sabato 3 ottobre 2026

Quando la terra non conviene più

 


Quando la terra non conviene più

Dal declino dell’agricoltura italiana agli oliveti abbandonati del Salento

di Antonio Bruno – Laureato in Scienze Agrarie 

Ci sono numeri che descrivono un fenomeno. E poi ci sono numeri che, se uno conosce la terra, finiscono per raccontare delle persone.

L’Istat ha messo in fila vent’anni di agricoltura italiana, dal 2006 al 2025, e il risultato dovrebbe costringerci a fermarci.

Le superfici coltivate a mais si sono ridotte del 51,2%. La produzione di pere è crollata del 60,6%. Quella dell’olio d’oliva del 37,6%.

Potremmo discutere delle singole colture, delle importazioni, dei cambiamenti climatici, della concorrenza internazionale, della grande distribuzione organizzata, dei prezzi riconosciuti ai produttori.

Tutto vero.

Ma da agronomo mi interessa soprattutto ciò che sta dietro quei numeri.

Perché un ettaro che esce dalla produzione non è semplicemente un ettaro in meno in una tabella dell’Istat.

È un uomo o una donna che, a un certo punto, ha deciso di non coltivarlo più.

E allora la domanda diventa: perché?

Quando coltivare non paga

L’agricoltura possiede una caratteristica curiosa: tutti riconoscono che è indispensabile, ma spesso pretendiamo che chi la pratica lavori con margini economici che non accetteremmo in quasi nessun'altra attività.

L'agricoltore compra carburante, macchine, concimi e mezzi tecnici a prezzi determinati da altri. Paga la manodopera, affronta siccità, grandine, gelate, fitopatie e mercati internazionali.

Produce senza conoscere esattamente quale sarà il prezzo del proprio prodotto quando arriverà il momento di venderlo.

E alla fine della filiera si trova spesso davanti a soggetti economicamente molto più forti di lui.

È qui che dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda elementare: quanto deve guadagnare un agricoltore perché abbia ancora senso fare l’agricoltore?

Perché nessun richiamo sentimentale alla terra può sostituire il reddito.

Sono scomparsi 3,5 milioni di ettari

Se allarghiamo lo sguardo, scopriamo che il fenomeno viene da lontano.

Tra il 1982 e il 2020 l’Italia ha perso circa 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola Utilizzata.

Contemporaneamente è cambiata profondamente la struttura produttiva.

Il 7° Censimento generale dell’agricoltura dell’Istat ha registrato il passaggio da oltre 1,6 milioni di aziende agricole a circa 1,1 milioni.

Centinaia di migliaia di aziende non ci sono più.

Naturalmente una parte di questa trasformazione deriva dall’accorpamento delle superfici e dall’aumento delle dimensioni medie aziendali. Sarebbe sbagliato confondere automaticamente ogni azienda cessata con un terreno abbandonato.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere ciò che sta accadendo soprattutto nelle aree agricole marginali.

Perché quando scompare una piccola azienda familiare non scompare soltanto un soggetto economico.

Può scomparire qualcuno che puliva un fosso, manteneva un muretto, potava gli alberi, controllava un appezzamento dopo un temporale.

Scompare un pezzo del presidio quotidiano del territorio.

Poi guardo il Salento

Ed è a questo punto che quei numeri nazionali, per me, smettono di essere numeri.

Perché vivo nel Salento.

E basta percorrere le nostre strade per vedere che cosa significa quando una terra perde progressivamente la propria funzione produttiva.

Per generazioni l’olivo non è stato semplicemente una coltura.

Ha disegnato il paesaggio.

Ha determinato il valore della terra.

Ha organizzato il calendario del lavoro.

Ha prodotto frantoi, commerci, professionalità, consuetudini, parole.

Poi è arrivata Xylella fastidiosa.

Abbiamo visto disseccare alberi che sembravano eterni.

Ma dopo l'emergenza fitosanitaria è emerso un secondo problema, forse meno spettacolare e proprio per questo più insidioso: che cosa facciamo della terra dopo gli olivi?

Perché eliminare un albero morto è relativamente semplice.

Ricostruire un'economia agricola è molto più difficile.

Il problema è il reddito

Conosco bene questa realtà anche attraverso il lavoro svolto per tanti anni nei Consorzi di Bonifica.

