Antonio Bruno è Laureato in Scienze Agrarie Dottore Agronomo iscritto all'Ordine di Lecce - Esperto in diagnostica urbana e territoriale e studente all'Università del Salento del Corso di laurea in Viticultura ed Enologia
venerdì 6 gennaio 2012
LE FACCENDE DI GENNAIO
LE FACCENDE DI GENNAIO
Non nascondo l’emozione che ho provato quando sono entrato in possesso del libro da cui ho tratto le conversazioni che seguono. Il libro è del 1896 e non ho potuto fare a meno di pensare che in quell’anno ancora non era nato mio nonno che si chiamava Pietro come il protagonista della conversazione. Mio nonno sarebbe nato solo nel 1898 e quindi in quell’anno c’era solo il mio bisnonno. Oggi grazie a questo libro ho potuto accedere a informazioni lontane da me e questa stessa emozione mi ha spinto a proporvi la lettura che segue. Gli argomenti trattati sono:
1. Perchè si ha poco profitto dal grano seminato a gennaio
2. le lavorazioni al terreno nel mese di gennaio
3. Come si seminano i piselli
4. Piselli Mac-Lean, Bishop e Telefono
5. Dell'aratro "COLTRO"
6. Cos'è la ripuntatura
7. Come bruciare le ceppaie
8. Fossi a girapoggio
9. Livellazioni e drenaggio o fognatura dei terreni
10. Come ottenere un buon concime organico dagli scarti
Non mi resta che augurarvi una buona lettura!
antonio bruno
Nonno Pietro.
Nel gennaio, se per qualche ragione non si fosse terminata la seminagione del grano, seguitiamola pure, ma aspettiamone poco profitto. Si continua la semina delle fave da inverno, delle vecce, dell'orzo e dei piselli. Tra questi ultimi conviene preferire il pisello Bijou di Mac Lean cV Olanda (Tra le varietà di pisello nano vi è il il pisello bijou di Mac Lean o pisello piccola gemma n.d.r.), che si semina come le fave, in righe o in ciuffi, avendo cura di infrascarlo. Si possono seminare gli erbai d'orzo, di segale.... per la primavera inoltrata. Si vanga o si coltra e si ripunta il terreno per il granturco; s'incomincia la rottura dei terreni che vanno a maggese. Si raccolgono ginestre e sterpi per farne lettiera. Si fanno i fossi da acqua, diritti in piano e a girapoggio in collina; si ripuliscono quelli già esistenti. Quando il tempo è bello e la terra meno umida, si cominciano o si continuano i lavori di drenaggio.
L’importanza dei fossi di sgrondo
Quante volte abbiamo dovuto sistemare terreni, appezzamenti più o meno “in pendenza”, appezzamenti in pianura?
Ebbene, quante volte ci siamo curati di provvedere alla realizzazione di fossati di sgrondo degni di tale nome?
E quante volte abbiamo effettuato manutenzione degli stessi al fine di lasciarne inalterata la sezione originaria ed assicurarne il perfetto funzionamento?
I fossi di sgrondo sono importantissimi per la vita di ogni singolo appezzamento di terreno. La regimazione delle acque in eccesso è una delle cose basilari da valutare allorquando sistemiamo un terreno, per qualsiasi coltura.
E le pendenze devono venire curate con coscienza: un fosso con pendenza eccessiva può causare una erosione dello stesso, con incisioni profonde, che alla lunga fanno franare il fosso stesso; una pendenza ridotta, dall’altro lato, può causare accumuli di detriti lungo il percorso del fosso, e rallentare troppo la velocità dell’acqua, con uno smaltimento insufficiente.
I fossi di sgrondo sono indispensabili, e non solo in zone in cui le pendenze sono “risicate”, come quelle del nostro Salento leccese, ma lo sono anche nelle zone collinari, e lo sono anche in zone con pendenze elevate.
La regimazione delle acque superficiali nelle aree agricole è un patrimonio culturale antico e consolidato in tutto il bacino del Mediterraneo. Le antiche popolazioni agricole, dal medio oriente fino alla Spagna e alla Francia, avevano acquisito fin dal I millennio a. C. i criteri essenziali per la costruzione di opere idrauliche – muri, terrazzi, canali e altro – pervenute fino a noi sotto forma di reperti archeologici o nelle descrizioni riportate nei testi classici.
La storia delle sistemazioni idraulico agrarie nasce nel medio oriente secoli addietro per essere poi trasportata in occidente.
Il ciglionamento
Il ciglionamento, ormai difficile a trovarsi, era realizzato sulla collina formata da sabbie e argille plioceniche, tufi vulcanici, ecc. con pendenze inferiori al 40%. La scarpata o ciglio è realizzato in terra battuta con un cotico erboso che ne assicura la stabilità, mentre sul piano soprastante si trovava la coltivazione arborea associata al grano.
Il terrazzamento
Il terrazzamento, usato fin da epoche remote nelle aree declivi dalle più antiche civiltà di tutti i continenti per regolare il flusso delle acque e rendere pianeggiante il terreno, ha permesso ai popoli del mediterraneo le grandi possibilità produttive legate alla cultura della vite e dell’olivo. Terrazzamenti di vario tipo si trovano diffusi oltre che nel nostro Salento leccese in tutta Italia, in Grecia, nel sud della Francia, in Spagna, nell’africa sub-sahariana dal Marocco all’Egitto, per trovarsi poi in tutto l’estremo oriente dove l’agricoltura ha visto le prime innovazioni decine di secoli fa. La necessità di una continua manutenzione e l’onerosità della stessa hanno portato ad una rapida scomparsa o all’abbandoni di questi “monumenti” dell’agricoltura.
Modelli di sistemazioni idrauliche dei versanti
Accanto a terrazzi e ciglioni, espressione della cultura agronomica italiana - e in particolare toscana – nacquero nel XIX secolo modelli più innovativi di sistemazioni idrauliche dei versanti realizzando l’unità a spina e poi il cavalcapoggio, il girapoggio, le fosse livellari, e cosi via. Tutte queste sistemazioni idraulico agrarie cercavano di ridurre o di sostituire la lavorazione del terreno più antica e più diffusa: il rittochino ovvero la lavorazione secondo la linea di massima pendenza. Una soluzione poco dispendiosa ma soprattutto facile da realizzare che però, in particolari circostanze poteva essere responsabile di enormi processi erosivi con formazioni di calanchi e fossi.
Che cos’è il girapoggio?
Il girapoggio è una sistemazione agraria (sistemazioni di colle) del terreno che consiste nello scavare le scoline (fossi di scolo) lungo le curve di livello delle colline allo scopo di raccogliere le acque di precipitazione piovosa e condurle in un fosso aperto lungo la linea di massima pendenza. Ha lo scopo di limitare il fenomeno dell'erosione, in quanto limita il ruscellamento.
Tra le forme di sistemazione dei terreni di collina è la più efficiente dal punto di vista idraulico, in quanto i fossi, perpendicolari alla massima pendenza, limitano l'erosione.
Nonno Pietro.
Si riparano i muri a secco e le strade. Si aprono le fosse da viti ed altre piante, si tagliano le canne; e se ci troviamo in climi caldi, si può cominciare la potatura dei meli, dei peri e delle viti, se questa ultima non la si fece tra ottobre ed il novembre. Si seminano i peri, i meli.... si fanno gli ovoli d'olivo. Per preparare i terricciati, si conducono nella località più comoda le cavature dei fossi, le male erbe e le foglie raccolte in autunno e poste in fosse al riparo dei venti. Si dispone e si cura attentamente il letame. Si concimano i prati. Si tagliano i legnami da lavoro, ad eccezione delle piante conifere, come il cipresso, il pino,... le quali si dispongono ad entrare in succhio in questo mese. Se fosse necessario, bisognerebbe riparare le piante fruttifere dal freddo. Chi conserva patate o barbabietole, bisogna che in questo mese le guardi attentamente per gettare alla concimaia quelle guaste, e consumare subito quelle che cominciano ad alterarsi. Le giornate invernali devono essere impiegate a mettere in buono stato gli arnesi del podere, ed a fabbricare stuoie, ceste ed altri oggetti, che possono dare buon guadagno all'agricoltore.
Nel frutteto, se il tempo lo permette e se il terreno è sciolto, si può continuare la piantagione degli alberi fruttiferi secondo questa regola generale : nei terreni forti piantare più superficialmente che nei terreni leggieri. Si continuano i lavori di dissodamento, cominciati in autunno, approfondendosi più che nei lavori per le culture erbacee e togliendo con cura le radici vecchie e il legno imputridito.
Si lava con acqua di calce o con leggiera saponata la scorza dei vecchi alberi fruttiferi, dopo averla sbarazzata dalle muffe e dai licheni che vi crescono. Quando non gela, si può cominciare la potatura dei frutti a fioritura precoce, specialmente quella dei meli e dei peri deboli. Si possono potare anche gli alberi che portano frutto a nòcciolo, eccettuato il pesco, mentre si ritarda fino a marzo-aprile la potatura dei peri robusti e vigorosi. Se è necessario, si garantiscono contro i forti geli le pianticelle provenienti dalle semine d' autunno.
