giovedì 9 settembre 2010

Dopo 200 anni rischia di scomparire la Manifattura Tabacchi del Salento leccese


Dopo 200 anni rischia di scomparire la Manifattura Tabacchi del Salento leccese

di Antonio Bruno*

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Nel 1812 viene istituita per speciale privilegio la Manifattura Tabacchi del Salento Leccese che lavorava dagli 11 ai 12 mila quintali di foglia di tabacco che veniva prodotta nei migliori terreni di 24 Comuni del Salento leccese. Oggi è la British American Tabacco l’erede di quell’opificio che è l’azienda anglo-americana unica in Italia a produrre tabacco e confezionare sigarette: le Ms, annuncia lo stop della produzione nel Salento.

In questa nota alcune considerazioni sulla distruzione della coltivazione del Tabacco del Salento leccese.

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Fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu (Donne, Donne che andate a lavorare nei campi di tabacco)

‘nde sciati dhoi e ne turnati a quattro (quando andate siete due e dopo ritornate in quattro)

ci bu la dice cu chiantati lu tabaccu (chi è che vi dice di piantare il tabacco)

la ditta nu bu dae li taraletti (La ditta non vi da i telai su cui mettere le foglie per l'essiccazione)

ca poi li sordi bu li benedicu (benedico i vostri soldi)

bu ‘nde cattati nuci de Natale (con cui comprare le noci a Natale)

te dicu sempre cu nu chianti lu tabaccu (te lo dico sempre di non piantare il tabacco)

lu sule è forte e te lu sicca tuttu (il sole è forte e lo fa seccare)



Ricordate le nostre mamme o nonne che ci raccontavano del lavoro che facevano nelle “Fabbriche del Tabacco”? A San Cesario del Salento leccese di queste fabbriche ce n'erano parecchie anche se adesso non ce ne sono più da decenni. E cosa dire dei nostri nonni, sino ai nostri padri e fratelli che hanno coltivato il tabacco nel Salento leccese sino a qualche anno fa? Era estate quando si lavorava il tabacco e il sole salentino ardeva le campagne e la pelle delle donne e degli uomini che lavoravano in campagna. Giuseppe Abatianni di San Cesario del Salento leccese rimane turbato quando scopre che il tabacco, anche se non si coltiva più, produce il premio agli agricoltori, un premio in soldi! Mi chiede che ne facciano di quei soldi, mi chiede se li investono nelle campagne, io gli rispondo che non so... Giuseppe Abatianni è uno dei 500 dipendenti della British American Tabacco, l’azienda anglo-americana, l’unica in Italia a produrre tabacco e confezionare sigarette (le Ms), Giuseppe Abatianni mi racconta delle manifestazioni che sta facendo perché ha il suo posto di lavoro a rischio. Le cronache di questi giorni raccontano degli incontri tra azienda e sindacati per trovare soluzioni alternative allo stop della produzione annunciato nel Salento.

La tabacchicoltura del Salento leccese degli anni 2000 era ridotta ai margini tanto che nel 2006 rappresentava lo 0,36% dei 157.720 ettari coltivati. Nel 2006 dal tabacco venivano poco più di mezzo milione di Euro ovvero lo 0,2% dei 281 milioni di Euro che rappresentavano la Produzione lorda vendibile ottenuta dall’agricoltura del Salento leccese.
Eppure sino al 1996 si coltivavano 5.180 ettari di tabacco ed i 5.500 ettari di tabacco davano lavoro a 30 mila braccianti agricoli che lavoravano per 1 milione e 600 mila giornate agricole con 172 miliardi delle vecchie lire tra salari e contributi e con una produzione di tabacco di 14mila Tonnellate.

Ma non finisce qui, nella fase successiva della trasformazione c’erano 11mila addetti con 220mila giornate lavorative e 25 miliardi di lire tra compensi e contributi.

Nel 2004 dopo le varie crisi cancellano posti di lavoro e redditi mettendo al tappeto l’agricoltura del Salento leccese e, in questo 2010, appena sei anni dopo, rischia di accadere la stessa cosa per la Manifattura Tabacchi di Lecce.

Era l'anno 1561 quando il Cardinale Prospero Pubblicola di Santa Croce (1513-1589), Nunzio Apostolico in Portogallo, al ritorno da una missione diplomatica presso la Corte di Lisbona, portò i semi di tabacco in dono al Papa Pio IV che li fece coltivare dai monaci Cistercensi nei dintorni di Roma.
Proprio per questo motivo la coltivazione del Tabacco nel Salento leccese fu affidata per lungo tempo ai frati mendicanti. Nel 1800 la “polvere leccese” è considerata alla pari della “Siviglia di Spagna” come un prodotto di gran lusso che riesce a penetrare prepotentemente nelle Corti dei Re di tutto il Mondo, insomma il Tabacco del Salento leccese diviene un bene raffinato e costosissimo. Nel 1810 la coltivazione e il commercio del Tabacco diviene una “privativa di Stato” e per questo motivo subisce nel Salento leccese una temporanea contrazione: la quantità di prodotto si riduce perché vengono introdotte razze esotiche per la coltivazione. Nel 1812 viene istituita per speciale privilegio la Manifattura di Lecce che lavora dagli 11 ai 12 mila quintali di foglia di tabacco che viene prodotta nei migliori terreni di 24 Comuni del Salento leccese. E’ nel 1870 – 75 che la produzione riprende a crescere in quantità e in qualità. Infatti con l’unificazione del Regno d’Italia, nel 1870 c’è un nuovo orientamento dell’attività di produzione agricola determinato dalla maggiore sicurezza delle campagne e dai più facili mezzi di comunicazione. In quegli anni c’è anche un allargamento del mercato e un’ampia applicazione del contratto ventinovennale (di 29 anni) di “Colonia a miglioria” che si rivelò uno strumento formidabile per valorizzare terreni marginali e poco produttivi in quanto coniugava il vantaggio di nessun costo per il proprietario con un equo compenso per il lavoro del conduttore del fondo.

Sono passati appena cinque anni dal 2005 dalla nascita del Programma dell’Unione Europea denominato Coalta ovvero Colture alternative al Tabacco che aveva l’obiettivo di favorire la riconversione della tabacchicoltura del Salento leccese attraverso l’introduzione delle coltivazioni del Farro, l’artemisia, il muglolo (un cavolo del Salento leccese), l’asprago e le patate e ricordo vennero avviati campi sperimentali a Monteroni del Salento leccese nell’Azienda Agricola dell’Istituto sperimentale tabacchi e a Sternatia e Maglie sempre nel Salento leccese. Dal 2006 c’è il disaccoppiamento totale che ha provocato l’abbandono in massa della coltivazione del tabacco e i titoli storici maturati dai tabacchicoltori non sono stati più investiti nella coltura e nessuno in questi anni ha registrato investimenti di questi capitali nell’agricoltura del Salento leccese.

Abbiamo perso tutti! Più di 40 mila tra braccianti e addetti alla trasformazione non guadagnano più e non spendono più i quasi 200 miliardi di vecchie lire ovvero i 100 milioni di euro. Un danno enorme per l’Economia di questo territorio perché i 100 milioni di Euro sono spariti e nessuno è riuscito a cavarli da qualche altra “coltura del Salento leccese”. Adesso anche la Manifattura dei Tabacchi del Salento leccese, l’ultimo baluardo costituto quasi 200 anni fa, nel 1812 , rischia di scomparire. Il Tabacco, la “polvere leccese” il prodotto di gran lusso del Salento leccese ovvero la “Ferrari” del Tabacco non è che uno sbiadito ricordo lontano, il Tabacco del Salento leccese è l’ennesima vittima della mancanza di una politica in grado di competere in questo tempo della globalizzazione! Abbiamo un compito nuovo, siamo chiamati a un' impresa entusiasmante: c'è da ricostruire l'agricoltura del Salento leccese perchè di quella che è stata l'economia agricola rimangono solo macerie.





