mercoledì 3 febbraio 2021

Il mese di febbraio nelle credenze popolari leccesi

 


Illustrazione: Giornalino (Il) della Domenica, Direttore Luigi Bertelli (Vamba). Anno IV, n. 9. Firenze, 28 febbraio 1909.

Il mese di febbraio per queste province è uno dei più rigidi dell'anno, come prova la statistica metereologica e illustrano alcune credenze del popolo, le quali hanno, com'è noto, un fondamento pratico, dovuto alla lunga prova e riprova di un dato fenomeno. Senza fermarmi in considerazioni demologiche (*) generali, dirò che in gran parte questo mese non gode buona fama presso il popolo, il quale, quantunque dica: Acqua de febbraru inche la ranaru, pure mostra di non aver molta fiducia in esso. Un indizio se il tempo si rimette al buono si può trarre, secondo il popolo, notando ciò che fa il lupo il giorno 2 del mese. Il lupo esce allora dal suo nascondiglio e guarda il tempo: se questo è cattivo, esso disfà il suo letto di strame (se sconza la lettéra) prognosticando che in seguito la stagione continuerà mite; se poi è bella giornata, esso torna a rifarsi il letto (se la cconza), prevedendo che vi saranno ancora per un pezzo i rigori del verno, concetto che il popolo esprime nel detto: Candelora chiara, la lupa se spreca la tana (si prepara la tana). Il tempo, dunque, secondo tale credenza potrebbe cominciare a divenir mite e buono, il che si vedrebbe proprio da quel giorno, il giorno della Candelaia o Candelora come si dice in dialetto, epoca, che, secondo un'altra credenza, segna il principio della incubazione dei volatili : De la Candelora — ogne aceddrhu fa la coa (la cova o, come dice una variante, hae oe —ha uova), proverbio che corrisponde al A francese:  la Chandeleur-les yrandes dou-leurs, che non manca del solito spirito gallico.

Altro proverbio che accenna questo carattere dubbio del mese, è quello che suona : Se Febbraru nu febbrariscia, Marzu male penza che corrisponde al toscano: « Se febbraio non febbreggia, marzo cam-peggia », il che vuol dire che febbraio dev'essere freddo, piovoso, brumale, chè, se sarà mite, marzo, il quale del resto è d'infamato nome e d'ordinario non è mai buono, sarà cattivo.

Si noti, qui di passaggio, la bellezza del verbo febbrarisciare, il quale significa: «seguire l'indole e il carattere suo proprio, detto del mese di febbraio». Allo stesso modo diciamo: Se scennaru nu scennariscia , ecc. — il Calabrese ha pure febbrareggia, noi diciamo ancora marzu marziscia, che corrisponde al siciliano marzo marzìa; anche il provenzale ha il verbo febrerare e su questo conio, cioè su quello di trarre dal nome del mese un verbo, il toscano foggia febbreggiare e marzeggiare, poco usati in lingua.

Il carattere dubbio e incostante del mese, del resto, viene dichiarato da altri dicteria, poiché il popolo dice ancora: Febbraru: mienzu duce e mienzu maru, e altresì: De la Candelora—la ernata è fora. Tale proverbio anzi è ricordato anche cosi: De la Candelora—la ernata è fora, e se chioe acqua menuta, l'ernata fore è 'suta. Pero un'altra aggiunta al primo verso dice; se la sai bene cuntare—c'è nu buenu quarantenale; cioè; se sai bene contare quanto deve durare l'inverno, ce n'è per un'altra quarantina di giorni.

Un altro detto conferma tale carattere del mese; esso dice: O ca au o ca egnu —capu de state e cuda de jernu, oppure: capu de state sempre me tegnu (mi chiamo) e l'equinozio, che si fa cadere al 25 del mese, ne sarebbe una comprova: De santu Mattia—quantu la notte tanta la dia. Se non che invece di « Mattia » che cade in quel giorno, credo che si voglia parlare di « Matteo », forse accomodato per la rima o forse confuso per affinità di parola, e che ricorre il 21 settembre: il detto alluderebbe così all'equinozio di autunno; e credo ciò anche perché il popolo in varii proverbi, che qui non è il caso di citare, mostra di avere cognizione esatta tanto degli equinozi che dei solstizi.

Oltre di questi proverbi, il popolo ne ha altri che attribuiscono al mese un carattere assolutamente cattivo. Febbraru — dice un proverbio — curtu e maru; un altro: Febbraru è mulu, perché non è figlio legittimo dell'anno, come gli altri mesi, avendo esso ventotto giorni, e perché « tira sempre calci », per dirla con frase volgare, cioè: è freddo e tempestoso anch'esso, anzi tanto è freddo, giunge a dire il popolo in un altro proverbio, che se li giurni soi li aìa tutti — facìa quagghia lu mieru intra le utti, farebbe coagulare il vino! Tale carattere mi sembra sia il vero del mese, il quale, come dicevo a principio, per queste regioni è davvero uno dei mesi più freddi, se non il più freddo, dell'anno. E sì che esso non ha tutti i giorni che, come gli altri mesi, dovrebbe avere, e che è mulu, o, come pur si dice, è muzzu, è mozzo!

Ma come va che febbraio è il più corto mese dell'anno?

Tale domanda ha dovuto il popolo rivolgere a sé stesso, e per spiegarsi la cosa ha creato questo racconto.