Nell' orto si prepara il terreno per seminare su costa o su strato caldo o tiepido o sotto vetriate piselli e fagioli primaticci, fave, insalate, radici, porri, cipolle, ecc. Si vanga, ma solamente quando il terreno non è troppo umido. Si concimano e si emendano i quadri per i legumi, e vangando si sotterra la calce e i composti minerali o vegetali preparati l’anno precedente. Si ammassa il letame destinato a fare degli strati o dei letti caldi. Si aprono le fosse per piantarvi, in marzo-aprile, gli sparagi. Verso la fine del mese si seminano all'aria libera o a piede d'un muro, a mezzogiorno, le fave e le cipolle. In caso di pioggia si scoprono i carciofi, perchè non imputridiscano; non bisogna però allontanare le foglie e la lettiera, finché sono a temersi i ghiacci. Pure verso la fine del mese si piantano le patate primaticce, specialmente della varietà marjolin. Si terminano i lavori di dissodamento. Si dispongono in solchi, per disgregarle , le terre che contengono un leggiero eccesso d' argilla.
Antonio.
Avete detto, nonno, che si deve attendere poco profitto dal grano seminato di gennaio ; perchè ?
Nonno Pietro.
Prima di tutto perchè il grano che si semina di gennaio, sentendo troppo freddo per potere subito germogliare, va a nascere anche una ventina di giorni dopo la sua sementa; poi il grano, nato così tardi, non può cestire; e finalmente perchè il grano seminato tardi va più soggetto dell' altro alla ruggine. E se mai la scampa, va a finire che il sole lo brucia prima che la sua spiga sia giunta a maturazione.
Martino.
In quanto ai piselli, non mi pare una coltivazione molto importante, giacché ne seminiamo appena pochi filari nell'orto.
Nonno Pietro.
E invece è una delle coltivazioni più produttive, se ci mettiamo d'accordo per farla in grande su molti poderi; perchè, potendo così assicurare una buona quantità di raccolto, si può chiedere al Comizio agrario del nostro circondario, che ci metta in corrispondenza con qualcuno di quei grossi commercianti, che mandano nei paesi lontani i prodotti del terreno. E non mi pare, caro Martino, sia difficile a capirsi da noi contadini che l' associazione è indispensabile al nostro interesse.
Martino.
Avete ragione, nonno; e già si vede che la diffidenza va a sparire tra noi. Ma ditemi, dove riescono meglio i piselli?
Nonno Pietro.
I piselli vengono benissimo nel nostro clima, e anche molto primaticci se coltivali in luoghi riparati ed esposti al mezzogiorno. Vogliono un terreno di natura calcareo-argillosa, leggiero e sciolto e non troppo fertile, e concimi bene scomposti, a preferenza di quelli freschi e grossi ; nelle terre troppo grasse , le piante producono steli e foglie in abbondanza, ma pochi frutti.
Antonio.
E come si seminano i piselli quando si coltivano in grande?
Nonno Pietro.
La semina deve essere fatta molto presto; in terreni asciutti, o che disseccano facilmente in primavera, sarà stata fatta in novembre o si farà ora in gennaio; in terreni freschi e profondi potrà farsi ai primi tepori di primavera. I semi nel terreno saranno disposti a mucchielti di 4-5, distanti 50-35 centimetri, in file lontane le une dalle altre 40 centimetri circa. Una copertura del terreno seminato, fatta con grosso letame o foglie secche, sarà sempre giovevole, perchè in inverno manterrà il terreno più caldo, in primavera contrasterà l'evaporazione.
Martino.
E dopo, che lavori occorrono ?
Nonno Pietro.
Quando le piantine avranno 10 centimetri d'altezza, saranno sarchiate e poco dopo rincalzate.
Martino.
M'immagino che ci saranno diverse qualità di piselli.
Nonno Pietro.
I piselli coltivati per il grande commercio sono da sgusciare, nani o quasi, e si coltivano con pochi sostegni. La più pregiata, per la qualità bellissima di granelli zuccherini da conserva, è la Mac-Lean verde rugosa, sono anche reputate e produttive le varietà nana d'Olanda e Bishop. Il pisello Telefono è rampicante.
I piselli vengono raccolti quando sono ancora verdi; e dopo si può fare una coltura estiva, anche di granturco.
Antonio.
Avete detto che in questo mese si coltra; è vero che in alcuni paesi non si conosce ancora questo modo di lavorare?
Nonno Pietro.
Pur troppo è vero. Ci sono dei paesi, nei quali sarebbe necessario un lavoro profondo e di poca spesa per arieggiare il terreno e portare poco a poco al di sopra quello buono, che sta giù sotto. E si lavorano ancora con l'aratro di legno, che smuove la terra senza rivoltarla; ma se ci mettessero un buon aratro di ferro, il suo coltello o coltro taglierebbe giù profondo la fetta di terra, il vomere entrandovi sotto la staccherebbe per piatto, e l'orecchio la farebbe salire in alto per la sua curva, finché, arrivata in cima, capitombolerebbe a pancia all'aria, lasciando le radici dell'erbe ai sole e le zolle disposte in modo, che l'aria vi potrebbe entrare sotto e d'intorno. Insomma, con un buon aratro di ferro, come l'aratro Sack e poi con l'uso, a suo tempo, dell'estirpatore e dell'erpice, si può preparare il terreno bene, come se si adoprasse la vanga; ma con gran risparmio di fatica, di tempo o di denaro.
Significato di coltro
Coltro [cól-tro] s.m. AGR Nell'aratro, lama di acciaio, posta davanti al vomere, che taglia la terra verticalmente - Varietà di aratro che taglia la terra rovesciandola soltanto da un lato
Dei coltri ve ne sono di varia forma, ma in sostanza, lavorano tutti allo stesso modo. Ciò che importa osservare, volendo acquistare uno di questi aratri, si è, che la sua costruzione sia tale da prestarsi per un lavoro molto profondo del terreno colla minor forza possibile. Vi è, per esempio, il coltro Carlevaro Dringoli, che, adoperato con un paio di bovi ed un par di vacche, fa un lavoro, che varia dai 35 ai 48 centimetri di profondità a seconda della tenacità del terreno. Ora , se al lavoro del coltro aggiungi quello del ripuntatore o della vanga ripuntatrice, ottieni uno scasso, che oscilla fra i 45 ed i 60 centimetri di profondità. Vi riuscirebbe , ragazzi . economicamente parlando, di fare questo po' po' di lavoro colla vanga ?
Martino,
la ripuntatura, alla quale avete accennato, che cos'è?
Nonno Pietro.
La ripuntatura consiste nell' approfondire lo scalzo del coltro per mezzo del ripuntatore o della vanga. Facendo questo lavoro col primo , occorre naturalmente un secondo paio di bestie, che lo tirino; ad un ettare di terreno si coltra e si ripunta in sedici ore, presso a poco, di lavoro. Ripuntando con la vanga, prima che il coltro ritorni nello stesso scalzo, questo si vanga alla lesta, gettando la terra sopra quella coltrata. In questo caso, per lavorare un ettare di terreno ci vorranno 28 ore, ammesso che i vangatori siano quattro. Del ripuntatore bisogna servirsene nei terreni argillosi (forti), perchè esso smuove la terra e la lascia stare nel fondo dello scalzo, mentre la vanga fa veramente bene per ripuntare nei terreni sottili.
Martino.
E perchè ciò?
Nonno Pietro.
Perchè nei terreni forti le acque non ne abbassarono tanto il concime, mentre in quelle sottili questo, trasportato dalle acque di filtrazione, discende fino al di sotto dello strato, che può smuoversi con il coltro. Prova, Martino, a coltrare e ripuntare, e poi vedrai come il tuo granturco sarà bello, quando quello del tuo vicino, che non ripuntò, arrabbierà dall'asciuttore.
Antonio.
Avete detto, nonno, che in questo mese si diciocca; non ci sarebbe modo di risparmiare tempo e fatica in questa operazione?
Nonno Pietro.
Dove la vendita dei ciocchi non compensa la spesa della loro cavatura, si possono bruciare nel terreno invece di tirarli fuori. Per far questo, bisogna in autunno, con una trivella, praticare dei fori profondi nella ceppaia che si vuol distruggere; in questi fori si versa una soluzione satura di nitrato di potassa (sal nitro) e si chiudono con tappi di legno. Se il gennaio corre asciutto, altrimenti bisogna aspettare la primavera, si levano i tappi e si versa nei fori del petrolio, al quale si dà fuoco. La ceppaia rimane tutta distrutta, e la cenere che vi resta, concima il terreno; gran bella cosa, specialmente se si tratta di mettervi viti o alberi fruttiferi.
Significato di ciocco
[ciòc-co]
s.m. (pl. -chi)
1 Grosso pezzo di legno da ardere, tagliato generalm. nel pedale dell'albero
fig. Restare come un ciocco, immobile per lo stupore
Dormire come un ciocco, profondamente
SIN. ceppo
2 fig. Persona balorda, tarda, sciocca
Antonio.
le fosse a girapoggio che si dovrebbero fare in collina, che roba sono?
Nonno Pietro.
