Il Salento, terra di trombe d’aria: perché nell’estate 2026 i vortici si sono ripetuti così spesso
Il violento
temporale che oggi, 18 agosto 2026, ha investito Porto Cesareo non è un
episodio isolato. È l’ultimo evento di una sequenza che, nel corso dell’estate,
ha interessato entrambi i versanti della penisola salentina.
A Porto
Cesareo il vento ha abbattuto le luminarie che si stavano montando in piazza
Nazario Sauro per la festa di Santa Cesarea, ha spezzato alcuni pali e
rovesciato gli archi luminosi. All’Isola Beach Club una parte della struttura è
stata scoperchiata, i gazebo sono stati divelti e la grande insegna luminosa è
finita in mare. Alberi spezzati nella zona del cimitero e allagamenti diffusi,
anche nelle campagne, completano il quadro dei danni. Fortunatamente, come ha
comunicato il sindaco Francesco Schito, non risultano persone ferite. La
cronaca dell’evento è confermata dalle notizie diffuse nelle ore immediatamente
successive al temporale. Cronaca del maltempo a Porto Cesareo
Una sequenza cominciata alla fine di giugno
Durante
l’estate 2026 il Salento ha già conosciuto almeno quattro episodi rilevanti:
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Data |
Zona interessata |
Caratteristiche segnalate |
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30 giugno |
Torre San
Giovanni, Lido Fontanelle, Taurisano e marine di Alliste |
Vortice
osservato sul mare, forte vento, pioggia intensa e attrezzature balneari sollevate |
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21 luglio |
San Foca,
Torre dell’Orso e Sant’Andrea |
Violento
vortice lungo il litorale adriatico, con danni alle strutture delle marine |
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28 luglio |
Torre San
Giovanni, Presicce-Acquarica e Ugento |
Strutture
scoperchiate, alberi abbattuti, crollo di un manufatto in legno, danni al
porto |
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18 agosto |
Porto
Cesareo e litorale ionico fino a Ugento |
Luminarie
e pali abbattuti, stabilimento balneare scoperchiato, gazebo divelti, alberi
spezzati e allagamenti |
Il primo
episodio fu osservato il 30 giugno davanti a Lido Fontanelle, a Torre San
Giovanni, mentre un temporale colpiva anche Taurisano e le marine di Alliste. Cronaca del 30 giugno
Il 21 luglio
un altro vortice percorse il litorale adriatico di Melendugno, interessando in
rapida successione San Foca, Torre dell’Orso e Sant’Andrea. Cronaca del 21 luglio
Il 28 luglio
fu nuovamente colpita Torre San Giovanni: caddero alberi e strutture,
un’attività venne scoperchiata e nel porto le onde superarono le banchine. Cronaca del 28 luglio
Il fenomeno
di Porto Cesareo è dunque almeno il quarto episodio vorticoso o di vento
temporalesco distruttivo segnalato sul territorio salentino in meno di
cinquanta giorni.
Non è un fenomeno estraneo al clima salentino
Il documento
allegato, redatto nel 2013 da Fabio Petrosillo sulla base degli studi di
Francesco Gianfreda, Marcello Miglietta e Paolo Sansò, ricostruisce la storia
delle trombe d’aria nel Salento dal 1467 al 2005.
L’elenco
comprende decine di eventi: Otranto nel 1467, Lequile e San Pietro in Lama nel
1546, una vasta parte della Grecìa Salentina nel 1764, Gallipoli e numerosi
comuni del Salento occidentale nel 1866, Oria e Sava nel 1897. Nel Novecento
compaiono, tra gli altri, Ugento e Casarano nel 1976, Gallipoli nel 1995 e,
significativamente, Leverano, Nardò e Porto Cesareo nel 1999.
Non siamo
quindi davanti alla comparsa di un fenomeno completamente nuovo. Il Salento è
storicamente una delle aree italiane nelle quali trombe marine e trombe d’aria
trovano condizioni favorevoli, soprattutto fra agosto e novembre e lungo la
piana compresa tra Taranto, Brindisi e il Salento meridionale.
La novità
dell’estate 2026 è piuttosto la notevole concentrazione temporale degli episodi
e il fatto che abbiano interessato alternativamente la costa ionica e quella
adriatica.
Come si forma un vortice sul Salento
Già Cosimo
De Giorgi, descrivendo il turbine di Oria del 21 settembre 1897, aveva
individuato alcuni elementi fondamentali: aria molto calda e carica di vapore
acqueo, arrivo di aria più fredda in quota, correnti provenienti da direzioni
diverse e una condizione generale di forte instabilità.
La
meteorologia contemporanea descrive il processo con maggiore precisione. Per
produrre una tromba d’aria occorrono, in varia combinazione:
- aria calda e molto umida nei
bassi strati;
- aria più fredda in quota;
- una rapida diminuzione della
temperatura salendo nell’atmosfera;
- forte instabilità, che spinge
l’aria calda a salire violentemente;
- variazioni della velocità o
della direzione del vento con l’altezza, il cosiddetto wind shear;
- un temporale capace di
organizzare e intensificare la rotazione.
Il mare
Ionio, dopo settimane di caldo estivo, funziona come una grande riserva di
energia e di umidità. Quando sopra quest’aria calda e umida sopraggiunge aria
più fresca, l’equilibrio atmosferico si rompe. Si sviluppano correnti
ascensionali molto vigorose; se nell’ambiente è già presente una rotazione,
questa può essere inclinata e concentrata dal temporale fino a generare una
tromba marina. Se il vortice raggiunge la costa, diventa una tromba d’aria
terrestre.