Una vecchia pastora, negli ultimi giorni di gennaio, credendo che il tempo cattivo fosse terminato, trasse fuori a pascolare il suo gregge, esclamando tutta allegra:

Alla facce de scennaru e de febbraru, le pecureddhe mei tutte alla atu;

l'ultimo verso ha questa variante:

le pecureddrhe mei le le tegnu paru, volendo dire con ciò che il freddo non gliele aveva decimate.

Indispettito Gennaio, che allora aveva ventotto giorni, corse dal fratello Febbraio che ne aveva trentuno, e gli chiese alcuni giorni in prestito per vendicarsi della vecchia insolente, dicendogli:

Uei me dài do' tre giurni te li toi, quantu bidi a sta ecchia cee ni fazzu?

 — E quando me li restituirai? — domandò Febbraio che era pur disposto a darglieli essendo anche lui stato offeso dalla vecchia.

— Mai gli rispose Gennaio.

Il povero Febbraio udì crai (domani) invece di mai e non trovò alcuna difficoltà ad accontentare il fratello.

Allora in quei tre giorni Gennaio tirò fuori tanto freddo e vento, tanta pioggia e neve, che le pecore della vecchia morirono quasi tutte assiderate, perché ne scamparono solo quelle che essa potè riparare sotto la gonnella.

Ecco perché Febbraio conta ventotto giorni e gli ultimi tre di Gennaio sogliono chiamarsi li giurni de la ecchia e sono perciò ventosi e rigidi.

Queste leggenda, oltre ad avere varianti nella nostra stessa provincia, é comune ad altre località; la trovo, per esempio, in Capitanata e in Sicilia, dove si racconta. che Aprile impresta qualche giorno a Marzo, del quale si vuol far risaltare la perfidia per il rincrudimento della stagione solito a verificarsi in detto mese.

In Provenza si racconta qualche cosa di simile: la vecchia insulta il mese di Febbraio diendo:

Adieu, Febriè ! 'Mè ta febrerado

m'as fa ni pèu ni pelado,

cioè: <<addio Febbraio! Coi tuoi freddi non mi hai toccato nè pelo né pelle ».

Adirato Febbraio, s'imprestò tre giorni di Marzo e fece morire le pecore della vecchia, la quale però comprò delle vacche e alla fine del mese ripetè lo stesso insulto.

Marzo ferito dalle sue parole, si rivolse ad Aprile chiedendogli tre giorni, che ebbe e con le brinate fece sciupar l'erba, e la vecchia vide morire di nuovo le sue bestie.

Tutte queste leggende non fanno che confermare il fatto che in febbraio e in marzo può incominciare la buona stagione, ma che d'ordinario però l'inverno continua ancora crudo e inclemente. Venti, piogge, brinate, nevi non ne mancano; ma quando noi abbiamo la, neve, la stagione è migliore di quella in cui non si hanno, che piogge; il popolo lo sa per prova, poichè dice: Sutta la nie, pane; sutta l'acqua fame, proverbio che ha la seguente variante: Cu l'acqua fridda la fame; cu la nie rossa la pane ; concetto questo che si conferma con altro detto: Chiange lu pecuraru quandu fiocca, rite qiuandu se mangia la recotta ; cioè la neve apparentemente sembra un danno, perocchè i raccolti saranno poi abbondanti, il che è provato anche da ragioni scientifiche.

Lecce 25 febbraio 1909, FRANCESCO D' ELIA

 

(*) Demologia: Studio della cultura popolare. Il termine d. viene utilizzato in alcune nazioni europee di lingua neolatina (per es., Francia, Spagna, Portogallo) in alternativa alla parola inglese folklore. In Italia tale settore disciplinare è in buona parte coincidente con la storia delle tradizioni popolari e con gli studi del folclore, ed è stato inteso anche in senso peculiare come studio delle culture subalterne in quanto contrapposte alla cultura egemonica.






 


lunedì 1 febbraio 2021

LO SPONZALE SI COLTIVA PREVALENTEMENTE NEL SALENTO

 



Cipolla porraia (sponsale) 

La cipolla porraia, altrimenti detta “sponsale”, è spesso confusa con i porri. In realtà la sua produzione è di nicchia e si coltiva prevalentemente nel Salento, in estate.

Si ottiene da bulbo e non da seme o da germoglio come la comune cipolla e altro non è che una cipolla raccolta prima che sia ingrossata.

Fonte: https://blog.giallozafferano.it/unamanuincucina/cipolla-porraia-sponsale-gratinata-al-forno/#:~:text=La%20cipolla%20porraia%2C%20altrimenti%20detta,raccolta%20prima%20che%20sia%20ingrossata.

 

 


SPONZALE SALENTINO

Gli Sponsali Sponzali o Cipolle Porraie sono bulbi non ingrossati di cipolla, si ottengono non da seme o da piantina come le cipolle classiche, ma dal piantamento di bulbi in estate e quindi sono i getti che producono i semi al secondo anno di coltivazione. Da ogni bulbo nascono 3-5 sponsali. Sono ricchi di proprietà terapeutiche come decongestionante per la faringe, disintossicante per il fegato, per l’intestino, per l’anemia, antibiotico e vermifugo. Ricchi di sali minerali e vitamine, di cui ritroviamo soprattutto la vitamina C ma anche le vitamine A, B ed E.