Sono fosse larghe un'ottantina di centimetri e profonde una cinquantina, a seconda della quantità d'acqua che devono condurre, che parallele ed a distanza di metri 60 a 80 l'una dall'altra, secondo il pendio del terreno per cui si fanno, costeggiano il colle con una pendenza, che può variare, a seconda dei casi, dall'uno al due per cento. Per farle, a cottimo ed in terreno forte, si spende circa L. 10 ogni cento metri lineari.
Martino.
E qual è il vantaggio di queste fosse?
Nonno Pietro.
L'immenso vantaggio è il potere così padroneggiare le acque piovane, perchè ogni fossa non riceve che l'acqua della striscia di terra, che vi sta sopra. Così, dovendo percorrere pochi metri di terreno coltivato, non ha forza di far guasti, e poi scorre tanto dolcemente nelle fosse, che il fior di terra vi si deposita, per cui a suo tempo, spalandolo via, si restituisce ai campi.
Martino.
In questo mese, se corre asciutto, si dovrebbero eseguire, come avete detto, i lavori di drenaggio. Ma, ditemi un po', sono essi proprio necessari?
Nonno Pietro.
Il drenaggio o fognatura è indispensabile nei terreni umidi e acquitrinosi per fare scomparire il ristagno delle acque e poterli lavorare in ogni tempo e in ogni stagione; ma è anche utile nei terreni forti per arieggiarli e renderli più porosi, più adatti alla vita rigogliosa delle piante. Mi hanno assicurato, che gli agricoltori inglesi prendono a prestito forti somme per eseguire il drenaggio, che è per loro il primo passo in tutti i bonificamenti, e che permette un perfetto scolo dei terreni senza l'inconveniente di fossi e fossetti scoperti, che s'incrociano in tulle le direzioni, diminuiscono la superficie coltivabile e impacciano ne' lavori di coltura.
Martino.
E come si eseguisce il drenaggio?
Nonno Pietro.
Prima di tutto bisogna levar la pianta del terreno che si vuol drenare, e farne la livellazione, per stabilire dove si devono scavare i fossi principali di scolo. Poi si segua la rete delle fosse di drenaggio, più strette, che devono tutte sboccare nei fossi principali. Le fosse di drenaggio si scavano, seguendo l'inclinazione del terreno, con vanghe strette e lunghe, fino alla profondità di un metro od un metro e mezzo; se ne spiana attentamente il fondo, secondo la pendenza che si vuol dare al drenaggio. Queste fosse si possono fognare con sassi frantumati o con lastre di pietra, formando in questo caso un lungo tubo; ma sarà meglio, se si adoperano dei tubi in terra cotta, che si chiamano dreni.
Antonio.
Come diamine son fatti questi dreni?
Nonno Pietro.
I dreni sono cilindrici, o guarniti di un tallone piatto per posare sul terreno; qualche volta si abboccano semplicemente uno coll' altro, ma è meglio riunirli con un pezzo di tubo più grosso , che si chiama manicotto.
I dreni ordinari hanno un diametro interno di 5 o 4 centimetri e una lunghezza di 30 a 40 centimetri. L'acqua s'infiltra a traverso le pareti del dreno, e vi scorre dentro.
Martino.
Ma che distanza bisogna tenere fra le fosse di drenaggio?
Nonno Pietro.
Le manterrai più o meno lontane, secondo che, per la natura delle terre e per la profondità del sottosuolo, si può credere più o meno difficile il prosciugamento. In generale si sta tra i 10 ed i 15 metri , non di più.
Antonio.
Scusate, nonno , se salto un po' di palo in frasca. Ma avete detto che in questo mese si fanno i terricciati, e siccome....
Nonno Pietro.
E siccome noi si trascurano queste, come tante altre utilissime faccende, te ne dirò volentieri quattro parole.
Antonio.
Ed io le starò a sentire volentieri, anche se saranno otto.
Nonno Pietro.
Molti credono di non potere aumentare i concimi del podere, se non aumentano il bestiame nella stalla. E siccome il poco letame che hanno, produce a loro poco foraggio; e siccome sono tempi tristi per metter fuori denari, si abbandonano allo sgomento, e tirano avanti alla peggio. Il rimedio sta tutto nella concimazione economica del prato. E per eseguire questa concimazione, bisogna prepararsi i terricciati. Ammassiamo nel corso dell'anno tutte quelle sostanze, che ora si disperdono: le spazzature di casa e del cortile, gli avanzi di cucina, le acque grasse, la segatura di legno, le foglie, le erbacce, gli avanzi di paglia e di loppe che restano dopo la trebbiatura, le vinacce, il cenerone e il ranno, la fuliggine, le cavature dei fossi, il fango o la polvere delle strade e tante altre che ti potrei rammentare. Stratifichiamo tutte queste sostanze con terraglie non sia mai stata lavorata, e facciamo così dei gran cumuli di forma regolare, frammischiandovi, se si può, del letame di stalla, degli escrementi umani, del calcinaccio, del gesso e meglio del perfosfato di calce; questi ammassi si curano come quelli del letame, cioè si riparano con tettoie, si annaffiano con orine o con acqua e si rivoltano. Avremo così del buon concime per i nostri prati, e non ci costerà che molta attenzione, poca fatica e meno spesa.
Martino.
Mi pare che diciate benissimo, caro nonno, e vedrete, che d'ora in avanti fabbricheremo anche noi i nostri terricciati.
Intanto batterono dieci ore alla pendola di cucina , e nonno Pietro si alzò per il primo, rammentando a tutti che era tempo di andare a letto; io me ne andai avvoltolato nel mantello, scambiando con tutti strette di mano ed auguri di buona notte.
Tratto da MANUALE DI AGRICOLTURA PRATICA AD USO DELLE SCUOLE RURALI PREMIATO dalla Regia Accademia Virgiliana di Mantova - CONVERSAZIONI AGRICOLE E ZOOTECNICHE di R. DRINGOLI agricoltore e G. ROSSI veterinario - MILANO Tip. e Libr. Editrice Ditta Giacomo Agnelli Via Santa Margherita, 2 - Anno 1886
I NATUFIANI - Com’è nata l’agricoltura?
I NATUFIANI - Com’è nata l’agricoltura?
Per saperlo insieme faremo un grande viaggio nel passato per scoprirlo.
I nostri antenati nell’ultima era glaciale
L’ultima era glaciale è durata 25mila anni e i nostri antenati sono sopravvissuti al freddo del ghiaccio nutrendosi di quello che raccoglievano o che riuscivano a cacciare. I nostri antenati erano dei cacciatori – raccoglitori!
Per vivere di quello che raccoglievano e cacciavano erano costretti a viaggiare, avevano pochi bagagli e portavano con loro i bambini che vivevano nella precarietà rischiando di morire di fame.
I nostri antenati non riuscivano mai a stabilirsi in un posto. Erano dei nomadi.
La rivoluzione neolitica
La rivoluzione che questi nostri progenitori misero in atto nell’età della pietra ha di fatto messo le basi per la nostra civiltà.
Tutto cominciò quando il clima iniziò a cambiare e questo è avvenuto circa 15mila anni fa. I ghiacciai si sciolsero, e l’acqua che cominciò a scorrere nei fiumi arrivando nelle valli fece di fatto rivivere il nostro pianeta.
La mezza luna fertile
Uno dei posti più adatti alla vita dei nostri antenati è il territorio che abbiamo chiamato mezza luna fertile che si estende dalla zona della odierna Palestina sino ad arrivare all’Iraq. I questo territorio le colline erano tutte con gli alberi e la vegetazione diveniva sempre più lussureggiante man mano che il clima migliorava. In queste zone boscose vivendo e si riproducevano moltissime piante commestibili (eduli). Grazie a queste piante gli animali si nutrivano e prosperavano sia sulle montagne che nelle fertili pianure. Tale situazione richiamo i cacciatori – raccoglitori perché il territorio era in grado di garantire il cibo per la loro vita.
La scoperta dei cereali e dei legumi
In questo territorio i nostri antenati scoprirono una vasta famiglia di piante i cereali e i legumi che insieme hanno reso possibile il progresso dell’umanità. Dorothy Annie Elizabeth Garrod sul Monte Carmelo fece importanti scoperte in campo paleo-antropologico tra le quali la scoperta di una popolazione che visse in quel luogo circa 12mila anni fa che lei chiamò NATUFIANI.
Il ritrovamento di un falcetto
In quel sito archeologico si trovò un attrezzo composto da un manico di osso che ospitava delle taglienti schegge di selce. Tra quelle schegge vi erano i resti di un’antica specie di frumento. Quell’oggetto ritrovato era un falcetto! In pratica i Natufiani avevano progettato un attrezzo che doveva tagliare l’erba. La scoperta di questo attrezzo fece dedurre che i Natufiani raccoglievano i cereali in grande quantità. In pratica in un periodo dell’anno, sempre lo stesso, ovvero quello dell’estate quando i cereali maturano, i Natufiani trovavano queste piante in grandi quantità. Non tutte le piante erano commestibili, ma i Natufiani riuscirono a selezionare tutte le specie utili. Quelle più utili di tutte erano l’orzo e il frumento!