Prendiamo un ettaro di oliveto salentino improduttivo.

Il proprietario deve continuare ad affrontare spese, manutenzione e oneri. Ma quella superficie può non produrre praticamente alcun reddito.

E allora proviamo a metterci nei suoi panni.

Perché dovrebbe investire?

Perché dovrebbe reimpiantare?

Quale coltura dovrebbe scegliere?

A chi venderà il prodotto?

Quanto gli verrà pagato?

In quanti anni recupererà l’investimento?

Sono queste le domande che vengono prima di qualsiasi progetto di rigenerazione.

Possiamo scrivere magnifici piani, parlare di paesaggio, biodiversità e transizione ecologica. Ma se non rispondiamo alla domanda sul reddito dell’agricoltore, rischiamo di progettare un'agricoltura senza agricoltori.

La terra vale se qualcuno la vuole coltivare

Nel Salento questa contraddizione è diventata particolarmente evidente.

In diverse situazioni il reddito ricavabile dall'affitto di un ettaro agricolo può essere dell'ordine di poche centinaia di euro l'anno.

E allora accade qualcosa che un economista può descrivere con una curva, ma che un agronomo vede camminando nelle campagne.

La terra smette progressivamente di essere percepita come una risorsa produttiva.

Diventa un bene da possedere.

Talvolta un costo da sopportare.

Talvolta un'eredità della quale non si sa bene che cosa fare.

Ed è questo, secondo me, uno dei segnali più preoccupanti.

Perché per secoli nel Salento la terra è stata povera, difficile, pietrosa, assetata.

Ma aveva valore perché qualcuno desiderava coltivarla.

Intanto il bosco ritorna

Ed ecco l'altro grande dato nazionale.

Il rapporto “Foreste in Comune”, promosso da PEFC Italia insieme a UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire, racconta un'Italia nella quale la superficie forestale ha superato i 100.000 chilometri quadrati, arrivando a interessare circa il 36% del territorio nazionale.

I boschi hanno ormai superato, in estensione, i campi coltivati.

Un sorpasso storico.

Potremmo festeggiare: finalmente più natura.

Ma dobbiamo capire come quella natura sta tornando.

Una parte dell'espansione forestale deriva infatti dalla colonizzazione spontanea dei terreni agricoli abbandonati, soprattutto nelle aree interne e montane.

Il bosco avanza anche perché l'agricoltore arretra.

E sono due cose molto diverse.

Un bosco gestito è patrimonio ambientale ed economico.

Un territorio semplicemente abbandonato può invece significare perdita del mosaico paesaggistico, accumulo incontrollato di biomassa, maggiore vulnerabilità agli incendi e scomparsa del presidio umano.

Non voglio l'agricoltura dei miei nonni

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che io stia rimpiangendo l'agricoltura di una volta.

No.

Non voglio tornare indietro.

Non voglio un'agricoltura costruita sulla fatica fisica, sulla povertà e sulle giornate trascorse nei campi per ottenere appena quanto bastava per vivere.

Voglio esattamente il contrario.

Voglio un'agricoltura capace di utilizzare ricerca scientifica, genetica, meccanizzazione, robotica, sensoristica, intelligenza artificiale, satelliti, irrigazione di precisione.

Voglio aziende più organizzate.

Voglio cooperative che funzionino.

Voglio filiere nelle quali il produttore abbia maggiore forza contrattuale.

Voglio che un giovane possa scegliere di fare l'agricoltore non perché suo padre possiede la terra, ma perché quella professione gli permette di costruire dignitosamente la propria vita.

La vera transizione ecologica

C'è infine una questione che nel Salento diventerà sempre più importante.

Una terra agricola che non produce reddito diventa inevitabilmente disponibile ad altre destinazioni economicamente più remunerative.

Ed è qui che agricoltura, paesaggio e transizione energetica finiscono per incontrarsi.

Non possiamo indignarci quando un proprietario considera conveniente destinare il proprio terreno a un uso diverso dall'agricoltura se per decenni abbiamo accettato che coltivarlo producesse poco o nessun reddito.

La difesa del suolo agricolo comincia dalla sua sostenibilità economica.

Questo non significa che ogni trasformazione sia accettabile.

