martedì 6 aprile 2010

Distruzione degli oliveti del Salento: La Prima Guerra Mondiale dopo un secolo


Distruzione degli oliveti del Salento: La Prima Guerra Mondiale dopo un secolo
di Antonio Bruno*

L'olio d'oliva extra vergine qualche giorno fa e per la precisione il 3 aprile veniva pagato al mercato di Andria all'ingrosso Euro 2,75 al chilo. Se l'olio ha il marchio dop (denominazione d'origine protetta) oppure igp (indicazione geografica protetta) allora può arrivare a quasi 7 euro al chilo, ma di questo tipo di olio ce n'è davvero molto poco.
Il numero di piante di olivo per ettaro si aggira in provincia di Lecce nel caso di impianto tradizionale a 400 piante che producono mediamente 45 chili di olive. Dalle olive si ricava mediamente il 18% di olio per cui da un ettaro di oliveto si ricavano 18.000 chili di olive e quindi 3.240 chili di olio che se è andato tutto bene, e sempre se risultasse tutto extravergine con i prezzi di qualche giorno fa sarebbe venduto a 2,75 euro al chilo.
Ecco che, se tutto viene fatto a regola d'arte e l'annata è stata buona, un ettaro di oliveto fornisce al proprietario una produzione lorda pari a circa 9.000 euro. Dai 9.000 euro però bisogna togliere i costi di produzione e cioè le spese per le lavorazioni, la concimazione, la potatura, la raccolta e trinciatura della legna, la difesa dai parassiti, la raccolta, il trasporto e infine la molitura. Cosa resta? Leggiamolo dalle parole scritte dagli agricoltori di Martano domenica 25 gennaio 2009 e che anche quest'anno risuonano nel Salento leccese: “Produrre olio non conviene più? Allora abbattiamo gli olivi del Salento e magari facciamone legna da ardere, con quel che costa il gas. Sebbene la Legge n.144/51 permetta solo l'abbattimento di 5 alberi di ulivo ogni biennio, quando sia accertata, la morte fisiologica, la permanente improduttività o l'eccessiva fittezza dell'impianto da parte dell'Ispettorato provinciale dell'agricoltura, alla luce della crisi che sta attraversando il comparto olivicolo si comunica all’Ispettorato la necessità di operare lo svellimento totale degli alberi di olivo presenti nei terreni di proprietà Tra l’altro in controtendenza rispetto alla linea perseguita dal governo regionale che, con la legge regionale n. 14 del 4 giugno 2007 recante "Tutela e valorizzazione del paesaggio degli ulivi monumentali della Puglia", entrata in vigore il 7 giugno 2007, aveva inteso tutelare e valorizzare gli alberi di ulivo monumentali in virtù della loro funzione produttiva, di difesa ecologica e idrogeologica nonché in quanto elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio regionale, cercando di porre un freno al fenomeno dell’espianto e commercio degli alberi, specie di quelli secolari.”.
Il motivo? “Le attuali condizioni di mercato” – aggiungono gli olivicoltori - che in assenza di nessun intervento istituzionale a sostegno della economicità aziendale, rendono passiva, deficitaria ed antieconomica la loro coltivazione ed il loro mantenimento ai fini agricoli.
Dopo un secolo la storia si ripete solo che nel 1918 chi aveva occasione di percorrere le campagne del Salento leccese non poteva fare a meno di restare sorpreso nel vedere il grande movimento rappresentato dalla distruzione di oliveti che si andava compiendo a partire dal 1915. Tale distruzione era senza tregua sia d'estate che in inverno e sia che gli alberi di olivo si trovassero in buono che in cattivo stato di vegetazione e che producessero o meno un buon quantitativo di olive.
Nel 1918 si sentivano i colpi secchi della scure amplificata nel silenzio che allora dominava le campagne, chi si avventurava per le strade rurali era investito dall'odore acre del fumo che si sprigionava dalle carbonaie che si incontravano in ogni dove nelle contrade del Salento leccese. E sempre percorrendo la rete viaria salentina si incrociavano ovunque lunghe file di carri stracarichi di legna.
Questa immagine di devastazione è stata la caratteristica del Salento leccese del 1915 – 18 che costituisce la prova della crisi gravissima che in quel periodo stava attraversando l'oliveto e l'olivicultura salentina.
In quel periodo non c'era necessità di recarsi in campagna per poter vedere le migliaia e migliaia di metri cubi di legna d'olivo che si accatastavano nei pressi delle stazioni ferroviarie. Inoltre a Piazza delle Erbe era possibile vedere i carri ricolmi che formavano una lunga coda per aspettare uno dopo l'altro di poter essere pesati sulla bascula dell'Ufficio daziario.
Questa situazione era già evidente in tutto il Regno d'Italia e il governo di allora avuta chiara la situazione pubblicò un decreto luogotenenziale l'8 agosto del 1916 che aveva la funzione di moderare questa piaga del taglio senza scrupoli degli oliveti meridionali.
Le norme per accordare la concessione del taglio degli olivi contenute in quel decreto erano troppo vaghe ed indeterminate al punto che due anni dopo,ovvero nel 1918, si poteva assistere a questo scenario devastante ed apocalittico di taglio dei veri e propri boschi d'olivo del Salento leccese.
Quel decreto imponeva la costituzione di commissioni che dovevano autorizzare o meno la distruzione degli olivi che però agivano senza criteri precisi tanto che alcune volte autorizzavano la distruzione di oliveti che avrebbero dovuto essere rispettati e altre volte vietavano il taglio di oliveti vecchi ed improduttivi.
I proprietari di oliveti del 1915 - 18 erano incentivati a divenire taglialegna dai prezzi altissimi dei combustibili legna e carbone e quindi non esitavano a chiedere lo svellimento dei loro oliveti. Gli astuti proprietari per fare in modo che la domanda di autorizzazione per il taglio fosse fondata e accettata dalla commissione hanno scritto interminabili motivazioni alcune volte giuste, ma spesso le argomentazioni addotte erano solo dei pretesti alcuni dei quali addirittura ridicoli.
La maggior parte degli olivicoltori giustificavano la loro domanda di svellimento per l'improduttività delle loro piante. Spergiuravano che la mancanza di produzione permaneva nonostante avessero impiegato tutti i mezzi messi a disposizione dalla tecnica e dalla scienza. Altri giustificavano la domanda di taglio con la volontà di trasformare l'oliveto in seminativo da destinare alla coltivazione del tabacco o del vigneto che a loro dire garantivano un reddito di gran lunga più elevato.
Altri ichiaravano di voler tagliare il loro oliveto per destinare il terreno alla coltivazione raccomandata allora dal governo ovvero quella dei cereali essendo che il paese ne aveva necessità essendo stato tanti anni in guerra. Infatti in quel periodo il Governo raccomandava di aumentare quanto più era possibile la produzione di derrate alimentari. Tale argomentazione risultava altamente umanitaria e spesso inteneriva i cuori dei componenti della commissione ottenendo in tal modo l'agognata autorizzazione al taglio.
Ma le ragioni che allora fecero più presa sull'animo dei componenti della commissione furono quelle di salvaguardare la salute dei lavoratori, potatori e raccoglitrici di olive che potevano essere contagiati dalla malaria che imperversava in quegli anni in quegli oliveti.
Tutti i motivi addotti hanno avuto un gran successo tanto che la commissione ha autorizzato il taglio del 90% degli oliveti dei proprietari che presentarono domanda di distruzione.
Per questi motivi nel 1918 il Governo si apprestava a licenziare un altro decreto in sostituzione di quello del 1916 ma mentre il Governo provvedeva c'era un'altra causa che dava davvero ragione ai proprietari di oliveti di distruggere tutto ed era l'istituzione in quegli anni del calmiere sugli oli. Col termine calmiere dal greco kalamométrion, si intende l'imposizione per legge di un tetto massimo ai prezzi al consumo per uno o più prodotti, solitamente di prima necessità. Questa misura venne presa dal governo per contrastare un aumento eccessivo dei prezzi causato dall'inflazione. Per questo motivo se prima di questa decisione a voler tagliare gli oliveti erano solo i proprietari di quelli infruttiferi o poco fruttiferi affascinati dal miraggio dell'alto prezzo della legna, dopo l'introduzione del calmiere anche i proprietari di oliveti produttivi si lasciavano trascinare dalla corrente.
Il produttore di olive e di olio del 1918 faceva un ragionamento molto semplice dopo aver fatto i calcoli sulle spese di coltivazione e di raccolta del prodotto e tenuto conto anche della produzione di olive che non è costante, arrivavano alla conclusione di distruggere i loro oliveti vendendoli per legna anziché ricavare olio. Questo poiché l'olio avrebbe finito con l'essere venduto a prezzo di calmiere ritenuto per quegli anni eccessivamente basso rispetto a quello di altri grassi commestibili.
Le notizie riportate sono state redatte dal Prof. Ferdinando Vallese che conclude la sua nota con l'affermazione che il problema non era di facile soluzione perchè comunque si cercasse di risolverlo si urterebbero gli interessi dei proprietari se si propendesse per l'applicazione del calmiere e quelli dei consumatori se del calmiere si intendesse fare a meno.
Ora come allora gli olivicoltori pur consapevoli che l’espianto indiscriminato di ulivi porterebbe alla deturpazione del paesaggio tipico del nostro territorio, non vedono altre soluzioni alla grave crisi che sta attraversando il settore, che mette in serio pericolo la loro sopravvivenza aziendale. L’albero di ulivo, emblema del paesaggio e della storia dell’economia salentina, corre il rischio di scomparire perché risulta antieconomico.
Oggi la legna e il carbone non rappresentano la “suggestione energetica” oggi va il rinnovabile, il solare e l'eolico, frutta tanti Euro all'anno, da riuscire ora come allora a distruggere gli oliveti del Salento leccese. Ad oggi la Puglia occupa per le energie rinnovabili il primo posto in Italia per potenza installata con oltre 100 Megawatt. Tra eolico, fotovoltaico e biomasse, il Piano Energetico regionale (Pear) prevede l'installazione di poco meno di 5 mila Mw di potenza entro il 2016. L'obiettivo "minimo" fissato dal Pear, prevede l'installazione di almeno 200 MW, cioè il doppio del risultato raggiunto fino ad oggi. Questo vuol dire che siamo solo a metà dell'obiettivo considerato minimo. Ora come allora la crisi del mercato è affrontata dagli agricoltori vendendo ciò che hanno avuto dai loro padri per ricavare energia. Allora la situazione cambiò. E oggi? Cosa faranno gli olivicoltori di oggi con un prezzo dell'olio di 300 euro al quintale?
*Dottore Agronono

