Bellissima carta che presenta la diffusione della malaria nel territorio di Lecce. La carta ha numerosi elementi di interesse e tra questi segnalo l'estensione delle aree palustri prima degli interventi di bonifica (potremmo parlarne per ore: i toponimi delle paludi svelano la loro origine...), le masserie, pagliaroni, frantoi, cappelle,...., l'estensione delle aree coltivate o boscate (si veda ad esempio quella sulla Lecce - San Cataldo). Non sfuggirà la localizzazione di alcune specchie e tra queste quella di Calone, posta a ridosso della palude dove ora sorge Casalabate e con le cui pietre, si dice sia stata colmata proprio la palude stessa. La carta è certamente della fine del 1800 ed è stata stampata dalla Lito-Tipografia del Prof. Vincenzo Masciullo. Carta trovata in quell'inesauribile contenitore culturale di carte, documenti e libri, assolutamente unici, della Libreria del Sole di Mario Cazzato.
Antonio Bruno è Laureato in Scienze Agrarie Dottore Agronomo iscritto all'Ordine di Lecce - Esperto in diagnostica urbana e territoriale e studente all'Università del Salento del Corso di laurea in Viticultura ed Enologia
martedì 2 marzo 2021
mercoledì 24 febbraio 2021
Scolymus hispanicus L. -Asteraceae - Cardogna comune lu Cardunceddhu del Salento leccese
Scolymus hispanicus L. (Compositae) Cardogna: Pianta bienne con fusti leggermente alati, da giovani eduli; fiori gialli riuniti in capolini distribuiti sia all'ascella delle foglie che nella parte terminale del fusto.
Foglie profondamente incise, debolmente amplessicauli,
verdi, coriacee. Comune nei terreni aridi, costieri dell'intera penisola
italiana fiorisce tra luglio ed agosto.
Pianta erbacea biennale alta fino a 120 cm, portamento
ramoso-corimboso e fusto con ali brevi ed interrotte, di lunghezza di circa 15
cm. Fiori a capolino di colore giallo vivo, situati alle ascelle fogliari e
terminali. I frutti sono acheni ovoidali grigiastri, senza pappo.(Ugo d’Ugo https://www.ugodugo.it/2014-11-21-08-40-19/cardogna-comune)
Scolymus hispanicus L. subsp. hispanicus- La cardogna comune
è una specie a distribuzione mediterranea presente in tutte le regioni d'Italia
salvo che in Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige e forse Piemonte (segnalata
erroneamente inLombardia), ma più comune al centro-sud. Nell'area metropolitana
di Roma la specie è diffusa sia all'interno sia al difuori del raccordo
anulare. Cresce in vegetazioni ruderali lacunose, lungo le strade, presso gli
abitati, su suoli primitiviricchi in scheletro, poveri in humus, aridi
d'estate, con optimum nella fascia mediterranea. Sin dai tempi di
Teofrastonella Grecia antica, questa pianta era conosciuta per usi medicinali e
culinari; anche se un tempo veniva coltivata,attualmente l'uso culinario è
basato principalmente sulla raccolta di piante selvatiche. La specie è molto
popolare inquasi tutte le province della Spagna, dove di solito è consumata in
umido durante la primavera, oppure in insalate,zuppe e con uova strapazzate. Il
nome generico deriva dal nome greco di una pianta simile al cardo, quello
specifico siriferisce ala Spagna, ove la specie è diffusa. Forma biologica: emicriptofita
bienne. Periodo di fioritura: giugno-agosto (Guida alla flora di RomaPier Luigi
Nimis, Fabio Attorre, Carlo Blasi, Laura Celesti,Giuliano Fanelli, Edda
Lattanzi, Andrea Moro, Elena Pittao,Agnese Tilia, Stefano MartellosFoto di
AA.VV.Curatore dell'apparato di immagini: Andrea Moro http://dryades.units.it/online_books/Roma_Book_ita/files/assets/basic-html/page675.html)
Le foto sono di Pancrazio Campagna FLORA NEL SALENTO e ... anche altrove: presentazione di piante spontanee, coltivate e ornamentali (http://floranelsalento.blogspot.com/2015/05/)
mercoledì 17 febbraio 2021
I MUGNULI ovvero i Cavoli del Salento leccese
I MUGNULI ovvero i Cavoli del Salento leccese
di ANTONIO BRUNO
Più dolci dei cavoli, più teneri dei broccoli. Sono i
“mugnuli”, delicata verdura che è una esclusività dei salentini. Tanto da
essere ingrediente principale di uno dei piatti più tradizionali del Salento,
la “massa” di San Giuseppe.