 

In Cucina: lo sponsale salentino ha un aroma molto utilizzato nella cucina tipica salentina. Il suo gusto molto dolce e poco pungente dona sapore alle preparazioni ed esalta gli altri ingredienti usati nei vari piatti della cucina del territorio. Serve come ingrediente per la preparazione di molte pietanze, sia come base (soffritto) per minestre, minestroni e risotti, carni arrosto, sughi, uova, sia per insaporire le insalate, oppure per la realizzazione di diversi piatti che lo vedono protagonista, come la farcitura denominata “cipollata” utilizzata in varie ricette salentine.

 

Curiosità: spesso vengono venduti o confusi i porri con gli sponsali, sono due cose completamente diverse. La produzione di sponsali salentini è prettamente di nicchia.

https://www.agrofattorino.com/prodotto/cipolle-porraie-sponsale-salentino/




Masserie agricole e Masserie fortificate a sud-ovest del Salento

 



Irene Marchese         Itinerari Turistici

Le masserie fortificate a difesa del territorio circostante

Le masserie agricole e fortificate, muretti a secco e l’ulivo costituiscono l’elemento caratterizzante del paesaggio agrario salentino. In particolare le masserie, spesso di proprietà della chiesa, si evolvono nell’architettura fino a diventare delle vere e proprie ‘fortezze’ inespugnabili. A conferma dell’inattaccabilità del complesso architettonico, alcune masserie sono state dotate di torri e fossati anche molto tempo dopo la loro costruzione. Tali soluzioni vennero adottate a causa del susseguirsi di attacchi da parte dei briganti.

 

Tipico esempio di masseria fortificata, costituita su due livelli alla quale si accedeva al primo piano da un ponte levatoio è la Masseria Ospina. Percorrendo la strada Racale –Torre Suda, immersa nel tipico paesaggio mediterraneo, tra uliveti e caseddhi svetta da lontano la  databile intorno alla prima metà del XVI sec.  E’ costruita in pietra locale e le facciate non presentano elementi decorativi, ma a metà altezza corre una cornice semicircolare tipica delle opere fortificate. Su tutte le aperture vi sono le caditoie dalle quali venivano gettati materiali d’ostacolo al nemico. Nella parte retrostante, a ridosso della torre, vi è un locale con copertura a botte ed un forno. Masseria Cutura. Il paesaggio rurale di Melissano è caratterizzato dalla presenza di numerose antiche masserie, testimonianza del legame di questi territori all’agricoltura e alla pastorizia. La loro struttura presenta caratteristiche simili, infatti sono costituite da un grande vano utilizzato dal “massaro” per dormire, da una grande cucina con un grande camino e da un forno per la cottura del pane, da recinto per gli animali, dalla stalla e dall’ovile. Alcune di queste posseggono anche il piano superiore, le cui stanze erano destinate alla vacanza estiva del padrone. La Masseria Cutura si trova lungo la strada che congiunge Felline a Melissano e risale alla prima metà del ‘700. Oggi si presenta tagliata in due dalla strada, ed un tempo era provvista di un ampio recinto per le greggi di pecore e capre. Da visitare a Melissano: la Masseria Cuntinazzi, Masseria li Boi, Masseria Quarta, Masseria Cocuruzza, Masseria Briganti e Masseria Coloni.. Vi aspettiamo per regalarvi una visita presso le tipiche Masserie del Salento!!

 

Tipica Masseria Agricola del SalentoMasseria Torre Pinta nel SalentoIn tutto il Salento numerose sono le masserie risalenti per lo più al XVI, XVII e XVIII secolo.

 

 

Questo è l’elenco ufficiale di tutte le masserie fortificate censite della provincia di Lecce:

Acquarica del Capo: Masseria Gelsorizzo con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Colombo; Masseria Fortificata Baroni.

 

Campi Salentina: Masseria Timuerra;

 

Carmiano: Masseria Fortificata Li Pampuli con Torre Colombaia;

 

Cannole: Masseria Fortificata Turceto con Torre Colombaia;

 

Capo d’Otranto ad Otranto: Masseria Fortificata Cippano.

 

Copertino: Masseria Fortificata La Torre.

 

Castrignano del Capo: Masseria Fortificata Palamita.

 

Cavallino: Masseria Fortificata Insarti.

 

Galatina: Masseria Fortificata Montisani con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Torre Pinta; Masseria Fortificata del Doganiere.

 

Galatone: Masseria Fortificata Corillo.

 

Gallipoli: Masseria Fortificata di Porto Gaio; Masseria Fortificata Ròssina di Lido Conchiglie; Masseria Fortificata di San Mauro; Masseria Fortificata Mosca di Chiesa Nuova.

 

Giurdignano: Masseria Fortificata Quattro Macine.

 

Lecce: Masseria Fortificata Paladini Piccoli con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Monacelli; Masseria Fortificata Gianpaolo; Masseria Fortificata Coccioli con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Mendule con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Mele ; Masseria Fortificata Mosca; Masseria Fortificata Specchia Mezzana; Masseria Fortificata Zundrano; Masseria Fortificata Ghietta; Masseria Fortificata Rauccio;

 

Leverano: Masseria Fortificata Zanzara o Sazzara; Masseria Fortificata Manieri d’Arneo di Pittuini Arneo – Porto Cesareo di Leverano  Masseria Colarizzo Torre Lapillo; Masseria Fortificata Ingegna di Porto Cesareo;

 

Melendugno: Masseria Fortificata Carleo; Masseria Fortificata Incioli; Masseria Fortificata Epifani; Masseria Fortificata Carleo di Santa Foca – Borgagne a Melendugno: Masseria Fortificata Nova; Masseria Fortificata Sbotta; Masseria Fortificata Porcaccini;