Bibliografia

L'Agricoltura Salentina del 1918
Marcello Scoccia Capo Panel ONAOO Rilevazione prezzi del 02 e 03 Aprile 2010 TN 13 Anno 8
Disciplinare Consorzio di tutela DOP Terra d'Otranto
UNAPROL FILIERA OLIVICOLA ANALISI STRUTTURALE E MONITORAGGIO DI UN CAMPIONE DI IMPRESE
http://www.frantoionline.it/ultime-notizie/produrre-olio-non-conviene-piu.html
Paolo De Maria L'olio nel Salento
Adriano Del Fabro Coltivare l'olivo e utilizzarne i frutti
Glauco Bigongiali Il libro dell'olio e dell'olivo: come conoscere e riconoscere l'olio genuino

Il basso Salento aderisca al Distretto agroalimentare di qualità jonico salentino


Il basso Salento aderisca al Distretto agroalimentare di qualità jonico salentino
Il territorio del Basso Salento aderisca nel prossimo futuro al Distretto agroalimentare di qualità jonico salentino (Dajs). E’ l’ invito lanciato dal dr. Antonio Stea, consulente agronomo, gia componente direttivo nazionale Rete Fattorie Sociali.
In questi ultimi anni il territorio del Basso Salento ha utilizzato e distribuito svariate decine di milioni di euro nell’ ambito del Programma PIT n. 8, risorse stanziate e dedicate al miglioramento ed alla competitività del comparto del manifatturiero (TAC) nell’ area meridionale del Salento, con a capo Casarano individuato quale Comune capofila.
Per numerosi ragioni il PIT n. 8, nonostante l impegno profuso, le missioni di incoming, i progetti realizzati, non è riuscito a dar vita al Distretto di qualità del manifatturiero del basso Salento: una sconfitta per il nostro territorio in termini di occupazione, di tutela delle fasce sociali più deboli, una situazione di crisi dalla quale occorre uscire reagendo con idee concrete, individuando valide soluzioni.
Nei precedenti mesi la Regione Puglia bene ha fatto a riconoscere grazie alla Legge Regionale N. 23/2007 il Distretto agroalimentare di qualità jonico salentino; non si tratta di una nuova sigla, ma di uno strumento operativo del comparto agricolo al quale fanno capo più di 160 aziende di produzione, trasformazione e condizionamento ricadenti in un territorio che comprende tre province, ad esclusione purtroppo dei Comuni del basso Salento. Il distretto in una logica di sistema ed in collaborazione con le istituzioni permette alle aziende aderenti di cooperare, attraverso specifici programmi di sviluppo, per essere più competitive sui mercati internazionali.
Nel 2010 e per il prossimo futuro l’ ottica da perseguire per conseguire i migliori risultati deve essere quella di rendere un territorio quale il Salento omogeneo per l’ offerta turistica, per le risorse ambientali, ma anche per le politiche di sviluppo nel settore agricolo.
L invito nuovo e personale risiede nella convinzione che il territorio del basso Salento può ridisegnare un nuovo futuro valorizzando le risorse del comparto agricolo, producendo occupazione, qualità di processo e di prodotto, tutto ciò chiedendo “dal basso” uniti e con giusta ragione di aderire al già istituito distretto agroalimentare di qualità jonico salentino.
Aderire al Distretto agroalimentare, gestire con oculatezza e razionalità le risorse del Piano strategico di Area Vasta Sud Salento, quelle dei nuovi costituendi G.A.L. significa saper utilizzare in ottima integrazione gli strumenti operativi disponibili per rendere le migliori risposte che il territorio del salento meridionale e le aziende agricole chiedono. D’ altro canto alle imprese agroalimentari si deve chiedere maturità, cooperazione e voglia di misurarsi con le sfide dell’ innovazione della qualità. Se ci sono queste condizioni , si può offrire una robusta “governance” dei nuovi processi di sviluppo rurale.
http://www.antoniostea.com/