*Dottore Agronomo





Bibliografia

Vincenzo Rutigliano: Puglia, dal Tabacco nasce il farro Sole 24 ore del 1 febbraio 2007

Valentina Marzo: Produzione «Ms» in Romania La vertenza diventa nazionale Corriere della sera del 9 settembre 2010

Bat: fumata nera in Regione, si attende il vertice di venerdì a Roma - Il Paese Nuovo

L’Agricoltura Salentina, Lecce Giugno 1935

La Survia del Salento leccese Sorbo ( Sorbus domestica L.)


La Survia del Salento leccese Sorbo ( Sorbus domestica L.)

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Le donne come un frutto: la Survia del Salento leccese! Un frutto antico il Sorbo ( Sorbus domestica L.) che è originario dell'Europa Meridionale, dalla Spagna alla Crimea e all'Asia Minore, e che meriterebbe di essere presente sulla nostra tavola che sempre più spesso subisce la “monotonia” dei frutti dai sapori sempre uguali, che oramai non provocano “stupore”. In questa nota le caratteristiche di questo frutto del Salento leccese.
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Leo (Lionardo) Vinci da non confondere con il geniale Leonardo da Vinci è un compositore e maestro di cappella vissuto intorno al 1600 che inserì il brano che segue nella sua commedia "Lo cecato Fauzo"



So' le sorbe e le nespole amare,

So' le sorbe e le nespole amare,

ma lo tiempo le fa maturare

e chi aspetta se ll'adda magna'',

se ll'adda magna', se l'adda magna',

se ll'adda magna', se l'adda magna',



So' le sorbe e le nespole amare,

ma lo tiempo le fa maturare

e chi aspetta se ll'adda magna',

se ll'adda magna', se l'adda magna',

se ll'adda magna', se l'adda magna',



Accussi' so' le femmene toste,

che s'arrangiano quanno t'accuoste,

tiempo e purchie le fanno ammulla',

tiempo tiempo, purchie purchie,

tiempo e purchie le fanno ammulla'



Naturalmente le “purchie” altro non sono che i soldi!



Il Sorbo ( Sorbus domestica L.) è conosciuto nel Salento leccese con il nome di survia.

Il territorio rurale del Salento leccese è stato storicamente plasmato dall’attività di tanti agricoltori e basta fare una passeggiata per cogliere immediatamente la correlazione tra il sistema produttivo agricolo e la presenza di torri, castelli e masserie fortificate. Proprio in queste piccole porzioni di territorio una volta abitate dai nostri antenati è possibile cogliere una particolare forma di paesaggio, caratterizzata dalla presenza di colture tradizionali, spesso non più redditizie, che sono in stato di abbandono con il rischio di estinzione di alcune specie e varietà vegetali.

Ed è in queste particolari porzioni di territorio rurale del Salento leccese che è possibile la coesistenza di diverse condizioni produttive e paesaggistiche in un dinamico equilibrio ambientale che è ogni giorno a messo a rischio da una antropizzazione che rischia di far divenire il Salento leccese un'unica megalopoli popolata da case e strade.

Nel classico giardino familiare della masseria delle Cesine a Vernole del Salento leccese, piantato a lato della corte con lo scopo di avere sempre nella masseria un po’ di tutto, o meglio, almeno un frutto per ogni mese dell’anno, c'è un albero di Sorbo (Sorbus domestica L.).

Fra' Domenico Palombi ha rinvenuto nel territorio del Comune di Martano del Salento leccese e di Carpignano Salentino alberi di Sorbo.

Nella determinazione del dirigente del Servizio Foreste della Regione Puglia del 26 marzo 2010, n. 65 in tema di “Disposizioni attuative per la raccolta ed epoche di raccolta del materiale di moltiplicazione forestale nei boschi e popolamenti da semi della Regione Puglia” si legge di un intervento finalizzato ad eliminare specie dominanti per dare spazio a specie sporadiche tra cui c'è il sorbo.

Anche l'Università del Salento ha rilevato in uno studio la presenza del Sorbo anche se ha registrato un inselvatichimento dell'albero che una volta era coltivato (Curti et alt. 1974).

Roberto Quaranta, Marcello Solferino e Fabrizio Licchelli nel loro progetto “Piccoli Giardini” a Tiggiano del Salento leccese hanno previsto uno spazio chiamato "Alberi della memoria o dei frutti dimenticati" dove c'è il Sorbo. L'area di progetto si sviluppa lungo la direttrice di attraversamento del paese, che collega i comuni di Alessano, Corsano, Tricase: una strada che non è quasi più trafficata e che lascia spazio a un Giardino che tiene conto degli alberi del Salento leccese che rischiano l'estinzione e tra questi c'è appunto il Sorbo e che si ricollega alla tradizione dei Giardini delle Masserie del Salento leccese.

L'albero do Sorbo è elegante e ciò gli da titolo per essere presente nei parchi urbani e nei frutteti. E' alto fino a 13 metri, molto longevo, i rami sono grigi e la gemma quasi glabra e vischiosa. Le foglie sono alterne e lunghe fino a 20 cm, con 6-10 paia di foglioline ovale o lanceolate sessili, dentate ai margini e acute all'apice. I fiori sono numerosi con il calice a cinque lacinie triangolari acute. Il frutto e' lungo da 2 a 4 centimetri, di colore giallo-rossastro-arancione e punteggiato diventa di colore bruno a maturità. La polpa e' verdognola e dolce quando il frutto è maturo.

Si adatta ovunque e ciò rende il Sorbo un'essenza utile alla valorizzazione di ambienti marginali.

La verità è che le sorbe che cogliamo dall'albero sono immangiabili ed è per questo che il Vinci le paragona alle Donne particolarmente rinunciatarie e cocciute.

Le sorbe appena raccolte sono astringenti ed allappanti ma se di attende facendole maturare ancora, ad esempio nella paglia, ecco che le sorbe arrivano all’ammezzimento che è un processo mediante il quale i frutti acerbi, riposti ben distanziati l'uno dall'altro, su un vassoio di cartone o cassetta di legno, vengono conservati in un luogo asciutto e senza luce, fino a che non avranno raggiunto la giusta maturazione.

Dai frutti si ricavano anche marmellate e confetture, mentre dal legno durissimo e compatto dell’albero, si ricavavano un tempo, viti, ingranaggi ed altre componenti di attrezzi e utensili complessi come torchi e fucili.

Ma cosa significa la parola Sorbo? Sorbo deriva dal latino “Sorbus” che a sua volta deriva dal celtico “Sor”, che significa aspro.

Le tradizioni celte volevano che l’edera, il caprifoglio e il sorbo venissero intrecciati insieme in una corona e posti sotto i contenitori del latte per preservarne la salubrità.

Il medico greco Galeno, le consigliava come rimedio contro la dissenteria, infatti, sono diuretiche, astringenti, antinfiammatorie, lenitive, in questo caso, è consigliabile utilizzare frutti ancora più acerbi.

Questa sua capacità medicinale deriva dal fatto che possiedono dei principi attivi, sostanze peptiniche e tanniniche, acidi organici specialmente acido sorbico, malico, citrico e tartarico, sorbitolo (o sorbite).

