lunedì 6 giugno 2011

Riporto una nota scritta nel 1979 che mi è sembrata di grande attualità

Riporto una nota scritta nel 1979 che mi è sembrata di grande attualità



L'agricoltura non basta





Sembra proprio che i meridionali debbano decidersi a tornare agli agresti costumi di un tempo. Da ogni parte si moltiplicano i consigli, tra infastiditi e perentori, che suggeriscono a chi è rimasto sotto il Garigliano di abbandonare i "miti" (anzi, la "sottocultura") dell'industrializzazione, e di guardare invece alle più antiche e autentiche risorse dell'agricoltura e del paesaggio mediterraneo come fonti di reddito. Anche nel tono di questi discorsi si registra un marcato mutamento: e alle dichiarazioni di chi si richiama ancora e sempre al migliore interesse dei meridionali si intreccia l'insofferenza di chi apertamente si dice stufo di pagare per questo Mezzogiorno, che costa così caro e che dà così poche soddisfazioni.

Chi, contro le "cattedrali nel deserto", esalta il Mezzogiorno agrario e le sue risorse ancora inutilizzate di espansione turistica, può certo contare sul favore delle mode ecologiche correnti, che sembrano aver fornito addirittura il modello di certe invettive contro i grandi impianti, gli inquinamenti, la distruzione di colture pregiate che avrebbero trasformato le più belle regioni meridionali in una conurbazione di Manchester o di Sheffield novecentesche. Ma chi non ha dimenticato che cos'era il Mezzogiorno agricolo e turistico da cui è partita la battaglia meridionalistica ha il diritto di chiedere precisazioni e chiarimenti.



Davvero riteniamo che l'agricoltura meridionale, sulla quale grava ancora una percentuale di addetti pari al 28,1 per cento della popolazione attiva (in confronto al 15,5 per cento della media italiana; al 10,8 della Francia; al 7,1 della Germania; e al 2,7 della Gran Bretagna), possa produrre reddito in misura adeguata ai bisogni di una popolazione che tuttora raggiunge il 34,3 per cento della popolazione italiana?



Non si dimentichi che i prodotti tipici dell'agricoltura meridionale incontrano una concorrenza crescente da parte dei nuovi membri mediterranei della Comunità europea. Certo, vi è spazio per una riconversione strutturale che sviluppi anche nel Mezzogiorno quelle produzioni agricole di base, dalla moderna cerealicoltura alla zootecnia, che godono oggi di più favorevoli condizioni di mercato e di maggiori sostegni della Comunità europea: ma prima di affidare a queste speranze tutto l'avvenire delle nostre regioni si facciano valutazioni più concrete e realistiche, che tengano conto insieme delle difficoltà che l'agricoltura incontra in tutti i Paesi avanzati e di quelle specifiche di territori così gravemente sfavoriti, nonostante tutti gli sforzi, in confronto alle ricche pianure dell'Europa continentale. Anche i disegni di chi prospetta sviluppi finora trascurati dell'industria piccola e media, dovrebbero confrontarsi con le realtà della concorrenza che i paesi del Terzo Mondo esercitano su settori come quelli tessili e alimentari, e che hanno costretto anche i maggiori Paesi industriali a difficili processi di conversione.

E' troppo facile attribuire la scelta delle industrie di base ad alta intensità di capitale ai soli capricci politici e all'affarismo di gruppi corrotti e di corruttori. Chi e quanti siano costoro accerti la Magistratura, e provveda a termini di legge. Ma si vada cauti a credere che sarebbe bastato volere la piccola e media industria per farla sorgere dove non è sorta nonostante gli incentivi, i crediti agevolati, ecc. Di solito, si vede in questo la riprova della incapacità dei meridionali a inserirsi in una seria politica dello sviluppo, per mancanza di spirito imprenditoriale, di "cultura industriale", ecc. Ma sta di fatto che nel Sud hanno scarseggiato non solo gli imprenditori meridionali ma anche i settentrionali: anch'essi respinti dalle difficoltà che inducono Zappulli alla pessimistica conclusione che "il Sud non si sviluppa perchè non è sviluppato". E' proprio questo il circolo che il meridionalismo classico ha cercato di spezzare: e se non si può certo gridare al trionfo delle sue indicazioni, è almeno altrettanto vano sperare che l'industria si trasferisca "naturalmente" nel Mezzogiorno, quando piacerà alle leggi dell'economia di mercato di stabilire che l'ora è finalmente venuta.

Quest'ora fu attesa per qualche secolo, prima che si iniziasse 1'intervento straordinario: e credere che possa suonare spontaneamente adesso, in tempi di così grave difficoltà Per tutti i Paesi industrializzati, sarebbe davvero troppo ingenuo. Quando si fanno questi discorsi si richiamano i "tempi lunghi" di Einaudi: ma a me vengono in mente piuttosto le battaglie liberiste per le industrie "naturali", che dovevano trovare nel Paese la materia prima, e che erano considerate solo legittime in un Paese come il nostro. A questa stregua è da dubitare che in Italia sarebbe sopravvissuta la stessa industria della seta, che già nella seconda metà del secolo lavorava in gran parte materie importate.

Tutto questo dovrebbe solo indurre a maggiore cautela prima di accogliere demolizioni senza appello di ciò che nel Mezzogiorno si è fatto durante trent'anni. Ma dietro le demolizioni par di cogliere qualcosa che potrebbe essere assai grave.

I ceti produttivi del Nord, imprenditori e operai, manifestano una crescente insofferenza dei sacrifici richiesti per il Mezzogiorno. Che questi sacrifici non siano stati ampiamente compensati da vantaggi di ritorno per il Nord sarebbe da discutere, come sarebbero da discutere i raffronti con la spesa sostenuta nel primo conflitto mondiale, che, dilatata su un periodo otto volte più lungo e riferita a un reddito nazionale cresciuto di quasi dieci volte in termini reali, perde molto della sua drammaticità. Ma si comprende che in tempi difficili come questi l'appello alla solidarietà con le regioni meno favorite incontri resistenze maggiori in chi ha già tanti problemi da risolvere: e le manifestazioni sindacali per il Mezzogiorno non possono nascondere la realtà delle quote sempre maggiori di reddito che la spinta salariale nell'industria ritaglia a favore delle regioni settentrionali.