lunedì 5 aprile 2010

Nessuno tocchi la cocciniglia del fico


Nessuno tocchi la cocciniglia del fico
di Antonio Bruno*
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Nel 1918 nella Provincia di Lecce si verificò una larga e intensa invasione della cocciniglia del fico che viene chiamata dalla gente “cozziddu”.
Il ceroplaste del fico o cocciniglia del fico (Ceroplastes rusci Linnaeus, 1758) è un insetto fitomizo (fitomizio è l’organismo che si nutre della linfa di piante succhiandola direttamente dai vasi cribrosi) dell'ordine dei Rhynchota Homoptera Sternorrhyncha (superfamiglia Coccoidea, famiglia Coccidae).
Verso fine giugno primi di luglio dalle uova nascono le larve, di colore rosso – bruno, piccole della dimensione massima di mezzo millimetro, di forma ovale, è possibile ammirare eleganti ciuffi raggianti di filamenti cerosi ai lati e due più grossi sul dorso. Queste larve cominciano a girovagare sui ramoscelli, sulle foglie, sulle gemme e sui frutti, fino a che si fissano sulle foglie e introducono il loro succhiatolo nei tessuti vivi sottostanti, per nutrirsi della linfa.
Oltre ai danni diretti vi sono quelli indiretti causati dall’insediamento della fumaggine che imbratta tutta la pianta.
Nel 1918 era chiaro ai colleghi di allora che non attuando alcuna lotta si assisteva allo sviluppo di insetti nemici della cocciniglia che di fatto limitavano l’infezione.
Infatti da alcuni esperimenti fatti in quegli anni dalla Regia Stazione di Entomologia Agraria di Firenze non si riuscì a far riprodurre la cocciniglia in piante sane e robuste.
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Nel 1918 nella Provincia di Lecce si verificò una larga e intensa invasione della cocciniglia del fico che viene chiamata dalla gente “cozziddu”.
Il ceroplaste del fico o cocciniglia del fico (Ceroplastes rusci Linnaeus, 1758) è un insetto fitomizo (fitomizio è l’organismo che si nutre della linfa di piante succhiandola direttamente dai vasi cribrosi) dell'ordine dei Rhynchota Homoptera Sternorrhyncha (superfamiglia Coccoidea, famiglia Coccidae).
Attacca principalmente il fico, ma è in realtà una cocciniglia polifaga che si rinviene anche su agrumi, olivo, alloro, agrifoglio, oleandro, pittosporo, palme, pioppo, platano, corbezzolo, gelso, vite, ecc.
Quando questo insetto attacca il fico è facilmente visibile sui rami e sulle foglie la copertura di scudetti cerosi, brunastri, di forma conica, appiattita, costituiti da una placca centrale prominente e otto placche marginali, simili, unite insieme.
Questi scudetti racchiudono e proteggono dagli agenti atmosferici e dagli antagonisti esterni le femmine dell’insetto adulto, che nell’inverno depongono nel ricovero le uova.
Verso fine giugno primi di luglio dalle uova nascono le larve, di colore rosso – bruno, piccole della dimensione massima di mezzo millimetro, di forma ovale, è possibile ammirare eleganti ciuffi raggianti di filamenti cerosi ai lati e due più grossi sul dorso. Queste larve cominciano a girovagare sui ramoscelli, sulle foglie, sulle gemme e sui frutti, fino a che si fissano sulle foglie e introducono il loro succhiatolo nei tessuti vivi sottostanti, per nutrirsi della linfa.
Dopo di che perdono l’uso delle zampe e delle antenne e si ricoprono lentamente dello scudetto ceroso per incominciare a deporre le uova in autunno. In settembre da queste uova nascono le larve di seconda generazione, che ha meno individui rispetto alla prima, si fissano prima sulle foglie, ma siccome siamo in autunno e nel fico le foglie cadono, prima che ciò accada passano sui rami e diverranno mature nella primavera successiva quando sarà possibile vedere i rami coperti di questi corpiccioli emisferici, biancastri, addossati gli uni agli altri.
I danni provocati da questa cocciniglia possono essere notevoli se l’invasione è molto intensa e possono provocare la prematura caduta delle foglie e dopo di ciò la caduta dei frutti causando quindi il deperimento generale della pianta. Oltre ai danni diretti vi sono quelli indiretti causati dall’insediamento della fumaggine che imbratta tutta la pianta.
Nel 1918 era chiaro ai colleghi di allora che non attuando alcuna lotta si assisteva allo sviluppo di insetti nemici della cocciniglia che di fatto limitavano l’infezione.
La questione della lotta con insetticidi si pone nella scelta del momento in cui intervenire che è quando le larve vagano sulla pianta, poiché come abbiamo letto in precedenza, se l’insetticida andasse a finire sugli scudetti cerosi non avrebbe alcuna efficacia. Comunque la schiusa delle uova è simultanea e in quel breve periodo si deve intervenire con un trattamento insetticida. E’ bene effettuare un secondo trattamento dopo qualche giorno per colpire le larve che si sono schiuse dopo il primo trattamento.
E’ interessante capire quali trattamenti si facessero nel 1918 e questi erano con la rubina al 1% o con l’estratto fenicato di tabacco all’1,5% oppure emulsioni saponose all’1,5% di sapone con il 2% di olio pesante di catrame. Per la lotta invernale quando l’insetto è protetto dallo scudo si consigliava l’impiego di polisolfuro che si preparava nel modo seguente: si prendono due litri d’acqua calda e si mettono in una cassa metallica, si stempera in quest’acqua un chilo di calce viva, si aggiungono due chili di zolfo e si impasta il tutto fino a formare una massa omogenea. Si versano su questa pasta otto litri di acqua lasciando bollire per un ora e aggiungendo di tanto in tanto nuova acqua in modo che il livello del liquido sia sempre quello primitivo. Mentre la miscela bolle si mescola con un bastone per impedire che il liquido si versi. Quando l’ebollizione sarò finita il liquido sarà diventato di color caffè scuro si utilizzerà diluendolo in modo da aggiungere 5 litri di questa miscela in cento litri d’acqua e poi irrorando con una pompa le piante attaccate dalla cocciniglia.
Un altro mezzo di lotta che veniva utilizzato in quegli anni era lo stropicciamento meccanico dei rami con mano rivestita da guanto di lana o ricoperta da una pezzuola di lana ruvida agendo in modo da schiacciare o da asportare e distruggere gli scudetti che ricoprono le femmine e le loro uova. Già in quegli anni ci si poneva il problema di non colpire gli antagonisti della cocciniglia che sono i veri agenti alleati che controllano la popolazione. Con questi interventi inesorabilmente oltre che la cocciniglia si colpivano i suoi antagonisti ma nostri preziosi alleati.
Già in quegli anni era convinzione dei colleghi Dottori Agronomi che nessun mezzo chimico o meccanico impiegato in questa lotta possa essere efficace quanto l’antagonismo naturale e questo anche nella consapevolezza che non sempre tutti i proprietari di fico fanno la lotta chimica contemporaneamente e come è facilmente intuibile le piante che non sono state trattate faranno rinnovare l’infezione nelle piante trattate.
Inoltre è bene tenere presente che se la pianta è robusta si difende bene attraverso la resistenza che oppone al parassita. Infatti da alcuni esperimenti fatti in quegli anni dalla Regia Stazione di Entomologia Agraria di Firenze non si riuscì a far riprodurre la cocciniglia in piante sane e robuste.

*Dottore Agronomo


Bibliografia
L’Agricoltura Salentina Agosto 1918
La cocciniglia del fico (Ceroplastes rusci Linn.) ...‎Antonio Berlese - 1902
ALESSIO RAINATO & GIUSEPPINA PELLIZZARI The adult male and male nymphal instars of Ceroplastes rusci (Linnaeus) (Hemiptera: Coccoidea: Coccidae)
Silvestri, F. & Martelli, G. (1908) La Cocciniglia del Fico (Ceroplastes rusci L.). Bollettino del Laboratorio di Zoologia Generale e Agraria, 2, 297–358.