Le testimonianze dell’uso del sorbo sono molto antiche: le prime risalgono al 400 a.C. in Grecia, i Romani lo fecero conoscere al resto dell’Europa.

Presso i romani è ampiamente documentato l’uso dei frutti del Sorbus Domestica. L’importanza di avere di questi frutti in dispensa è ricordata da Catone nel De Agricoltura,144 (CLII): "Tenga in dispensa: pere secche, sorbe, fichi, uva passa, uva in marmitte, mele stanziane in doglio e tutti gli altri frutti che è uso conservare, anche quelli selvatici, li conservi ogni anno con diligenza. "

Virgilio, nelle Georgiche (III, 380), narrando di popolazioni che vivevano nell’Europa dell’Est, a nord del Mar Nero, racconta che dopo cacce al cervo nella neve si riunivano in grotte dove accendevano grandi fuochi e “...trascorrono la notte nel gioco, e allegri imitano la bevanda delle vigne con quelle di orzo fermentato e acide sorbe”.

Plinio, nella sua opera “Naturalis Historia”, riferisce che: “alcune di esse sono tonde come mele; alcune aguzze come pere, altre ovate come son certe mele, queste rinforzano tosto. Le tonde sono più odorose e più delicate che le altre. L’altre hanno sapore di vino”.

Columella, nel suo “De re rustica” dà consigli sulla piantagione: “...le sorbe...piantale dopo la metà dell’inverno fino a metà febbraio”, sul modo di conservarle “raccoglile a mano con diligenza e mettile in piccoli orci spalmati di pece. Alcuni conservano molto bene il frutto nel vino passito o nel vino cotto, aggiungendovi una specie di tappo di finocchio secco dal quale le sorbe siano tenute bene in fondo”.

Apicio raccomanda un piatto caldo e freddo con le sorbe. “Prendi delle sorbe, puliscile, pestale nel mortaio e passale alla staccio. Snerva quattro cervella scottate, mettile nel mortaio con una decina di grani di pepe, bagna di salsa e pesta. Aggiungi le sorbe e amalgama, rompi otto uova, aggiungi una tazza di Salsa. Ungi una padella pulita e mettila sulla brace calda sopra e sotto. Quando sarà cotta cospargi di pepe tritato fine e servi”.

Lo scrittore Alexandre Dumas, consigliava di mangiarle, quando raggiungono una condizione intermedia tra la putrefazione e la maturazione, stato che chiamava di “mezzo”.

Stefano Giacchino, cultore del mondo forestale, sostiene che “La sorba può essere conservata in due modi: o lasciandola ammorbidire per qualche tempo su un letto di paglia o "alla sicana" (incastrati in un rametto di salicone o di salice in modo da formare un grosso grappolo)”. Inoltre, fa menzione di un ecotipo di sorba, presente nei monti Sicani, detta "natalina”, leggermente più grossa della varietà comune è di colore rosso, così chiamata poiché giunge a maturazione nel periodo “natalizio”.
Le donne come un frutto: la Survia del Salento leccese! Un frutto antico il Sorbo ( Sorbus domestica L.) che è originario dell'Europa Meridionale, dalla Spagna alla Crimea e all'Asia Minore, e che meriterebbe di essere presente sulla nostra tavola che sempre più spesso subisce la “monotonia” dei frutti dai sapori sempre uguali, che oramai non provocano “stupore”.






Bibliografia



Francesco Minonne con il Patrocinio scientifico dell'Orto Botanico dell’Università del Salento: Il Sorbo domestico (Sorbus domestica L.)

Mele, P. Medagli, R. Accogli, L. Beccarisi, A. Albano & S. Marchiori: Flora of Salento (Apulia, Southeastern Italy): an annotated checklist

FRA’ DOMENICO PALOMBI: ELENCO GENERALE DELLE PIANTE ERBACEE ED ARBUSTIVE, OFFICINALI E NON, E DI QUELLE COLTIVATE, MA CON PROPRIETA’MEDICINALI, RINVENUTE NEL TERRITORIO DI MARTANO E, MARGINALMENTE, IN QUELLO DI CARPIGNANO SALENTINO.

Roberto Quaranta, Marcello Solferino, Fabrizio Licchelli: Piccoli Giardini

P. Dal Sasso, G. Ruggiero, G. Marinelli: I SITI RURALI STORICI

Guida al Bosco didattico Ponte Felcino – Perugia

Roberta Conversi: Sorbolo L’origine del nome

Domenico Saccà: Cu lu tempu e cu la pagghia, maturanu li sorba

Mario e Giuseppe Liberto: Sorbo, il frutto dei nonni e della pazienza

I prodotti nella storia: Scoperte, viaggi e tradizioni dei cibi nella storia dell’uomo

Marzia Mariscalco - Le sorbe: ricordo di antichi sapori

Annamaria Ciarallo - Ricettario: i prodotti degli orti di Pompei utilizzati in cucina

Virgilio, Georgiche (III, 380)

Plinio: Naturalis Historia

Columella, “De re rustica”

Catone, De Agricoltura,144 (CLII)

mercoledì 8 settembre 2010

Il Consorzio di Bonifica del Salento leccese ha fatto sparire il flagello della Malaria


Il Consorzio di Bonifica del Salento leccese ha fatto sparire il flagello della Malaria
di Antonio Bruno*

