La terra non ha bisogno di
braccia. Ha bisogno di futuro
di Antonio
Bruno
Il demografo
conta.
Conta quelli
che c'erano, quelli che ci sono, quelli che se ne sono andati. Conta i vecchi
rimasti nei campi, i giovani che non ci sono più, gli stranieri che raccolgono
i pomodori, le fragole, l'uva e le olive.
Fa il suo
mestiere.
Scatta una
fotografia.
E una
fotografia può essere perfetta, nitidissima, persino spietata. Ma continua a
essere la fotografia di ciò che esiste.
Io invece
voglio parlare di ciò che non esiste ancora.
Perché sono
un agronomo e quando guardo un terreno non riesco a vedere soltanto quello che
c'è.
Vedo quello
che potrebbe esserci.
Davanti a un
campo abbandonato posso vedere sterpaglie, alberi che muoiono, terra che
nessuno lavora. Ma posso anche vedere ciò che quel campo diventerebbe se
qualcuno tornasse a prendersene cura.
È questa la
differenza fra una fotografia e una visione.
E allora
provo a immaginare.
Immagino un
Ente Pubblico per la terra e per i giovani.
Non un
carrozzone. Non un altro ufficio dove accumulare carte. Un ente che assuma
persone.
Giovani.
Con un
contratto vero.
Con uno
stipendio.
Con
contributi previdenziali.
Con ferie,
malattia, sicurezza sul lavoro e tutti i diritti che riconosciamo a chiunque
lavori, ma che troppo spesso sembrano diventare un lusso quando il lavoro si
svolge nei campi.
Li immagino
la mattina davanti a un olivo, a una vite, a un orto.
E il
pomeriggio davanti a un libro.
Perché
vorrei che quell'Ente facesse una cosa apparentemente rivoluzionaria: pagasse
un giovane per lavorare la terra e gli permettesse, contemporaneamente, di
studiare all'Università.
Non per
obbligarlo a diventare agronomo.
Potrebbe
studiare Agraria, certo. Ma anche Ingegneria, Medicina, Filosofia, Informatica,
Lettere.
Perché il
campo non dovrebbe essere il luogo nel quale finisce chi non ha potuto
studiare.
Dovrebbe
poter essere anche il luogo dal quale qualcuno comincia.
Questo
cambierebbe tutto.
Il lavoro
agricolo smetterebbe di essere percepito come l'ultimo gradino della scala
sociale e diventerebbe ciò che è sempre stato: un'attività indispensabile alla
vita.
Quel ragazzo
avrebbe vent'anni.
La mattina
potrebbe potare.
Il
pomeriggio preparare un esame.
Un giorno
potrebbe laurearsi.
E allora
sarebbe libero.
Libero
davvero.
Potrebbe
dire: «Resto qui».
Oppure:
«Vado via».
Potrebbe
continuare a coltivare la terra portandoci dentro ciò che ha imparato
all'Università.
Oppure
potrebbe diventare medico, ingegnere, insegnante, ricercatore.
Non importa.
Perché
intanto, per cinque o dieci anni, avremmo avuto una persona che ha lavorato,
studiato, versato contributi, prodotto cibo, custodito territorio e costruito
il proprio futuro.
E
soprattutto non gli avremmo chiesto di scegliere, a diciannove anni, tra la
terra e la conoscenza.
Gli avremmo
consegnato entrambe.
C'è poi una
questione della quale dobbiamo avere il coraggio di parlare.
Una parte
dell'agricoltura contemporanea rischia di diventare soprattutto rendita.
Possedere
terra, intercettare risorse pubbliche, mantenere formalmente una superficie
agricola non significa necessariamente produrre quella presenza umana sul
territorio che per secoli ha caratterizzato l'agricoltura.
Per questo
io rovescerei la prospettiva.
Le risorse
pubbliche non dovrebbero limitarsi a sostenere la proprietà.
Dovrebbero
sostenere soprattutto il lavoro, la conoscenza e la presenza sul territorio.
Non
finanziare soltanto ettari.
Finanziare
vite.
Non soltanto
aziende.
Persone.
Non soltanto
il reddito di oggi.
Il futuro di
qualcuno.
Mi si dirà
che i contadini stanno scomparendo.
È possibile.
Ma io non
voglio ricostruire il contadino di mio nonno.
Quel mondo è
finito.
E forse è
giusto che sia finito, perché insieme alla sua bellezza portava fatica,
povertà, disuguaglianze e vite durissime.
Non voglio
riportare indietro l'orologio.
Voglio
andare avanti.
Il giovane
che immagino non è il contadino del Novecento.
Ha uno
smartphone in tasca.
Conosce le
lingue.
Usa un
drone.
Legge i dati
di una centralina meteorologica.
Sa cos'è
l'intelligenza artificiale.
Va
all'Università.
E poi prende
una zappa.
Non c'è
contraddizione.
La
contraddizione l'abbiamo costruita noi quando abbiamo deciso che il sapere
stesse da una parte e il lavoro manuale dall'altra.
Qualcuno
domanderà quanto costerebbe.
È la domanda
giusta.
Ma allora
dobbiamo calcolare tutto.
Quanto costa
un giovane che se ne va?
Quanto costa
un ettaro abbandonato?
Quanto costa
un incendio?
Quanto costa
il dissesto idrogeologico?
Quanto costa
un paese nel quale rimangono soltanto anziani?
Quanto costa
perdere conoscenze, presidio, produzione, comunità?
E
soprattutto: quanto vale un giovane al quale diciamo:
«Tu puoi
restare. Puoi lavorare. Puoi studiare. Puoi costruire la tua vita senza dover
rinunciare subito a una parte di te.»
Non conosco
ancora il bilancio economico di questa idea.
Quello
andrebbe costruito, studiato, verificato.
Ma conosco
la domanda politica e sociale che contiene.
Che cosa
vogliamo finanziare con il denaro pubblico: la conservazione di ciò che esiste
oppure la possibilità che nasca qualcosa che oggi non esiste?
Il demografo
fotografa una campagna nella quale i contadini scompaiono.
Io quella
fotografia la guardo.
Non la nego.
Poi però la
appoggio sul tavolo.
Apro la
porta.
E provo a
vedere un'altra scena.
È mattina
presto.
Un ragazzo
entra in un campo.
Ha gli
scarponi sporchi di terra.
Lavora.
A
mezzogiorno torna a casa, si lava, mangia qualcosa.
Poi apre il
computer.
Domani ha un
esame all'Università.
Tra cinque
anni sarà laureato.
Forse
resterà lì.
Forse
partirà.
Non lo so.
E non voglio
deciderlo io.
Voglio
soltanto che possa scegliere.
Perché forse
il futuro dell'agricoltura non consiste nel trovare qualcuno disposto a fare il
contadino.
Forse
consiste nel costruire una società nella quale un giovane possa lavorare la
terra senza che la terra gli chiuda il futuro.
E se un
giorno, dopo essersi laureato, decidesse liberamente di tornare in quel campo,
allora avremmo ottenuto qualcosa che nessuna statistica può fotografare in
anticipo.
Avremmo
seminato una possibilità.
E, da agronomo,
una cosa l'ho imparata:
prima di
ogni raccolto c'è sempre qualcuno che ha avuto il coraggio di seminare dove gli
altri vedevano soltanto terra.
Antonio
Bruno
Laureato in Scienze Agrarie, Dottore Agronomo, Esperto in Diagnostica Urbana
e Territoriale e Giornalista pubblicista

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