Ricino: lassativo autoprescritto che può essere un’arma biologica


Ricino: lassativo autoprescritto che può essere un’arma biologica
di Antonio Bruno
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I miei genitori imitavano i miei nonni che a mio padre invece di un lassativo qualsiasi davano l’olio di ricino. Nel 1918 il Prof. Ferdinando Vallese in un articolo sulla rivista “L’Agricoltura Salentina” riferisce che il ricino era conosciuto come pianta ornamentale e sino ad allora non era mai stato coltivata nel Salento leccese come pianta per la produzione di olio. Nel 1918 il prezzo del ricino era aumentato sensibilmente perché l’olio era utilizzato come lubrificante dall’aviazione. Il Governo Italiano assicurava ai coltivatori l’acquisto dei semi prodotti al prezzo di 250 lire al quintale se sgusciati e di 140 lire se con il guscio. Nel 1918 si coltivava il Ricino nelle province di Mantova, Verona e nel Napoletano questo lasciava intravedere un buon adattamento della pianta nel Salento leccese. Il fattore limitante è costituito dal tipo di terreno adatto alla coltivazione del ricino che deve essere fresco e profondo. Ci vuole una buona concimazione e siccome il ricino è sensibile alla siccità l’intervento con l’irrigazione. La ricina deriva dai semi del ricino comune e questa sostanza è interessante come potenziale arma biologica. Si calcola che nel mondo ogni anno vengano lavorate circa un milione di tonnellate di semi di ricino per produrre olio. Come aveva notato il Prof. Vallese il ricino è presente nei nostri giardini, per avere un giardino a misura dei più piccoli, adatto alle loro esigenze e ai loro giochi, occorre porre la massima attenzione nell’uso del verde.
Il ricino è una pianta tossica, che può provocare dei danni ai nostri figli se questi, attirati dal colore dei fiori e dei frutti, se ne cibano; ovviamente occorre ingerire una discreta quantità di materiale perché si verifichino seri problemi.
In Brasile, nella regione del Nordest, è molto diffusa la coltivazione del ricino ma per far andare la macchina! Nel 2003 la produzione mondiale di olio di ricino è stata di 483.189 t, prodotto per il 51% in India, 35% in Cina e 7.14% in Brasile.
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Ogni tanto da bambino i miei genitori prendevano la decisione che dovevamo prendere la purga. I medici di famiglia la consigliavano ogni tanto. Io e le mie sorelle venivamo avvisati per tempo che l’effetto di questi confetti al sapore della prugna era quello di determinare una corsa verso i “vasini” che da piccoli sostituivano il Water ancora troppo alto per reggere la seduta in sicurezza di noi piccoli.
Quindi è del tutto evidente che ai miei tempi, diciamo 50 anni fa, i purganti erano largamente utilizzati, e c’era questa prescrizione dei genitori anche in assenza di una reale esigenza. Perché? Ma era diffusa la credenza che con questi veri e propri farmaci regolarizzassero le funzioni intestinali, quindi i miei genitori mi prescrivevano il lassativo convinti che ne avrei tratto benefico.
Imitavano i miei nonni solo che loro a mio padre, invece di un lassativo qualsiasi, davano l’olio di ricino. Non vi dico che faccia faceva mio padre quando pronunciava la parola “Olio di ricino”! Era disgustato, mi raccontava che per regolarizzare le funzioni intestinali della famiglia, mio nonno si recava in Farmacia dove un uomo imponente di nome Don Gennaro, forniva l’olio di ricino. L’intera famiglia veniva trattata alla stregua dei nemici del fascismo, che come tutti ricordano, venivano catturati e costretti a bere in quantità l’olio di ricino. Io, per fortuna, non ho mai assaggiato l’olio di ricino ma poi ne ho sentito parlare nel corso dei miei studi all’Istituto tecnico Agrario prima e alla facoltà di Agraria di Bari poi, e quando mi sono imbattuto nello scritto del Prof. Ferdinando Vallese ve ne ho voluto riferire con queste mie povere parole.
Il Ricino (Ricinus communis L.) è utilizzato dalle persone umane da 8.000 anni, sin dal Neolitico quando si passò da una vita nomade a una vita da passare in un posto stabile.
Nel 1918 il Prof. Ferdinando Vallese in un articolo sulla rivista “L’Agricoltura Salentina” riferisce che il ricino era conosciuto come pianta ornamentale e sino ad allora non era mai stato coltivata nel Salento leccese come pianta per la produzione di olio. Nel 1918 il prezzo del ricino era aumentato sensibilmente perché l’olio era utilizzato come lubrificante dall’aviazione. Il Governo Italiano assicurava ai coltivatori l’acquisto dei semi prodotti al prezzo di 250 lire al quintale se sgusciati e di 140 lire se con il guscio. Considerando che la resa in semi sgusciati oscilla intorno ai 15-16 quintali per ettaro si avrebbe avuto un reddito lordo di circa 3.800 lire per ettaro. E se consideriamo che il reddito annuo di una famiglia nel 1918 era di circa 2.000 lire annue possiamo considerare la convenienza a coltivare questa pianta.
Il Prof. Vallese comunque sconsiglia la coltivazione su vasta scala e suggerisce invece una prima fase sperimentale per verificare la produttività della pianta nel Salento leccese. Nel 1918 si coltivava il Ricino nelle province di Mantova, Verona e nel Napoletano e questo lasciava intravedere un buon adattamento della pianta nel Salento leccese. Ma la cosa è ancora più interessante perché, come sostiene il Prof. Ferdinando Vallese, nel 1918 se il Ricino è una coltivazione annuale nelle regioni settentrionali perché non tollera le basse temperature, diventa invece pianta perenne nel Salento leccese perché la nostra è una zona calda.
Nel 1918 era comunissimo incontrare le piante di ricino nella nostra Provincia coltivato in luoghi riparati come i cortili e tali piante duravano per molti anni e assumono la dimensione di veri e propri alberi.
Il Prof. Vallese suggerisce una sperimentazione in varie zone del Salento leccese in modo da verificare in quale delle nostre zone la coltivazione è più vigorosa e produttiva.
Il fattore limitante è costituito dal tipo di terreno adatto alla coltivazione del ricino che deve essere fresco e profondo. Comunque il Prof. Vallese non esclude l’utilizzo di altri terreni se lavorati con un’aratura profonda che garantisca la freschezza e il suggerimento è di effettuare due arature profonde e qualche erpicatura.
Ci vuole una buona concimazione per coltivare il ricino e siccome è sensibile alla siccità qualche intervento d’irrigazione. E’ utile la concimazione organica a base di letame e se non se ne dispone è opportuno impiantare il ricino su un sovescio di lupino ben concimato.
La semina del ricino si fa in questo periodo ovvero tra marzo e aprile ovvero quando è passato il periodo delle gelate primaverili.
I semi in numero di due o tre per ogni punto in cui si intende avere un pianta si mettono in solchetti non molto profondi tracciati alla distanza di 2 metri e mettendo i semi in maniera tale da ottenere la distanza di 2 metri una pianta dall’altra. Dopo che le pianticene saranno nate verranno diradate in maniera che ne resti solo una per ogni gruppetto.
La quantità di seme che occorre per la semina di un ettaro di ricino è da 8 a 10 chilogrammi.
Durante lo sviluppo delle piante si esegue qualche sarchiatura per mantenere fresco il terreno e qualche irrigazione. Sarà bene effettuare qualche rincalzatura per difendere le piante dai nostri forti venti.
Il ricino produce i suoi semi in capsule spinescenti che maturano gradualmente e ciò comporta di effettuare la raccolta gradualmente per impedire che il sempre venga disperso.
La produzione media è di 15 quintali per ettaro ma potrebbe arrivare anche a 20 quintali e dai semi si ottiene dal 50 al 60% di olio.
Oltre che i semi possono essere utilizzati i fusti del ricino che sono un ottimo combustibile.
C’è da aggiungere un annotazione sulla ricina che è uno dei veleni più pericolosi in circolazione. La ricina deriva dai semi del ricino comune e questa sostanza è interessante come potenziale arma biologica. Si calcola che nel mondo ogni anno vengano lavorate circa un milione di tonnellate di semi di ricino per produrre olio.
La tossina blocca irreversibilmente le sintesi proteiche; può agire per inalazione o per ingestione. Nel primo caso provoca seri danni ai polmoni nell'arco di otto ore e può uccidere in tre giorni. Ci sono prospettive per un vaccino, ma quest'ultimo non è ancora disponibile.
L'unica raccomandazione per difendersi dagli effetti della tossina in caso del suo uso come arma biologica è una maschera di protezione.
La Ricinotossina è stata usata per assassinare il dissidente bulgaro in esilio Georgi Markov, a Londra, nel 1978, un ombrello con un meccanismo a molla ha iniettato nel sottocute delle sferette metalliche caricate con la tossina
L’8 marzo 2010 si ha notizia di un arresto nel Regno Unito, di un sospetto terrorista [“a white supremacist”] che si preparava a compiere attentati con la ricina che aveva già approntato.
Come aveva notato il Prof. Vallese il ricino è presente nei nostri giardini, per avere un giardino a misura dei più piccoli, adatto alle loro esigenze e ai loro giochi, occorre porre la massima attenzione
nell’uso del verde.
Il ricino è una pianta tossica, che può provocare dei danni ai nostri figli se questi, attirati dal colore dei fiori e dei frutti, se ne cibano; ovviamente occorre ingerire una discreta quantità di materiale perché si verifichino seri problemi.
In Brasile, nella regione del Nordest, è molto diffusa la coltivazione del ricino ma per far andare la macchina! Nel 2003 la produzione mondiale di olio di ricino è stata di 483.189 tonnellate, prodotto per il 51% in India, 35% in Cina e 7.14% in Brasile. Utilizzata esclusivamente a livello industriale, può essere commercializzata in forma grezza, la cosiddetta “mamona em baga”, in forma intermedia come olio grezzo o raffinato e in forma di diversi derivati di alto valore aggiunto (olio idrogenato, acido ricinoleico, …)
Il periodo tra l’emergere della pianta e la prima fioritura è di 50 giorni; il peso medio di 100 semi è di 68 grammi e il tenore d’olio nei semi è di 48,9%. Il periodo di sviluppo completo (fino all’ultima raccolta) è di 250 giorni.
Le semine in Brasile vengono effettuate all’inizio di Maggio e la prima raccolta è prevista tra settembre ed ottobre.
Il primo passo per la produzione di biodiesel dal ricino è la fase di sgusciatura. I semi oleaginosi sono contenuti all’interno di una capsula lignea dalla quale devono essere estratti per permettere la successiva fase di spremitura.
La produttività media è di 1500 kg/ha nelle condizioni semiaride del Nordest, in anni in cui si verifica una piovosità normale.
In Brasile si esegue la raccolta manuale; e vi è un aumento di produttività fino al secondo anno, dopo tale periodo la produzione inizia a calare.
In condizioni favorevoli per le varietà altro produttive si possono eseguire 3 raccolte all’anno in quanto il ciclo produttivo è di 120-140 giorni. È studiata per poter favorire la meccanizzazione della raccolta, operazione che richiede una grossa forza lavoro se effettuata manualmente.
Che ne dite? Proviamo anche noi a coltivarlo?
*Dottore Agronomo

Bibliografia

“L’Agricoltura Salentina” Lecce Febbraio 1918
Anjani, K., Chakravarty, S. K. and Prasad, M. V. R., IBPGR Newslett. Asia, Pacific Oceania, 1994, 17, 13.
Fagoonee, I. and Toory, V., Insect Sci. Appl., 1984, 5, 23–30.
Prasad, Y. G. and Anjani, K., Indian J. Agric. Sci., 2001, 71, 351–352.
Rao, C. R., Advanced Statistical Methods in Miometrical Research, John Wiley, New York, 1952.
Wilks, S. S., Biometrics, 1932, 24, 471.
Master in Medicina NBC - 2010 Tossine come armi
Anna Furlani Pedoja Il giardino sicuro per i bimbi: le piante da mettere a dimora e quelle da evitare Edizioni L’Informatore Agrario
Sara Rinaldi Le colture agroenergetiche per la produzione di biodiesel

domenica 4 aprile 2010

Il Dottore Agronomo di famiglia per proteggere il territorio dalle alluvioni


Il Dottore Agronomo di famiglia per proteggere il territorio dalle alluvioni
di Antonio Bruno*