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Nel Salento leccese il flagello della malaria nell'800 sino ai rimi del '900 ha mietuto centinaia di migliaia di vittime tra i nostri antenati. L'azione risolutrice del Consorzio di Bonifica del Salento leccese è stata dimenticata da tutti.
In questa nota le conferme che progvengono da diversi autori di quegli anni.
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Come ho più volte dimostrato, il Salento leccese non è stato sempre così come lo conosciamo ora. C'è da aggiungere che tra il 1800 ed i primi del '900 la presenza delle paludi nel territorio ci viene testimoniata da tanti autori. Questa grave situazione è stata affrontata e risolta dal Consorzio di Bonifica del Salento leccese nei primi anni del '900. L'azione risolutrice del Consorzio di Bonifica del Salento leccese è stata dimenticata da tutti e, come sempre, quando ormai un problema pensiamo sia risolto; non riusciamo a percepire che in assenza di chi si è fatto carico della soluzione, il problema incombente potrebbe ripresentarsi e riportare il territorio del Salento leccese, nel degrado e nella disperazione da cui il Consorzio di Bonifica l'ha salvato.
Per dimostrare tutto ciò basti verificare la circostanza che si realizza durante gli anni del 1800: in quegli anni la presenza di paludi aumentò e la situazione generale del Salento leccese precipitò per i problemi igienici.
Oramai è noto a tutti che le paludi portano con se la malaria detta anche paludismo, così come oggi è a tutti chiaro che si tratta di una malattia causata da parassiti e quindi provocata da protozoi del genere Plasmodium (Regno Protista, Phylum Apicomplexa, Classe Sporozoea, Ordine Eucoccidiida). Chi veicola il parassita, infettando le persone umane, immettendo nel sangue il protozoo e facendole ammalare sono le zanzare del genere Anopheles.
Nel Salento leccese la costa tra Porto Badisco e Santa Maria di Leuca è alta e, man mano che ci si sposta verso l'interno, l'altitudine si abbassa ed è per questo motivo che nell'800 era l'unico tratto in cui non c'erano le paludi in quanto l'acqua non ristagnava . Tutto la restante parte di costa era una immensa palude infestata di zanzare del genere Anopheles.
Tutto questo è riscontrabile visionando l’Atlante Geografico del Regno di Napoli di G. A. Rizzi-Zannoni, terminato nel 1808.
Altre conferme vengono da diversi autori come questa di Mainardi: …..L’intera penisola del Salento leccese era disseminata “di acque putride, di acquitrini costieri, di stagni e di paludi; chiazze macchiose, folti querceti, ampie radure, contribuivano, poi, a fare dell’area jonica e salentina un territorio, fino a buona parte dell’Ottocento specialmente, ancora da valorizzare in quanto a opportunità produttive, del settore agricolo primariamente” .
Oggi possiamo godere di immensi boschi di olivi, di distese pianeggianti di seminativi e dei pochi vigneti rimasti ma nel 1800 sino ai primi del '900 il territorio del Salento leccese era interessato dai boschi o dal latifondo e dal pascolo e chi aveva l'avventura di vivere in campagna doveva fare i conti con la mancanza di igiene rischiando di ammalarsi con una certa facilità.
Insomma i grandi feudatari che possedevano la quasi totalità del territorio del Salento leccese gestivano la terra mettendo in atto un agricoltura basata sulla pastorizia e utilizzando contadini che rischiavano di ammalarsi di malaria. Per questo rischio il territorio incolto era di 50 mila ettari su una Superficie utile totale della Provincia di Lecce che è stata Censita nel 2000 di 163 mila ettari.
Una testimonianza su tale grave situazione viene da G. Franco nel 1905 che così scriveva: “L’area salentina, contornata, come essa era, lungo il suo litorale di una corona di paludi, fomiti di aria malsana, e causa dell’improduttività de’ terreni sommersi e circostanti, era funestata dalla malaria, che mieteva vittime tra i contadini delle campagne vicino le coste”.
Ma non erano i soli 50 mila ettari di palude ad essere interessati dalla malaria, come testimonia G. Tanzarella nel 1885: …...la superficie di territorio del Salento leccese che era interessato dalla malaria era “sopra una estensione ben altrimenti più vasta di quella occupata dalle paludi. Ed a considerare quella soltanto, che potrebbe classificarsi di malaria grave, non si andrebbe errati ragguagliandola al quarto od al quinto della superficie totale”.
Un'altra conferma dell'impossibilità di coltivare terreni fertili per il rischio di essere infettati dalla malaria viene da D. Orlando nel 1885: “Tutta la costa di questa Provincia dal confine con quella di Bari presso Ostuni sino alla costiera di S. Cesaria e dal Capo di Leuca sino al Bradano sul confine della Basilicata, si costituiva di lande paludose e malsane, in cui l’agricoltura era quasi abbandonata, perché i pestilenziali miasmi trasportati a grandi distanze dal vario e frequente soffiare dei venti, producevano infermità e non di rado la morte a chi volesse mettere a coltura qualche zona di suolo”.
Anche il il Galateo descrive lo stato di abbandono e degrado che caratterizzava il Salento leccese: “Qui l’aria è grassa e malsana. Tutta la Iapigia gode d’un’atmosfera salutare secca e sincera, all’infuori del littorale, che dal Capo di Otranto si estende insino a Brindisi, dove in molti luoghi vicino al mare vi son delle paludi, ed all’infuori ancora di Cesaria della campagna neretina”.
Un'altra conferma proviene da due viaggiatori stranieri dell’Ottocento, J. Ross e G. Meyer-Graz: che sull' alimentazione dei contadini del Salento leccese scrivevano: “è fatta prevalentemente di pesce e di pane di orzo; e perciò soccombono senza pietà in questi siti di malaria”.
Meyer-Graz incontrando un giovane pastore del Salento leccese scrive: “un giovane messapo, ch’era a guardia di un branco di pecore e che osservava intanto con occhio curioso… La figura sparuta di costui attestava come fosse divorato dalle febbri malariche”.
Il Ross sulla paura di infettarsi di malaria nel Salento leccese scrive: “Ci saremmo trattenuti volentieri ancora un poco a gironzolare lungo la spiaggia, ma il nostro cocchiere aveva così paura della febbre, che ci decidemmo a ritornare a Lecce”.
J. H. Von Riedesel nel 1767 descrive la stessa situazione igienica che quindi era consolidata da tempo.
Adesso tutti prendiamo le nostre automobili e ci godiamo le coste del Salento leccese, facciamo il bagno in quelle che furono le zone al cui interno c'era la palude e la malaria, abbiamo realizzato centinaia di migliaia di case rurali e coltiviamo da Hobby Farmers verdura e ortaggi per la nostra famiglia. Passeggiamo indisturbati nel “Bosco degli Ulivi” del Salento leccese e nessuno di noi ha la malaria. Oggi tutto questo può di nuovo essere messo in pericolo se una scellerata superficialità determinasse la mancata azione del Consorzio di Bonifica del Salento leccese. Tutti dobbiamo pretendere che i sacrifici dei nostri padri non vengano vanificati dalla nostra clamorosa perdita di memoria. Dobbiamo pretendere che il Consorzio di Bonifica del Salento leccese abbia i finanziamenti necessari a conservare il nostro ambiente e territorio.

*Dottore Agronomo

Bibliografia
DE SALIS MARSCHLINS C. U., Nel Regno di Napoli - Viaggi attraverso varie provincie nel 1789, V. Vecchi, Trani, 1906.
MAINARDI M., L’acqua marcia, Ed. Ghetonia, Calimera (Le), 1988.
MAINARDI M., Le aree boschive in provincia di Lecce, in “Terra d’Otranto”, a. III, n. 4, dicembre 1986.
TANZARELLA G., Classificazione delle opere di bonificazione delle paludi e dei terreni paludosi nella provincia di Terra d’Otranto, Tipografia Gaetano Campanella, Lecce, 1885.
Atlante Geografico del Regno di Napoli di G. A. Rizzi-Zannoni, terminato nel 1808
FRANCO G., La bonifica dei terreni paludosi in provincia di Lecce, in “La Provincia di Lecce”, a. X, n. 4, 1905.
ORLANDO D., Relazione in Classificazione delle opere di bonificazione delle paludi e dei terreni paludosi nella provincia di Terra d’Otranto, Tipografia Gaetano Campanella, Lecce, 1885.
ROSS J., La Puglia nell’800 (la Terra di Manfredi) (a cura di V. Zacchino), Capone, Cavallino (Le), 1978.
MEYER-GRAZ G., Puglia/Sud 1890 (a cura di G. Custodero), Capone, Cavallino (Le), 1980.
VON RIEDESEL J. H., Nella Puglia del ‘700 (a cura di T. Pedio), Capone, Cavallino, 1979.
DE SALIS MARSCHLINS C. U., Nel Regno di Napoli - Viaggi attraverso varie provincie nel 1789, V. Vecchi, Trani, 1906.
Lucia Seviroli Le modificazioni recenti del paesaggio fisico salentino dalle descrizioni di Cosimo De Giorgi ---Tesi di Laurea Triennale

martedì 7 settembre 2010

Nel Salento leccese piccoli generatori per produrre energia dai residui dell'agricoltura


Nel Salento leccese piccoli generatori per produrre energia dai residui dell'agricoltura

di Antonio Bruno*



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A Calimera del Salento leccese esiste un grosso impianto che si servirà di 8mila tonnellate all'anno di legna.

In questa nota si propone di utilizzare 500 tonnellate di legna proveniente dall'Agricoltura del Salento leccese per alimentare piccoli moduli aziendali.