Significa esattamente il contrario: se consideriamo il paesaggio agrario un bene collettivo, dobbiamo creare le condizioni economiche affinché qualcuno abbia interesse a mantenerlo vivo.

Non basta dire al proprietario: «Non puoi fare altro».

Bisogna potergli dire: «Puoi vivere coltivando questa terra».

Il bosco non è il nemico

Non considero il ritorno del bosco una tragedia.

La natura non commette errori.

Siamo noi che dobbiamo decidere quali territori vogliamo abitare e quale equilibrio vogliamo costruire fra agricoltura, foreste, città, energia e paesaggio.

Ed è proprio qui che quei numeri dell'Istat diventano una questione politica nel significato più alto della parola.

Non dobbiamo chiederci soltanto quanto grano, mais, pere o olio produrrà l'Italia nel 2030.

Dobbiamo chiederci:

chi coltiverà l'Italia nel 2030?

E soprattutto:

perché dovrebbe farlo?

Io sono un agronomo.

Ho trascorso gran parte della mia vita professionale occupandomi di agricoltura, acqua, bonifica e territorio.

E quando attraverso oggi il Salento e vedo distese di olivi disseccati o terreni che lentamente smettono di essere coltivati, non penso soltanto al paesaggio che abbiamo perduto.

Penso al paesaggio che ancora possiamo costruire.

Non deve necessariamente assomigliare a quello di prima.

Può essere diverso.

Può avere nuovi oliveti, vigneti, frutteti, seminativi, pascoli, boschi, sistemi agroforestali e nuove colture che ancora dobbiamo sperimentare.

Ma perché tutto questo accada occorre una condizione.

Qualcuno deve avere una ragione per alzarsi la mattina e andare a coltivare quella terra.

E quella ragione non può essere soltanto l'amore.

Deve essere anche il reddito.

Perché quando coltivare non conviene più, prima scompare l'agricoltore.

Poi cambia il paesaggio.

E quando ce ne accorgiamo, spesso, sono già cambiati entrambi.

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1. Il focus dell'Istat sul calo ventennale dell'agricoltura

La prima parte del testo cita i dati diffusi dalla Statistica Focus dell'Istat (Produzioni agricole e zootecniche). [1, 2]

·         Dettagli della fonte: Si tratta del report analitico dell'Istat sull'andamento delle filiere agroalimentari italiane nel periodo 2006-2025. [1, 2]

·         Dati confermati: Il dimezzamento delle superfici a mais (-51,2%), il crollo della produzione delle pere (-60,6%) e dell'olio d'oliva (-37,6%), e la forte contrazione del valore economico ed economico-strutturale causata dalla pressione della grande distribuzione e dai prezzi alla produzione sfavorevoli. [1, 2, 3]

2. I dati storici sulla SAU e la perdita di aziende

I due punti numerati integrano i risultati storici dell'Istat e dell'ultimo Censimento Generale dell'Agricoltura:

·         Perdita di ettari (1982-2020): I 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) scomparsi sono il bilancio storico calcolato sui dati dei censimenti progressivi Istat. [1]

·         Chiusura di 600.000 aziende: Corrisponde alla fotografia scattata dal 7° Censimento Generale dell'Agricoltura Istat, che ha registrato il crollo del numero di aziende attive (passate da oltre 1,6 milioni a circa 1,1 milioni), colpendo soprattutto i piccoli nodi a conduzione familiare. [1]

3. Il sorpasso delle foreste sui campi coltivati

L'ultimo paragrafo cita testualmente le conclusioni del Rapporto "Foreste in Comune". [1, 2]

·         Dettagli della fonte: È la prima indagine socio-economica sul patrimonio forestale italiano, promossa da PEFC Italia in collaborazione con UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire (basata sui dati della Carta Forestale d'Italia e del CREA).

·         Dati confermati: Il rapporto certifica che la superficie boschiva nazionale ha ufficialmente superato i 100.000 chilometri quadrati (coprendo il 36% del territorio), superando l'estensione complessiva dei campi coltivati. Come evidenziato dai ricercatori, si tratta di un "sorpasso storico" che non si verificava in Italia dai tempi del Medioevo, causato principalmente dall'abbandono delle attività agricole nelle aree interne e montane. [1, 2]

 

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