A Otranto in tutte le lingue e in tutte le salse i funzionari del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e tra questi il dott. Renzo Lolli hanno cercato di far arrivare un messaggio che è il seguente: “La continua evoluzione dell’Unione europea necessita attori del Salento leccese che si trasformino da puri beneficiari ad attivi protagonisti della politica comunitaria nel suo complesso.”
Il Dirigente del Ministero del settore Promozione, Miglioramento e Aiuti Sociali ha riferito nel Workshop organizzato dall’Aprol di Lecce il 31 marzo u.s. che a Bruxelles si è fatta un’analisi critica della Politica Agricola Comune e questo lavoro ha prodotto degli orientamenti che si vanno facendo sempre più chiari. In sintesi entro tre anni SARANNO DIMEZZATE LE RISORSE per lo stoccaggio e i sussidi all’esportazione mentre le nuove politiche potranno essere finanziate se si indirizzano al MIGLIORAMENTO DELLA QUALITA’ E ALLA PROMOZIONE DEL PRODOTTO.
Le risorse per queste azioni passano da 250 milioni a 350 milioni di euro.
Insomma per l’agricoltore che è nella sua piccola e media azienda saranno sempre di meno gli aiuti individuali che per capirci sono gli assegni che arrivano a casa dopo aver fatto riempire le carte da qualcuno.
Allora la Comunità Economica Europea non sosterrà più gli agricoltori del Salento leccese? Il Dott. Renzo Lolli rassicura tutti con le politiche di intervento ad obiettivo che hanno triplicato il loro peso negli ultimi tre anni.
Il Dirigente del Ministero comincia a sciorinare i dati che caratterizzano il comparto olivicolo del Salento leccese e ricorda che il 95% delle risorse sono state impiegate per il miglioramento della qualità mentre solo il 5% è stato utilizzato per la promozione dell’olio d’oliva all’estero.
Il complesso immaginazione - immaginario rappresenta senza alcun dubbio la causa più rilevante della scelta di un prodotto: si vuole soddisfare un bisogno di realizzazione dell’immaginario che è in noi, per concretizzare l’immagine sognata nel desiderio.
L’idea che abbiamo dell’olio d’oliva gioca un ruolo importante perché, vi è la prevalenza degli aspetti immateriali che influenzano le scelte, le aspettative e, in generale, tutto il processo di acquisto. Il grado di soddisfazione del consumatore di olio d’oliva, infatti, è inversamente proporzionale alla divergenza tra immagine proposta e realtà percepita.
È necessario comunque uno sforzo culturale maggiore: la comunicazione interculturale è l’elemento di base per uscire dalla logica della differenza, tanto cara al marketing contemporaneo.
Le strategie di sviluppo in una qualsiasi località sono strumenti per creare identità del territorio ecco perché il successo dell’olio d’oliva del Salento leccese è legato allo sviluppo dell’intero territorio. Identità, che è fortemente sostenuta anche dalla cultura e, quindi, dalle persone che vivono all’interno della comunità. Esiste una coevoluzione e codeterminazione fra questi due aspetti; non è possibile creare forti discrepanze fra promesse del prodotto e percepito. Tutto questo non può essere affidato al nostro produttore olivicolo perché tutti sappiamo che vi è una marcata frammentazione delle quasi 250.000 aziende agricole pugliesi, la cui superficie media è di 4,8 ettari, ben al disotto della media nazionale (7,6 ettari) e dei valori europei o dei Paesi concorrenti del bacino del Mediterraneo. E’ da aggiungere che 90.000 aziende (che rappresentano più di un terzo delle aziende regionali) ha una estensione inferiore ad 1 ettaro mentre 160.000 aziende (che rappresentano oltre il 60%) è sotto ai 2 ettari.
Altro elemento di debolezza del settore agricolo pugliese è la senilizzazione dell’imprenditoria agricola (ci sono imprenditori agricoli molto anziani): la scarsa attrattività occupazionale e residenziale del settore è dimostrata dal rapporto di 1 a 10 tra gli imprenditori under 35 anni e gli over 65.
E’ in questo scenario che la proposta della Nuova Politica Comune va applicato. Ecco il riferimento vero, questa è l’agricoltura che c’è nella Puglia e con questa agricoltura bisogna operare.
Il Dott. Renzo Lolli continua la sua relazione affermando che la promozione del comparto olivicolo è essenziale per il modello di sviluppo dell’export e che ci sono paesi come la Cina che anche non applicando Dazi doganali attua un protezionismo subdolo. Il Dott. Lolli ha notato una ciclicità di destinazione di risorse alla promozione dell’olio d’oliva e ha ricordato che questo vanifica i risultati perché la promozione funziona in modo progressivo e dare uno stop significa perdere i risultati acquisiti.
Alla debolezza strutturale delle imprese agricole della Puglia c’è da aggiungere la burocrazia di Bruxelles che arriva a far riprodurre un fascicolo che è in Italia sino a farlo spedire a Bruxelles. Le norme del paradosso della sussidarietà che spostano tutto al centro e che andrebbero invece delegate a ogni Regione.
Propone il modello Envelope già applicato nel vino. Si tratta di importanti misure per rafforzare la capacità competitiva delle imprese e aumentare le capacità penetrative nei mercati internazionali.
In ragione delle riconosciute particolarità dell’olio d’oliva bisogna rendere l’olio d’oliva come il vino, dotandolo di una sua specifica natura di prodotto trasformato. C’è la necessità di renderlo per davvero estremamente differenziato in termini di qualità, valore commerciale e mercato di riferimento.
C’è stato dopo il Dott. Lolli l’intervento del Dott. Carmelo Calamia della Provincia di Lecce che ha annunciato ai presenti la disponibilità di 7 milioni di Euro per l’Agricoltura leccese per le economie derivanti dai Patti Territoriali. Il Dott. Calamia pensa di impiegare queste risorse per un progetto sulla “Qualità” da realizzare attraverso un tavolo verde della Provincia. Inoltre annuncia la disponibilità immediata di un progetto del Ministero degli Affari Esteri che riguarda l’internazionalizzazione con la Tunisia e vi è la disponibilità di 200 milioni di Euro per accordi commerciali tra aziende Tunisine ed Italiane.
Siccome il Dott. Calamia ha iniziato la sua attività professionale a Bruxelles ricorda che alla mensa della CEE che fornisce circa 20 mila pasti al giorno non c’era mai l’olio italiano e che ci sarebbe da porre attenzione anche ai bandi per la fornitura di prodotti direttamente alle strutture della comunità.
La questione è come al solito di qualcosa che incentivi l’accordo, di quel meccanismo che spinge a stare insieme le persone, perché è da quando eravamo bambini che abbiamo preso atto che “l’unione fa la forza”.
I Dottori Agronomi e i Dottori Forestali sono a disposizione di quest’anelito mettendosi in gioco e collegando il proprio compenso al successo commerciale dell’impresa. Per collegare il prodotto al territorio che è nel 99% Paesaggio rurale c’è bisogno del Dottore Agronomo e del Dottore Forestale. Ma c’è anche l’aspetto della messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico che riguarda l’intera collettività. Se non si sostenesse l’olivicoltura delle aziende che non sono impresa agricola si otterrebbe il malaugurato risultato del progressivo abbandono del territorio da parte degli agricoltori. A questo ci è da aggiungere che il rapido processo di urbanizzazione, spesso incontrollata, non e’ stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque ed è per questo che è necessario intervenire per invertire una tendenza che mette a rischio la sicurezza idrogeologica del Salento leccese. Questa situazione è aggravata dai cambiamenti climatici in atto che si manifestano con una maggiore frequenza con cui si verificano eventi estremi, sfasamenti stagionali, maggior numero di giorni consecutivi con temperature estive elevate, aumento delle temperature estive e una modificazione della distribuzione delle piogge.
Noi Dottori Agronomi e Dottori Forestali della Provincia di Lecce siamo sempre più spesso costretti a intervenire per richiedere la proclamazione dello stato di calamità per forti temporali, soprattutto quando si manifestano con precipitazioni intense, e come tutti osserviamo provocano gravi danni poiché i terreni non riescono ad assorbire l’acqua che cade violentemente e tende ad allontanarsi per scorrimento.
Ed ecco la proposta nell’esclusivo interesse del territorio di una gestione da parte dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali che strutturati in “condotte” come i medici di famiglia gestiscano la salute de i terreni e quindi anche degli oliveti improduttivi. Agli imprenditori agricoli che producono per il mercato interno e internazionale noi Dottori Agronomi e Dottori Forestali garantiamo una consulenza che vedrà un corrispettivo solo in base all’aumento di valore aggiunto determinato dalla nostra azione.
Queste solo le proposte per il comparto anche perché l’accanimento nel continuare a praticare strade già fatte per 32 anni che non hanno dato alcun risultato sarebbe davvero privo di giustificazione e assolutamente velleitario.
*Dottore Agronomo

venerdì 2 aprile 2010

Olio d’oliva ritorno al futuro: Salento d’amare, Brindisi da coccolare, Taranto da baciare, Bari da barattare e Foggia da bruciare