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La facoltà di Agraria dell'Università di Bari in uno studio per la valorizzazione energetica di biomasse agroforestali nella Regione Puglia ha valutato la disponibilità annua di residui agricoli delle colture erbacee ed arboree del Salento leccese.

Nello studio viene reso noto che il Salento leccese fornisce un contributo in biomasse di 75.000 tonnellate all'anno. Si tratta di residui di frumento, orzo, avena, olivo, vite e mandorlo. Queste biomasse oggi rappresentano un problema perchè per smaltirle c'è da sopportare un costo in quanto è vietato bruciarle.

Le caldaie a cippato non possono essere alimentate solo con cippato proveniente esclusivamente da scarti di potatura. Le ramaglie in generale e quindi anche gli scarti di potatura composti per lo più da rami e rametti di piccole dimensioni formano un cippato troppo ricco di corteccia che produrrebbe nelle caldaie problemi di combustione e più ancora la produzione di un quantitativo di ceneri troppo elevato. Per questi motivi le ramaglie possono comparire nel cippato solo in percentuali non superiori al 30% rispetto alla frazione di cippato composto invece da tronchi e parti legnose di maggiori dimensioni.

Oggi è in vigore la tariffa onnicomprensiva per le biomasse che ammonta a 0,28 €/Kwh e per questo motivo mi chiedo come possa l'azienda agricola di questo territorio valorizzare i suoi scarti di potatura? Dovrebbe conferirli a chi li utilizza come biomassa e ciò deve avvenire nell'ambito di 70 chilometri.

Si potrebbe tranquillamente pensare a utilizzare questa risorsa del Salento leccese attraverso moduli diffusi da 50 KW che alimentano industrie di trasformazione dei prodotti agricoli.

Se delle 8760 ore di cui è composto un anno si facesse funzionare il piccolo modulo da 50 KW per 7000 ore annue con 500 tonnellate di legna all'anno, tenendo presente che per produrre un Kwh necessitano da 1,3 a 1,5 chili di legna in funzione dell'umidità all'anno, si produrrebbero 350.000 Kwh all'anno che moltiplicati per 0,28 €/Kwh darebbero 98.000 € l'anno.

Ma quanto costa la legna? Quest'anno è stata venduta a € 120 la tonnellata e quindi se tale fosse il prezzo avremmo un costo per la legna di € 60.000 annui. Ma il 30% di quella legna poterebbe essere ottenuto dalla biomassa dei residui vegetali, e se la tecnologia fosse più avanzata la percentuale potrebbe salire al 50%. Quindi anche il costo della legna si abbasserebbe a € 30.000. Inoltre da questo impianto si ricava, oltre all'energia elettrica, una cogenerazione del caldo e anche la refrigerazione. Insomma l'industria agraria potrebbe specializzarsi nella trasformazione dei nostri prodotti agricoli abbattendo i costi dell'energia.

Esiste già un grosso impianto a Calimera il cui plastico è stato esposto anche alla scorsa Fiera internazionale del legno di Hannover, che si servirà di 8mila tonnellate all'anno di legna.

L’energia prodotta da legno d’ulivo è a bilancio neutro di anidride carbonica. Il progetto promette di ottenere il risultato di contribuire a ridurre l’effetto serra evitando emissioni in atmosfera di circa 4.500 tonnellate/anno di Co2 e prevede che, tutta l’energia elettrica prodotta sarà consegnata ad Enel su una linea che alimenterà direttamente la città di Calimera.

Sempre nel progetto si legge che il fabbisogno giornaliero consisterà in un solo autocarro di legna.

Ma come tutti sappiamo questi impianti sono visti male dalle popolazioni, da qui la mia proposta di piccoli moduli da 50 KW in grado di essere collegati direttamente con il territorio e che in maniera diffusa potrebbero contribuire a risolvere il problema dei residui della potatura sia urbana che agricola e, nello stesso tempo, darebbe all'azienda di trasformazione dei prodotti agricoli un reddito derivato dalla produzione dell'energia ottenendo la tanto decantata ma poco realizzata multifunzionalità dell'azienda agricola.

Un ultima annotazione un impianto fotovoltaico con 2000 ore all'anno di insolazione per produrre la quantità dell'energia prodotta da un modulo a biomasse ovvero 350.000 Kwh necessita di di 3,5 volte la potenza installata quindi di170 KW installati che a un costo di 3.500 Euro al KW prevedono quasi 500.000 euro di investimento.

Qualcuno potrebbe obiettare che non c'è la spesa del combustibile, ma tutti sappiamo che in filiera corta l'utilizzo delle biomasse del Salento leccese sarebbe un risparmio di risorse per l'economia del nostro territorio.

Piccolo è bello! Piccoli moduli diffusi, direttamente a contatto con la realtà aziendale agricola. Piccolo è utile a risolvere i problemi dei residui delle coltivazioni. Perchè è giusto che chi ha il problema lo possa risolvere.



*Dottore Agronomo





Bibliografia

PELLERANO A., PANTALEO A., TENERELLI P., CARONE M.T. (2007) – STUDIO PER LA. VALORIZZAZIONE ENERGETICA DI BIOMASSE AGRO-FORESTALI NELLA REGIONE PUGLIA

ENERGIA ELETTRICA: MICROGENERAZIONE DAGLI ULIVI DEL SALENTO: http://www.garganoenergia.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=94:energia-elettrica-microgenerazione-dagli-ulivi-del-salento&catid=1:ultime&Itemid=50

Dario Aquaro: L'ulivo del Salento per il primo impianto a biomasse d'Europa

Biomasse-Filiera corta: accoppiata vincente? http://www.fiper.it/it/cosa-facciamo/articoli/biomasse-filiera-corta.html

L'Italia e le biomasse: una produzione pari a 28 milioni di tonnellate di petrolio http://www.key4biz.it/Mappamondo/2010/02/Italia_Energia_Biomasse_Petrolio_Astrim_AB_Energy_Itabia_Aper_Fiper_Produzione.html

