Quando la terra non conviene
più
Dal declino dell’agricoltura italiana agli oliveti
abbandonati del Salento
di Antonio Bruno – Laureato in Scienze Agrarie
Ci sono
numeri che descrivono un fenomeno. E poi ci sono numeri che, se uno conosce la
terra, finiscono per raccontare delle persone.
L’Istat ha
messo in fila vent’anni di agricoltura italiana, dal 2006 al 2025, e il
risultato dovrebbe costringerci a fermarci.
Le superfici
coltivate a mais si sono ridotte del 51,2%. La produzione di pere è
crollata del 60,6%. Quella dell’olio d’oliva del 37,6%.
Potremmo
discutere delle singole colture, delle importazioni, dei cambiamenti climatici,
della concorrenza internazionale, della grande distribuzione organizzata, dei
prezzi riconosciuti ai produttori.
Tutto vero.
Ma da
agronomo mi interessa soprattutto ciò che sta dietro quei numeri.
Perché un
ettaro che esce dalla produzione non è semplicemente un ettaro in meno in una
tabella dell’Istat.
È un uomo o
una donna che, a un certo punto, ha deciso di non coltivarlo più.
E allora la
domanda diventa: perché?
Quando coltivare non paga
L’agricoltura
possiede una caratteristica curiosa: tutti riconoscono che è indispensabile, ma
spesso pretendiamo che chi la pratica lavori con margini economici che non
accetteremmo in quasi nessun'altra attività.
L'agricoltore
compra carburante, macchine, concimi e mezzi tecnici a prezzi determinati da
altri. Paga la manodopera, affronta siccità, grandine, gelate, fitopatie e
mercati internazionali.
Produce
senza conoscere esattamente quale sarà il prezzo del proprio prodotto quando
arriverà il momento di venderlo.
E alla fine
della filiera si trova spesso davanti a soggetti economicamente molto più forti
di lui.
È qui che
dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda elementare: quanto deve
guadagnare un agricoltore perché abbia ancora senso fare l’agricoltore?
Perché
nessun richiamo sentimentale alla terra può sostituire il reddito.
Sono scomparsi 3,5 milioni di ettari
Se
allarghiamo lo sguardo, scopriamo che il fenomeno viene da lontano.
Tra il 1982
e il 2020 l’Italia ha perso circa 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola
Utilizzata.
Contemporaneamente
è cambiata profondamente la struttura produttiva.
Il 7°
Censimento generale dell’agricoltura dell’Istat ha registrato il passaggio da
oltre 1,6 milioni di aziende agricole a circa 1,1 milioni.
Centinaia di
migliaia di aziende non ci sono più.
Naturalmente
una parte di questa trasformazione deriva dall’accorpamento delle superfici e
dall’aumento delle dimensioni medie aziendali. Sarebbe sbagliato confondere
automaticamente ogni azienda cessata con un terreno abbandonato.
Ma sarebbe
altrettanto sbagliato non vedere ciò che sta accadendo soprattutto nelle aree
agricole marginali.
Perché
quando scompare una piccola azienda familiare non scompare soltanto un soggetto
economico.
Può
scomparire qualcuno che puliva un fosso, manteneva un muretto, potava gli
alberi, controllava un appezzamento dopo un temporale.
Scompare un
pezzo del presidio quotidiano del territorio.
Poi guardo il Salento
Ed è a
questo punto che quei numeri nazionali, per me, smettono di essere numeri.
Perché vivo
nel Salento.
E basta
percorrere le nostre strade per vedere che cosa significa quando una terra
perde progressivamente la propria funzione produttiva.
Per
generazioni l’olivo non è stato semplicemente una coltura.
Ha disegnato
il paesaggio.
Ha
determinato il valore della terra.
Ha
organizzato il calendario del lavoro.
Ha prodotto
frantoi, commerci, professionalità, consuetudini, parole.
Poi è
arrivata Xylella fastidiosa.
Abbiamo
visto disseccare alberi che sembravano eterni.
Ma dopo
l'emergenza fitosanitaria è emerso un secondo problema, forse meno spettacolare
e proprio per questo più insidioso: che cosa facciamo della terra dopo gli
olivi?
Perché
eliminare un albero morto è relativamente semplice.
Ricostruire
un'economia agricola è molto più difficile.
Il problema è il reddito
Conosco bene
questa realtà anche attraverso il lavoro svolto per tanti anni nei Consorzi di
Bonifica.