Olio d’oliva ritorno al futuro: Salento d’amare, Brindisi da coccolare, Taranto da baciare, Bari da barattare e Foggia da bruciare
di Antonio Bruno
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L’alto dirigente della Regione Puglia Dottore Agronomo Giuseppe Ferro ringrazia tutti i presenti e ricorda che l’Aprol è un organizzazione di riferimento del Mondo Agricolo del Salento leccese.
E’ incisivo affondando il bisturi nel ventre molle dell’organizzazione Aprol e non solo perché si chiede e chiede ai presenti quali siano stati i risultati delle 35 Organizzazioni dei Produttori finanziate, inoltre afferma che di olio in Salento se ne produce troppo e quindi ci vuole l’industria che trasforma l’olio lampante in olio che può essere consumato e i mercati europei ed internazionali per assorbire il prodotto. Il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro cita l’imprenditore Primiceri di Primolio come paradigma che ha ottenuto dei risultati. Si lamenta il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro perché da Mondo Agricolo non arriva nessuna indicazione: interrogato, il morto non rispose... si chiede quale sarà il futuro per le Organizzazioni dei produttori. La risposta alla domanda secondo l’alto funzionario della Regione è la qualità e aggiunge che la qualità ha un costo e che soprattutto la qualità deve essere riconosciuta dal consumatore attraverso appunto l’attività delle Organizzazioni dei Produttori.
Solo che all’alto funzionario della Regione Puglia ricordiamo che è semplicissimo risolvere il problema: affidare l’ incarico a un Dottore Agronomo o Dottore Forestale che otterrà un pagamento solo in percentuale dell’aumento del valore aggiunto al prodotto.
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Ve lo ricordare “Ritorno al futuro”? Si il proprio quel film di fantascienza del 1985, diretto negli Stati Uniti da Robert Zemeckis ed interpretato da Michael J. Fox e Christopher Lloyd. Il 31 marzo 2010 presso il Frantoio Montevergine a Otranto quando ha preso la parola il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro, dirigente del Servizio Agricoltura della Regione Puglia, sembrava di essere tornati a 32 anni fa, quando il nostro caro amico iniziò la sua attività all’Aprol di Lecce. L’alto dirigente della Regione Puglia ringrazia tutti i presenti e ricorda che l’Aprol è un organizzazione di riferimento del Mondo Agricolo del Salento leccese. Poi è come se questo scenario di trentadue anni fa si “teletrasporti” ai giorni nostri, ed ecco che il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro, materializzato al tavolo della Presidenza nel 2010, dopo 32 anni dai tempi dello splendore , osserva un Aprol che ha perduto la strada Maestra e, senza mezzi termini, attribuisce l’indebolimento dell’organizzazione Aprol alla nuova Politica Agricola Comune.
Perché oggi si gioca tutto su due grandi temi che sono il MIGLIORAMENTO della produzione di olive e quindi di olio e la PROMOZIONE del prodotto olio d’oliva.
Il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro è incisivo affondando il bisturi nel ventre molle dell’organizzazione Aprol e non solo perché si chiede e chiede ai presenti quali siano stati i risultati delle 35 Organizzazioni dei Produttori finanziate, una domanda che ha pesato come un macigno dopo che la stessa era stata posta dall’alto funzionario del Ministero dell’Agricoltura.
Poi la mente del Dottore Agronomo Giuseppe Ferro torna al passato ricordando che c’erano realtà di qualità nel Salento leccese ma un epidemia ha invaso il settore olivicolo, quella di imbottigliare quasi in ogni Comune della Regione. Dal 1996 seicentocinquanta imprese hanno chiesto il codice alfanumerico e quindi hanno ottenuto il riconoscimento per l’imbottigliamento.
Ma la produzione di Olio d’oliva del Salento leccese è soprattutto CENTRATA SULLA MANCANZA DI QUALITA’. E’ OLIO LAMPANTE! Il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro afferma che di olio in Salento se ne produce troppo e quindi ci vuole l’industria che trasforma l’olio lampante in olio che può essere consumato e ci vogliono i mercati europei ed internazionali per assorbire il prodotto. Il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro cita l’imprenditore Primiceri di Primolio come paradigma che ha ottenuto dei risultati. E suggerisce anche in questo campo la cura, come facciamo noi Medici della terra quando siamo chiamati al capezzale di questi comparti malati del Salento leccese, che consiste nello stare uniti e quindi nel commercializzare insieme l’olio per impedire che il guadagno vada tutto nelle tasche di commerciati ed industriali.
Il settore primario è l’anello debole non solo nel Salento leccese ma in tutto il mondo e quindi per risolvere i problemi si sono attese le indicazioni dal mondo agricolo. Si lamenta il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro perché dal Mondo Agricolo non arriva nessuna indicazione: interrogato, il morto non rispose... la mia professoressa diceva sempre questa sta frase a chi faceva scena muta.
Per dirla tutta ricorda il Piano di Sviluppo Rurale noto a tutti come PSR che è nato appunto dalle indicazioni del territorio e che adesso è una possibilità. Il PSR è un programma di possibilità da 1 miliardo e 600 milioni di Euro. Il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro cita i PIF, il primo insediamento e i Gal di cui abbiamo già riferito nell’articolo http://www.viniesapori.net/articolo/medici-della-terra-no-grazie-possibile-che-quest-agricoltura-malata-non-si-rivolga-al-dottore-3103.html e appunto riferendo dell’azione del PSR difende ciò che rappresenta, ovvero la Regione Puglia che, secondo l’opinione del Dottore Agronomo Giuseppe Ferro, ha fatto quanto era nelle sue possibilità. Poi però afferma che ci sono strumenti da impostare con la buona volontà di tutti anche perché ci sono 54 milioni di Euro che vengono dalla vecchia programmazione e sono risorse rendicontate con progetti correnti, incita di dare corso ai progetti. Veniamo al marchio e cominciamo come si faceva a scuola con le definizioni.
Cosa è un logo?
Il logo (logotipo o marchio), è una rappresentazione grafica di un'azienda, organizzazione, di un singolo individuo, di un prodotto, o servizio.
A cosa serve?
E’l’indispensabile punto di partenza per tutte le attività perché la creazione di un logo è elemento fondamentale per riconoscere l'attività, distinguerla da altre, e renderla unica. Il suo obbiettivo principale è esprimere GARANZIA. Inoltre ha la funzione di descrivere in modo chiaro ed immediato l'identità, base su cui impostare l'intera strategia marketing. E’ chiaro a tutti? Cero che si, dirai tu che mi stai pazientemente leggendo dall’inizio! Invece agli attori che decidono in Puglia questo non è chiaro, anzi, da come si comportano, ci sono rare idee ma ben confuse. C’è il marchio “PRODOTTI DI PUGLIA” http://1334.cso-online.com/documenti/marchio___prodotti_di_puglia___-_regolamento_d_uso.pdf che dovrebbe rappresentare tutto l’agroalimentare della regione ed invece arriva Salento d’amare, Brindisi da coccolare, Taranto da baciare, Bari da barattare e Foggia da bruciare, insomma una ridda di marchi che sicuramente daranno luogo ad altri marchi sino allo stemma di famiglia in cui anch’io marcherò la cucina di mia moglie con il marchio “MADE in casa Bruno”.
Il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro si chiede quale sarà il futuro per le Organizzazioni dei produttori. La risposta alla domanda, secondo l’alto funzionario della Regione Puglia, è la qualità.
Ma il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro aggiunge che la qualità ha un costo e che soprattutto la qualità deve essere riconosciuta dal consumatore attraverso appunto l’attività delle Organizzazioni dei Produttori.
Ricorda a tutti che dopo quella decisione di escludere un aiuto economico in funzione della produzione e di accettare il pacco regalo, il cosiddetto premio, senza dover produrre, sintetizzata nella parola DISACCOPPIAMENTO (parola brutta e incomprensibile frutto di chissà quale mente “contorta e sicuramente misogina ” ) il produttore di olive è libero!
Ritorna al passato il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro, forse con un po’ di nostalgia, ricordando che prima bastava produrre e con ciò si aveva una garanzia del 100%. Utilizza la metafora del papà che ha tenuto il figlio stretto nella morsa educativa per anni, regolando tutto, orari, spese, comportamenti e poi un bel giorno si sveglia, convoca il figlio nel suo studio e con aria impettita gli comunica che da quel giorno in poi il figlio poteva fare quello che voleva. Ecco! Secondo il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro questo è accaduto ai figli della Comunità Economica Europea, quelli dell’assegno a Pasqua e Natale, quelli che dovevano produrre che tanto, a consumare il prodotto, ci pensava mamma Comunità e che ora questo prodotto ce l’hanno sull’albero, e il bello è che ogni anno imperterrito l’albero d’olivo continua produrre olive, lui, il figlio della CEE non sa più dove metterle, non sa più che farne!
Il buon Dottore Agronomo Giuseppe Ferro si ferma un attimo, forse il suo sguardo si ferma sulle facce confuse e deluse degli ascoltatori, forse si commuove al pensiero dell’azione devastante che le sue parole hanno creato nella mente e nei cuori dei presenti e per questo, mosso a compassione, ecco che lancia una parola di speranza, dice che il settore può rinascere considerata la richiesta mondiale di olio d’oliva che non è completamente soddisfatta, c’è gente nel mondo che vuole l’olio d’oliva e che non riesce a comprarlo. Solo che il Dottore Agronomo Giuseppe Ferro non ci rivela dove questa gente sia, il suo numero di telefono, il suo indirizzo, per chiamarla, per rassicurarla perché se desidera l’olio d’oliva non deve essere in pena, il suo desiderio si è avverato, perché l’olio d’oliva nel Salento leccese c’è, ed è quasi gratis, tanto da far esclamare il famoso detto salentino “ungime tuttu” che tradotto significa: “se è gratis allora ungimi completamente di olio”
Mi scuso con il collega Ferro ma sono costretto a fare presente che a fronte di una qualità che nel tempo è migliorata sempre più , i prezzi dell’olio alla produzione non hanno seguito lo stesso trend. Anzi, nelle ultime stagioni l'asticella dei valori ha accusato continui arretramenti, e ora alle varie borse merci si viaggia abbondantemente sotto la soglia di 300 euro al quintale.
E’ evidente che ciò è troppo poco per coprire i costi minimi di gestione di una media azienda olivicola, e creare l'humus necessario ad alimentare nuovi ingressi nel mercato. In un mercato normale, una situazione congiunturale e strutturale di questo tipo scoraggerebbe qualsiasi nuovo investimento. Questo è un rischio che l'olivicoltura corre più di ogni altro settore produttivo, vista l'aggressiva concorrenza che subisce dagli altri paesi che riescono a produrre a costi decisamente inferiori a quelli italiani. Comunque negli anni scorsi multinazionali estere hanno tentato di acquistare oliveti nel Salento leccese e questo sembrerebbe un paradosso. Come? L’olio si produce a costi troppo alti e vengono qui invece di andare in Tunisia o in Marocco? Invece no, le multinazionali fanno ragionamenti logici e il loro comportamento si spiega con l'alta qualità della produzione disponibile e l'ampia offerta di produzioni tipiche e protette tra Igp e Dop. Dunque un ricco paniere di oli extravergine d'oliva di alto profilo, difficilmente eguagliabili a livello mondiale, è attrattivo per le multinazionali. Tutto questo non è bastato a tenere alta la soglia dell'offerta italiana, i cui valori all'export nel 2009 hanno subito un taglio stimato in circa il 15 per cento.
Ma ci sono notizie come il ritorno a un’azienda italiana dell’Olio Dante che era in mano agli spagnoli e di altri imprenditori che stanno impegnandosi nella qualità.
La risposta agli imprenditori è, come sempre, nell’azione dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali a cui si possono e si devono immediatamente rivolgere produttori olivicoli e frantoiani per aumentare il valore aggiunto delle loro aziende.
E’ semplicissimo risolvere il problema: affidare l’incarico a un Dottore Agronomo o Dottore Forestale che otterrà un pagamento solo in percentuale dell’aumento del valore aggiunto al prodotto. Tutto il resto sono esercitazioni letterarie belle e interessanti, ma purtroppo, inutili.
(Continua)
*Dottore Agronomo