domenica 5 settembre 2010

A San Cesario del Salento leccese si distillava l'alcool


A San Cesario del Salento leccese si distillava l'alcool
di Antonio Bruno*

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Il Comune di San Cesario del Salento leccese a pochi chilometri dal capoluogo salentino, era noto in tutta Italia per la cospicua produzione di alcol in quanto operavano cinque distillerie, tre liquorifici; ma c'erano anche i magazzini per la lavorazione del tabacco, gli stabilimenti vinicoli, il mattatoio e il mercato coperto.
Tutta questa attività industriale a San Cesario di Lecce ha avuto conseguenze catastrofiche per la falda, infatti l'indice di pericolosità di inquinamento della falda nel 1988 era 10 volte l’indice massimo consentito!
In questa nota i pericoli che ancora oggi rischia la falda del Comune di San Cesario.
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Le previsioni della vendemmia 2010, un'annata di segno più che positivo con punte di eccellenza, la qualità dei vini, che si prospetta molto interessante.
Si prevede un possibile aumento della produzione, circa un 10% in più rispetto alla vendemmia 2009. Ma, ancora più importante appare la ottima previsione in termini di qualità e di destinazione alla vinificazione di qualità (+6% in Doc e Igt). Otterremo dei vini freschi, con interessanti profili aromatici e di buona struttura.
Ma a San Cesario di Lecce della vendemmia 2010 non se ne parla perchè nulla è rimasto della tradizione che vedeva i mie antenati tutti, o quasi, contrabbandieri, possessori di alambicchi da cui distillavano l’alcool.
La San Cesario di Lecce contrabbandiera è divenuta poi la distilleria di gran parte del Salento e produttrice di alcool e liquori. Solo che di tutta questa realtà industriale non è rimasto quasi nulla, se non le distillerie Cappello http://www.distilleriecappello.com/ .
Nel campo della salvaguardia e tutela del patrimonio industriale è stata svolta un’intensa attività sul territorio; infatti numerosi sono stati i manufatti dove si svolgevano attività industriali che, a seguito di apposite richieste di vincolo, sono stati dichiarati “beni di interesse particolarmente importante” e tra questi ai sensi del D.L.vo 490/1999 e 42/2004 c'è la Distilleria Nicola De Giorgi a San Cesario di Lecce riconosciuta con D.M. del 6 luglio 2005.
Il Comune di San Cesario a pochi chilometri dal capoluogo salentino, è noto in tutta Italia per la cospicua produzione di alcol perchè nel nostro territorio c'erano cinque distillerie e di tre liquorifici; ma c'erano anche i magazzini per la lavorazione del tabacco, gli stabilimenti vinicoli, il mattatoio, il mercato coperto e la stazione ferroviaria.
Naturalmente tutta questa attività industriale concentrata nel piccolo feudo del Comune di San Cesario di Lecce ha dato anche problemi. Nell’indagine del 1988 sulle condizioni del sottosuolo salentino, elaborata per il Piano Regionale delle Acque i rilievi, a cura dell'Istituto Geologico dell'Università di Bari, hanno messo in luce con chiarezza quanto basta per tracciare la mappa di un disastro ambientale. Fatto 150 l'indice di pericolosità da inquinamento (basato sulla quantità in chilogrammi dell'ossigeno consumato da un campione di acqua inquinata da microrganismi, per chilometro quadrato), i dati più "neri" furono registrati a San Cesario di Lecce (indice 1.105). Tutta questa attività industriale a San Cesario di Lecce ha avuto conseguenze catastrofiche per la falda, infatti l'indice di pericolosità di inquinamento della falda è 10 volte l’indice massimo consentito!
Purtroppo ancora oggi il rischio inquinamento della falda non viene normalmente sviluppato nella redazione di Piani di Protezione Civile in quanto ricade nella lista dei rischi di secondo ordine o connessi.
Questo precedente dovrebbe spingere alla realizzazione di uno studio che valuti la vulnerabilità degli acquiferi nell’area del territorio di San cesario del Salento leccese, nella consapevolezza ormai diffusa dell’importanza della salvaguardia delle risorse idriche sotterranee, che rappresentano l’unica fonte di approvvigionamento idrico destinato al consumo umano.
La redazione di una carta della Vulnerabilità degli acquiferi darebbe tutte le informazioni necessarie allo sviluppo da parte degli Enti Pubblici preposti di previsione delle possibili conseguenze di inquinanti puntuali (potenziali o in atto) delle risorse idriche sotterranee; previsione delle possibili conseguenze di inquinamenti diffusi (potenziali o in atto); giudizio preventivo di progetti di inserimento di nuove attività nel territorio coinvolgenti l’acquifero soggiacente.
Processo decisionale in merito allo spostamento delle opere di presa idropotabili a rischio o indifendibili con il sistema di aree di salvaguardia.
Progettazioni delle reti di monitoraggio sia per la sorveglianza sia per previsioni di inquinamento delle risorse idriche sotterranee.
La presenza in agro di Cavallino del Salento leccese delle discariche a pochi chilometri da San Cesario ha portato lo scorso 3 settembre 2010 in Consiglio Comunale alcuni consiglieri denunciare le esalazioni provenienti dalle discariche di Cavallino che per tutta l’estate hanno vessato i cittadini, costretti a barricarsi in casa nonostante il caldo afoso” . Faccio presente a tutti i Consiglieri Comunali di San Cesario del Salento leccese che la preoccupazione maggiore dovrebbe andare all'inquinamento dell'acqua della falda che ha già subito negli anni scorsi l'attacco sconsiderato delle distillerie e delle industrie manifatturiere di San Cesario e che oggi potrebbe essere inquinata dalle discariche di Cavallino.

*Dottore Agronomo

Bibliografia

Antonio Monte, Andrea Romano, Lorena Sambati: L’INDUSTRIA DELLA DISTILLAZIONE A SAN CESARIO DI LECCE E IL COSTITUENDO MUSEO DELL’ALCOL
Antonio Monte, Storte ed alambicchi. L’industria della distillazione a San Cesario di Lecce, San Cesario di Lecce, Manni Editori 2000;
Renato Covino, Raffaella De Giuseppe, Antonio Monte, Anna Maria Stagira, I monumenti dell’industria a San Cesario di Lecce, San Cesario di Lecce, Manni Editori 2003.
Cd-Rom: Francesco Gabellone, Antonio Monte, Archeologia industriale a San Cesario di Lecce, Lecce, IBAM-CNR 2002.
Lo Stabilimento “De Giorgi” in San Cesario, in Almanacco “Il Salento”, vol. II, Lecce 1928, pp. 8688;
Nello Wrona: I predoni delle Serre
Il Paese Nuovo di Lecce - San Cesario: Senza numeri, senza idee, ma con la solita protervia http://www.ilpaesenuovo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7623:senza-numeri-senza-idee-ma-con-la-solita-protervia-consiglio-ridotto-a-desolante-teatrino&catid=69:politica&Itemid=120

sabato 4 settembre 2010

Il Cavallo di Cutrofiano del Salento leccese: discendente dei puledri di Anchise


Il Cavallo di Cutrofiano del Salento leccese: discendente dei puledri di Anchise
di Antonio Bruno*

