere un leccio, una quercia vallonea, un insetto, una traccia lasciata da un animale.

È il Bosco Didattico.

I bambini entrano e scoprono ciò che per generazioni era stato ovvio e che oggi non lo è più: il cibo viene dalla terra; le stagioni sono differenti; gli animali non sono personaggi dei cartoni animati; un bosco non è semplicemente un insieme di alberi.

Educare all'ambiente significa forse ricostruire questa relazione elementare.

Prima di noi

A Maglie entriamo nel Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia "Decio de Lorentiis".

Ancora fossili.

Ancora pietre.

Ancora uomini venuti molto prima di noi.

Ogni museo archeologico possiede una sottile capacità di ridimensionare la presunzione del presente.

Noi arriviamo, costruiamo, discutiamo, litighiamo, progettiamo il futuro come se il tempo fosse nostro.

Poi troviamo una pietra lavorata da una mano vissuta migliaia di anni fa.

E comprendiamo che siamo ospiti.

Il mulino

A Castiglione d'Otranto incontriamo Donato Nuzzo.

Qui una comunità ha costruito un mulino.

Sembra una frase appartenente a un'altra epoca.

Invece è una storia contemporanea.

Il Mulino di Comunità nasce dal basso. Persone che mettono denaro, lavoro, fiducia. Terreni abbandonati vengono recuperati. Tornano cereali e legumi. Tornano varietà che rischiavano di scomparire.

Il mulino macina grano.

Ma non soltanto grano.

Macina una certa idea di sviluppo.

Un'idea secondo la quale un luogo marginale non deve necessariamente aspettare che qualcuno venga da fuori a salvarlo.

Può cominciare dalle proprie mani.

La quercia

Poi arriviamo nel Bosco delle Vallonee.

E davanti alla Quercia dei Cento Cavalieri bisogna smettere di parlare.

Ha attraversato circa sette secoli.

Generazioni di uomini sono nate e morte mentre lei continuava semplicemente a fare ciò che fanno gli alberi: mettere foglie, perderle, farle tornare.

La leggenda racconta che sotto la sua chioma trovarono riparo cento cavalieri.

Non importa quasi sapere se sia accaduto davvero.

Le leggende sono il modo con cui gli uomini confessano di aver incontrato qualcosa di più grande di loro.

Con noi c'è la biologa Sara Panico, direttrice del Consorzio di gestione del Parco Naturale Regionale Costa Otranto–Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase.

Ci parla del parco.

Ma io continuo a guardare quella quercia.

Noi discutiamo di sostenibilità da qualche decennio.

Lei la pratica da settecento anni.

4 ottobre. Agricoltori nel mare

L'ultimo giorno andiamo verso Gallipoli.

Questa volta il campo non è un campo.

È il mare.

Aldo Reho e i suoi fratelli hanno immaginato che l'acquacoltura potesse essere fatta al largo, nello Ionio, con grandi gabbie galleggianti.

Incontriamo il dottor Aldo Reho e il dottore agronomo Vincenzo Cataldi.

Le gabbie sono lontane dalla costa, esposte alle correnti.

Qui vengono allevate orate, spigole e ombrine.

Il mare muove continuamente l'acqua.

I pesci devono nuotare.

Ci viene spiegato che questo movimento continuo contribuisce alle caratteristiche delle loro carni.

Ascolto e penso alla parola agronomo.

Agrós, campo.

Nomos, regola.

Per secoli abbiamo immaginato il campo delimitato da pietre, siepi, strade.

Ora incontriamo un agronomo che lavora in un campo fatto d'acqua.

Anche le professioni cambiano quando cambia il mondo.

Il vero viaggio

Alla fine di quattro giorni provo a mettere insieme ciò che abbiamo visto.

Ulivi colpiti dalla Xylella.

Vigneti.

Barbatelle.

Mango.

Pini malati.

Fossili.

Startup.

Boschi.

Grani antichi.

Querce secolari.

Pesci allevati nel mare aperto.

Sembrano argomenti differenti.

Non lo sono.

Parlano tutti della stessa cosa:

dell'adattamento.

Una terra non sopravvive perché rimane identica.

Sopravvive perché riesce a cambiare senza dimenticare completamente ciò che era.

Forse questo è ciò che i colleghi della Sardegna sono venuti davvero a incontrare nel Salento.

E forse è ciò che noi salentini abbiamo potuto vedere meglio proprio grazie ai loro occhi.

Perché l'ospite possiede un privilegio: vede ciò che per chi abita un luogo è diventato invisibile.

Per questo bisogna ringraziare chi ci ha aperto aziende, cantine, vivai, musei, boschi, laboratori e luoghi di lavoro.

Claudio Greco ed Elisabetta Fiorito.

Giuseppe Coppola e Giuseppe Pizzolante Leuzzi.

Daniele Manni e Francesco Pio Manca.

Alessio Aprile.

Piero Lionello e Gian Pietro Di Sansebastiano.

Valentino Murciano e Federica Garrapa.

Dionigi Francesco Tarantino.

Donato Nuzzo.

Sara Panico.

Aldo Reho e Vincenzo Cataldi.

Franco Antonio Mastrolia

E bisogna ringraziare soprattutto i colleghi che sono venuti dalla Sardegna e tutti coloro che hanno condiviso il viaggio.

Perché un viaggio di studio riesce quando, tornando a casa, possediamo qualche informazione in più.

Ma un viaggio riesce davvero quando torniamo con qualche certezza in meno.

Il Salento che abbiamo attraversato dal 1° al 4 ottobre 2026 non ci ha mostrato una terra immobile da proteggere sotto una campana di vetro.

Ci ha mostrato una terra ferita, antica, contraddittoria e ostinata.

Una terra che perde gli ulivi e pianta nuovi alberi.

Che conserva il Negroamaro e prova a coltivare il mango.

Che custodisce fossili di milioni di anni e insegna ai ragazzi a creare startup.

Che recupera grani dimenticati e alleva pesci nel mare aperto.

Una terra che, soprattutto, continua a tentare.

E forse viaggiamo proprio per scoprire questo:

che nessun luogo coincide completamente con l'immagine che avevamo di lui prima di partire.

Nemmeno il luogo nel quale abbiamo vissuto tutta la vita.

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