I “mugnuli” in realtà sono cavoli broccoli, varietà di
brassica come la B. oleracea L. var. botrytis L. (Cavolfiore) e var. italica
Plenck (broccoli). Questo cavolo broccolo ha una maggiore capacità di resistere
alle avversità tanto da essere definito più rustico rispetto alle altre varietà
ed ha anche una certa diversità della morfologia rispetto agli altri cavoli
broccolo, infatti l’infiorescenza è più piccola e meno compatta, i singoli
fiori sono bianchi, più grandi e con brattee florali più ampie rispetto a
quelle del broccolo.
Conosciuti con il nome di “spuntature leccesi” (ma anche di
“spuriàtu”, “spuntature”, “càulu pòeru” e “caùli paesani”), i “mugnuli” hanno
un sapore più dolce e aromatico rispetto a tutti gli altri cavoli ed è per
questo che i salentini, e solo loro, continuano a consumarlo in gran quantità.
Ci vorrebbe uno studio genetico per stabilire se i “mugnuli”
sono antenati dei cavoli Broccoli o se invece costituiscono uno sviluppo
parallelo. I responsabili del Laboratorio di Botanica sistematica ed Ecologia
vegetale del Dipartimento di Scienze e Tecnologie ambientali dell’Università
del Salento hanno riscontrato nei “mugnuli” la presenza di indoli ed è per
questo motivo che mangiando questo ortaggio si ottiene di prevenire certi
tumori tipici dell’apparato digerente. Non solo, le donne che allattano il
bambino, consumando “mugnuli”, producono più latte.
Ma cosa significa la parola “mugnuli”? Il professor Armando
Polito ne spiega l’origine facendolo risalire ai “capricci”. Questo
significato, infatti, si potrebbe ricollegare all’antica credenza secondo la
quale chi aveva i capelli vistosamente arricciati era pervaso da misteriose
voglie pungenti. Insomma, siccome la parola capriccio deriverebbe dalla parola
capo e dalla parola riccio, e prendendo atto che la forma di questo ortaggio
ricorda proprio un capo ricciuto, questo ha autorizzato la fantasia del
professor Polito a supporre un uso metaforico del nome dell’ortaggio.
Dei “mugnuli” si possono distinguere nel Salento leccese
almeno tre ecotipi: praecox, major e serotino. Il primo viene chiamato anche
“mugnulettu”, ha uno sviluppo contenuto e viene coltivato in terreni leggeri,
la sua produzione è precoce, limitata, ma organoletticamente gradevole, per
questo motivo viene molto ricercato dagli appassionati di questa verdura. Gli
ecotipi major e serotino, invece, hanno uno sviluppo maggiore; in particolare
il serotino, che è anche più tardivo, viene coltivato in terreni pesanti,
freschi e fertili. Le piante sono folte e di un verde intensissimo.
Dopo aver tagliato ai “mugnuli” la testa principale (a
co-rimbo) crescono molti capi di piccole dimensioni che possono essere tagliati
dalla stessa pianta per uno o due mesi, a secondo di quanta acqua ha a
disposizione la pianta.
Se si vuole coltivarli in giardino o nell’orto, è bene
trapiantarne una piantina allevata prima in semenzaio; la semina deve essere
fatta 20-25 giorni prima del trapianto.
Quando alla metà di luglio o alla metà di ottobre le
piantine giungono all’altezza di 10-20 centimetri, si trapianta; gli agricoltori
utilizzano spesso semine scaglionate per ampliare il periodo di produzione.
Il trapianto viene effettuato in un terreno ben lavorato,
concimato con 7-8 q/ha di concime ternario (ad esempio 11-22-16). Le piante
devono essere poste a una distanza all’interno della riga di 40-50 centimetri e
di 80-100 centimetri fra le righe. Si interviene con solfato di ammonio due
volte: dopo il trapianto e durante la formazione della testa principale.