 

Nardò: Masseria Fortificata Giudice Giorgio; Masseria Fortificata Termide; Masseria Fortificata Console ; Masseria Fortificata Abate Cola; Masseria Fortificata Ascanio; Masseria Fortificata Trappeto con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Donna Menga; Masseria Fortificata Santa Chiara; Masseria Fortificata Ogliastro; Masseria Carignano Piccolo e torre fortificata; Masseria Fortificata Nucci; Masseria Fortificata Sciogli; Masseria Fortificata Torre Nova; Masseria Fortificata Dell’Alto; Masseria Fortificata Carignano Grande e Torre Colombaia; Masseria Fortificata Pantalei; Masseria Fortificata Corsari di Villaggio Resta; Masseria Fortificata Rodogaleta; Masseria Fortificata di Monte Agnone; Masseria Fortificata di Moriggi; Masseria Fortificata Bellanova.

 

Presicce: Masseria Fortificata La Casarana; Masseria Fortificata del Feudo; Masseria Fortificata Tunna;

 

Racale: Masseria Fortificata Ospina;

 

Salve: Masseria Fortificata Borgini; Masseria Fortificata Don Cesare; Masseria Fortificata De Li Fani o Del Fano; Masseria Fortificata De Li Pali; Masseria Fortificata De Santu Lasi; Masseria Fortificata De Li Scafazzi o Simone; Masseria Fortificata Prufìchi; Masseria Fortificata di Pescoluse De Lu Purginu; Masseria Fortificata De La Palummara; Masseria Fortificata L’Aparo Valentini; Masseria Fortificata De Li Spriculizzi; Masseria Fortificata De La Serrazza; Masseria Fortificata De Terramascia; Masseria Fortificata Giannelli; Masseria Fortificata De Le Gnizze.

 

Surbo: Masseria Fortificata Melcarne con Torre Colombaia; Masseria De Li Manca o Limanca da cui prende il nome l’omonima zona/quartiere; Masseria Scaeddhe o Schiavelle con annessa Cappella.

 

Tricase: Masseria di Santa Eufemia.

 

Ugento: Masseria Fortificata Gian Ferrante; Masseria Fortificata Vecchia; Masseria Fortificata Mammalia; Masseria Fortificata Torre Casciani – Gemini a Ugento: Masseria Fortificata Cristo; Masseria Fortificata Torre Vecchia; Masseria Fortificata Casina dei Cari.

 

Vernole: Masseria Fortificata Favarella; Masseria Fortificata Le Cesine – Acquarica di Lecce a Vernole: Masseria Fortificata Coviello; Masseria Fortificata Cassero – Acaya a Vernole: Masseria Fortificata Pietro de Noha di Vanze.

Fonte: https://www.irenemarchese.it/5375/masserie-agricole-e-masserie-fortificate-a-sud-ovest-del-salento/

domenica 31 gennaio 2021

Sinapis arvensis L. subsp. arvensis “i Greci li chiamavano sinàpi e noi?”



Il nome generico era già usato dagli antichi Greci ('sinápi'), ma è forse di origine egiziana o indiana; il nome specifico in latino significa 'dei campi arati'. Forma biologica: terofita scaposa. Periodo di fioritura: aprile-luglio. (Portale della Flora d'Italia)



nome dialettale: sanapùddhu a Nardò, rapèsta a Calimera, Cutrofiano, Galatone, Galatina, Poggiardo, Seclì, Vernole e Veglie; rapìsta ad Aradeo, Bagnolo e Sogliano; lapìstra a Castro e Squinzano; laprìsta a Calimera e Parabita.(  Armando Polito 2012)



“Sanàpi.” - “No sanapìddi.” - “None, sanapùddhi”, laddove il suffisso –ddhi leggasi più o meno -ggi. (Tommaso Esposito)



Le Senapi - Famiglia: Brassicacee – Crucifere Sinapis alba, Sinapis arvensis, Sinapis pubescens, Brassica nigra, Brassica campestris, Brassica juncea, Brassica napus - Il titolo al plurale è dovuto alla necessità di mettere assieme tante varietà simili, dato che la raccolta delle erbe spontanee dette senape attinge a numerose piante diverse. (Angelo Passalacqua)



E’ una pianta a crescita spontanea appartenente alle «crocifere» ed è originaria dell'Asia. Coltivata in India per la prima volta nel 3000 a.C. e poi esportata come spezia pregiata in Occidente, Era già nota ai Greci e ai Romani, i quali utilizzavano i semi pestati come condimento da cospargere sui cibi, in modo da esaltarne il gusto o renderne il sapore più gradevole. Nell'antichità la senape nera è stata ben nota soprattutto per le proprietà farmaceutiche, infatti, veniva adoperata per realizzare degli impiastri o dei cataplasmi da applicare su malati aventi bronchite, l'azione revulsiva che ne consegue se applicata sulla pelle e sugli organi malati, attiva la circolazione del sangue. (fonte Web)



La senape selvatica è una pianta annua a distribuzione originariamente mediterraneo-turanica ma oggi divenuta subcosmopolita e a volte invasiva nelle aree temperato-calde, presente in tutte le regioni d'Italia. La distribuzione regionale si estende su quasi tutto il territorio, dalle coste ai fondivalle del settore alpino. Cresce nei campi di cereali, negli incolti, in ambienti ruderali, lungo le strade, su suoli argillosi piuttosto ricchi in carbonati e composti azotati, subneutri, da piuttosto freschi a subaridi, dal livello del mare alla fascia montana inferiore.