Il raccolto cambiò il modo di vivere dei Natufiani
I Natufiani erano ancora semi Nomadi e lavoravano riuniti in piccoli gruppi familiari. Ogni giorno dovevano trasportare tutto quello che avevano raccolto. Proprio per questa nuova attività cambiò il modo di vivere dei Natufiani. I Natufiani vissuti 12mila anni fa, quindi dopo l’uomo di Neanderthal e quello di Cromagnon che dipingeva le caverne, inventarono l’agricoltura e pur continuando a vivere da raccoglitori – cacciatori integrano la loro dieta con l’orzo e il grano e i legumi. Si badi bene: non coltivano queste piante, i Natufiani di limitano a raccoglierle selvatiche e si costruiscono persino dei falcetti per facilitare la raccolta del grano.
Come vivevano i Natufiani?
All’interno ogni capanna aveva il proprio focolare dove il cibo veniva cotto su pietre bollenti. Cacciavano i grandi animali nelle savane e si spostavano seguendo il ritmo delle stagioni vagando per intere settimane. Usavano la selce da cui ricavavano delle lame per i diversi attrezzi. Iniziarono a stabilirsi vicino alle riserve di cibo, soprattutto alle prime VARIETA’ SELVATICHE DI CEREALI.
Il biscotto grezzo ovvero il primo pane
I Natufiani avendo a disposizione questi primi cereali non potevano ancora fare il pane ma cuocevano un biscotto grezzo. Insomma una specie di frittella può essere considerata l’antenata dell’odierno pane azzimo. I chicchi di cereali dovevano essere macinati per bene perché in questo modo si impediva che i denti fossero consumati da chicchi troppo duri. I cibo che i Natufiani conservavano era un tesoro perché rappresentava la possibilità di condividere, festeggiare e tenere unito il clan. I cereali immagazzinati non erano sufficienti a garantire la sopravvivenza e istintivamente crearono una dieta bilanciata composta da frutta, verdure, carne e amidi.
L’evoluzione delle piante
Senza volerlo questa azione dei Natufiani alterò l’evoluzione futura delle piante poiché sceglievano e portavano a casa le migliori, le più grandi e le più dolci. I Natufiani forse basavano al loro convivenza sulla condivisione d sui doni. Tutto quanto ho scritto si basa su dati e su reperti che hanno ritrovato gli archeologi.
La consistenza dei Natufiani
Si calcola che questa popolazione fosse costituita al massimo da mille famiglie sparse tra le aree attuali della Palestina, Israele, Giordania e Siria. Ogni villaggio dei Natufiani contava al massimo 25 – 50 persone. In pratica da questi dati degli archeologi emerge che la sedentarietà è accaduta prima della produzione del cibo con l’agricoltura e dell’allevamento.
Lo stile di vita natufiano è continuato per 2.500 anni poi improvvisamente in meno di 10 anni scompare.
Un cataclisma inventa l’agricoltura
Non è l’uomo che ha deciso di inventare l’agricoltura ma è il clima del pianeta che hanno obbligato l’uomo. L’alternativa all’agricoltura sarebbe stata la morte. Ma di questo scriverò la prossima volta. A presto amici per scoprire com’è nata l’agricoltura!
di Antonio Bruno
ATTENZIONE CONTINUA IN "IL GRANDE CONGELAMENTO DI 12MILA E 900 ANNI FA"
http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2012/01/il-grande-congelamento-di-12mila-e-900.html
Bibliografia
Ulisse La nascita della civiltà andata in onda sabato 14 maggio 2011 alle 21.30
Marisa Uberti, Le donne nell'archeologia
Pierluigi Montalbano, Natufiani e neolitici si incontrarono?
Natufiano, http://www.treccani.it/enciclopedia/natufiano/
Dispense della Cattedra di Preistoria e Protostoria dell'Università degli Studi di Milano
Per saperlo insieme faremo un grande viaggio nel passato per scoprirlo.
I nostri antenati nell’ultima era glaciale
L’ultima era glaciale è durata 25mila anni e i nostri antenati sono sopravvissuti al freddo del ghiaccio nutrendosi di quello che raccoglievano o che riuscivano a cacciare. I nostri antenati erano dei cacciatori – raccoglitori!
Per vivere di quello che raccoglievano e cacciavano erano costretti a viaggiare, avevano pochi bagagli e portavano con loro i bambini che vivevano nella precarietà rischiando di morire di fame.
I nostri antenati non riuscivano mai a stabilirsi in un posto. Erano dei nomadi.
La rivoluzione neolitica
La rivoluzione che questi nostri progenitori misero in atto nell’età della pietra ha di fatto messo le basi per la nostra civiltà.
Tutto cominciò quando il clima iniziò a cambiare e questo è avvenuto circa 15mila anni fa. I ghiacciai si sciolsero, e l’acqua che cominciò a scorrere nei fiumi arrivando nelle valli fece di fatto rivivere il nostro pianeta.
La mezza luna fertile
Uno dei posti più adatti alla vita dei nostri antenati è il territorio che abbiamo chiamato mezza luna fertile che si estende dalla zona della odierna Palestina sino ad arrivare all’Iraq. I questo territorio le colline erano tutte con gli alberi e la vegetazione diveniva sempre più lussureggiante man mano che il clima migliorava. In queste zone boscose vivendo e si riproducevano moltissime piante commestibili (eduli). Grazie a queste piante gli animali si nutrivano e prosperavano sia sulle montagne che nelle fertili pianure. Tale situazione richiamo i cacciatori – raccoglitori perché il territorio era in grado di garantire il cibo per la loro vita.
La scoperta dei cereali e dei legumi
In questo territorio i nostri antenati scoprirono una vasta famiglia di piante i cereali e i legumi che insieme hanno reso possibile il progresso dell’umanità. Dorothy Annie Elizabeth Garrod sul Monte Carmelo fece importanti scoperte in campo paleo-antropologico tra le quali la scoperta di una popolazione che visse in quel luogo circa 12mila anni fa che lei chiamò NATUFIANI.
Il ritrovamento di un falcetto
In quel sito archeologico si trovò un attrezzo composto da un manico di osso che ospitava delle taglienti schegge di selce. Tra quelle schegge vi erano i resti di un’antica specie di frumento. Quell’oggetto ritrovato era un falcetto! In pratica i Natufiani avevano progettato un attrezzo che doveva tagliare l’erba. La scoperta di questo attrezzo fece dedurre che i Natufiani raccoglievano i cereali in grande quantità. In pratica in un periodo dell’anno, sempre lo stesso, ovvero quello dell’estate quando i cereali maturano, i Natufiani trovavano queste piante in grandi quantità. Non tutte le piante erano commestibili, ma i Natufiani riuscirono a selezionare tutte le specie utili. Quelle più utili di tutte erano l’orzo e il frumento!
Il raccolto cambiò il modo di vivere dei Natufiani
I Natufiani erano ancora semi Nomadi e lavoravano riuniti in piccoli gruppi familiari. Ogni giorno dovevano trasportare tutto quello che avevano raccolto. Proprio per questa nuova attività cambiò il modo di vivere dei Natufiani. I Natufiani vissuti 12mila anni fa, quindi dopo l’uomo di Neanderthal e quello di Cromagnon che dipingeva le caverne, inventarono l’agricoltura e pur continuando a vivere da raccoglitori – cacciatori integrano la loro dieta con l’orzo e il grano e i legumi. Si badi bene: non coltivano queste piante, i Natufiani di limitano a raccoglierle selvatiche e si costruiscono persino dei falcetti per facilitare la raccolta del grano.
Come vivevano i Natufiani?
All’interno ogni capanna aveva il proprio focolare dove il cibo veniva cotto su pietre bollenti. Cacciavano i grandi animali nelle savane e si spostavano seguendo il ritmo delle stagioni vagando per intere settimane. Usavano la selce da cui ricavavano delle lame per i diversi attrezzi. Iniziarono a stabilirsi vicino alle riserve di cibo, soprattutto alle prime VARIETA’ SELVATICHE DI CEREALI.
Il biscotto grezzo ovvero il primo pane
I Natufiani avendo a disposizione questi primi cereali non potevano ancora fare il pane ma cuocevano un biscotto grezzo. Insomma una specie di frittella può essere considerata l’antenata dell’odierno pane azzimo. I chicchi di cereali dovevano essere macinati per bene perché in questo modo si impediva che i denti fossero consumati da chicchi troppo duri. I cibo che i Natufiani conservavano era un tesoro perché rappresentava la possibilità di condividere, festeggiare e tenere unito il clan. I cereali immagazzinati non erano sufficienti a garantire la sopravvivenza e istintivamente crearono una dieta bilanciata composta da frutta, verdure, carne e amidi.
L’evoluzione delle piante
Senza volerlo questa azione dei Natufiani alterò l’evoluzione futura delle piante poiché sceglievano e portavano a casa le migliori, le più grandi e le più dolci. I Natufiani forse basavano al loro convivenza sulla condivisione d sui doni. Tutto quanto ho scritto si basa su dati e su reperti che hanno ritrovato gli archeologi.
La consistenza dei Natufiani
Si calcola che questa popolazione fosse costituita al massimo da mille famiglie sparse tra le aree attuali della Palestina, Israele, Giordania e Siria. Ogni villaggio dei Natufiani contava al massimo 25 – 50 persone. In pratica da questi dati degli archeologi emerge che la sedentarietà è accaduta prima della produzione del cibo con l’agricoltura e dell’allevamento.