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L'Equus caballus (Linneo 1758), o più semplicemente cavallo, è un mammifero ungulato di grossa taglia. Appartiene al genere Equus, unico della famiglia Equidae. Di antica domesticazione da una sottospecie estinta delle steppe asiatiche, il Tarpan, viene utilizzato come animale da sella, da tiro, da soma e da carne. È in grado di rinselvatichirsi e di sopravvivere autonomamente allo stato brado.
In questa nota la sua storia a Cutrofiano nel Salento leccese.
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Mia nonna e mia madre erano costrette ad acquistare ogni giorno pesce. Non aveva importanza di che pesce si trattasse, il fatto era che mio nonno non mangiava carne, e soprattutto non mangiava carne di cavallo.
Mio nonno si chiamava Giuseppe Ferro, era un Carabiniere a cavallo, e lui i cavalli non li avrebbe mai mangiati, per nessun motivo! Con il cavallo era andato in Libia nel 1911 e con il cavallo aveva preso parte alla prima guerra mondiale. A cavallo conobbe mia nonna Maria Ruggeri, quando dalla natia Marsala venne trasferito a Lecce, e sempre a cavallo presto servizio prima in Sicilia e poi a Bari per rientrare a Lecce dopo la pensione. Mio nonno Giuseppe il cavallo lo considerava un fratello! Un cavallo quando l'hai avuto, lo rispetti e non puoi mangiarlo!
Gli studiosi che hanno indagato le immagini presenti nelle grotte e che risalgono all'era glaciale ovvero tra 60.000 e 10.000 anni fa hanno definito quelle figure naturalistiche e impressionistiche e molte di queste vere e proprie opere d'arte ritraggono l'uomo con il cavallo.
Quando i nostri antenati del Salento leccese vivevano nelle palafitte c'era con loro il cavallo che non era stato ancora addomesticato. Il cavallo diviene un servitore dell'uomo appena 4000 anni fa e viene utilizzato per i lavori agricoli e per la guerra e il galoppo!
La notizia che ci da la forza del cavallo come arma di guerra è quella del popolo degli Hyksos che invasero l'Egitto nel 1700 a.C. E travolsero l'esercito del faraone con una nuova arma formidabile: la cavalleria e i cavalli ippo trainati.
Il cavallo è stato domato dall'uomo e quegli uomini che lo facevano per Omero erano degli eroi, erano i domatori di cavalli. Gli Ariani ei Semiti erano popoli di domatori di cavalli. Nella Bibbia il Signore fa a Giobbe un elogio del cavallo. Salomone possedeva quarantamila cavalli. Gli Arabi selezionano i puro sangue.
Poi ci sono i miti, come quello di Giove, padre degli Dei che donò a Re Laomedonte cavalli divini che vivevano nell'Olimpo in segno di ricompensa perchè Ganimede, figlio del re, sostituì Vulcano nella funzione di coppiere degli dei.
Il padre di Enea, ovvero il re di Troia Anchise, fece accoppiare questi cavalli divini con sue giumente e da queste nacquero sei puledri. Quattro li tenne Anchise e due li diede ad Enea.
Durante la guerra di Troia sotto le mura di Ilio, Diomede viste le performance dei due cavalli di Enea decise che dovevano essere suoi!
Per ottenerli disse al suo auriga Stenelo di prenderli.
Diomede sfidò al duello Enea che cadde ferito mentre Stenelo si precipitò su quei due cavalli impossessandosene.
Diomede era ammirato al cospetto di quei due cavalli e li mando in Grecia. E lo stesso di trasferì nel Salento leccese e con lui portò quei due cavalli nella Decatría Choría (τα Δεκατρία Χωρία), cioè i tredici paesi di Terra d'Otranto che conservavano la lingua e le tradizioni greche. Il nome del paese in lingua grika è Kutrufiàna, mentre in dialetto salentino si chiama Cutrufiànu..
I cavalli di Enea erano due corsieri da cui discendono i cavalli del Salento leccese!
Un salto nel tempo e leggiamo: IL BELVEDERE ERA UNA BRUNA FORESTA! Così la chiama, nel 1789, lo svizzero Carlo Ulisse De Salis, signore di Marschlins, nelle sue note di viaggio dal titolo “Nel Regno di Napoli”, alludendo al famoso Bosco Belvedere, disteso nei Comuni di Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Pog-giardo, Vaste, Torrepaduli, Supersano, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia.
Immenso latifondo boschivo, che al suo proprietario, il principe Gallone di Tricase, assicurava la pingue rendita di L. 42.500 e a tutti i Comuni confinanti gli usi civici. Smembrato, nel 1851, e suddiviso fra i Comuni interessati, a Supersano, dopo Scorrano e Nociglia, toccò la quota maggiore e forse la più bella, non solo per impianto e varietà di piante, ma anche per i pascoli eccellenti. «Nei pascoli sopra queste alture - scrisse il De Salis - e nella foresta di Supersano, sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro.
Nel 1484 il casale di Cutrofiano fu ceduto dalla corona Aragonese alla famiglia Del Croce - Capece fino al 1664 quando il feudo fu acquistato dai Filomarini che governarono fino al 1806, anno in cui fu soppressa la feudalità. Questa famiglia si distinse per gli allevamenti di cavalli di razza, molto ricercati nel Regno di Napoli. La razza di Cavalli di Cutrofiano godette di largo prestigio per lungo tempo non solo nel regno di Napoli, ma soprattutto in Inghilterra. Ancora oggi vi è una Strada vicinale Cavallerizza verso Collepasso , prima chiamato "Colopati", e che solo nel 1907 si staccò da Cutrofiano.
La foresta di Cutrofiano, che era ancora demanio nel Quattrocento,faceva parte della vasta macchia mediterranea che un tempo ricopriva il basso Salento. Si estendeva a sud del casale per 1000 tomoli corrispondenti a circa 716 ettari , procurando la legna che alimentava i forni per la produzione della terracotta. Oggi sono ancora visibili alcune parti come il "Boschetto" di querce a ovest del paese.
Nello stemma del Comune di Cutrofiano c'è un cavallo. Le origini dello stemma non hanno certezza storica. Si suppone che abbia avuto origine dal fatto che i Filomarini avevano un grande allevamento di cavalli pregiati. Che i cavalli fossero una componente rilevante dell’economia locale è dimostrato anche dalla antica denominazione della principale piazza del paese, largo Cavallerizza, oggi piazza Municipio.

*Dottore Agronomo

Bibliografia
Aldo De Bernart: IL BELVEDERE ERA UNA BRUNA FORESTA
Vincenzo Ligori, Alessandro Calò, Mario Cazzato, Salvatore Matteo: Cutrofiano l'argilla, la terra, la pietra
Salvatore Matteo: Ceramica di Cutrofiano dal Cinque al Settecento
Sito Comune di Cutrofiano: http://www.comune.cutrofiano.le.it/
Mengoli Sara: LO STEMMA DI CUTROFIANO
Cosimo Enrico Marseglia: Le nostre leggende. Martina Franca: I focosi cavalli della Iapigia
MARIO MOSCARDINO: ECONOMIA POLITICA E PALETNOLOGIA NEL SALENTO