giovedì 1 aprile 2010

La certificazione del comparto olivicolo ai Dottori Agronomi del Salento leccese


La certificazione del comparto olivicolo ai Dottori Agronomi del Salento leccese
di Antonio Bruno*
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In questo posto 540 anni dopo ci sono i nuovi difensori del Salento leccese, i Dottori Agronomi e i Dottori Forestali devono affrontare gli eserciti Turchi che insidiano la sopravvivenza del settore agricolo, e del comparto oleicolo in particolare. I novelli Turchi sono gli arabi dell’altra riva, i rivali della riva Africana e Asiatica del Mediterraneo quelli della Tunisia, del Marocco e degli altri paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo che producono olio d’oliva che fa una concorrenza sfrenata al nostro.
Il collega Dottore Agronomo Pantaleo Greco ha tentato la difesa del martorizzato settore olivicolo del Salento leccese illustrando a Otranto l'attività del REGOLAMENTO (CE) N. 867/2008 DELLA COMMISSIONE del 3 settembre 2008 recante modalità di applicazione del regolamento (CE) n. 1234/2007 del Consiglio per quanto riguarda le organizzazioni di operatori del settore’ intervenuto il collega Dottore Agronomo Fabrizio De Castro dello Studio Agriplan che da 20 anni sta lavorando nel Salento leccese con azioni di miglioramento della qualità. Comunque il collega Dottore Agronomo Fabrizio De Castro con soddisfazione comunica il raggiungimento di tutti gli indicatori previsti con la chiusura del programma nonostante l’andamento sfavorevole del mercato dell’olio.
Sarà possibile avere un miglioramento globale del sistema produttivo che potrà anche tradursi in garanzie offerte al consumatore lungo tutta la filiera di produzione, dalla produzione alla vendita.
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E’ giunto il tempo dei Dottori Agronomi a Montevergine nelle vicinanze di Otranto Porta d’Oriente, la città che fu assediata e conquistata dai Turchi e che subì l’eccidio dei martiri di Otranto o Beati martiri idruntini ovvero gli 800 abitanti della città salentina uccisi il 14 agosto 1480 dai Turchi guidati da Gedik Ahmed Pasha, rei di aver rifiutato la conversione all'Islam dopo la caduta della loro città.
In questo posto 540 anni dopo ci sono i nuovi difensori del Salento leccese, i Dottori Agronomi e i Dottori Forestali devono affrontare gli eserciti Turchi che insidiano la sopravvivenza del settore agricolo, e del comparto oleicolo in particolare. I novelli Turchi sono gli arabi dell’altra riva, i rivali della riva Africana e Asiatica del Mediterraneo quelli della Tunisia, del Marocco e degli altri paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo che producono olio d’oliva che fa una concorrenza sfrenata al nostro. I costi di produzione di quei paesi sono tali da rappresentare un punto di forza che fa arrivare sul mercato olio che batte nel prezzo il nostro. Per non parlare dei concorrenti della riva Europea come gli Spagnoli e i Greci che fanno la loro parte nel tentativo di scalzare un comparto voluto proiettato tutto nella produzione dall’azione di Giovanni Presta il padre fondatore dell’olivicoltura salentina vedi mia nota http://www.viniesapori.net/articolo/giovanni-presta-un-medico-delle-persone-che-evolve-in-medico-della-terra-2403.html .
Il collega Dottore Agronomo Pantaleo Greco ha tentato la difesa del martorizzato settore olivicolo del Salento leccese illustrando a Otranto l'attività del REGOLAMENTO (CE) N. 867/2008 DELLA COMMISSIONE del 3 settembre 2008 recante modalità di applicazione del regolamento (CE) n. 1234/2007 del Consiglio per quanto riguarda le organizzazioni di operatori del settore oleicolo, i loro programmi di attività e il relativo finanziamento.
L'Aprol di Lecce è una Società Cooperativa Agricola per Azioni Cce Aderente all'Unaprol che ha la titolarietà di due della 4 attività previste dal REGOLAMENTO (CE) N. 867/2008.
L'Unaprol ha curato la Misura che prevede il Monitoraggio e controllo e quella della tracciabilità mentre l'Aprol ha curato direttamente il Miglioramento dell'impatto ambientale e il Miglioramento della qualità.
Il bilancio di questa attività è relativo alle azioni dell'Unaprol che hanno riguardato azioni dimostrative su olivi che hanno importanza dal punto di vista paesaggistico dai 12 milioni di piante di olivo. E per la tracciabilità il Regolamento sulla tracciabilità (Reg.(CE) n.178/2002), istituisce l'Autorità alimentare europea e introduce un principio fondamentale, cioè il principio di precauzione. Questo prevede che qualora si verifichino situazioni di incertezza sulla sicurezza del prodotto, si debba considerarlo pericoloso fino a quando non si abbiano evidenze certe che dimostrino il contrario.
Il Regolamento definisce i principi generali, senza entrare in merito ai dettagli sulle modalità di progettazione del sistema di tracciabilità, lasciando spazio alle imprese di organizzarsi liberamente.
In esso è riportata la seguente definizione di tracciabilità: "possibilità di ricostruire e seguire il processo di un alimento, mangime, animale destinato alla produzione alimentare o sostanza che entra a far parte di un alimento o mangime attraverso tutte le fasi di produzione, trasformazione e distribuzione". La rintracciabilità deve essere assicurata prima a livello d'impresa e nel suo insieme dalla filiera agroalimentare, dal "campo/stalla/vasca/mare alla tavola"; nessun comparto è escluso dall'applicazione.
L’Unaprol ha applicato per la tracciabilità la norma UNI 10939 che è le norma quadro che fissa i principi generali per la progettazione ed attuazione di un sistema di rintracciabilità nelle filiere agroalimentari. UNI 10939 è una norma certificabile da un Organismo di Certificazione di prodotto operante ai sensi UNI EN 45011. L’azione Unaprol ha portato 900 q.li di olio a certificazione e 290 aziende. Questa azione è fondamentale se si vuole vendere l’olio all’estero.