Lo stile di vita natufiano è continuato per 2.500 anni poi improvvisamente in meno di 10 anni scompare.
Un cataclisma inventa l’agricoltura
Non è l’uomo che ha deciso di inventare l’agricoltura ma è il clima del pianeta che hanno obbligato l’uomo. L’alternativa all’agricoltura sarebbe stata la morte. Ma di questo scriverò la prossima volta. A presto amici per scoprire com’è nata l’agricoltura!
di Antonio Bruno
ATTENZIONE CONTINUA IN "IL GRANDE CONGELAMENTO DI 12MILA E 900 ANNI FA"
http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2012/01/il-grande-congelamento-di-12mila-e-900.html
Archeozoologia la domesticazione degli animali
http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2012/01/archeozoologia-la-domesticazione-degli.htmlBibliografia
Ulisse La nascita della civiltà andata in onda sabato 14 maggio 2011 alle 21.30
Marisa Uberti, Le donne nell'archeologia
Pierluigi Montalbano, Natufiani e neolitici si incontrarono?
Natufiano, http://www.treccani.it/enciclopedia/natufiano/
Dispense della Cattedra di Preistoria e Protostoria dell'Università degli Studi di Milano
Pubblicato da
Associazione dei Dottori in Agraria e Forestali della Provincia di Lecce (Adaf Lecce)
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Nascita dell'agricoltura,
Natufiani
mercoledì 4 gennaio 2012
A gennaio i lavori nell'orto
A gennaio i lavori nell'orto
Se il gelo non ha indurito il terreno, l'ortolano può procedere al dissodamento delle aiuole destinate a ricevere le seminagioni primaverili.
Si darà cura di sistemare i fossi di scolo, ammucchiare nell'orto il concime, cui aggiungerà lo espurgo del fossi, e di provvedere alla rimondatura e rassettamento delle siepi.
In questo mese, in cui le culture ortive richiedono poco lavoro, l'ortolano ne approfitterà per fare qualche ammendamento al terreno; così, a seconda dello esigenze delle coltivazioni che intende intraprendere, può
mescolare alla terra dei correttivi, e modificarne, conseguentemente, la consistenza. Se il terreno fosse troppo umido, potrà mediante una razionale rete di canali, rendere più agevole lo smaltimento dell'eccesso di umidità.
Se l'orto è circondato da muri, lungo i muri, preferibilmente quelli esposti a mezzodì, si dispone il terreno a costiere; con le quali si viene a dare a quei tratti di terreno una certa inclinazione che, senza dubbio, ne migliora l'esposizione.
Si preparano i letti caldi, cassoni per colture forzate, e si ammanniscono terricciati. In ultimo, l'ortolano diligente deve provvedere a riparare e a mantenere sempre in buon assetto tutti gli strumenti da lavoro.
Nei paesi meridionali, così in costiere e in siti ben esposti, comincia la semina dei piselli primaticci, delle fave, degli spinaci, delle lattughe, dei ravanelli, delle rape, del prezzemolo, delle cipolle.
Si seminano su letto caldo carote precoci pomodori, cedriuoli, cocomeri, poponi, avendo poi cura di riparare, con apposite coperture, le piantine, e difenderle, in tal guisa, dai rigori dell'inverno.
Nei luoghi caldi, si trapiantano cavoli primaticci, cavolfiori, cipolle.
Si concimano in copertura le asparagiaie e si forzano le fragole.
Si raccolgono i cardi, i porri, i sedani, gli spinaci, i cavoli, le carote, le lattughe d'inverno, i finocchi.
Se il gelo non ha indurito il terreno, l'ortolano può procedere al dissodamento delle aiuole destinate a ricevere le seminagioni primaverili.
Si darà cura di sistemare i fossi di scolo, ammucchiare nell'orto il concime, cui aggiungerà lo espurgo del fossi, e di provvedere alla rimondatura e rassettamento delle siepi.
In questo mese, in cui le culture ortive richiedono poco lavoro, l'ortolano ne approfitterà per fare qualche ammendamento al terreno; così, a seconda dello esigenze delle coltivazioni che intende intraprendere, può
mescolare alla terra dei correttivi, e modificarne, conseguentemente, la consistenza. Se il terreno fosse troppo umido, potrà mediante una razionale rete di canali, rendere più agevole lo smaltimento dell'eccesso di umidità.
Se l'orto è circondato da muri, lungo i muri, preferibilmente quelli esposti a mezzodì, si dispone il terreno a costiere; con le quali si viene a dare a quei tratti di terreno una certa inclinazione che, senza dubbio, ne migliora l'esposizione.
Si preparano i letti caldi, cassoni per colture forzate, e si ammanniscono terricciati. In ultimo, l'ortolano diligente deve provvedere a riparare e a mantenere sempre in buon assetto tutti gli strumenti da lavoro.
Nei paesi meridionali, così in costiere e in siti ben esposti, comincia la semina dei piselli primaticci, delle fave, degli spinaci, delle lattughe, dei ravanelli, delle rape, del prezzemolo, delle cipolle.
Si seminano su letto caldo carote precoci pomodori, cedriuoli, cocomeri, poponi, avendo poi cura di riparare, con apposite coperture, le piantine, e difenderle, in tal guisa, dai rigori dell'inverno.
Nei luoghi caldi, si trapiantano cavoli primaticci, cavolfiori, cipolle.
Si concimano in copertura le asparagiaie e si forzano le fragole.
Si raccolgono i cardi, i porri, i sedani, gli spinaci, i cavoli, le carote, le lattughe d'inverno, i finocchi.
I lavori di gennaio nel frutteto
I lavori di gennaio nel frutteto
Nelle località bene esposte si compiono zappature superficiali frammezzo le piante; con l'avvertenza, però, che siano eseguite con molta cura per non danneggiare le radici.
Là dove il clima sia mite, si dissoda profondamente il terreno e si preparano le fosse per le nuove piantagioni.
Nei luoghi più freddi, si approfitta di qualche giornata relativamente calma, per eseguirei lavori di dissodamento o le zappature; come pure il coprire, con paglia o strame, qualche tratto di terreno allo scopo di impedire che il gelo l'indurisca, è, certamente, una pratica da non proscriversi.
Ove il frutticultore lo reputi necessario, potrà concimare e fare qualche ammendamento al terreno.
A proposito delle nuove piantagioni, è utile tener presente che esse vanno fatte con criteri razionali, e che il lavoro deve essere subordinato alle condizioni di clima e di suolo: così nei luoghi freddi e in terreni tenaci ed umidi, le piante mettonsi superficialmente, ovvero entroterra se si operi in condizioni opposte.
Se la stagione corre favorevole, si slegano quelle piante cui fu dato dei sostegni e si ripuliscono recidendo il legno secco e le estremità di quei rami irregolarmente tagliati. Comincia la potatura delle piante a fioritura precoce.
Ove non vi sia difetto di manodopera, così nei piccoli frutteti, alla potatura seguono altri lavori, intesi specialmente a difendere le piante dagli insetti: essi, d'ordinario, consistono nel raschiare i tronchi ed i rami primari: nel lavarli con acqua leggermente caustica o antisettica ed aspergerli con latte di calce; e infine nel dare qualche po' di concime al piede delle piante, procurando che le radici vengano areate.
Oltre i lavori del terreno e di coltivazione, il frutticultore nelle giornate molto rigide, può impiegare il suo tempo preparando pali, legacci e quant'altro gli potrà necessitare in seguito.
martedì 3 gennaio 2012
Cosa fare alla foresta degli ulivi del Salento leccese nel mese gennaio
Cosa fare alla foresta degli ulivi del Salento leccese nel mese gennaio
Fase di riposo vegetativo degli alberi di olivo
A Gennaio nella provincia di Lecce il sole sorge dalle 7 alle 7 e 30 e tramonta dalle 16 e 30 alle 17 le temperature vanno da un minimo di 5 – 10 gradi a un massimo di 15 gradi è questa situazione meteorologica che determina la fase di riposo vegetativo degli alberi di olivo che rallentano le attività fisiologiche.
La raccolta delle olive da terra prosegue
Nel Salento leccese le olive sono state raccolte completamente se ciò è avvenuto direttamente dall’albero con l’ausilio di macchine agevolatrici o, più raramente, con gli scuotitori meccanici. La raccolta invece prosegue anche nel mese di gennaio se le olive vengono raccolte da terra con l’ausilio delle scopatici meccaniche.
Trattamenti con prodotti a base di rame
Trattamenti a base di prodotti rameici negli oliveti potati o che hanno subito spollonature o slupature o che abbiano subito danni meccanici a causa delle grandinate. I prodotti a base di rame disinfettano le ferite presenti nell’olivo.
Nei casi in cui l’olivo è stato attaccato duramente dalla lebbra provocata dal fungo Colletotrichum gloeosporioides, caratterizzato da conidi unicellulari prodotti da conidiofori fittamente affiancati, raccolti in acervuli., è opportuno effettuare un trattamento a base di rame per contribuire a ridurre la carica infettiva del fungo.
Concimazione minerale
Nessuna concimazione poiché l’albero di olivo è, come ho scritto prima, nella fase di riposo vegetativo.