E' dunque probabile che l'intervento nel Mezzogiorno debba assumere in avvenire forme diverse: ma se queste forme diverse dovessero solo servire a nascondere un sostanziale disimpegno della collettività nazionale dai problemi del Mezzogiorno, che resterebbe affidato alla beneficenza a buon mercato degli investimenti agroturistici, in attesa che l'industria si decida a rimontare la corrente e a scendere finalmente nel Mezzogiorno, è bene renderci conto che ciò rimetterebbe in discussione alcuni del fondamenti su cui si è costruita la stessa unità nazionale. Quando, nel 1848, la classe dirigente meridionale rinunciò alla creazione di uno Stato liberale nel Mezzogiorno, e optò per la soluzione "albertista", essa fece una scelta che da allora ha determinato tutta la storia del Paese a sud del Garigliano. Allora si decise che il Mezzogiorno avrebbe puntato sullo Stato nazionale come strumento fondamentale per la sua modernizzazione e per il suo inserimento in Europa. Per un secolo l'unità ha funzionato così: e chi guardi al di là delle polemiche utili e necessarie non stenta a riconoscere il senso generale di questo processo. Il culmine più alto da esso raggiunto è stato, probabilmente, l'ultimo trentennio, che ha visto il massimo sforzo mai prodotto da tutto il Paese in nome della "centralità" del problema meridionale. Se i risultati, comunque grandiosi, non sono stati pari alle attese, è dovuto, a mio giudizio, alla difficoltà che una politica meridionalistica doveva necessariamente incontrare senza il sostegno di una programmazione di tutta l'economia nazionale, che è appunto il terreno su cui è fallito il centro-sinistra. Se, dopo tutto questo, al Mezzogiorno dovesse essere riservata solo una forma di "benign neglect", sarebbe un nuovo passo verso quel progressivo svuotamento della nostra esperienza nazionale al quale abbiamo assistito negli ultimi decenni.



di Rosario Romeo (Giarre, 11 ottobre 1924 – Roma, 16 marzo 1987) è stato uno storico e politico italiano, esponente del Partito Repubblicano Italiano e parlamentare europeo.

domenica 5 giugno 2011

Strage di Ulivi





Comunicato URGENTE all' Attenzione

di mezzi di informazione, enti pubblici di sorveglianza e amministrazione competenti,

della Provincia di Lecce e della Regione Puglia

da

Coordinamento Civico per la Tutela del Territorio, della Salute e dei Diritti del Cittadino



6 giugno 2011

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Strage d’olivi nel cantiere degli errori tecnico-amministrativi!

Nell’allargamento della Strada Maglie-Collepasso già una decina di alberi d’olivo sono stati segati di netto senza pietà alcuna!

Si teme ora per decine di altri alberi già segnati di rosso ai margini della strada!

Ma a rischio anche rare preziose Querce caducifoglie autoctone, un raro albero di Azzeruolo (Crataegus azarolus L.), un frutto antico, diversi altri alberi da frutta e alcune tamerici!

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APPELLO URGENTE alle autorità competenti, a partire dalla Forestale fino al NOE dei Carabinieri, passando dalla Polizia Provinciale, perché effettuino subito dei sopralluoghi per appurare quanto accaduto e fermare l’ ulteriore strage che si preannuncia!

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La Provincia di Lecce intervenga subito per approntare le operazioni di espianto-trapianto e ripiantumazione in loco, poco distante, di tutti gli alberi ubicati nelle aree di ampliamento della strada, non ovviamente solo d’olivo, ma anche di quercia, di altre essenze e di quelli da frutto, come l’Azzeruolo, alto circa 4 metri e simile al biancospino per gli inesperti, così come delle vive ceppaie d’olivo, con il loro apparato radicolare, degli alberi già vilipesi dalla sega elettrica, ma che possono ancora rapidamente pollonare con forti getti di rapida crescita, se trapiantati come necessario!

Vigili con urgenza la Regione Puglia, con i suoi Settore Foreste, Assessorato all’ Ambiente e Assessorato all’ Assetto del Territorio: una ben precisa legge regionale tutela gli alberi d’ulivo, e ne regolamenta gli espianti, ma in più il tutto sta avvenendo in un’area dove la Regione ha anche previsto e iniziato a tutelare il Parco dei Paduli - Foresta Belvedere!



Si tratta del tratto della SP 361, la strada provinciale Maglie-Gallipoli, posto poco oltre l’incrocio con la strada Cutrofiano-Supersano, proseguendo in direzione Collepasso e quindi Gallipoli. Paion lavori di allargamento della carreggiata e rettificazione della curva. Nulla da eccepire su tutto questo, che risponde a legittime e sempre auspicabili operazioni volte alla massimizzazione della sicurezza e scorrevolezza stradale, fermo restando che la riduzione della velocità, e l’aumento dell’attenzione del guidatore durante la guida devono essere gli scopi principali da perseguire col massimo impegno per la riduzione vera e drastica della dolorosissima piaga sociale degli incidenti automobilistici!

Ma poiché la rimozione degli alberi nei tratti in cui dovrà essere allargata la carreggiata è un’operazione agronomica di buona tecnica ecosostenibile, etica, da perseguire scrupolosamente in qualsiasi cantiere, tanto più se per opere di pubblica utilità, come nel caso in oggetto, quanto sta avvenendo, e che ci è stato denunciato da nostri attivisti che ci hanno fornito anche documentazione fotografica, poi verificata con un nostro sopralluogo, è inaccettabile, inaudito ed intollerabile, e getta inevitabilmente sinistre ombre su tutta l’operazione cantierizzata, nonostante i buoni auspici delle motivazioni di fondo.