I “mugnuli” sono piante più resistenti a stress biotici
rispetto agli altri cavoli e per coltivarli non servono erbicidi, poiché i
campi non sono molto grandi, essendo coltivati per l’uso della famiglia e per i
piccoli mercati locali. Alcuni agricoltori usano lasciare le piante di
“mugnuli” per molti anni, anche se il raccolto peggiora qualitativamente con il
tempo. Grazie alla dispersione dei semi a causa del vento, infine, i “mugnuli”
possono essere considerati anche una pianta spontanea.
È il periodo giusto per consumare questa splendida verdura
che è disponibile dalla metà di novembre fino a marzo-aprile. Le ultime
“spuntature leccesi” arrivano giusto in tempo per la “massa” di San Giuseppe,
un piatto tipico di diversi centri del Salento, che si prepara in onore del
santo il 19 marzo.
giovedì 11 febbraio 2021
Le patate nel Salento lecese
Compositore di Patate
di Antonio Bruno
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Abstract Riassunto
La tipologia dei terreni presenti nell’aerale indicato
presentano caratteristiche chimico fisiche (terra rossa) insieme al microclima
influenzato dalla vicinanza del mare Jonio tali da conferire alla patata
caratteristiche organolettiche uniche.
Mio padre non c’è più e comunque dopo di lui nessun Capo
manovra compone treni di patate Sieglinde, magari solo qualche vagone.
Francesco Minonne dell’Università del Salento poi quella di Enzo Manni della
Cooperativa ACLI di Racale, seguirà il Prof. Francesco Serio dell’ISPA – CNR
Bari sulle innovazione per la valorizzazione della patata precoce e concluderà
il Dott. In particolare, la produzione di patate primaticce (novelle) copre il
33,9% rispetto al totale nazionale.
Noi Dottori Agronomi e Dottori Forestali siamo invece
convinti che per salvaguardare la biodiversità e garantire la conservazione
della tipicità di tanti prodotti agroalimentari sia necessario promuoverli e
consumarli soprattutto in loco ed è per questo motivo che l’iniziativa proposta
per domani dal collega Prof. Luigi De Bellis dell’Università del Salento va
appunto nella direzione auspicata da noi Medici della Terra!
La questione che noi Dottori Agronomie Dottori Forestali
poniamo appartiene alla più ampia tematica dei prodotti del Sud che vengono acquistati
da dai consumatori meridionali solo nella misura del 6% con un evidente danno
per l’economia del Meridione.
Da una ricerca di Coldiretti emerge che in nessuno dei
supermercati del Salento è presente la patata di Galatina, ma si vendono patate
provenienti dall’estero vecchie di 12 mesi e questo è un altro dei prodotti
della mancata informazione dei consumatori che potrebbe essere fatta
efficacemente da noi Medici della Terra.
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La prima volta che ne sentii parlare fu nel periodo che va
da questo mese di marzo sino a giugno, io adolescente fremevo per i primi amori
primaverili per poi spiaggiare alle avventure estive mentre mio padre, più
maturo, fibrillava perché in primavera lui componeva treni. Chi? Mio padre un
compositore? Ebbene si era capo manovra alla stazione di Lecce e li giungevano
dalle Ferrovie Sud Est vagoni e vagoni pieni anzi, stracolmi, di patate
Sieglinde che dovevano essere poi le note che messe insieme componevano il
treno dell’armonia dei tedeschi, perché le Sieglinde nascono in Provincia di
Lecce parlando tedesco solo ed unicamente per la felicità delle tedesche e dei
tedeschi.
Ecco perchè chi attende con trepidazione la Sieglinde sono
uomini e donne che dalla Germania alla Svezia che sono disposti a sborsare
tantissimi Euro per la nostra patata che in quelle terre fredde del Nord Europa
costa più di una bistecca. Infatti ad Amburgo ogni anno si svolge “l’
Internationale Kartoffel-Frühjahrsbörse”, cioè la fiera mondiale della patata,
dove la nostra Sieglinde è tra le più richieste e valutate.