Il Corniolo (Cornus mas L.) dimenticato a Troia


Il Corniolo (Cornus mas L.) dimenticato a Troia
di Antonio Bruno*

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Il Corniolo è presente in tutta la penisola italiana ad eccezione delle isole, dal piano fino ai 1300 m di altitudine. Arbustivo-cespuglioso, ma a volte si presenta anche come alberello. Nel Bando pubblico per la presentazione di domande di aiuto del Piano di sviluppo rurale 2007 – 2013 della Regione Puglia sono previste delle misure finalizzate a un primo impianto di boschi per un miglioramento paesaggistico del territorio che incentivano l'utilizzo di questa pianta.
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Il Salento leccese è un territorio ad elevata densità abitativa ed un bassissimo indice di boscosità. Mio nonno Pietro detto Petruzzu era cavamonti o minatore, insomma lavorava nelle cave di calcarenite ( la pietra leccese) lavoro caratteristico del Salento leccese che si è sempre distinto per un’attività estrattiva piuttosto fiorente e che ha prodotto molte cave, e soprattutto sono sotto gli occhi di tutti quelle che non sono più coltivate da decenni e che risultano dismesse, tanto da versare in stato di abbandono, con forti impatti negativi sul paesaggio e sull’ambiente.
Nel Bando pubblico per la presentazione di domande di aiuto del Piano di sviluppo rurale 2007 – 2013 della Regione Puglia sono previste delle misure finalizzate a un primo impianto di boschi sia per un miglioramento paesaggistico del territorio, sia per apportare un contributo concreto alla mitigazione del cambiamento climatico, conseguente ai processi inquinanti dovuti all’emissione di gas ad effetto serra, oltremodo accentuati negli ambienti che sono nelle immediate vicinanze dei perimetri urbani.
In questo bando si legge:
“Al fine di realizzare popolamenti arborei equilibrati per specie e composizione sia nella facies
arborea che arbustiva, è consentito l’impiego di tutte le specie secondarie, arboree o arbustive
(olivastro, biancospino, lentisco, pero selvatico, corniolo, fillirea, terebinto, ginestra, tamerice,
ecc.), tipiche formazioni vegetanti che si riscontrano nella regione, purché impiegate come specie
di accompagnamento e in consociazione alle specie arboree principali, in misura non superiore al
20%.”
Tra queste specie secondarie c'è il corniolo (Cornus mas L.) che appartiene all'ordine delle Umbelliflorae, alla famiglia delle Cornacee e di cui è la specie da frutto più interessante.
I piccoli frutti sono drupe ovoidali, pendule, di colore rossastro che sono presenti da agosto ad ottobre e si utilizzano per fare dei succhi di frutta o marmellate (ottime accompagnate al bollito di carne) e per ottenere eccezionali bevande in cui il corniolo ha la funzione dell'aromatizzante come accade ad esempio con la grappa. I prezzi per questi prodotti sono relativamente alti. Si possono mangiare i frutti anche crudi, ma sono buoni solo quelli che sono appena caduti o quando cadono dallo stelo in seguito ad un leggero tocco. In caso contrario, se vengono raccolti dall'albero, sono acidi e astringenti per i tannini. I frutti hanno un alto contenuto in vitamina C: da 97,4 a 120 mg per 100 grammi di polpa, che è più di due volte la quantità contenuta negli agrumi e sono molto ricchi di caroteni, pectine e tannini. Come dite? Capisco! Volete sapere come ottenere la pianta del corniolo! Basta recarsi in un bosco e dalle piante di corniolo più belle raccogliere i semi che devono essere messi a germinare nel semenzaio e che, successivamente si devono innestare con parti di piante aventi delle buone caratteristiche produttive. Si può ricorrere anche all'uso dei polloni radicati (con il termine botanico pollone si indica quella parte di una pianta sotto forma di ramo che si sviluppa direttamente sul tronco o ai piedi dell'albero, a volte anche direttamente dalla radice), sfruttando la attitudine pollonifera della pianta del corniolo. Il corniolo è un piccolo albero deciduo (deciduo è un termine di derivazione latina che significa "destinato a cadere. Si utilizza riferendosi a quegli alberi o arbusti che nella stagione sfavorevole, nel nostro emisfero quasi sempre l'inverno, perdono le foglie per fenomeni di abscissione) ad accrescimento lento alto da 3 a 6 metri. Il fusto è contorto e la corteccia liscia e grigiastra nei rami giovani, nella fase adulta imbrunisce e si screpola.
I fiori sono piccoli e di un bel giallo intenso, sono riuniti in infiorescenze vistose formate da 10 – 30 fiori. La fioritura è a febbraio, marzo.
Lo so che volete sapere perchè si chiama corniolo, e io desidero soddisfare la vostra curiosità, anche perchè si tratta di una vecchia storia!
Semi di corniolo sono stati trovati nelle caverne preistoriche rinvenute vicino Cetona (SI) e sono datati tra il 13000 – 10000 a.C..
Il corniolo era diffuso nelle vicinanze di Troia, sul monte Ida, per questo motivo i Greci ed Ulisse utilizzarono il legno di corniolo per costruire il Cavallo di Troia.
Il Dio Apollo si arrabbiò moltissimo quando scoprì che gli alberi di corniolo erano stati abbattuti e, per questo motivo, i Greci si posero il problema di placare l'ira di Apollo, che risolsero organizzando delle feste che chiamarono “Kàrneios”.
Dall'antichità le corniole sono state cibo per gli uomini e le foglie dell'albero sono state alimento per il bestiame. Omero nell'Odissea racconta che la maga Circe dava da mangiare le corniole agli uomini che lei aveva trasformato in porci.
Pare che derivi dal latino “cornum” che significa corno che lungi dall'essere offensivo o scaramantico per i nostri antenati era il simbolo della forza e del coraggio.
Il nome deriva dal fatto che i greci prima e i romani poi utilizzavano il legno della pianta del corniolo per fare dei giavellotti, tanto che Virgilio e Ovidio usavano il nome della pianta del corniolo come sinonimo di giavellotto.
E' la durezza del legno del corniolo che lo rendeva adatto a forgiare armi e per questo motivo il corniolo era simbolo di durata e di coraggio virile.
Il giavellotto è un tipo di lancia usato come arma da lancio. Formato da un'asta munita di una punta di metallo, è utilizzato sin dai tempi più antichi per la caccia ed in combattimento. Nell'antichità si ha traccia dell'uso del giavellotto anche in competizioni di abilità.
Nell'antica Roma un giavellotto di Corniolo lanciato in campo nemico era un chiaro segnale di ostilità. Basti ricordare Romolo che lanciò l'asta verso il Palatino per divenire il padrone del Colle. Il legno di quel giavellotto era di corniolo e quando si conficcò nel terreno nessuno riuscì mai più a toglierlo e dopo da quel giavellotto nacquero due germogli che vegetarono e diedero vita a un grossissimo albero. Le generazioni di romani che seguirono venerarono quell'albero, erano sempre occupati nell'accudirlo.
Una donna dei tempi in cui non c'erano le città e i nostri antenati erano nomadi e raccoglievano il cibo che avrebbero poi mangiato, si accorse che dopo un lieve tocco cadevano le corniole di colore marrone, le assaggiò e le piacquero, poi tentò di mangiare quelle corniole rosse che erano ancora sull'albero e che la abbagliavano per il colore intenso ma che fecero sentire la sua bocca secca e rugosa come se avesse bevuto un the assurdamente forte, una donna che portò quei frutti ai suoi figli e che da allora, di generazione in generazione, divennero un frutto buono da mangiare, che ora perchè più nessuno lo fa, rischia di rimanere dimenticato.

Bibliografia
Bando pubblico per la presentazione di domande di aiuto ASSE II- MIGLIORAMENTO DELL’AMBIENTE E DELLO SPAZIO RURALE, MISURA 223 - PRIMO IMBOSCHIMENTO DI SUPERFICI NON AGRICOLE, AZIONE 1 BOSCO PERIURBANO (NON URBANO), AZIONE 2 BOSCO EXTRAURBANO http://www.regione.puglia.it/web/files/foreste/Pagine_da_N077_29_04_101.pdf
Fabio Di Gioia: Salvaguardia e coltivazione del corniolo.
CASTELLANEAT.A M . 1990 - I1 corniolo ne1 bosco Sant’Antuono. Umanesimo della Pietra-Verde 5: 56-58.[Flor; Tal]
Cornus mas: Da Wikipedia, l'enciclopedia libera
Bounous, G.; Beccaro, G. (Torino Univ. (Italia). Dipartimento di Colture Arboree); Bellini, E.; Natarelli, L. (Firenze Univ. (Italia). Dipartimento di Ortoflorofrutticoltura): Piccoli frutti e fruttiferi minori in montagna tra innovazione e tradizione
Tsipouridis, C. (National Agricultural Research Foundation (NAGREF), Naoussa (Greece). Pomology Inst.); Bellini, E.; Giordani, E. (Firenze Univ. (Italia). Dipartimento di Ortoflorofrutticoltura): Il corniolo [Cornus mas L.]
Francesco D'Amato, Osservazioni cito-embriologiche su Cornus mas L. con particolare riguardo alla sterilità di un biotipo triploide, Firenze, Società botanica italiana, 1947.
Francesco D'Amato, Fenomeni di auto-incompatibilità nel Corniolo (Cornus mas L.), Firenze, Società botanica italiana, 1948.
Hermann Hesse, Pellegrinaggio d'autunno e altri racconti, Roma, Newton Compton, 1992. ISBN 88-7983-086-4: "i cornioli erano già rossi" nella scena rivelatrice della vera natura di Salomè nello Hans Amstein, p. 57.