I semi, che possono essere usati nella preparazione della senape, contengono molti principi attivi tra cui il glicoside sinalbina, che per azione di enzimi libera un alcaloide, la sinapina, al quale si deve il sapore piccante; i getti giovani possono essere cucinati come i broccoli, di cui ricordano anche il sapore.  (Fonte / Source: Portale della Flora d'Italia / Portal to the Flora of Italy)






sabato 30 gennaio 2021

Bacini di Ugento

 

la storia

di Laura Cicerello




 

     La Penisola Salentina, ricca di sole e tormentata dal vento,coperta di ulivi e di viti, con una storia antichissima, forse la più antica d’Italia, è una delle aree più suggestive della Puglia. Particolare fascino riveste la zona dei Bacini di Ugento, situata nel Basso Salento, a ridosso dello Ionio, nel territorio di Ugento e Salve. Molte volte ci siamo trovati, noi dei paesi limitrofi, a percorrere questi posti per passeggiate furtive, piacevoli pic-nic e divertenti nuotate senza considerare la storia, il valore, le problematiche ambientali che essi nascondono.

Oggi i Bacini di Ugento sono un sistema di canali e bacini di raccolta di acque, realizzato nel secolo scorso, della lunghezza di 8 km e con una profondità da 0,50 a 1,50 metri, che si distendono tra Torre S. Giovanni e Torre Pali, ma un tempo era un ambiente selvaggio e incoltivabile, sommerso da acque putride e maledeodoranti. L’aspetto particolare della zona, posta sotto il livello del mare e la sua litologia, argillosa e impermeabile, ne facevano un bacino di raccolta delle acque piovane, provenienti dall’entroterra, mentre la presenza di cordoni di dune ne impedivano lo sbocco in mare predisponendole ad un facile impaludamento.

La formazione di paludi si fa risalire al Medioevo quando la zona, per le incursione saracene, fu abbandonata e, come conseguenza, vi proliferò la malaria impedendo la coltivazione dei campi, oltre a causare la morte dei contadini. Si presentava, pertanto, la necessità di prosciugare il territorio cercando di drenare le acque dalle paludi verso il mare.

A metà del 1700  il governo borbonico di Carlo III affrontò il problema, creando l’apertura di un canale di deflusso che permetteva lo scarico in mare delle acque delle paludi situate tra la masseria Mammalie e Torre S.Giovanni. Durante il 1800 furono elaborati dalle amministrazioni civiche diversi materiali, ma solo documentali, per la bonifica della zona e nel 1855 fu emanato, dal ministro borbonico Morena, un Regio Decreto che rappresenta il primo vero provvedimento per la sua sanificazione, ma rimase anch’esso inattuato.

Nel 1867 fu inviata alle Opere di Bonifica di Bari una delibera del Comune di Ugento che richiedeva la costruzione di una strada tra il medesimo comune e la marina di S. Giovanni per facilitarne il collegamento. Negli anni successivi si succedettero vari progetti ( degli ingegneri Lopez Michele di Bari, Pasini di Ruffano, Fazzi-D’Ercole-Bernardini di Lecce) che proponevano diversi sistemi di bonifica: l' essiccamento per canali, la colmata naturale e artificiale, il drenaggio, un impianto di idrovore, ecc., ma rimasero solo nella fase progettuale per problemi logistici ed economici.

Un significativo progresso della bonifica ugentina si ebbe nel 1934, col progetto Biasco, che darà avvio alla sistemazione idraulica e al miglioramento socio-economico del comprensorio, reso possibile anche dalla costituzione, nel 1927, del Consorzio di Bonifica Mammalie-Rottacapozza-Pali (diventato nel 1958 Ugento e Li Foggi). I progettisti del Consorzio adottarono il principio dei canali a marea; in mezzo alle diverse zone delle paludi costruirono dei bacini in cui venivano convogliate le acque, collegati tra di loro con canali di cui due, agli estremi del sistema (Torre S. Giovanni e Punta Macolone), sfociavano in mare. Questi due canali avevano la funzione, durante le basse maree, di far defluire le acque putride e, con le alte maree, di far entrare acqua marina salubre; in tal modo veniva ad essere alterato l’habitat che permetteva lo sviluppo delle larve delle zanzare, vettori della malaria.

Le prime paludi ad essere risanate furono la Ulmo, la Bianca e la Suddenna, e via via negli anni furono bonificate le paludi Pali e altri bacini, con relativi canali, furono costruiti nelle paludi Spunderati e Rottacapozza. Negli anni ottanta e novanta furono costruite, attorno al reticolo idrografico, delle strade di servizio per una più facile pulizia dello stesso.