Procedere alla concimazione organica
Consiglio di procedere adesso alla concimazione organica. Utilizzare quelli di buona qualità che hanno una quantità di carbonio di oltre il 15%. Meglio sarebbe utilizzare un ammendante organico. Ricordo a me stesso che un concime orbganico nutre la pianta, mentre l'ammendante nutre la terra ed è ricco di sostanza organica. Stiamo attenti a somministrare al terreno sostanza organica che sia soprattutto cellulosa (foglie e legno che si trasforma in humus) e non residui della macellazione.
La sostanza organica da un grande apporto alle caratteristiche fisiche del terreno, rendendolo meno compatto ed asfittico. Fornisce, inoltre, nutrimento per la microflora ed aiuta anche la chimica del terreno poiché da massa organica si trasforma anche in minerali come fosforo ed azoto che come tutti sappiamo sono i nutrienti delle piante.
di Antonio Bruno
Fase di riposo vegetativo degli alberi di olivo
A Gennaio nella provincia di Lecce il sole sorge dalle 7 alle 7 e 30 e tramonta dalle 16 e 30 alle 17 le temperature vanno da un minimo di 5 – 10 gradi a un massimo di 15 gradi è questa situazione meteorologica che determina la fase di riposo vegetativo degli alberi di olivo che rallentano le attività fisiologiche.
La raccolta delle olive da terra prosegue
Nel Salento leccese le olive sono state raccolte completamente se ciò è avvenuto direttamente dall’albero con l’ausilio di macchine agevolatrici o, più raramente, con gli scuotitori meccanici. La raccolta invece prosegue anche nel mese di gennaio se le olive vengono raccolte da terra con l’ausilio delle scopatici meccaniche.
Trattamenti con prodotti a base di rame
Trattamenti a base di prodotti rameici negli oliveti potati o che hanno subito spollonature o slupature o che abbiano subito danni meccanici a causa delle grandinate. I prodotti a base di rame disinfettano le ferite presenti nell’olivo.
Nei casi in cui l’olivo è stato attaccato duramente dalla lebbra provocata dal fungo Colletotrichum gloeosporioides, caratterizzato da conidi unicellulari prodotti da conidiofori fittamente affiancati, raccolti in acervuli., è opportuno effettuare un trattamento a base di rame per contribuire a ridurre la carica infettiva del fungo.
Concimazione minerale
Nessuna concimazione poiché l’albero di olivo è, come ho scritto prima, nella fase di riposo vegetativo.
Procedere alla concimazione organica
Consiglio di procedere adesso alla concimazione organica. Utilizzare quelli di buona qualità che hanno una quantità di carbonio di oltre il 15%. Meglio sarebbe utilizzare un ammendante organico. Ricordo a me stesso che un concime orbganico nutre la pianta, mentre l'ammendante nutre la terra ed è ricco di sostanza organica. Stiamo attenti a somministrare al terreno sostanza organica che sia soprattutto cellulosa (foglie e legno che si trasforma in humus) e non residui della macellazione.
La sostanza organica da un grande apporto alle caratteristiche fisiche del terreno, rendendolo meno compatto ed asfittico. Fornisce, inoltre, nutrimento per la microflora ed aiuta anche la chimica del terreno poiché da massa organica si trasforma anche in minerali come fosforo ed azoto che come tutti sappiamo sono i nutrienti delle piante.
di Antonio Bruno
lunedì 2 gennaio 2012
Gennaio: cosa fare nel vigneto e nella cantina
Gennaio: cosa fare nel vigneto e nella cantina
Continuo a proporre i consigli ed i suggerimenti contenuti nel il primo Almanacco Italiano del 1896 sicuro come sono che solo conoscendo ciò che facevano i nostri padri potremo fare meglio ciò che ci proponiamo di fare oggi.
La vigna
In questo mese, atteso il rigore della stagione, i lavori della vigna sì riducono a ben poca cosa. Nei luoghi in cui le intemperie non si succedano con frequenza tale da impedire al vignaiuolo qualsiasi lavoro all'aria libera, ed ove il gelo permetta di eseguire i lavori, si attende al dissodamento di quei tratti di terreno destinato alle nuovo piantagioni. Ed è sempre buona pratica, dopo i lavori profondi, di non ispianare con la zappa la terra, che, altrimenti, non si gioverebbe dell'azione dei geli e disgeli.
L'alternanza fra periodi di gelo e disgelo ha anche degli importanti effetti fisici sul profilo di un terreno, producendo le cosiddette crioturbazioni si riferisce alla mescolanza di materiali compresi nei vari livelli del suolo fino alla roccia in posto a causa del processo ripetuto di gelo e disgelo).
Ove però le giornate corrano fredde e piovose, il vignaiuolo deve impiegare il suo tempo in altre occupazioni, quali la preparazione dei pali da sostegno e dei vimini per la prossima potatura.
E, soprattutto, non trascurerà di tenere in buon ordine gli strumenti e quant'altro potrà occorrergli; affinché, appena le condizioni climatiche glielo permettano, possa, senza ulteriore indugio, dar mano ai lavori ordinari
In cantina
I lavori di cantina, in questo mese, si riducono a ben pochi, quando però i vini siano stati ben confezionati e conservati in vasi e locali sani. In ogni caso, un'accurata ispezione ai vini si rende indispensabile; poiché talvolta avviene che altre cause concorrano a far subire ai vini delle alterazioni, cui il cantiniere deve senz'altro provvedere, con opportuni rimedi, a prevenirle e, se mai esse siansi manifestate, a curarle.
Fra le principali alterazioni, causate da parassiti vegetali, notiamo la fioretta, l'acescenza, l'amarore, le fermentazioni viscosa, lattica, tartarica, ecc.
La fioretta
si manifesta con la formazione di un sottile strato bianco o rosa sulla superficie del vino, in seguito diventa sempre più spesso fino a che non si stacca e precipita sul fondo, a questo punto in superficie se ne crea uno nuovo. Il vino ammalato di fioretta dapprima non si altera troppo, ma poi comincia a prendere quel inconfondibile sapore d'aceto e a perdere la sua gradazione alcolica.
I vini poco alcoolici e tenuti a lungo esposti all'aria sono soggetti alla fioretta; essa è cagionata dalla presenza di un fungo, il Myroderma vini, che trasforma l'alcool in acqua ed acido carbonico; a prevenirla, gioverà colmare le botti o travasare il vino, quando la colmatura non sia possibile, in recipienti più piccoli ben solforati; a combatterla, si usa chiarificare, solforare ed aggiungere alcool.
L’acescenza
è la malattia più diffusa e pericolosa, infatti, se diagnosticata in fase avanzata, ha effetti irreversibili, in altre parole non ci sono rimedi. Si presenta come uno strato bianco-grigio sulla superficie del vino di odore acetoso. In seguito lo strato precipita sul fondo e incomincia a dare odore e sapore di aceto e a schiarire. Per prevenire tale malattia bisogna come sempre attenersi a tutte le norme di igiene, avendo cura di scartare in vendemmia tutti i grappoli marci e acetosi.
L' acescenza si manifesta per la presenza di un altro parassita, il Mycoderma aceti, il quale trasforma l'alcool in acqua ed acido acetico. La prolungata fermentazione in tini aperti, il lasciare a lungo le vinacce a galleggiare sul mosto, e, per conseguenza al contatto dell'aria, la conservazione del vino in vasi inaciditi, i travasi fatti inopportunamente, sono le principali cause che provocano
l' acescenza. Essa si combatte, generalmente, travasando il vino in botti fortemente solforate ; se l’alterazione è avanzata, il vino può utilizzarsi trasformandolo in aceto ovvero ricavandone l’alcool con la distillazione.
L’amarore
Si tratta della degradazione del glicerolo da parte dei batteri lattici, con formazione di acroleina, responsabile del gusto amaro (amarore). Questa malattia si accompagna ovviamente ad un aumento dell’acidità volatile. E’ in via di sparizione.
L' amarore rende il vino torbido o di sapore amarissimo, piccante. I travasamenti ritardati, i mosti acerbi ed acquosi, l'imbottigliamento inopportuno o fatto con poca cura, favoriscono l'amarore che si manifesta nel vino con precipitato filamentoso. Giovano i travasamenti, le chiarificazioni e qualche piccola aggiunta di tannino ed acido tartarico. Del resto, sia a prevenire che a combattere le fermentazioni, come le altre alterazioni del vino quali il grassume, il rancidume, l'intorbidamento, l'odore di botte, di muffe, di acido solfidrico, ecc., il cantiniere provvederà con filtrazioni, chiarificazioni, travasi, aggiunte di altre sostanze, ecc., secondo i casi e secondo le norme ed i precetti consigliati dall'enologia.
Continuo a proporre i consigli ed i suggerimenti contenuti nel il primo Almanacco Italiano del 1896 sicuro come sono che solo conoscendo ciò che facevano i nostri padri potremo fare meglio ciò che ci proponiamo di fare oggi.