Il CNR-ISAC
osserva che i tornado dell’Italia meridionale si sviluppano soprattutto
d’estate e in autunno e spesso hanno origine proprio da trombe marine che si
trasferiscono sulla terraferma. Per gli eventi ionici, la temperatura del mare
risulta frequentemente superiore alla media climatologica. CNR-ISAC: tornado e condizioni atmosferiche
Tromba d’aria o downburst?
La
definizione giornalistica di “tromba d’aria” deve essere considerata
provvisoria finché non vengono esaminati video, immagini radar e disposizione
dei danni.
Un tornado
produce normalmente un corridoio relativamente stretto, con oggetti trascinati
in direzioni differenti e segni riconducibili alla rotazione. Un downburst,
invece, è una massa d’aria fredda che precipita dalla nube temporalesca,
colpisce il suolo e si espande orizzontalmente. Può provocare raffiche
superiori a 100 chilometri orari, abbattere alberi, scoperchiare strutture e
sollevare gazebo e ombrelloni, ma i danni tendono a disporsi lungo una
direzione prevalente o a ventaglio.
Nel caso di
Porto Cesareo, il cedimento delle luminarie, i danni allo stabilimento, gli
alberi spezzati e la contemporanea estensione del maltempo fino a Ugento sono
compatibili sia con un vortice localizzato inserito nel temporale sia con
violentissime raffiche discendenti. Per stabilire scientificamente che si sia
trattato di un tornado occorrerebbe un’indagine dei danni sul terreno.
L’espressione più corretta, al momento, è quindi: violento temporale
accompagnato da un probabile vortice o da raffiche convettive distruttive.
Anche la
classe Fujita non può essere attribuita automaticamente. Nel PDF la categoria
F0 comprende venti stimati tra 64 e 116 km/h e danni a rami, cartelli e
strutture leggere; la F1, tra 117 e 180 km/h, può scoperchiare tetti leggeri,
demolire capanni e spezzare alberi. Ma la classificazione moderna si fonda
sull’esame sistematico del tipo e della qualità delle strutture colpite.
Luminarie, gazebo e insegne sono elementi vulnerabili e, da soli, non
consentono una stima attendibile della velocità del vento.
Quale relazione con il cambiamento climatico?
Non è
scientificamente corretto affermare che il cambiamento climatico abbia
“causato” questa singola tromba d’aria. La formazione di un tornado dipende da
condizioni atmosferiche molto locali e complesse, mentre le serie storiche sono
incomplete: oggi, inoltre, molti più fenomeni vengono filmati e segnalati
rispetto al passato.
È però
ragionevole affermare che il riscaldamento del mare e dell’atmosfera può
rendere disponibile una maggiore quantità di calore e di vapore acqueo. Questo
aumenta l’energia potenziale per i temporali intensi. Non significa che ogni
temporale diventerà un tornado, perché la rotazione dipende anche dalla
configurazione dei venti; significa che, quando tutti i fattori coincidono,
l’ambiente può alimentare fenomeni più violenti.
Un recente
lavoro della comunità meteorologica italiana sottolinea l’attenzione crescente
verso l’intensificazione degli eventi convettivi in un clima più caldo, ma
anche le persistenti difficoltà di osservazione e previsione dei fenomeni alla
scala di pochi chilometri. Studio scientifico sui temporali intensi in Italia
Pertanto la
sequenza del 2026 costituisce un segnale da studiare, non ancora una prova
statistica. Quattro episodi in una sola estate non bastano a dimostrare una
tendenza climatica, ma sono sufficienti per dimostrare l’esistenza di un
rischio concreto.
Ciò che il documento del 2013 aveva già compreso
Il PDF
allegato fu preparato dopo il devastante tornado EF3 di Taranto e Statte del 28
novembre 2012. Il suo merito principale non consiste nella stima numerica della
probabilità — molto semplificata e non trasferibile direttamente a Porto
Cesareo — ma nell’indicazione di un principio ancora valido: nel Salento il
rischio di trombe d’aria non può essere trattato come trascurabile.
La stima di
5,2 × 10⁻⁴ eventi annui proposta nel documento riguardava esclusivamente
l’intercettazione di una specifica area industriale di Taranto da parte di un
tornado F2-F3. Era ricavata da soli tre eventi e dall’ipotesi, dichiaratamente
poco realistica, di una distribuzione uniforme nello spazio e nel tempo. Non
descrive quindi la probabilità generale delle trombe d’aria nel Salento e non
può essere utilizzata per assegnare un “tempo di ritorno” all’evento di Porto
Cesareo.
Restano
invece attualissime le raccomandazioni: osservazione meteorologica precoce,
sistemi immediati di allarme, informazione capillare, messa in sicurezza delle
strutture temporanee ed esercitazioni della popolazione.
La
vulnerabilità dell’estate salentina è accresciuta dalla presenza di spiagge
affollate, campeggi, dehors, palchi, luminarie, gazebo, insegne e ombrelloni.
Sono oggetti che, investiti da una raffica violenta, possono trasformarsi in
proiettili. Per questo l’appello del sindaco a rimanere al chiuso e lontani da alberi,
pali, impalcature e strutture leggere non rappresenta semplice prudenza
amministrativa: è esattamente la condotta richiesta dalla natura improvvisa e
localizzata di questi fenomeni.
Il Salento
non è diventato improvvisamente una “terra di uragani”. Lo è stato, nel senso
storico attribuito dagli studiosi, per molti secoli: una penisola esposta
all’incontro fra masse d’aria differenti e circondata da mari capaci di
alimentare temporali violenti. L’estate 2026 ce lo sta ricordando con una
frequenza che merita di essere documentata, studiata e soprattutto trasformata
in prevenzione.
Documento
utilizzato: Peacelink – Allegati alle Osservazioni al Piano di Emergenza
Esterno ENI Taranto – 18 febbraio 2013

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