I tagli, raggiunto da Maglie l’incrocio con la Supersano-Cutrofiano si osservano sulla destra, poco oltre il guardrail, dopo aver percorso poco più di 900 metri. Un intero filare di olivi ridotti a colletti basali sporchi di segatura! Alberi segnati di rosso ai margini della strada, prossimi al rischio di taglio, si osservano già poco dopo aver superato l’incrocio. Un gruppo di alberi d’olivo poi dove le operazioni di movimentazione terra son state maggiori, e forse a più immediato ancora rischio di taglio, son posti sulla sinistra della strada, nel tratto posto tra 900 e 1400 m dall’incrocio.

Percorsi circa 300 metri, da primi olivi tagliati, segnalati sulla destra della strada, le Querce a foglia caduca, (relitti botanici preziosissimi della Foresta Belvedere d’un tempo, per la sua ricostruzione e riforestazione a partire dal germoplasma locale), e che rischiano l’abbattimento, son sulla sinistra, sempre poco oltre il guardrail, in corrispondenza di una svolta sterrata sulla sinistra, che conduce a Masseria Padula e a Masseria Macrì, nella vallata dove esisteva il Lago Sombrino, oggi purtroppo regolarmente fatto prosciugare dall’uomo, ormai da oltre cento anni, tramite pozzi e canalizzazioni artificiali, vanificando l’opera della natura e della pioggia, che lì formava un lago dall’immensa biodiversità, tanto che vi sostava una nutrita colonia di Pellicani, oltre che Cigni, Gru e Cicogne, ancora nella prima metà dell’ ‘800! Un lago che in seno al Parco dei Paduli deve essere fatto rivivere, con la sua immensa biodiversità originaria.

Osserviamo che questo di giugno non è neppure un mese adatto per operazioni di potatura e trapianto di questo piante. Occorre attendere almeno l’autunno! La natura del locale profondo suolo sabbioso-argilloso rende estremamente semplici le operazioni di sradicamento con zolla degli alberi ed il loro trapianto in massima probabilità di attecchimento, anche delle ceppaie, come in questo caso per gli alberi amputati del loro tronco!!

Nell’eventualità che le operazioni di infrastrutturazione e ammodernamento stradale in corso dovessero interessare anche l’incrocio con rotatoria canalizzata, poco distante, all’ intersezione tra la Strada Maglie-Collepasso (SP 361) e la strada Cutrofiano-Supersano: chiediamo che le medesime cure siano ovviamente applicate a tutti gli alberi ed arbusti in essa oggi presenti, nelle sue isole spartitraffico, poiché essenze della macchia mediterranea, (Pini domestici, Cipressi mediterranei, Palma nana mediterranea, Oleandri), pertanto esemplari da lasciare in loco o da trapiantare, se indispensabile con le stesse accortezza e cure agronomiche bel tempo, nelle campagne immediatamente prossime!

Ci auguriamo che per le rotatorie, a partire da quelle lungo queste arterie stradali, ricadenti nel Parco naturale dei Paduli, fino a tutte le rotatorie, o comunque isole sparti-traffico, o margini stradali, la si smetta una buona volta di speculare e sperperare denari pubblici autorizzando alla piantumazione di piante alloctone, come palme esotiche, che abbisognano poi di sistemi di irrigazioni dispendiosi, e di cure agronomiche notevoli, e che si son rivelate, già ovunque nel Salento, interventi disastrosi sui quali però nessuno indaga e tanti si arricchiscono, a scapito del nostro paesaggio!

La rotatoria in oggetto, ubicata nel centro del Parco Paduli, mostra invece come l’uso di piante autoctone mediterranee permette, con cure minime, o nulle, eccezion per qualche sfoltimento dei cespugli e sfasciamento dell’erba di tanto in tanto, di avere, senza neppure alcuna innaffiatura artificiale a regime, e dunque a costi bassissimi, visto anche il basso costo delle piante locali, interventi altamente decorativi, ben naturalizzati e rispettosi dell’identità dei luoghi!

Anche per tutto questo, oltre a chiedere l’urgente intervento della Provincia di Lecce, chiediamo l’intervento della Regione Puglia.

La strada in questione attraversa il Parco Paduli-Foresta Belvedere assunto a progetto pilota con DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE 20 ottobre 2009, per l'applicazione dei principi del PPTR, il nuovo Piano Paesaggistico Territoriale della Regione Puglia, per buone pratiche di paesaggio in seno al PPTR; principi di tutela, massima salvaguardia e ripristino delle antiche suggestioni rurali e naturali del paesaggio a 360°. Non solo, l’area Paduli fu già individuata dalla Provincia di Lecce, come luogo da sottoporre a massima protezione paesaggistica nel cuore di un Salento meritevole tutto comunque di protezione e cura, questo quanto legiferato con l’adozione, all’unanimità, del PTCP Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, già nel marzo del 2008, con l’attuale presidente Antonio Gabellone, all’epoca proprio membro consigliere della Commissione Ambiente della Provincia di Lecce.

Chiediamo pertanto di sapere da Provincia e Regione se si è approntato il progetto cantierizzato di ampliamento al fine di un restauro paesaggistico dei margini stradali, con eventuali bassi muretti a secco, o con il rifacimento delle canalizzazioni in terra, (che ora si sono per un tratto già sventrate con atterramento dei bellissimi canneti ricchi di macchia mediterranea), ai margini del nuovo tracciato stradale. Rifacimenti di canali che, per quanto detto, non devono essere assolutamente cementificati, ma ad alveo rigorosamente naturale in terra, e rinforzo, ove necessario, a pietra a secco, e con piantumazione lungo i margini di piante igrofile quali i Pioppi neri ad esempio, presenti poco prima verso Maglie, e consolidanti gli argini terrosi dei canali bordanti le strade e non nell’area acquitrinosa Paduli, o altre piante a tale scopo ottenute da semenze autoctone del Parco Paduli, come Olmi campestri, Pioppi bianchi, Salici bianchi, e Frassini ossifilli, che l’Orto Botanico Universitario di Lecce sta ripropagando con accortezza scientifica e che sarebbe opportuno consultare, così come il CFS, il Corpo Forestale dello Stato, per tutti gli impianti di verde stradale da effettuarsi sempre nel Salento, d’ora in avanti, con piante autoctone mediterranee!