La vigna
In questo mese, atteso il rigore della stagione, i lavori della vigna sì riducono a ben poca cosa. Nei luoghi in cui le intemperie non si succedano con frequenza tale da impedire al vignaiuolo qualsiasi lavoro all'aria libera, ed ove il gelo permetta di eseguire i lavori, si attende al dissodamento di quei tratti di terreno destinato alle nuovo piantagioni. Ed è sempre buona pratica, dopo i lavori profondi, di non ispianare con la zappa la terra, che, altrimenti, non si gioverebbe dell'azione dei geli e disgeli.
L'alternanza fra periodi di gelo e disgelo ha anche degli importanti effetti fisici sul profilo di un terreno, producendo le cosiddette crioturbazioni si riferisce alla mescolanza di materiali compresi nei vari livelli del suolo fino alla roccia in posto a causa del processo ripetuto di gelo e disgelo).
Ove però le giornate corrano fredde e piovose, il vignaiuolo deve impiegare il suo tempo in altre occupazioni, quali la preparazione dei pali da sostegno e dei vimini per la prossima potatura.
E, soprattutto, non trascurerà di tenere in buon ordine gli strumenti e quant'altro potrà occorrergli; affinché, appena le condizioni climatiche glielo permettano, possa, senza ulteriore indugio, dar mano ai lavori ordinari
In cantina
I lavori di cantina, in questo mese, si riducono a ben pochi, quando però i vini siano stati ben confezionati e conservati in vasi e locali sani. In ogni caso, un'accurata ispezione ai vini si rende indispensabile; poiché talvolta avviene che altre cause concorrano a far subire ai vini delle alterazioni, cui il cantiniere deve senz'altro provvedere, con opportuni rimedi, a prevenirle e, se mai esse siansi manifestate, a curarle.
Fra le principali alterazioni, causate da parassiti vegetali, notiamo la fioretta, l'acescenza, l'amarore, le fermentazioni viscosa, lattica, tartarica, ecc.
La fioretta
si manifesta con la formazione di un sottile strato bianco o rosa sulla superficie del vino, in seguito diventa sempre più spesso fino a che non si stacca e precipita sul fondo, a questo punto in superficie se ne crea uno nuovo. Il vino ammalato di fioretta dapprima non si altera troppo, ma poi comincia a prendere quel inconfondibile sapore d'aceto e a perdere la sua gradazione alcolica.
I vini poco alcoolici e tenuti a lungo esposti all'aria sono soggetti alla fioretta; essa è cagionata dalla presenza di un fungo, il Myroderma vini, che trasforma l'alcool in acqua ed acido carbonico; a prevenirla, gioverà colmare le botti o travasare il vino, quando la colmatura non sia possibile, in recipienti più piccoli ben solforati; a combatterla, si usa chiarificare, solforare ed aggiungere alcool.
L’acescenza
è la malattia più diffusa e pericolosa, infatti, se diagnosticata in fase avanzata, ha effetti irreversibili, in altre parole non ci sono rimedi. Si presenta come uno strato bianco-grigio sulla superficie del vino di odore acetoso. In seguito lo strato precipita sul fondo e incomincia a dare odore e sapore di aceto e a schiarire. Per prevenire tale malattia bisogna come sempre attenersi a tutte le norme di igiene, avendo cura di scartare in vendemmia tutti i grappoli marci e acetosi.
L' acescenza si manifesta per la presenza di un altro parassita, il Mycoderma aceti, il quale trasforma l'alcool in acqua ed acido acetico. La prolungata fermentazione in tini aperti, il lasciare a lungo le vinacce a galleggiare sul mosto, e, per conseguenza al contatto dell'aria, la conservazione del vino in vasi inaciditi, i travasi fatti inopportunamente, sono le principali cause che provocano
l' acescenza. Essa si combatte, generalmente, travasando il vino in botti fortemente solforate ; se l’alterazione è avanzata, il vino può utilizzarsi trasformandolo in aceto ovvero ricavandone l’alcool con la distillazione.
L’amarore
Si tratta della degradazione del glicerolo da parte dei batteri lattici, con formazione di acroleina, responsabile del gusto amaro (amarore). Questa malattia si accompagna ovviamente ad un aumento dell’acidità volatile. E’ in via di sparizione.
L' amarore rende il vino torbido o di sapore amarissimo, piccante. I travasamenti ritardati, i mosti acerbi ed acquosi, l'imbottigliamento inopportuno o fatto con poca cura, favoriscono l'amarore che si manifesta nel vino con precipitato filamentoso. Giovano i travasamenti, le chiarificazioni e qualche piccola aggiunta di tannino ed acido tartarico. Del resto, sia a prevenire che a combattere le fermentazioni, come le altre alterazioni del vino quali il grassume, il rancidume, l'intorbidamento, l'odore di botte, di muffe, di acido solfidrico, ecc., il cantiniere provvederà con filtrazioni, chiarificazioni, travasi, aggiunte di altre sostanze, ecc., secondo i casi e secondo le norme ed i precetti consigliati dall'enologia.
domenica 1 gennaio 2012
I mie compagni dell’adolescenza avevano torto
I mie compagni dell’adolescenza avevano torto
“Gli interessi dell’agricoltura si ricollegano da ogni parte con i massimi interessi della vita umana. Non esiste quasi campo della vita che possa prescindere dall’agricoltura.” Rudolf Steiner
E’ questa la frase che mi ha convinto che le obiezioni dei mie amici adolescenti erano assolutamente pretestuose e infondate. Che dicevano i miei compagni di viaggio che prendevano con me il Bis che era un automezzo delle Autolinee delle Ferrovie Sud Est che dalla fermata “Calvario” di San Cesario di Lecce mi portava in quel di Lecce alla parallela di Viale Gallipoli, quella Via Duca degli Abruzzi dove avrei sostato per cinque lunghissimi anni della mia vita?
“Lu Brunu ae alla scola te li contadini”
Dicevano che io frequentavo la scuola dei contadini, degli zappatori insomma mi consideravano una sorta di perditempo che si attardava in studi che secondo la loro opinione erano inutili nella convinzione che l’agricoltura la si dovesse imparare stando in campagna zappando la terra.
Avevano torto i compagnucci del Bis loro nel 1971 frequentavano soprattutto l’Istituto Tecnico Industriale di Lecce sorto perché doveva arrivare la Fiat e con lei l’industria. La Fiat arrivò e anche l’Industria ma di occupati in quel settore non ce ne sono mai stati molti, ma devo dire che dal 1971 anche gli occupati in agricoltura si sono ridotti all’osso!
Poco più di 20mila persone sono occupate nell’agricoltura
Infatti nella Provincia di Lecce la popolazione occupata in agricoltura dieci anni fa era costituita da oltre 20.500 persone, pari al 9% degli occupati salentini (dati ISTAT - 14° Censimento generale della Popolazione, 2001).
Lavoro nel settore e mi occupo di infrastrutture al servizio dell’agricoltura da quasi trent’anni e dopo tanto tempo mi ritrovo a chiedermi cosa sia accaduto più di diecimila anni fa in quella “Mezzaluna fertile” che decretò per alcune donne e uomini la fine della vita nomade e l’inizio di quella stabile nei villaggi.
Le risposte alle mie domande
Non sono arrivato sino ad allora con le mie letture, non sono andato così indietro ma mi chiedo come mai nei miei studi di allora all’Istituto Tecnico Agrario non me l’abbiano fatto fare nelle interminabili ore di italiano storia e geografia del primo biennio.
'Geoponica'di Cassiano Basso
Ed eccomi oggi che mi dedico all'agricoltura di cui intendo conoscere i precetti antichi per questo molto presto andrò a trovare e acquistare i 'Geoponica'di Cassiano Basso per conoscere i misteri e le verità diventati intorno al VI secolo un vero e proprio 'almanacco del contadino', che dall'impero romano d'Oriente consente di avvicinarsi alla civiltà agraria sia greca che romana dell'intero bacino mediterraneo.
La lezione del prof. Ferdinando Boero
Ma tutto è partito dalla relazione del prof. Ferdinando Boero che nel Convegno di Zollino del Salento leccese in occasione della Fiera di san Giovanni del 2010 affermò che i nostri antenati per vivere raccoglievano e presumibilmente questo lo facevano le donne e i bambini, inoltre l’altra attività dei nostri antenati era la caccia riservata agli uomini. Il prof. Boero mi suggestionò fortemente quando trasse da queste affermazioni delle conseguenze che spiegavano il diverso temperamento di maschi e femmine. In pratica raccogliere un frutto, un seme, una pianta presuppone una grandissima capacità di osservazione e di riflessione poiché un frutto o un fungo o una pianta possono essere velenosi e se raccolti e dati in cibo al compagno e alla prole potevano rappresentare la morte di tutta la famiglia. I maschi invece dovevano essere rapidi nella caccia perché una gazzella non ti consente di riflettere sul da farsi che per pochi decimi di secondo dopo di che è scappata via e non la troverai più. Insomma donne riflessive e lente nel fare un acquisto e maschi rapidi e superficiali sarebbe il frutto della selezione dei più forti di tanti anni fa.