Prendiamo un
ettaro di oliveto salentino improduttivo.
Il
proprietario deve continuare ad affrontare spese, manutenzione e oneri. Ma
quella superficie può non produrre praticamente alcun reddito.
E allora
proviamo a metterci nei suoi panni.
Perché
dovrebbe investire?
Perché
dovrebbe reimpiantare?
Quale
coltura dovrebbe scegliere?
A chi
venderà il prodotto?
Quanto gli
verrà pagato?
In quanti
anni recupererà l’investimento?
Sono queste
le domande che vengono prima di qualsiasi progetto di rigenerazione.
Possiamo
scrivere magnifici piani, parlare di paesaggio, biodiversità e transizione
ecologica. Ma se non rispondiamo alla domanda sul reddito dell’agricoltore,
rischiamo di progettare un'agricoltura senza agricoltori.
La terra vale se qualcuno la vuole coltivare
Nel Salento
questa contraddizione è diventata particolarmente evidente.
In diverse
situazioni il reddito ricavabile dall'affitto di un ettaro agricolo può essere
dell'ordine di poche centinaia di euro l'anno.
E allora
accade qualcosa che un economista può descrivere con una curva, ma che un
agronomo vede camminando nelle campagne.
La terra
smette progressivamente di essere percepita come una risorsa produttiva.
Diventa un
bene da possedere.
Talvolta un
costo da sopportare.
Talvolta
un'eredità della quale non si sa bene che cosa fare.
Ed è questo,
secondo me, uno dei segnali più preoccupanti.
Perché per
secoli nel Salento la terra è stata povera, difficile, pietrosa, assetata.
Ma aveva
valore perché qualcuno desiderava coltivarla.
Intanto il bosco ritorna
Ed ecco
l'altro grande dato nazionale.
Il rapporto “Foreste
in Comune”, promosso da PEFC Italia insieme a UNCEM, Legambiente e
Consorzio Caire, racconta un'Italia nella quale la superficie forestale ha
superato i 100.000 chilometri quadrati, arrivando a interessare circa il
36% del territorio nazionale.
I boschi
hanno ormai superato, in estensione, i campi coltivati.
Un sorpasso
storico.
Potremmo
festeggiare: finalmente più natura.
Ma dobbiamo
capire come quella natura sta tornando.
Una parte
dell'espansione forestale deriva infatti dalla colonizzazione spontanea dei
terreni agricoli abbandonati, soprattutto nelle aree interne e montane.
Il bosco
avanza anche perché l'agricoltore arretra.
E sono due
cose molto diverse.
Un bosco
gestito è patrimonio ambientale ed economico.
Un
territorio semplicemente abbandonato può invece significare perdita del mosaico
paesaggistico, accumulo incontrollato di biomassa, maggiore vulnerabilità agli
incendi e scomparsa del presidio umano.
Non voglio l'agricoltura dei miei nonni
A questo
punto qualcuno potrebbe pensare che io stia rimpiangendo l'agricoltura di una
volta.
No.
Non voglio
tornare indietro.
Non voglio
un'agricoltura costruita sulla fatica fisica, sulla povertà e sulle giornate
trascorse nei campi per ottenere appena quanto bastava per vivere.
Voglio
esattamente il contrario.
Voglio
un'agricoltura capace di utilizzare ricerca scientifica, genetica,
meccanizzazione, robotica, sensoristica, intelligenza artificiale, satelliti,
irrigazione di precisione.
Voglio
aziende più organizzate.
Voglio
cooperative che funzionino.
Voglio
filiere nelle quali il produttore abbia maggiore forza contrattuale.
Voglio che
un giovane possa scegliere di fare l'agricoltore non perché suo padre possiede
la terra, ma perché quella professione gli permette di costruire dignitosamente
la propria vita.
La vera transizione ecologica
C'è infine
una questione che nel Salento diventerà sempre più importante.
Una terra
agricola che non produce reddito diventa inevitabilmente disponibile ad altre
destinazioni economicamente più remunerative.
Ed è qui che
agricoltura, paesaggio e transizione energetica finiscono per incontrarsi.
Non possiamo
indignarci quando un proprietario considera conveniente destinare il proprio
terreno a un uso diverso dall'agricoltura se per decenni abbiamo accettato che
coltivarlo producesse poco o nessun reddito.
La difesa
del suolo agricolo comincia dalla sua sostenibilità economica.
Questo non
significa che ogni trasformazione sia accettabile.