Chiediamo anche che le eventuali porzioni di strada attuale che non dovessero essere soprapposte al nuovo tracciato non rimangano terra degradata di nessuno e dell’abbandono, come spesso accade, finendo per accogliere inevitabili discariche a cielo aperto. Chiediamo pertanto che si appronti, già nei lavori di primo cantiere, la loro bonifica con rimozione dell’asfalto e del cemento e altro rifiuto stradale, con ricostruzione del suolo agricolo-naturale, naturalizzando il sito.



Tutte queste opere non rappresentano costi aggiuntivi, ma costi primari da poter sostenere, se si vuole procedere alla realizzazione di opere che vogliano fregiarsi del titolo di “pubblica utilità”!



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Info:

Coordinamento Civico per la Tutela del Territorio, della Salute e dei Diritti del Cittadino

rete coordinativa d’azione apartitica di associazioni, comitati e movimenti locali e non, ambientalisti, culturali e socio-assistenziali

sede c/o Tribunale Diritti del Malato – CittadinanzAttiva

c/o Ospedale di Maglie "M.Tamborino"

Via N. Ferramosca, c.a.p. 73024 Maglie (LECCE)

E-mail: coordinamento.civico@libero.it , coordinamentocivico@yahoo.it

Il batterio killer dell'Escherichia coli proviene da germogli di soia tedeschi, mangiati crudi.

Il batterio killer dell'Escherichia coli proviene da germogli di soia tedeschi, mangiati crudi.




Lo ha confermato ieri (domenica) pomeriggio in una conferenza stampa ad Hannover il ministro dell’Agricoltura della Bassa Sassonia, Gert Lindemann (Cdu), secondo il quale le autorità mediche si trovano adesso “sulla pista giusta”.

I germogli di soia che hanno un sapore vagamente simile al burro, si ricavano dal germoglio appena nato dal seme per essere consumati come verdure. E' quanto afferma la Coldiretti, in riferimento al nuovo allarme lanciato sull'origine del batterio killer diffuso dalla Germania, nel sottolineare che si tratta di un mercato di nicchia molto ristretto diffuso nella cucina etnica e tra i vegetariani per l'importante apporto di proteine.

In Italia i germogli di soia sono consumati in estate da soli o come condimento e sono venduti in buste, vassoi o in scatola ma recentemente - sottolinea la Coldiretti - si e' diffusa anche la coltivazione casalinga. I prezzi variano dai 4 ai 6 euro al chilo per il prodotto venduto in vassoi e nei supermercati - conclude la Coldiretti - e' possibile acquistare germogli di soia di produzione nazionale.

Non esiste un codice doganale dei semi di soia poiché l’importazione nel nostro paese è quasi inesistente.

Per ottenere i germogli di soia si prendono i semi che si coltiva in serre senza terra in “coltura idroponica” che richiede un substrato inerte su cui si poggia il seme che radicherà nutrito da acqua e nutrienti in essa disciolti. In questo modo il seme di soia germoglierà e verrà utilizzato come legume giovanissimo.

Nel 1996 i germogli di soia sono stati la causa di una grave epidemia di Escherichia coli in Giappone nella zona di Sakai dove si ammalarono 10mila persone.

Il batterio dell'Escherichia coli è in grado di fissarsi con successo sulla soia tanto che alcune proteine di questa pianta vengono utilizzate in laboratorio per il brodo di coltura dove viene fatta riprodurre l'Escherichia coli.

Alfredo Caprioli il direttore del laboratorio di riferimento europeo per l'Escherichia coli dell’Istituto superiore di sanità ha dichiarato che il batterio è in grado di restare in stato di quiescenza nel seme essiccato per poi tornare attivo quando nascono i germogli.

sabato 4 giugno 2011

Che fine ha fatto il Parco del Negroamaro?

Che fine ha fatto il Parco del Negroamaro?
Il successo di un territorio? Lo si misura anche attraverso le peculiarità delle sue colture. È quello che succede nel Salento, dove un vitigno storico di grande successo lancia il territorio verso nuove sfide di mercato, facendo leva sul valore dei prodotti a marchio, dall'agricoltura biologica alle Denominazioni comunali, alle Specialità tradizionali garantite. Il progetto integrato di sviluppo che la Provincia di Lecce propone con il “parco del Negroamaro” include una serie d’attenzioni a qualunque tipo di settore produttivo dell’area del Nord Salento.

Il Salento leccese del Nord
Si parte dal presupposto che il Salento del Nord appare differente da altre aree della Grecìa salentina o del Salento del Sud e che ogni entità civica ricadente in tale territorio debba rappresentare con le sue specificità una robusta radice di crescita collettiva. Sarà compito dell’Ente Provinciale riportare all’unisono produttivo l’intera area descritta migliorandone ogni tipo di filiera, dall’agro-alimentare a quella turistica. Come in passato fu il tracciato detto “il limitone dei greci” che annunciava il segno d’arrivo in terra messapica per tanti popoli, così la fascia di superficie che comprende tale programmazione potrebbe identificare e realizzare una degna premessa ricettiva per chi giunge nel Salento. La visione di quest’interessante studio entra pienamente in quell’attività che la Provincia sta spiegando in materia di sviluppo locale. “Il parco del Negroamaro” può concretizzarsi se si pone su tali presupposti: identità, integrazione, innovazione, internalizzazione e qualità.

La ruralità
La ruralità di questi paesi, appare ancora oggi, marcatamente predisposta alla produzione vitivinicola, alla vera ospitalità, ai sentimenti popolari, ed è ormai risaputo in ogni località. Certamente, quel che occorre è una migliore attenzione pubblica alle diverse forme d’inquinamento presenti in questi tratti di meridione. Chi è che non vuole un modello naturale pulito e in perfetta armonia? Garantire, infatti, le singolarità dei piaceri rurali che appassionano il visitatore, e chi vi risiede, è anche un serio motivo di tutela della biodiversità, vale a dire quell’insieme delle molteplicità viventi che popolano e qualificano un territorio. Alcune varietà d’uva tipiche del Nord Salento, ad esempio, sono quasi scomparse in favore di produzioni intensive e poco attinenti alle nostre tradizioni.