Il collega Dottore Agronomo Pantaleo Greco ha quindi illustrato le azioni svolte dall’Aprol che hanno prodotto un disciplinare di produzione integrata che ha coinvolto 300 aziende e 100 a certificazione completa. L’Aprol ha anche operato nel campo del miglioramento della tecnica colturale effettuando numerose prove dimostrative. Si sono organizzati 3 corsi di idoneità fisiologica all’assaggio dell’olio extravergine e un corso di blending tenuto dal Dr. Andrea Giomo, docente di Analisi Sensoriali presso la Facoltà di Agraria, Università Politecnica delle Marche di Ancona e membro del Consiglio oleicolo internazionale. Sono state tre giornate in cui si è approfondita la teoria della miscele, si è visto come si passa dall'assaggiatore professionista all'analisi sensoriale, lo stimolo, la trasduzione, le soglie, gli odori, la determinazione del profilo sensoriale, il nuovo mercato, gli strumenti per l'interpretazione del "gusto" del mercato in parametri di produzione, la gestione del sistema di blending che va dalla scelta della materia prima alla strategia vera e propria, alla fase di controllo con l'integrazione chimico-sensoriale. Si sono tenute alcune prove pratiche realizzate con oli extravergini monovarietali ed una prova finale di blending e di valutazione dell'apprendimento.
Devo rilevare che il collega Dottore Agronomo Pantaleo Greco pur avendo illustrato le azioni svolte non ha riferito dei risultati ottenuti che sono certo saranno comunicati in un prossimo incontro scientifico che potremmo organizzare anche a favore di tutti i colleghi della Regione.
E’ intervenuto a questo punto il collega Dottore Agronomo Fabrizio De Castro dello Studio Agriplan che da 20 anni sta lavorando nel Salento leccese con azioni di miglioramento della qualità. Il collega ha dovuto operare subendo ad anni alterni la crisi di mercato. Inoltre fa presente a tutti lo sforzo straordinario dell’Aprol di gestire in Sub Appalto dall’Unaprol il REG CE 2080/05 AZIONE: 1 “MONITORAGGIO E GESTIONE AMMINISTRATIVA DEL MERCATO NEL SETTORE DELL’OLIO DI OLIVA”; 1.A.1.1 B -MONITORAGGIO DELL’OFFERTA DISPONIBILE, DEI FLUSSI E DEI CANALI DI COMMERCIALIZZAZIONE – FRANTOI.
La novità è stata la gestione cooperativa che è sfociata nel Piano di Sviluppo Rurale 2007 – 2013. Il
collega Dottore Agronomo Fabrizio De Castro con amarezza registra piccole modifiche nel regolamento CEE che concede strumenti insignificanti quando arriva la crisi di mercato al comparto olivicolo a differenza delle Organizzazioni dei produttori della frutta che possono intervenire ed intervengono all’atto delle crisi di mercato.
Il collega Dottore Agronomo Fabrizio De Castro dichiara che è necessario un miglioramento dell’Organizzazione del Mercato Comune.
Comunica a tutti i presenti lo sforzo dell’Aprol di avviare il Programma di Sviluppo Rurale con la presentazione di un Progetto Integrato di filiera.
Comunque il collega Dottore Agronomo Fabrizio De Castro con soddisfazione comunica il raggiungimento di tutti gli indicatori previsti con la chiusura del programma nonostante l’andamento sfavorevole del mercato dell’olio.
E’ intervenuta a questo punto Maria Chiara Ferrarese Responsabile certificazione volontaria di prodotto. E’ a tutti noto che l’agroalimentare è un settore integrato piramidale alla cui base si trova la produzione agricola.
Questo sistema è frazionato, il produttore fa quello che gli pare, il trasformatore si regola a seconda dell’andamento del marcato e il mercato chiede ciò che il consumatore vuole e se lo va a prendere dove lo trova.
La domanda che ci poniamo è se può un tale sistema avanzare in modo frazionato e difforme, sulla spinta delle aziende che sono al vertice della piramide e a stretto contatto del mercato. La risposta è che è impossibile fare qualità se non è coinvolta la filiera agroindustriale.
Affinché il sistema non giri a vuoto è necessario che l’esigenza di “assicurazione qualità” , che parte dall’apice della piramide, scenda alla base . Sarà allora possibile avere un miglioramento globale del sistema produttivo che potrà anche tradursi in garanzie offerte al consumatore lungo tutta la filiera di produzione, dalla produzione alla vendita.
Tra le esigenze implicite del consumatore la Salubrità e l’igiene dei prodotti alimentari riveste un ruolo preponderante. Al fine di garantire tali requisiti lungo la filiera è necessario che il prodotto sia sempre rintracciabile e che ne sia sempre possibile il controllo.
Le aziende chiedono in maniera sempre più forte all’ente di certificare, valorizzare, un prodotto che non possiede requisiti di eccellenza, misurabili, verificabili tali da poter accedere alla certificazione di prodotto ma che è gestito e controllato dall’inizio, in strutture di proprietà o gestite direttamente. Il valore aggiunto dichiarato è la capacità di gestire completamente il prodotto in una sorta di azienda allargata in modo da poter conoscere la sua storia in ogni fase.
La questione che pongo è che visto che chi si assume la responsabilità della certificazione è l’Aprol perché si va a una società che ha sedi a PARMA, BARI, MORETTA (CN) e CHIETI e non si fa fare questo lavoro ai Dottori Agronomi e ai Dottori Forestali della Provincia di Lecce.
Tale decisione è per me incomprensibile anche perché a dare uno sguardo al sito dell’azienda a cui l’Aprol si è appoggiata http://www.csqa.it/ è evidente la professionalità che però rimane a questa azienda e che invece per l’olio e l’agroalimentare del Salento leccese potrebbe rimanere ai Dottori Agronomi e ai Dottori Forestali del nostro territorio. E’ poi intervenuto il Dott. Nicola Rugliani Dirigente dell’ Assessorato alle Risorse Agroalimentari – Ufficio Alimentazione e Associazionismo che nel periodo 2009 – 2011 c’è il riconoscimento di 35 operatori il 55% sono azioni di impatto ambientale e 45% per la qualità con 10 milioni di Euro previsti. Inoltre ha riferito di un aiuto De Minimis per un massimo di 7.500 Euro che saranno distribuite ai 18 richiedenti di cui 4 sono Organizzazioni dei produttori e 14 sono Cooperative. Il Dirigente ha riferito che 11 richieste sono superiori ai 7.500 euro mentre 7 richieste sono inferiori e per questo motivo si provvederà ad erogare il contributo in misura proporzionale.
(continua)
*Dottore Agronomo