         Attualmente il sistema comprende i seguenti bacini con i relativi canali di collegamento: Suddenna, Bianca, Ulmo, Rottacapozza nord, Rottacapozza sud, Spunderati nord, Spunderati sud e Torre Pali. Per la loro riqualificazione  il Consorzio di Bonifica Ugento e Li Foggi ha elaborato uno studio che prevede, anche col sostegno economico della CEE, oltre a interventi di salvaguardia ambientale, la realizzazione di piste ciclabili, pontili per canoe, impianti di pesca sportiva e di un ecomuseo della bonifica.                                                                                                            

Fonte: http://old.bottazzi.gov.it/ipertesto/storia/la_storia.html 

Intervento di Antonio Bruno nel Forum dell’ODAF Lecce del 29 dicembre 2020

 

Intervento di Antonio Bruno nel Forum dell’ODAF Lecce del 29 dicembre 2020


Gli organismi viventi nascono, di norma, in un ambiente già dato. Ambiente nel quale devono semplicemente trovare l’adattamento ottimale. Ma gli stessi organismi, nel corso del tempo, interagiscono con l’ambiente che propone istante dopo istante, delle perturbazioni che determinano nell’organismo una trasformazione ed un adattamento. E questo adattamento agisce a sua volta sull’ambiente che a sua volta di trasforma. Tutto questo fa dire che gli organismi, istante dopo istante, imparano a sviluppare una strategia di sopravvivenza inedita.

Il Mondo cambia e gli organismi viventi cambiano, cambiando il Mondo attorno a sé, e in alcuni casi rendendolo migliore anche per gli altri.

Un esempio è il castoro. Il castoro costruisce la propria diga e così facendo modifica l’habitat che lo circonda, creando le condizioni che consentono ad altre specie di vivere. Nel linguaggio tecnico diciamo che il castoro è un costruttore di nicchie.

Nella condizione attuale del Salento leccese, potremmo sostenere che i proprietari del Paesaggio Rurale del Salento leccese dovrebbero essere come il castoro. Dovrebbero costruire nicchie.

Se fino ad oggi i proprietari del Paesaggio Rurale del Salento leccese erano visti come complemento utile ma non necessario, leggerlo attraverso la metafora del castoro permette di comprendere la sua capacità generativa per l’intero ambiente che ci circonda.

Dal Settecento a oggi, ogni qual volta si è realizzata una rivoluzione industriale questa ha determinato il passaggio di lavoratori e di coloro che operavano in un certo settore ad un altro settore.

La prima rivoluzione industriale ha spinto alla fuoriuscita di forza lavoro dall’agricoltura alle fabbriche. Il sovrappiù generato dalla rivoluzione industriale è andato così a creare il secondario, ossia il settore industriale.

La seconda rivoluzione industriale, agli inizi del Novecento, ha invece creato il settore dei servizi, il terziario.

Oggi viviamo nel tempo di una nuova rivoluzione industriale e dobbiamo chiederci dove finirà il sovrappiù sia di lavoro sia di produttività che le nuove tecnologie del digitale e dell’intelligenza artificiale stanno per determinare.

Dobbiamo chiederci dove andremo ad allocare questo sovrappiù di forza lavoro e di produttività.

C’è chi avanza una prospettiva di neoconsumismo: si dovrebbe spingere affinché questo sovrappiù diventi un volano per la domanda pagante, con lo svantaggio di deumanizzare la società. Ci basta? Non credo proprio. C’è infatti un’altra prospettiva che fa entrare in gioco il Paesaggio Rurale, pensato come luogo che genera valore sociale nella forma di beni ambientali e del cibo.

Proprio perché le nuove tecnologie consentono un avanzamento rispetto ai bisogni elementari, dobbiamo usare questi avanzamenti per aumentare la fruibilità di beni ambientali e del bene cibo.

Beni di cui c’è un bisogno estremo. Ma per far questo torniamo al punto di partenza e la domanda è: è opportuno che nel Salento leccese agisca un soggetto capace di innovazione ambientale ed alimentare?

E se come penso la risposta dei Dottori Agronomi è affermativa la seconda domanda da farsi è: il soggetto di cui si tratta può essere l’insieme dei proprietari del Paesaggio Rurale del Salento leccese?

Dai miei studi e dall’evidenza dei fatti la mia risposta non può essere che negativa e di seguito tento di spiegare le regioni della loro esclusione.

Gli imprenditori agricoli iscritti alla camera di Commercio di Lecce sono circa novemila e solo mille di questi sono vere e proprie aziende che producono per il mercato.

L’azione di questa Aziende agricole incide sul 20 o al massimo 30 per cento dei 200mila ettari della Provincia di Lecce quindi su 40mila o al massimo 60 mila ettari. Ed i restanti 140mila ettari?

Come sappiamo tutti questi fondi sono abbandonati perché i proprietari hanno un’età che sfiora gli 80 anni oltre che per la dimensione della proprietà che per il 60% non raggiunge l’ettaro e che nella stragrande maggioranza non supera i due ettari e mezzo.

C’è chi afferma che la strada da perseguire per questi ultimi dovrebbe essere la cooperazione. Francamente non credo che persone che sfiorano gli ottant’anni abbiano tra le loro priorità quelle di costituire cooperative agricole.

Allora bisogna pensare in prospettiva. E soprattutto dobbiamo cominciare a immaginare un Paesaggio Rurale che dia prosperità. 

La prosperità deve essere inclusiva e di conseguenza non deve escludere. E proprio le sfide della “Prosperità inclusiva” aprono quella dei beni comuni, che comprende i digital commons, le piattaforme, le infrastrutture e le reti.

Mi chiedo e chiedo ai colleghi: e se cominciassimo a pensare il Paesaggio Rurale del Salento leccese nella sua qualità di bene comune?

Ecco vi propongo di farlo, facciamo questo gioco, ovvero pensiamo per un istante che il nostro Paesaggio Rurale non è più proprietà di alcuni privati ma diventa un bene comune ovvero proprietà della Comunità. E’ chiaro che subito vengono fuori delle domande.