La valorizzazione del territorio
In questo territorio sono presenti esemplari d’ulivi e querce ultrasecolari, spesso poco valorizzati, che sono dei veri e propri monumenti a ridosso di vie romane, muretti a secco, masserie e frantoi ipogei medievali. Dalle stesse contrade parte un’antica e riverente civiltà rurale che ha dignitosamente custodito questo patrimonio e che adesso merita di essere assolutamente riscoperta.

Il riconoscimento STG (Specialità Tradizionale Garantita) e le Denominazioni Comunali (De.Co)
Tale ricchezza si può ritrovare anche attraverso il riconoscimento STG (Specialità Tradizionale Garantita) concesso a quei prodotti agro-alimentari che sono ottenuti secondo un metodo di lavorazione tradizionale, al fine di tutelarne la singolarità d’ogni ricetta. Inoltre le Denominazioni Comunali (De.Co), già adottate in alcune regioni e che qualificano l’origine di qualunque produzione, possono essere delle proposte avvincenti per il “parco”. Trasmettere all’imprenditoria agricola o industriale una nuova forma di sviluppo eco-compatibile e attenta alle attuali esigenze dei consumatori, può non essere facile. Ad esempio, produrre con metodi da agricoltura biologica, senza veleni, come una volta, in favore della biodiversità, appare gravoso a causa dei costi produttivi più elevati rispetto ad altre regioni italiane e con una nicchia di mercato quasi inesistente. Agire con una reale pianificazione a difesa del territorio, attraverso ricerche e percorsi nella natura e nella storia d’ogni comunità coinvolta è ormai divenuto quasi un dovere. Con “Il Parco del Negroamaro” s’intende impostare, insomma, un progetto etico che organizzi un tessuto unico fra tradizione e modernità che parta da un’energia remota e popolare, affinché sia un valido riferimento per tutti i tipi d’impresa e per qualsiasi identità.

di Mimmo Ciccarese - Tecnico agricoltura ecologica

Verso l’Agricoltura Sociale del Salento leccese

Verso l’Agricoltura Sociale del Salento leccese




Il legame tra Paesaggio rurale e territorio

“In agricoltura non esiste la diversità, né si può riconoscere dai tratti del prodotto agricolo se è

stato fatto da un diverso” lo dice Alfonso Pascale a Tricase invitato dal Presidente della CIA di Lecce Giulio Sparascio per presentare l’Agricoltura Sociale.

Alfonso Pascale è presidente della Rete Fattorie Sociali e membro del Tavolo di partenariato della Rete Rurale Nazionale presso il Ministero delle Politiche Agricole è soprattutto studioso di politiche economiche, sociali e territoriali e collabora con diversi istituti di ricerca. E’ autore di saggi di economia, storia e politica. Ha un sito personale: www.alfonsopascale.it

Dopo tanto tempo e tante idee su cui ci siamo confrontati nel Web finalmente lo incontro a Tricase coinvolgente la relazione del Dott. Pascale soprattutto quando afferma che esistono due tipi di agricolture: una, industriale, votata alla produttività, che ha perduto il legame con il territorio; l’altra, forse più povera, ma che ha conservato questo legame.



Il Paesaggio rurale agisce sulle persone umane

Il Paesaggio rurale agisce sull’ambiente sostenendo la vita e l'attività umana nel loro complesso e ci circonda, ci avvolge purificando l’aria e l’ambiente da ciò che l’attività umana produce. Il Paesaggio agrario è vitale per il benessere e lo sviluppo economico e sociale futuro.

I benefici che ci vengono donati comprendono cibo, acqua, legname, purificazione dell'aria, formazione del suolo e impollinazione.

Noi siamo stati per troppo tempo abituati a considerarci fuori dall’ambiente e per questo abbiamo perduto la percezione dell’armonia che è contenuta nel paesaggio. Quando abbiamo di nuovo l’opportunità di entrare in contatto con la realtà che è quella del paesaggio ecco che quell’armonia ci pervade e noi cominciamo a provare quel benessere che è la ricerca di ognuno di noi ogni giorno della nostra esistenza.



Il Paesaggio rurale “aiuta” e serve alla persona umana

I servizi alla persona possono e devono avvenire nel paesaggio rurale. Questa affermazione è frutto della consapevolezza che paesaggio rurale è vocato per natura a tutti gli interventi “sociali”, “assistenziali” ed “educativi”.

Una azienda agricola che si occupa di servizi sociali lavora nell’aiuto alla persona umana e tale attività non può e non deve incorrere nella convinzione della società attuale che vede una cultura sul “sociale” come “assistenziale” e quindi “ausiliaria.



Costituzione della repubblica italiana

L’Agricoltura Sociale (AS) trova il proprio fondamento nei valori e nei principi della Carta costituzionale e, in particolare, nell’art. 3 che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di

ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva

partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese e nell’art. 44 che finalizza

l’intervento pubblico in agricoltura alla cura della qualità del territorio e al perseguimento della

giustizia sociale.



Aiutare i più bisognosi

Le Fattorie sociali sono aziende agricole che estendono i loro servizi a favore di persone che presentano forme di fragilità o di svantaggio psico-fisico o sociale o a fasce di popolazione che presenta forme di disagio sociale, attraverso l’offerta di servizi educativi, culturali, di supporto alle famiglie e alle istituzioni didattiche.

Bisogna predisporre ambienti coperti, attrezzati per l’accoglienza e l’intrattenimento dei gruppi, nei quali siano individuati anche luoghi di sosta e riposo; ma devono anche essere dotate di strutture ed attrezzature finalizzate ad attività ludiche o terapeutiche attraverso l’impiego di animali o di produzioni agricole aziendali, ma soprattutto devono offrire dei servizi nei quali gli ospiti si sentano attivi e partecipi in modo da trarre benefici sul piano fisico, mentale, sociale e psicologico, attraverso l’accrescimento dell’autostima ed il miglioramento della persona.