Solo che adesso tutte quelle vagonate di Patate non ci sono
più. Ricordo che quasi tutte le duemila aziende agricole che assistevo negli
anni 80 e 90 cominciavano a chiedere l’acqua per l’irrigazione nel mese di
marzo, poi continuavano a chiederla per tutta l’estate e le patate davano
lavoro a chi le produceva, raccoglieva e a chi le ammassava per la prima
lavorazione prima di spedirle verso il nord Europa.
La patata Sieglinde è un prodotto inserito nell’elenco dei
prodotti tradizionali di PUGLIA - Decreto Mi.P.A. del 22 luglio 2004 e la
produzione si svolge su terreni in proprietà o in affitto siti nei feudi dei
Comuni di: Melissano, Ugento, Alliste, Racale e Taviano.
La tipologia dei terreni presenti nell’aerale indicato
presentano caratteristiche chimico fisiche (terra rossa) insieme al microclima
influenzato dalla vicinanza del mare Jonio tali da conferire alla patata
caratteristiche organolettiche uniche.
La Sieglinde è una patata novella, e la sua raccolta avviene
precocemente tra la seconda metà di marzo e giugno nel Salento e da maggio a
metà luglio sulla costa jonica.
Il tubero non ancora completamente maturo (non c'è ancora il
completo indurimento della buccia), viene immediatamente destinato al mercato
per essere consumato.
Mio padre non c’è più e comunque dopo di lui nessun Capo
manovra compone treni di patate Sieglinde, magari solo qualche vagone. Oggi i
Paesi nord Africani e la Grecia suona altre composizioni che non vanno su
rotaie ma che solcano i mari, le patate oggi sono dei naviganti che partono
dall’africa per raggiungere le coste del nord Europa. Ma la patata africana non
è la nostra elegante e raffinata Sieglinde del Salento leccese! C’è la qualità
e la specificità propria della patata Sieglinde del Salento leccese che può
essere un biglietto da visita per il mercato ecco che per questo motivo è
davvero lodevole l’iniziativa del Prof. Luigi De Bellis dell’Università del
Salento del Convegno sulla patata Sieglinde che si terrà 18 marzo 2010 presso
il Rettorato Università del Salento a partire dalle ore 16.00.
Ci sarà la relazione del Dott. Francesco Minonne
dell’Università del Salento poi quella di Enzo Manni della Cooperativa ACLI di
Racale, seguirà il Prof. Francesco Serio dell’ISPA – CNR Bari sulle innovazione
per la valorizzazione della patata precoce e concluderà il Dott. Roberto Fatano
di Confindustria Lecce.
Nel Salento leccese una superficie di quasi 3.000 ed una
produzione di 438.000 quintali dimostra che la Patata novella è tuttora una
realtà produttiva per i territori che si sono specializzati anche se non c’è
più una generalizzazione della produzione su ampia scala.
In particolare, la produzione di patate primaticce (novelle)
copre il 33,9% rispetto al totale nazionale.
Ho già scritto che la patata Sieglinde compare nell'Elenco
Nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 193 del 18 agosto 2004, la cosa è di notevole importanza perché
quell’elenco riporta i più importanti prodotti della tradizione gastronomica
italiana, appositamente schedati al fine di garantirne la “sopravvivenza.
Questa patata come ho già scritto è particolarmente
apprezzata in Germania, ma la questione si pone in modo pregnante perché è poco
utilizzata proprio nel territorio di produzione, noi non la utilizziamo, non la
mangiamo, non la consumiamo e quindi inesorabilmente assoggettiamo la
produzione e la raccolta agli umori del mercato tedesco.
Noi Dottori Agronomi e Dottori Forestali siamo invece
convinti che per salvaguardare la biodiversità e garantire la conservazione
della tipicità di tanti prodotti agroalimentari sia necessario promuoverli e
consumarli soprattutto in loco ed è per questo motivo che l’iniziativa proposta
per domani dal collega Prof. Luigi De Bellis dell’Università del Salento va
appunto nella direzione auspicata da noi Medici della Terra!