Quale tipo di governance vogliamo dare a questi nuovi beni comuni?

A tal riguardo, voglio fare riferimento alla Commissione sulla Giustizia Economica ha diffuso un discussion paper titolato The Digital Commonwealth. È un documento significativo, ma anche rivelatore.

Rivela che tutti avvertiamo l’esigenza di una governance per i digital commons, ma su quale debba essere il modello di governance per gestire i digital commons c’è ancora molta incertezza.

La mia proposta è che, su questo fronte, proprio i cittadini del Salento leccese e le loro associazioni dovrebbero buttarsi a capofitto, occupandosi della definizione di questa governance.

Un’altra area di costruzione di nicchia riguarda le intelligenze artificiali. L’intelligenza artificiale, oggi, o è sviluppata in una modalità market driven o in una modalità state driven: o è guidata dalla logica del profitto o da una logica statale (il modello cinese, per intenderci).

Per quanto riguarda il Paesaggio rurale secondo me la logica del profitto che è stata applicata in tutti questi decenni non ha funzionato. Basta fare una passeggiata nel nostro territorio per accorgercene.

Ciò che propongo per il Paesaggio rurale del Salento leccese è una modalità state driven in analogia a quanto fatto con la Riforma Fondiaria degli anni 50 del secolo scorso costituendo per Legge Regionale un Ente specifico per la gestione dell’agricoltura del Salento Leccese.

Intervento di Antonio Bruno al Forum dell’Odaf Lecce del 16 gennaio 2021

 

Intervento di Antonio Bruno al Forum dell’Odaf Lecce del 16 gennaio 2021


Il territorio del Salento leccese vive il dramma dell’abbandono conseguenza della frustrazione degli imprenditori rimasti, costretti a trasformarsi in commercianti perché oggi tutti vogliono vendere e nessuno vuole più produrre.

La riforma agraria del 1950 si fece espropriando le proprietà superiori ai 300 ettari (2.800 proprietari su 700mila ettari) con l’ottenimento di 120mila intestatari di poderi e quote. Trent’anni dopo i dati ci informano che i cittadini che uscirono dal bracciantato per accedere alla proprietà contadina furono 80 mila.

La riforma 2021 che propongo non prevede l’esproprio ma l’associazionismo obbligatorio di medi proprietari assenteisti e di piccoli proprietari di fazzoletti di terra anziani.

È del tutto evidente che si deve prevedere un incentivo perché queste famiglie accettino di buon grado la perdita di fatto della disponibilità del bene.  Il primo passo quindi è individuarlo e calcolarne il costo.

Poi bisogna elaborare un business plan del consorzio per stabilire la capacità imprenditoriale che lo stesso avrà nello gestire economicamente la grande azienda che si verrebbe a costituire. Ciò è indispensabile perché in assenza di questa capacità anche il consorzio prima o poi lascerebbe incolte queste terre e non avremmo ottenuto invece la prospettiva di sviluppo che tutti speriamo.

E’ mia opinione che il punto di partenza per una nuova “Riforma Fondiaria” dovrebbe essere la consapevolezza che il Paesaggio rurale è produttore di Servizi ecosistemici per tutta la collettività e che la globalizzazione, per gli inferiori costi di produzione dei paesi nostri concorrenti, rende non concorrenziale e fuori mercato la produzione di cibo in Italia ad eccezione di brand di nicchia che, ad oggi, sono detenuti da grandi Imprese di trasformazione.

Inoltre la stragrande maggioranza dei proprietari del paesaggio rurale del Salento leccese, hanno i loro figli, che dovrebbero essere le nuove generazioni in grado di sostituirli, collocati in settori diversi da quello primario. La conseguenza di ciò e che oggi, ad occuparsi del Paesaggio rurale, sono ancora le vecchie generazioni ovvero cittadini che oramai hanno 80 anni a cui noi gli auguriamo di potersene ancora occupare per molti anni, ma siccome sappiamo che la vita umana non è eterna, la deriva non potrà che spiaggiare in un abbandono del Paesaggio rurale senza alternative produttive.

Inoltre si deve prendere atto che il sostegno economico dell’Unione Europea degli ultimi sessant’anni non ha prodotto occupazione in agricoltura. Le cause sono da attribuirsi agli Imprenditori a titolo principale che non investono più, perché ormai rassegnati a subire la concorrenza dei Paesi dell’Africa Mediterranea che li vede disperatamente soccombenti. Invece i piccoli proprietari per la loro età non hanno tra le priorità la creazione di grandissime società multinazionali che potrebbero, a quel punto, affrontare la concorrenza mondiale.

C’è anche da tener conto del fenomeno del riscaldamento globale e della necessità di produrre cibo senza sottrarre altri territori alle foreste. Non mi diffondo in questo tema perché a tutti noto.

La mia proposta è la costituzione di un Consorzio Obbligatorio che sia un Ente di diritto pubblico economico, che desidero sia oggetto di conversazione per un progetto Comune, cioè del Paesaggio gestito direttamente dall’Ente Pubblico.

Prendendo atto che le politiche della Pac non hanno avuto effetto per le ragioni esposte, per ovviare all’abbandono non resta che la gestione diretta attraverso Enti pubblici o di diritto pubblico economico. Osservo inoltre che se in questi sessant’anni gli imprenditori agricoli a titolo principale non hanno aumentato gli occupati nel settore primario, invece la soluzione che propongo, avrebbe come conseguenza un aumento dell’occupazione.