Le radici dell’Agricoltura Sociale nei valori di solidarietà

L’Agricoltura Sociale (AS), continua il Dott. Pascale, affonda le sue radici nei valori di solidarietà e di mutuo aiuto che da sempre hanno caratterizzato il mondo rurale. Il particolare intreccio che si determina tra la dimensione produttiva, quella relazionale con le piante e con gli animali e quella familiare e comunitaria ha permesso all’agricoltura di svolgere da tempi remoti una funzione sociale. Secondo Alfonso Pascale nel mondo contadino, qualunque persona, indipendentemente dalla propria condizione fisica o psichica, trovava sempre una mansione da svolgere. E questo accadeva perché quel gruppo sociale era pervaso da un profondo senso della propria dignità, in quanto individui e come ceto, a cui si legavano i valori di reciprocità, gratuità e mutuo aiuto.



La definizione di Agricoltura Sociale di Alfonso Pascale

“Impresa economicamente e finanziariamente sostenibile, condotta in forma singola o variamente

associata, che svolge l’attività produttiva agricola e zootecnica proponendo i suoi prodotti sul mercato, in modo integrato con l’offerta di servizi culturali, educativi, assistenziali, formativi e occupazionali a vantaggio di soggetti deboli e di aree fragili in collaborazione con istituzioni pubbliche e con il vasto mondo del terzo settore”.



Chi fornisce i servizi sociali?

Insomma se sei un Privato imprenditore che possiedi un azienda agricola – agrituristica con un Privato- sociale (cooperative sociale tipo A e B) o ancora un sociale- associativo (ass. di volontariato, fondazioni …) o un pubblico/istituzionale (operatori, enti socio sanitari, istituti di cura, penitenziari e scolastici) puoi fornire i servizi:

• Nidi familiari (tagesmutter), agrinido, campi solari estivi

• Laboratori didattici (fattorie didattiche)

• Pratiche abilitanti e di avvicinamento al lavoro

•Terapie verdi (ortoterapia) e pet therapy, inserimento occupazionale

• Inserimento lavorativo

•Accoglienza temporanea, orti sociali e turismo sociale.



A chi sono erogati questi servizi?

Ma tu mi dirai a chi posso erogare questi servizi? E io te lo scrivo:

• Bambini

• Giovani in età scolare

• Minori e giovani in difficoltà

• Disabili fisici e mentali

• Persone affette da dipendenze da alcool e droga

• Detenuti ed ex-detenuti

• Anziani



Verso l’Agricoltura sociale
Ieri sera si è formato presso il Gal Capo di Leuca un Gruppo di lavoro di cui faccio parte. Siamo in cammino verso un mondo in cui tutti hanno cittadinanza e dove non esistono le distinzioni e soprattutto dove nessuno è inferiore a nessuno, siamo in cammino per realizzare in questo territorio l’Agricoltura sociale

di Antonio Bruno, Direttore dell’Area Agraria del Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi”, Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

mercoledì 1 giugno 2011

Riflessione per il Convegno del 3 giugno 2011: LE NUOVE EMERGENZE. MA VERAMENTE NUOVE?


Riflessione per il Convegno del 3 giugno 2011: LE NUOVE EMERGENZE. MA VERAMENTE NUOVE?

Nei giornali di questi giorni sono uscite alcune notizie interessanti. La Germania entro il 2022 chiuderà l’ultima centrale atomica in funzione e costruirà ( in tempi brevissimi come solo i tedeschi sanno fare) la prima “autostrada” per biciclette. La Svezia e la Finlandia avrebbero risolto ( ma dubbi seri rimangono) il problema dello “stoccaggio” dei rifiuti delle centrali nucleari in depositi geologici profondi: bare cilindriche di rame nel granito, garantite per centomila anni. Brutte notizie invece dal fronte CO2. E’ aumentato, intaccando le previsioni per il 2020. I terribili 2 gradi di riscaldamento, si avvicinano sempre più. Uno scienziato ha scritto: “ dato l’uomo con 36 di temperatura corporea, 2 gradi in più è febbre”.

Il 10 marzo un quotidiano italiano ha pubblicato una corrispondenza dal Giappone per informare che nella metropolitana di Tokyo erano stati installati nei vagoni di una delle linee più frequentate della capitale sedili “anti-maleducati”. Questi sedili costringono i passeggeri, come una specie di macchina da contenzione, a rimanere immobili, non distendersi, non premere sul vicino, non allungare le gambe ed altro. Ma la parte più interessante dell’articolo è quella dedicata al carattere dei giapponesi, al loro rispetto per sé e per gli altri e soprattutto l’essere “educati”, un concetto vasto e complesso, che non è l’immagine dei tre classici inchini, ma che si sostanzia nell’intera struttura, economica, culturale e sociale.

Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, un terribile terremoto seguito da un distruttivo tsunami ha colpito il Paese. Negli ultimi 10 anni in Giappone ci sono stati 16 sismi; si ricorda soprattutto quello del 17 gennaio del 1995 che distrusse Kobe e devastò le regioni di Osaka e Tokyo. Tutti abbiamo visto le spaventose immagini dell’onda nera che ha sradicato case come fuscelli, fatto scavalcare ponti e strade ad enormi imbarcazioni, trascinato auto e treni come minuscoli modellini. La scossa di 9 gradi della scala Richter, il quarto per intensità nel mondo dal 1900, ha fatto tremare la terra per 6 minuti: una eternità. Molti danni e danni ancora provocati dallo tsunami che in giapponese vuol dire “onda nel porto”. Lo scrittore giapponese Kazumi Saeki ha raccontato : “ Sono mancati sia l’acqua sia il gas e di notte le uniche fonti di illuminazione erano le candele e la luna. Senza le luci della città, di notte,il cielo era rischiarato dal bagliore delle stelle”. Solo uno scrittore poteva “imprigionare” poeticamente il dramma di una delle più grandi potenze mondiali, all’avanguardia nelle tecnologia, messa in ginocchio da un evento naturale. Qualche giorno fa tifoni di una potenza imprevista hanno sconvolto lo Stato americano del Missouri, con oltre 100 vittime ed altrettanti dispersi. Ancora una volta la forza della natura ha risvegliato paure ancestrali, spinto ad immaginare nuovi millenarismi, scomodato profeti di sventure e cabale numeriche. Pianti i morti e i dispersi, i giapponesi si sono accorti che dentro la paura, c’era un’altra paura: danneggiate tre centrali nucleari nella prefettura di Fukushima al centro del sisma. Una fuga radioattiva che man mano si è dimostrata sempre più grave, tanto da raggiungere un mese dopo il livello 7, che è, come si sa, quello di Cernobyl del 1986. I giapponesi hanno convissuto con il nucleare da anni, godendone grandissimi vantaggi per lo sviluppo della loro economia. Gli incidenti, eufemisticamente chiamati così, di Fukushima hanno riaperto il dibattito sul nucleare: tema complesso e indubitabilmente scabroso, ma ciò che è accaduto in Giappone ha ancora una volta spinto ad interrogarsi sul rapporto uomo-natura. Se è vero che la natura non è prevedibile o meglio è più “forte” di noi, è altrettanto vero che l’uomo può comportarsi in modo da non essere “complice” di eventi catastrofici o peggio responsabile di favorirli. Due esempi: il riscaldamento globale e il cambiamento del clima, fatti ormai certificati dalla scienza. Siamo alla svolta, non abbiamo troppo tempo a disposizione per correre ai ripari, anzi più si aspetta, più il conto da pagare sarà salatissimo e non solo in termini monetari. L’ultimo decennio è stato un rincorrersi di drammatici eventi: caldo eccessivo, alluvioni, desertificazioni che avanzano, produzione alimentare in diminuzione nel momento in cui aumenta la domanda e terremoti. E tutto ciò costa. Qualche esempio: Kobe nel 1995 è costato 100 miliardi di dollari, l’uragano Katrina del 2005 81 miliardi, il terremoto del Cile del 2010 30 miliardi. Per il terremoto ultimo del Giappone si prevedono oltre 235 miliardi di dollari! Ma per il Giappone il prezzo non sarà solo in dollari o meglio in yen. Lo scrive in maniera chiarissima lo scrittore Kenzaburo Oe, Premio Nobel per la letteratura nel 1994. “ In questo disastro si intrecciano in modo drammatico due fenomeni: da una parte la vulnerabilità del Giappone di fronte ai terremoti, dall’altra il rischio legato all’energia atomica. La prima è una realtà con cui questo paese deve fare i conti fin dall’alba dei tempi. La seconda, che potrebbe rivelarsi perfino più catastrofica del terremoto e dello tsunami, è opera dell’uomo. Che cosa ha imparato il Giappone dalla tragedia di Hiroshima” ? Ma altre paure si presentano davanti a noi. Una di queste è la penuria di acqua che caratterizzerà il nostro prossimo futuro. Scienziati, grandi istituzioni internazionali ONU, Fao e in maniera assai blanda i vari G a numerazione variabile, alcuni centri studi come il Pacific Institut di San Francisco e qualche governo ( in verità pochissimi) pongono il problema ai primi posti per importanza. Ma se lo pongono anche gli Stati Maggiori delle potenze soprattutto dei paesi più industrializzati e questo non è un bel segno. Non è da escludere infatti, anche perché è già accaduto negli anni passati, che la penuria di acqua e il controllo delle riserve scatenino azioni militari. Qualcuno le ha già definite le “guerre per l’acqua”. Una guerra, non militare, ma non per questo meno pericolosa, è già in atto fra i grandi gruppi economici interessati a mettere le mani sul cosiddetto “oro blu”, considerato al pari di quello “nero”. Tema complesso quello dell’acqua che, anche se non presenta la drammaticità di quello nucleare, primo fra i primi, “ il crinale apocalittico della Storia” come lo definì Giorgio La Pira, il grande Sindaco di Firenze,certo rimane fra i primi. L’acqua è senza dubbio di sorta un bene di tutti e come tale deve rimanere. Si possono immaginare forme articolate, nella distribuzione, con una redditività che pareggi ( e non è detto al 100%) l’insieme delle spese della distribuzione, ma è assolutamente ignobile e spregevole pensare che proprio l’acqua possa essere considerata materia commerciabile e fonte di guadagno per le multinazionali. Qualche rischio lo stiamo correndo, un rischio di una gravità, al solo pensarlo, sconvolgente.



Angelo Sferrazza Vice Presidente C.I.C.C.

sferrazza@iol.it

IL messaggio al Convegno Internazionale del 3 giugno 2011 del Dott. Agr. Luigi Rossi Direttore BIOTEC ENEA e Presidente FIDAF (Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali)

IL messaggio al Convegno Internazionale del 3 giugno 2011 del Dott. Agr. Luigi Rossi Direttore BIOTEC ENEA e Presidente FIDAF (Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali)



----Messaggio originale----

Da: luigirss0@gmail.com

Data: 1-giu-2011 12.08

A: "Antonio Bruno dottore agronomo"

Cc: "fidaf"

Ogg: Convegno internazionale





Caro Antonio,



impossibilitato a partecipare al Convegno Internazionale del 3 giugno prossimo “I 100 laghi del Salento leccese”, come avrei voluto e dovuto, ti ringrazio per il cortese invito, esprimendo la certezza che dall'incontro - per l'autorevolezza dei relatori e per la sicura attualità del tema da trattare - scaturiranno contributi assai utili per il Salento leccese e per il percorso che porterà al Forum Mondiale dell’acqua.