La questione che noi Dottori Agronomie Dottori Forestali
poniamo appartiene alla più ampia tematica dei prodotti del Sud che vengono
acquistati da dai consumatori meridionali solo nella misura del 6% con un
evidente danno per l’economia del Meridione.
Da una ricerca di Coldiretti emerge che in nessuno dei
supermercati del Salento è presente la patata di Galatina, ma si vendono patate
provenienti dall’estero vecchie di 12 mesi e questo è un altro dei prodotti
della mancata informazione dei consumatori che potrebbe essere fatta
efficacemente da noi Medici della Terra. Solo un professionista iscritto
all’Ordine che garantisce la sua azione tecnica nell’esclusivo interesse del
consumatore può aggiustare questi paradossi che si verificano nel nostro
Salento leccese.
C’è un grande assente al Convegno del Prof. De Bellis,
infatti non c’è l’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali che pur
partecipando ai lavori e sicuramente anche al dibattito non è stato invitato a
esprimere questo concetto di azione di informazione e formazione del
consumatore a favore dei prodotti locali per una filiera corta dal produttore
al consumatore che può essere messa in atto solo ed unicamente attraverso
l’azione di noi Medici della Terra.
Il Prof. Luigi De Bellis che è anche un collega Dottore
Agronomo e sono certo che sarà sensibile a questa esigenza di valorizzazione
del territorio attraverso i prodotti garantiti da noi Dottori Agronomi e
Dottori Forestali, garantiti da noi medici della terra e sono certo che in
seguito l’Università e l’Ordine troveranno sinergie per la valorizzazione del
nostro territorio.
*Dottore Agronomo
Bibliografia
Puglia agricola Maggio 2006
elenco dei prodotti tradizionali di PUGLIA - Decreto Mi.P.A.
del 22 luglio 2004
http://patatesieglinde.com/
martedì 9 febbraio 2021
Impianto del frutteto valido per tutte le colture.
Impianto del frutteto valido per tutte le colture.
La sequenza si riferisce alla messa a dimora delle piante di
un noccioleto su un appezzamento sottoposto a scasso (aratura) totale.
1-Dopo aver ritirato le piante dal vivaista, occorre evitare
che le radici rimangano scoperte: se forzatamente dovete posticipare l'impianto
per più giorni, sistemate le piante dentro un solco ricoprendo l'apparato
radicale con sabbia o terra fine ben inumidita.
2-Con picchetti e corde effettuate il tracciamento delle
file e individuate i punti in cui porre a dimora le piante.
3-Scavate con la vanga la buca che deve ospitare l'apparato
radicale, ricordando che la buca non deve essere troppo profonda.
4-Prima della sistemazione in buca, effettuate una potatura
delle radici eliminando quelle lesionate e prive di epidermide esterna (si noti
nella foto il tessuto legnoso, di colore giallo intenso).
5-Ponete la piantina nella buca e coprite tutte le radici
con terra fine.
6-Infine, provvedete a far aderire molto bene il terreno al
colletto della pianta
venerdì 5 febbraio 2021
Storia naturale del pollo di razza leccese
Storia naturale del pollo di razza leccese
Messaggio da leggereda Bayard » lun 9 apr 2012, 9:14
Cantato per le sue penne caudali turchine, immortalato sui
piatti della ceramica grottagliese e cutrofianese, forgiato come banderuola sui
tetti dei nostri centri storici, il gallo nostrano e la sua fida compagna dalle
inesauribili uova bianche hanno un interessante passato zootecnico. I polli
locali, quelli che razzolavano sulle aie delle masserie salentine, erano
bestiole variopinte e vivaci:«Bella, petulante e randagia», scriveva della
gallina di Terra d’Otranto un periodico (“Cultura avicola”) agli inizi del
‘900. Erano creature errabonde e pellegrine dei prati, delle stoppie e dei
querceti; la femmina in particolare era una lavoratrice instancabile, un po’
come gli industriosi abitanti di questa terra. Galli e galline di razza Leccese
- ma anche gli altri reinventati dall’autarchia di regime negli anni ’30 come
la Nera di Foggia - si erano accattivati meritati elogi da tutti gli agronomi
italici: dagli antichi romani Varrone e Columella fino ai contemporanei
Bonadonna e Jovino. Le galline salentine, in effetti, erano tanto amorevoli
nell’accudire i loro pulcini quanto grandi dispensatrici di uova e di carne.