L’obiezione sulla circostanza che, l’Operatore Agricolo, che sia lo IAP oppure l’Ente Pubblico o di diritto pubblico economico, una volta che si confronti con il mercato avrebbe le stesse identiche difficoltà che hanno gli IAP oggi, può essere superata se abbandonassimo l’attuale impostazione che considera il cibo come COMMODITIES.

La mia proposta è considerare il cibo come DIRITTO e quindi di prevedere di affiancare alla produzione una logistica per la sua distribuzione ai cittadini italiani. Con questa impostazione di programmazione economica, unitamente ai servizi ecosistemici, il Paesaggio rurale entrerebbe a pieno titolo nei BENI COMUNI e, di conseguenza, come per i beni culturali, la sua tutela e salvaguardia entrerebbe tra i compiti dello Stato.

Inoltre c’è da tenere conto che i contratti associativi sono stati aboliti nel 1982 e non sono più stati ripristinati e che la Pac finanzia la rendita e non le attività di manutenzione del territorio.

Dalle mie riflessioni e dai contatti che ho preso, i contratti di mezzadria e quelli di colonia parziaria non sarebbero adeguati all’interesse dei nostri giovani. Per loro sarebbe preferibile un contratto di lavoro subordinato per favorire l’ingresso nel settore di personale che non proviene dal Mondo agricolo. La mia opinione deriva dalla circostanza che i figli dei proprietari 80enni del Paesaggio non hanno dimostrato sino ad oggi alcun interesse a tali contratti e, meno che mai hanno interesse gli IAP che, anche loro in maggioranza, preferirebbero transitare nel lavoro dipendente.

L’ipotesi è un’agricoltura parallela a quella delle imprese con attività produttive. Un consorzio obbligatorio – ente pubblico a cui devono aderire i proprietari assenteisti ed i piccoli proprietari di fazzoletti di terra anziani. Il consorzio deve pagare uno stipendio a tutti i lavoratori e deve provvedere alla manutenzione del paesaggio.

Tale opportunità può essere perseguita solo da chi non riesce più a condurre la sua azienda. La mia proposta nasce dalla presa d’atto delle circostanze che vedono le motivazioni nell’abbandono o la mancanza di sostenibilità ambientale ed economica. Invece per chi comunque desideri continuare nell’attività imprenditoriale potrà farlo.

Ci sarà ancora chi sceglierà di fare l’imprenditore agricolo? Perché dovrebbe farlo? Gli aiuti diretti della Pac in questi 25 anni hanno già demotivato ampiamente gli agricoltori deprimendo le loro capacità imprenditoriali. Se si offre loro di diventare dipendenti pubblici, sceglieranno sicuramente questa strada.

A questo punto la domanda che si pone è la seguente: dove l’Ente pubblico troverà le risorse per finanziare tale sistema?

La mia proposta è che i servizi ecosistemici resi dal Paesaggio rurale debbano essere oggetto di un contributo, siccome danno luogo a un beneficio a tutti i cittadini. Tale tassa dovrà essere versata o alla fiscalità generale e poi distribuita ai Consorzi o Enti pubblici, o riscossa attraverso l’emissione, da parte del Consorzio o Ente, di appositi ruoli a carico degli abitanti del territorio in funzione dei benefici ricevuti per abitante. Tali servizi, come noto dalla letteratura scientifica, sono calcolabili e tale redazione dell’ammontare del tributo per cittadino dovrà essere affidata all’Ente o Consorzio.

Inoltre il paesaggio rurale fornisce le commodities necessarie per l’alimentazione, la qual cosa verrà garantita dalla produzione e dalla logistica per la distribuzione.

Il personale del Consorzio obbligatorio o dell’Ente pubblico gestore del Paesaggio rurale, sarà remunerato attraverso le provviste rivenienti dalle rimesse dalla fiscalità generale o dall’incasso di ruoli da parte dell’Ente la cui somma è determinata attraverso il calcolo del ristoro per i servizi ecosistemici e per il riparto delle spese necessarie alla produzione e distribuzione della quantità di commodities consegnate.

Si potrebbe prendere come modello il Sistema Sanitario Nazionale o anche quello scolastico.

In conclusione la provvista dei prodotti agricoli per i cittadini viene garantita a tutti dall’Ente pubblico. Ciò non esclude le produzioni agricole da parte di imprenditori privati.

Siccome lo Stato, come per l’istruzione, e per la sanità, garantisce il diritto al cibo, l’acquisto dei prodotti dei privati dovrà essere a totale carico dei cittadini. Non sottovaluterei la possibilità dei produttori privati di essere presenti nei mercati esteri con il brand Made in Italy che dovrebbe essere interdetto alla produzione pubblica. Inoltre per la funzione sociale degli imprenditori privati che danno lavoro ai cittadini, così come accade per le scuole private, lo Stato riconosce il diritto al ristoro dei servizi ecosistemici e potrebbe riconoscere dei contributi a fondo perduto o dei finanziamenti a tasso agevolato.

La mia è una bozza di discussione aperta al contributo di tutti i colleghi.

Faccio presente ancora una volta che tale proposta nasce dalla consapevolezza che gli imprenditori agricoli professionali del territorio del Salento leccese, hanno dichiarato di non essere in grado di gestire il paesaggio rurale frammentato oltre al che per la loro denuncia quotidiana attraverso tutti mezzi a loro disposizione, dell’insostenibilità economica della loro impresa al punto di preferirle un lavoro subordinato.