Significa
esattamente il contrario: se consideriamo il paesaggio agrario un bene
collettivo, dobbiamo creare le condizioni economiche affinché qualcuno abbia
interesse a mantenerlo vivo.
Non basta
dire al proprietario: «Non puoi fare altro».
Bisogna
potergli dire: «Puoi vivere coltivando questa terra».
Il bosco non è il nemico
Non
considero il ritorno del bosco una tragedia.
La natura
non commette errori.
Siamo noi
che dobbiamo decidere quali territori vogliamo abitare e quale equilibrio
vogliamo costruire fra agricoltura, foreste, città, energia e paesaggio.
Ed è proprio
qui che quei numeri dell'Istat diventano una questione politica nel significato
più alto della parola.
Non dobbiamo
chiederci soltanto quanto grano, mais, pere o olio produrrà l'Italia nel 2030.
Dobbiamo
chiederci:
chi coltiverà
l'Italia nel 2030?
E
soprattutto:
perché
dovrebbe farlo?
Io sono un
agronomo.
Ho trascorso
gran parte della mia vita professionale occupandomi di agricoltura, acqua,
bonifica e territorio.
E quando
attraverso oggi il Salento e vedo distese di olivi disseccati o terreni che
lentamente smettono di essere coltivati, non penso soltanto al paesaggio che
abbiamo perduto.
Penso al
paesaggio che ancora possiamo costruire.
Non deve
necessariamente assomigliare a quello di prima.
Può essere
diverso.
Può avere
nuovi oliveti, vigneti, frutteti, seminativi, pascoli, boschi, sistemi
agroforestali e nuove colture che ancora dobbiamo sperimentare.
Ma perché
tutto questo accada occorre una condizione.
Qualcuno
deve avere una ragione per alzarsi la mattina e andare a coltivare quella
terra.
E quella
ragione non può essere soltanto l'amore.
Deve essere anche
il reddito.
Perché
quando coltivare non conviene più, prima scompare l'agricoltore.
Poi cambia
il paesaggio.
E quando ce
ne accorgiamo, spesso, sono già cambiati entrambi.
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1. Il focus dell'Istat sul calo ventennale
dell'agricoltura
La prima parte del testo cita i dati diffusi dalla Statistica Focus dell'Istat
(Produzioni agricole e zootecniche). [1, 2]
·
Dettagli della fonte: Si tratta del report analitico dell'Istat sull'andamento delle
filiere agroalimentari italiane nel periodo 2006-2025. [1, 2]
·
Dati confermati: Il
dimezzamento delle superfici a mais (-51,2%), il crollo della produzione delle
pere (-60,6%) e dell'olio d'oliva (-37,6%), e la forte contrazione del valore
economico ed economico-strutturale causata dalla pressione della grande
distribuzione e dai prezzi alla produzione sfavorevoli. [1, 2,
3]
2. I dati storici sulla SAU e la perdita di aziende
I due punti numerati integrano i risultati storici
dell'Istat e dell'ultimo Censimento Generale dell'Agricoltura:
·
Perdita di ettari (1982-2020): I 3,5 milioni di ettari di Superficie Agricola
Utilizzata (SAU) scomparsi sono il bilancio storico calcolato sui dati dei
censimenti progressivi Istat. [1]
·
Chiusura di 600.000 aziende: Corrisponde alla fotografia scattata dal 7°
Censimento Generale dell'Agricoltura Istat, che ha registrato il crollo del
numero di aziende attive (passate da oltre 1,6 milioni a circa 1,1 milioni),
colpendo soprattutto i piccoli nodi a conduzione familiare. [1]
3. Il sorpasso delle foreste sui campi coltivati
L'ultimo paragrafo cita testualmente le conclusioni
del Rapporto "Foreste in Comune". [1,
2]
·
Dettagli della fonte: È la prima indagine socio-economica sul patrimonio forestale italiano,
promossa da PEFC Italia in collaborazione con UNCEM, Legambiente e
Consorzio Caire (basata sui dati della Carta Forestale d'Italia e
del CREA).
·
Dati confermati: Il rapporto
certifica che la superficie boschiva nazionale ha ufficialmente superato i 100.000
chilometri quadrati (coprendo il 36% del territorio), superando
l'estensione complessiva dei campi coltivati. Come evidenziato dai ricercatori,
si tratta di un "sorpasso storico" che non si verificava in Italia
dai tempi del Medioevo, causato principalmente dall'abbandono delle
attività agricole nelle aree interne e montane. [1, 2]

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