Questa varietà è stata talmente importante per l’economia delle classi povere
da essere stata immortalata nei canti popolari e nelle filastrocche di cui è
protagonista.
Per lunghi decenni i domestici pennuti di Terra d’Otranto
sono stati dati per estinti: spodestati già a partire dal secondo dopoguerra
dai cosiddetti broiler industriali, cioè dagli ibridi americani di grandi
dimensioni e dalle uova dal guscio bruno erroneamente considerate più genuine
delle vecchie e candide sfere ovoidali che le nonne applicavano, ancora tiepide
della deposizione, sugli occhi dei nipotini per guarirli dalle più svariate
oftalmie, essi in realtà non erano del tutto annientati. Poche decine di
relitti zoonomici erano sopravvissuti nei poderi e nelle corti e oggi sono al
centro di un’importante progetto di recupero da parte di un gruppo di ricerca
sostenuto dalla Coldiretti provinciale e composto da dottori agronomi, storici
della scienza, medici veterinari, allevatori e semplici amatori: tutti uniti
dalla passione nel ritrovare e moltiplicare questa pregevole razza avicola
mediterranea.
La storia scientifica e zootecnica del pollo Leccese è tutta
da riscrivere. Tuttavia si sa per certo che nel 1931, nelle campagne
immediatamente circostanti il capoluogo, tecnici ministeriali raccolsero e
misero a incubare centinaia di uova. A partire dagli esemplari nati da quella
schiusa, la razza fu quindi «purificata» e selezionata presso il locale pollaio
provinciale, che era nient’altro che un allevamento annesso agli orti
dell’Istituto Tecnico Agrario “G. Presta”. Ma, ahimé, avvenne proprio qui il
primo inciampo in un destino erroneamente ritenuto avviato verso le «magnifiche
sorti e progressive» dell’economia rurale: l’errore dei tecnici «autarchici» fu
quello di prendere in considerazione soltanto esemplari provenienti dalla
costellazione di piccole e grandi masserie che sorgevano nella cintura
periferica di Lecce, soprattutto quelle limitrofe alla scuola agraria,
escludendo le popolazioni avicole allevate nel resto della provincia e in
quelle di Brindisi e Taranto. Comunque sia, le caratteristiche produttive del
pollo leccese degne di nota erano fondamentalmente due: la discreta precocità
di sviluppo (a 5-6 mesi maschie femmine erano pronti per la riproduzione) e la
bontà ed economicità delle carni (per le classi sociali subalterne quella di
pollo era sovente, in quegli anni, l’unica carne dal prezzo accessibile). Le
uova invece, secondo quando ebbero modo di scrivere alcuni autori, restavano
piuttosto piccole qualunque tentativo si fosse fatto per migliorarne il peso e
le dimensioni. La razza Leccese venne poi distinta in due sottorazze: una detta
‘moresca’, di piumaggio perniciato e molto scuro; l'altra detta ‘isabella’,
dalle tinte più tenui (beige nei pettorali della femmina e dalla mantellina
ruggine-dorata nel maschio). Ma, a detta di molti anziani intervistati, il fenotipo
classico era quello con il piumaggio cuculo/barrato bianco-grigio. La Leccese,
tipica razza di polli mediterranei con zampe gialle, orecchioni bianchi, cresta
semplice assai sviluppata e grossomodo rettangolare, ricadente su un lato della
testa della femmina nella stagione della deposizione, si conferma oggi animale
rustico; pulcini e adulti resistono alle malattie, al caldo e al freddo; la
gallina conserva l’istinto della cova; i galli sono formidabili razzatori. La
coda è piuttosto rialzata con falciformi poco sviluppate; nell'insieme,
l'aspetto dell’animale è slanciato.