Desidero, con l’occasione, complimentarmi con te, quale neo Presidente dell’Associazione dottori in Scienze agrarie forestali di Lecce per l’organizzazione di questo convegno che vede al centro del dibattito l’acqua e coinvolge in tutta la loro consapevolezza e responsabilità le Istituzioni e le Organizzazioni rappresentate.



Il convegno si colloca perfettamente tra gli obiettivi fondamentali della nostra Federazione che sono appunto la promozione culturale, scientifica e tecnica dell’agricoltura nella sua accezione più ampia e moderna. La FIDAF è costituita dalle Associazioni Provinciali presenti su tutto il territorio nazionale, è un libero organismo apartitico e non persegue fini di lucro. Fu costituita nel 1944, da Colleghi come Giuseppe Medici che ne fu il primo presidente.



La FIDAF ha come compiti principali l’aggiornamento professionale e culturale e la realizzazione di servizi per i suoi soci. E’ socio fondatore del Comitato Europeo degli Agronomi (CEDIA). Attualmente la Fidaf partecipa a un Progetto Europeo sul riconoscimento dei titoli di studio in agricoltura, insieme con Francia, Olanda, Portogallo, Spagna, Austria, Ungheria, Svezia. A maggio dovrebbe essere approvato un nuovo Progetto LEONARDO che darebbe l’opportunità a 20 neolaureati (da selezionare fra tutti i colleghi) di fare uno stage di sei mesi, all’estero, presso istituzioni o imprese qualificate sulle agro-energie.



La Fidaf e le Associazioni Provinciali operano in stretta armonia con l’Ordine nazionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali e con gli Ordini Provinciali. Abbiamo compiti distinti ma tutti operiamo per il bene della nostra agricoltura e la crescita professionale dei nostri colleghi.



Voglio chiudere portandovi anche il saluto di un agronomo, uno scientist, un autoctono del Salento leccese, l’amico Michele Stanca. Da me informato del Convegno, si è subito interessato, con il suo speciale entusiasmo, ai temi che saranno trattati: il recupero delle acque dei depuratori, le cave, l’immensa e inesauribile risorsa dei fiumi e dei laghi sotterranei. Con me ha voluto condividere la “speranza e la convinzione che Antonio, con Gigi De Bellis e tutti gli autorevoli partecipanti, riesca a organizzare una giornata di studio ricca di soluzioni o spunti da approfondire e/o realizzare nel Salento e da esportare in altri contesti più o meno simili”.



Con i saluti più cordiali a tutti

Luigi Rossi



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Dott. Agr. Luigi Rossi

Presidente FIDAF

Via Livenza 6

00198 Roma

www.fidaf.it



“Desertificazione e Agricoltura” nel WORKSHOP organizzato da ENEA e FIDAF

Una visione d’insieme delle relazioni tra desertificazione e agricoltura in Italia, nel bacino del Mediterraneo e nei PVS (in particolare l’Africa). La desertificazione, alle nostre latitudini, è un processo di degrado delle terre lento, ma allo stesso tempo inesorabile; ne deriva una scarsa percezione sociale delle possibili ripercussioni in campo ambientale ed economico. Diversa è la situazione nei Paesi in Via di Sviluppo, dove desertificazione è sinonimo di povertà, in senso lato. Questo fenomeno è determinato soprattutto dall’impatto delle attività dell’uomo, mentre le componenti climatica e fisiografica rappresentano fattori più o meno predisponenti. Tra le attività antropiche, l’agricoltura viene sempre più spesso considerata la maggiore responsabile di tale situazione.

Questo workshop vuole evidenziare il ruolo dell’agricoltura nella salvaguardia del territorio, quali possono essere gli interventi di recupero, mitigazione ed adattamento alle diverse forme di degrado.

All’agricoltura si chiede multifunzionalità, non solo attività produttiva “di qualità”, ma anche protettiva, di tutela ambientale e del paesaggio agrario, di turismo sostenibile e di sviluppo rurale, come previsto dalle misure di eco-condizionalità della nuova Politica Agricola Comunitaria. D’altra parte il settore agricolo, sempre più schiacciato nella morsa della competizione sui mercati internazionali, rappresenta ben poca cosa nell’ambito dell’intera filiera agro-alimentare e, più in generale, nell’economia del Paese. Sappiamo bene quanta parte del prezzo dei prodotti agricoli che paghiamo al dettaglio alimenti la fase di intermediazione e come poco contribuisce alla formazione del reddito degli agricoltori.

Siamo convinti del fatto che la lotta al degrado delle risorse naturali ad opera delle diverse attività produttive, che generano desertificazione nelle zone climatiche più sensibili, debba rappresentare un costo sociale, un onere per tutti i soggetti interessati a mantenere un presidio vitale sul territorio.

Questa consapevolezza deve estendersi nei confronti dei PVS, attraverso un forte impegno della cooperazione internazionale, se si vuole ridurre l’emorragia di uomini che lasciano terre inospitali per riversarsi nel nostro Paese, attratti da aspettative molto spesso disilluse.

Attualmente l’ENEA, con il Gruppo “Lotta alla Desertificazione” BIOTEC-DES, svolge attività di ricerca sulla desertificazione con diversi progetti nazionali (RIADE) ed europei (DESERTNET e DESERTWATCH), finanziati con risorse significative, in collaborazione con PMI per favorirne le ricadute applicative, che stanno dando vita anche ad iniziative di spin-off.

Le proficue collaborazioni in corso hanno consentito la realizzazione di uno spazio condiviso di funzionalità e strumenti orientati allo sviluppo delle conoscenze, di processi innovativi e tecnologie di punta (agronomiche, fisico-chimiche, informatiche, ecc.) e al loro trasferimento, creando sinergie tra mondo scientifico, imprese high-tech e amministrazioni locali e mettendo insieme competenze diverse (circa 15 tra agronomi, biologi, chimici, fisici, geologi, informatici, varie discipline ingegneristiche, matematici, naturalisti, laureati in scienze ambientali, sociologi ed umanisti, tecnici di varia estrazione professionale), in grado di affrontare una tematica tanto complessa quale è la desertificazione.