giovedì 15 ottobre 2026

Xylella, 30 milioni di euro per rigenerare gli oliveti. Ma quanti ettari torneranno davvero a produrre reddito?

 


Xylella, 30 milioni di euro per rigenerare gli oliveti. Ma quanti ettari torneranno davvero a produrre reddito?

Ho letto attentamente il comunicato ufficiale diffuso oggi, 15 ottobre 2026, dalla Regione Puglia e da AGEA, relativo al nuovo bando da 30 milioni di euro destinato alla rigenerazione delle superfici agricole colpite dalla Xylella.

Da agronomo, prima ancora di esprimere un giudizio politico sull'iniziativa, ho voluto fare qualche conto.

Il comunicato ci informa che il contributo potrà raggiungere il 100% dei costi ammissibili e che, per gli oliveti con densità originaria superiore a 201 piante per ettaro, il costo massimo previsto è di 15.000 euro per ettaro.

Ho diviso 30 milioni per 15.000 euro e ho ottenuto 2.000 ettari.

Naturalmente si tratta di una proiezione, non della superficie ufficialmente prevista dal bando. Se il costo medio fosse di 10.000 euro per ettaro, la superficie finanziabile salirebbe a 3.000 ettari. Con 6.000 euro per ettaro arriveremmo a 5.000 ettari.

Ma la questione che mi interessa non è soltanto aritmetica.

Il comunicato ci ricorda che la Xylella ha provocato il disseccamento e la morte di oltre 10 milioni di ulivi. Supponiamo di realizzare 2.000 ettari di nuovi impianti con una densità di 400 piante per ettaro. Otterremmo 800.000 nuovi olivi, numericamente equivalenti all'8% dei 10 milioni perduti.

Attenzione: non sto dicendo che rigenereremmo l'8% della superficie compromessa. Per affermarlo dovrei conoscere l'estensione effettiva degli oliveti danneggiati e le loro densità originarie.

Ed è proprio qui che nasce la mia prima domanda.

Quanti ettari di oliveto sono stati effettivamente compromessi dalla Xylella e quale percentuale di questa superficie potrà essere recuperata con i 30 milioni di euro?

Non ho trovato questa informazione nel comunicato.

Ho letto, invece, che saranno privilegiati i progetti collettivi delle cooperative e delle organizzazioni di produttori. Considero interessante questa scelta, perché l'aggregazione può rappresentare un'opportunità per superare la frammentazione delle imprese agricole.

Ma mi domando quale mondo agricolo intendiamo far emergere attraverso questa scelta.

Vogliamo semplicemente aggregare le domande di contributo oppure costruire imprese capaci di organizzare la produzione, governare i costi, valorizzare il prodotto e conquistare una posizione economicamente sostenibile sul mercato?

C'è poi un'altra questione che considero fondamentale.

Un oliveto appena impiantato non è un oliveto che produce immediatamente reddito.

Le piante devono crescere, entrare in produzione e raggiungere una produttività economicamente significativa. Durante questo periodo l'agricoltore sostiene costi di gestione, manutenzione, irrigazione, difesa fitosanitaria e lavorazioni, senza disporre necessariamente di ricavi sufficienti a compensarli.

Il comunicato precisa che il finanziamento riguarda il ripristino della capacità produttiva e non il ristoro dei mancati redditi pregressi.

È una distinzione importante, ma mi induce a formulare un'altra domanda: con quali risorse le imprese affronteranno la fase che separa la realizzazione del nuovo impianto dalla sua piena capacità produttiva?

Ho apprezzato l'attenzione dichiarata alla tracciabilità, al materiale vegetale certificato e all'automazione delle procedure attraverso il SIAN. Sono strumenti che possono migliorare l'efficienza amministrativa e i controlli.

Tuttavia, non confondo l'efficienza della procedura con l'efficacia economica dell'intervento.

Un finanziamento può essere erogato correttamente, un impianto può essere realizzato nei tempi prescritti e tutti i controlli possono dare esito positivo. Ma questo non dimostra ancora che l'impresa agricola sia tornata economicamente vitale.

È questa la distinzione che considero decisiva.

Non sono contrario allo stanziamento dei 30 milioni di euro. Ogni risorsa destinata a ricostruire il patrimonio produttivo del territorio è importante.

Mi interessa, però, comprendere lo scopo dello scopo.

Stiamo finanziando la sostituzione degli alberi oppure stiamo costruendo le condizioni perché gli agricoltori possano tornare a vivere della propria attività?

Sono due obiettivi collegati, ma non coincidono.

Da agronomo ritengo che la rigenerazione debba essere misurata attraverso indicatori agronomici, economici e territoriali: ettari effettivamente recuperati, sopravvivenza delle piante, tempi di entrata in produzione, costi di gestione, produttività attesa, redditività delle imprese e sostenibilità degli ordinamenti colturali.

Vorrei conoscere anche il rapporto tra le risorse disponibili e il fabbisogno finanziario complessivo necessario per rigenerare le superfici compromesse.

Perché senza conoscere la dimensione del problema non possiamo misurare la dimensione della soluzione.

E allora, dopo aver letto il comunicato, la mia conclusione è semplice.

Trenta milioni di euro rappresentano un investimento. Non rappresentano, da soli, una strategia di rigenerazione.

La rigenerazione del Salento non si misurerà soltanto contando quanti alberi avremo piantato, ma verificando quanti ettari saranno tornati produttivi e quante imprese agricole avranno ritrovato una prospettiva economica.

Perché un albero può tornare a vivere senza che torni a vivere l'impresa che lo coltiva.

E io vorrei che tornassero a vivere entrambi.

Antonio Bruno
Dottore Agronomo

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