C’è da dire, però, che contemporaneamente alle indagini che
nel ventennio fascista svolgevano i tecnici del pollaio provinciale leccese, un
altro studioso, il ricco possidente Raffaello Garzìa, ne conduceva un’altra
nella propria masseria di Torre Pinta: la sua selezione portava presto ad un
tipo di pollo molto diverso, decisamente dalla taglia pesante (il gallo pesava
anche più di 4 Kg), dalle zampe color ardesia, ancora una volta con dimorfismo
dei caratteri tra maschio e femmina, orecchioni bianchi pronunciatissimi, e
infine con uova candide del peso anche superiore a 70 g. Il progetto di Garzìa
era quello di un pollo a duplice attitudine, che producesse cioè un maggior
quantitativo di carne ma anche di uova, queste ultime ben più grosse di quelle
intorno alle quali naufragavano gli sforzi di miglioramento operati dai tecnici
ministeriali. Come mai questa differenza tra i due tipi di pollo? Probabilmente
alla razza di Garzìa, che polemizzava nei suoi scritti con la scuola
autarchica, contribuiva un insanguamento di polli Minorca. Anche i discendenti
di questi esemplari sono stati trovati durante l’indagine in corso, ma i
responsabili del progetto preferiscono essere cauti nell’inserirli per ora nel
loro studio.
L’indagine scientifica avviata un anno fa a cura di questo
gruppo eterogeneo di ricercatori è apparsa così persuasiva da meritare da
subito il sostegno finanziario della Coldiretti e della Camera di Commercio di
Lecce attraverso la fiducia convinta dei loro presidenti, rispettivamente
Vincenzo Tremolizzo e Alfredo Prete. La ricerca ha avuto luogo in un territorio
della provincia limitato, per il momento, ai comprensori rurali di Soleto,
Otranto, Miggiano, Galatina e Gallipoli. Le uova reperite sono state messe in
incubatrice nell’autunno 2005 e nell’estate 2006 e hanno visto nascere un
centinaio di pulcini rispondenti alle caratteristiche morfologiche del pollo di
tipo mediterraneo immortalato dalle foto degli anni ’30. L’obiettivo dichiarato
dei tre animatori di questa benemerita iniziativa, il dottore veterinario
Vittorio Alba, il dottore agronomo Sergio Falconieri e lo storico della scienza
Gino L. Di Mitri, è la costituzione di un presidio allevatoriale presso
l’azienda Gaia di Corigliano d’Otranto che possa poi distribuire gli esemplari
salvati dall’estinzione agli agricoltori salentini, e così favorire il
ripristino di una razza importante nella storia della civiltà rurale della
nostra provincia. I risultati della ricerca sono stati presentati il 16
dicembre scorso in una riuscitissima giornata di studio al Castello “Delli
Monti” di Corigliano organizzata dalla Coldiretti in partnership con Gaia, e
sotto il patrocinio dell’Assessorato alle Risorse Agricole della Regione
Puglia, dell’Amministrazione Provinciale di Lecce, del Comune di Corigliano e
dell’Unione della Grecìa Salentina.
ALLEGATI
Un superbo esemplare di gallo di razza leccese proveniente dagli allevamenti della Azienda Agricola Gaia di Corigliano d'Otranto.
Gallo leccese razza Raffaello Garzia.jpg
Il supergallo di Raffaello Garzia.
Gallina leccese razza Raffaello Garzia.jpg
Gallina della varietà leccese selezionata negli anni '40 da
Raffaello Garzia.
Coppia di avicoli di razza leccese, varietà isabella,
fotografati nell'autarchico pollaio provinciale di Lecce a metà anni '30.
leccesebarrato.JPG
Un giovane maschio di razza lecceze, varietà barrata grigia
morescaannitrenta1.JPG
Gallo e gallina di razza leccese, varietà moresca,
fotografati nel pollaio provinciale di Lecce alla metà degli anni '30.
Maximam naturae venator reverentiam debet
Avatar utente
Bayard
Iscritto il: dom 1
apr 2012, 15:35
età: 54
prov.: LE
Raffaello Garzia, gentiluono salentino di campagna
Messaggio da leggereda Bayard » lun 9 apr 2012, 9:19
Fonte: http://forum.biscusoarmitalia.com/viewtopic.php?f=68&t=433
mercoledì 3 febbraio 2021
Piattello Nome scientifico: Hypochoeris radicata L.