I nostri antenati vivevano nel Paradiso terrestre
Ma la cosa più bella era la descrizione della giornata di queste donne e uomini che ci hanno preceduti che per trarre sostentamento dalle attività di raccoglitrici e cacciatori dovevano avere a disposizione 16 chilometri quadrati di territorio nel quale si dedicavano alle attività di raccolta e caccia solo due ore al giorno. E le restanti 22 ore che facevano i nostri antenati? Ebbene è qui che è scattata la mia curiosità perché i nostri antenati nelle 22 ore restanti giocavano e dormivano. Era davvero un paradiso! Forse le descrizioni del paradiso terrestre si riferiscono a questa bella vita?
La prova di Luigi Luca Cavalli-Sforza
Poi arriva Luigi Luca Cavalli-Sforza che mi incuriosisce lui è un genetista e scienziato italiano che si è occupato anche di antropologia e di storia. I suoi studi si sono incentrati in maniera particolare sulla genetica delle popolazioni e delle migrazioni dell'uomo. Un professore di Genova, compaesano del professore Ferdinando Boero che mi ha messo la pulce nell’orecchio sulle origini dei miei padri e madri, che ha rintracciato la popolazione “originaria” e quindi la mia e vostra origine è in una popolazione di circa 100.000 individui che 4 milioni di anni fa visse nella culla africana. Rimase lì confinata per alcuni milioni di anni. Ma poi, forse sotto la spinta della ricerca di risorse, dei mutamenti ambientali, o avendo raggiunto densità troppo elevate, alcuni si misero in viaggio. Circa 800.000-900.000 anni fa gli erectus, probabilmente seguendo la Valle del Nilo, raggiunsero l’Europa e l’Asia.
Un grande viaggio nel passato per scoprire com’è nata la Civiltà
Non so perché ho scritto queste cose, ma le ho rilette e mi piacciono. Non so perché voglio che sappiate queste cose, ma sono certo che se rifletterete allora vi sarà chiaro che Caino ed Abele rappresentano i conflitti tra i pastori che notoriamente erano nomadi con gli agricoltori che non gradivano che le mandrie si cibassero delle loro produzioni agricole. Vi sarà chiaro che le città sono state la conseguenza di una vita stanziale e che lo stare sempre nello stesso posto in così tanta gente ha decretato la divisione dei compiti e la necessità di regole e di persone che le facessero rispettare. Insomma è solo dopo che c’è stata l’agricoltura che è sorta la civiltà. Insomma io e voi da quando siete incappati nei mie scritti facciamo un grande viaggio nel passato per scoprire com’è nata la Civiltà. Come si è passati dai cacciatori di mammut ai faraoni sino all’I Pad 2 che mia figlia Sara, mia moglie Delia e sua Madre Angelica quest’anno a Natale mi hanno regalato.
di Antonio Bruno
“Gli interessi dell’agricoltura si ricollegano da ogni parte con i massimi interessi della vita umana. Non esiste quasi campo della vita che possa prescindere dall’agricoltura.” Rudolf Steiner
E’ questa la frase che mi ha convinto che le obiezioni dei mie amici adolescenti erano assolutamente pretestuose e infondate. Che dicevano i miei compagni di viaggio che prendevano con me il Bis che era un automezzo delle Autolinee delle Ferrovie Sud Est che dalla fermata “Calvario” di San Cesario di Lecce mi portava in quel di Lecce alla parallela di Viale Gallipoli, quella Via Duca degli Abruzzi dove avrei sostato per cinque lunghissimi anni della mia vita?
“Lu Brunu ae alla scola te li contadini”
Dicevano che io frequentavo la scuola dei contadini, degli zappatori insomma mi consideravano una sorta di perditempo che si attardava in studi che secondo la loro opinione erano inutili nella convinzione che l’agricoltura la si dovesse imparare stando in campagna zappando la terra.
Avevano torto i compagnucci del Bis loro nel 1971 frequentavano soprattutto l’Istituto Tecnico Industriale di Lecce sorto perché doveva arrivare la Fiat e con lei l’industria. La Fiat arrivò e anche l’Industria ma di occupati in quel settore non ce ne sono mai stati molti, ma devo dire che dal 1971 anche gli occupati in agricoltura si sono ridotti all’osso!
Poco più di 20mila persone sono occupate nell’agricoltura
Infatti nella Provincia di Lecce la popolazione occupata in agricoltura dieci anni fa era costituita da oltre 20.500 persone, pari al 9% degli occupati salentini (dati ISTAT - 14° Censimento generale della Popolazione, 2001).
Lavoro nel settore e mi occupo di infrastrutture al servizio dell’agricoltura da quasi trent’anni e dopo tanto tempo mi ritrovo a chiedermi cosa sia accaduto più di diecimila anni fa in quella “Mezzaluna fertile” che decretò per alcune donne e uomini la fine della vita nomade e l’inizio di quella stabile nei villaggi.
Le risposte alle mie domande
Non sono arrivato sino ad allora con le mie letture, non sono andato così indietro ma mi chiedo come mai nei miei studi di allora all’Istituto Tecnico Agrario non me l’abbiano fatto fare nelle interminabili ore di italiano storia e geografia del primo biennio.
'Geoponica'di Cassiano Basso
Ed eccomi oggi che mi dedico all'agricoltura di cui intendo conoscere i precetti antichi per questo molto presto andrò a trovare e acquistare i 'Geoponica'di Cassiano Basso per conoscere i misteri e le verità diventati intorno al VI secolo un vero e proprio 'almanacco del contadino', che dall'impero romano d'Oriente consente di avvicinarsi alla civiltà agraria sia greca che romana dell'intero bacino mediterraneo.
La lezione del prof. Ferdinando Boero
Ma tutto è partito dalla relazione del prof. Ferdinando Boero che nel Convegno di Zollino del Salento leccese in occasione della Fiera di san Giovanni del 2010 affermò che i nostri antenati per vivere raccoglievano e presumibilmente questo lo facevano le donne e i bambini, inoltre l’altra attività dei nostri antenati era la caccia riservata agli uomini. Il prof. Boero mi suggestionò fortemente quando trasse da queste affermazioni delle conseguenze che spiegavano il diverso temperamento di maschi e femmine. In pratica raccogliere un frutto, un seme, una pianta presuppone una grandissima capacità di osservazione e di riflessione poiché un frutto o un fungo o una pianta possono essere velenosi e se raccolti e dati in cibo al compagno e alla prole potevano rappresentare la morte di tutta la famiglia. I maschi invece dovevano essere rapidi nella caccia perché una gazzella non ti consente di riflettere sul da farsi che per pochi decimi di secondo dopo di che è scappata via e non la troverai più. Insomma donne riflessive e lente nel fare un acquisto e maschi rapidi e superficiali sarebbe il frutto della selezione dei più forti di tanti anni fa.
I nostri antenati vivevano nel Paradiso terrestre
Ma la cosa più bella era la descrizione della giornata di queste donne e uomini che ci hanno preceduti che per trarre sostentamento dalle attività di raccoglitrici e cacciatori dovevano avere a disposizione 16 chilometri quadrati di territorio nel quale si dedicavano alle attività di raccolta e caccia solo due ore al giorno. E le restanti 22 ore che facevano i nostri antenati? Ebbene è qui che è scattata la mia curiosità perché i nostri antenati nelle 22 ore restanti giocavano e dormivano. Era davvero un paradiso! Forse le descrizioni del paradiso terrestre si riferiscono a questa bella vita?
La prova di Luigi Luca Cavalli-Sforza
Poi arriva Luigi Luca Cavalli-Sforza che mi incuriosisce lui è un genetista e scienziato italiano che si è occupato anche di antropologia e di storia. I suoi studi si sono incentrati in maniera particolare sulla genetica delle popolazioni e delle migrazioni dell'uomo. Un professore di Genova, compaesano del professore Ferdinando Boero che mi ha messo la pulce nell’orecchio sulle origini dei miei padri e madri, che ha rintracciato la popolazione “originaria” e quindi la mia e vostra origine è in una popolazione di circa 100.000 individui che 4 milioni di anni fa visse nella culla africana. Rimase lì confinata per alcuni milioni di anni. Ma poi, forse sotto la spinta della ricerca di risorse, dei mutamenti ambientali, o avendo raggiunto densità troppo elevate, alcuni si misero in viaggio. Circa 800.000-900.000 anni fa gli erectus, probabilmente seguendo la Valle del Nilo, raggiunsero l’Europa e l’Asia.
Un grande viaggio nel passato per scoprire com’è nata la Civiltà
Non so perché ho scritto queste cose, ma le ho rilette e mi piacciono. Non so perché voglio che sappiate queste cose, ma sono certo che se rifletterete allora vi sarà chiaro che Caino ed Abele rappresentano i conflitti tra i pastori che notoriamente erano nomadi con gli agricoltori che non gradivano che le mandrie si cibassero delle loro produzioni agricole. Vi sarà chiaro che le città sono state la conseguenza di una vita stanziale e che lo stare sempre nello stesso posto in così tanta gente ha decretato la divisione dei compiti e la necessità di regole e di persone che le facessero rispettare. Insomma è solo dopo che c’è stata l’agricoltura che è sorta la civiltà. Insomma io e voi da quando siete incappati nei mie scritti facciamo un grande viaggio nel passato per scoprire com’è nata la Civiltà. Come si è passati dai cacciatori di mammut ai faraoni sino all’I Pad 2 che mia figlia Sara, mia moglie Delia e sua Madre Angelica quest’anno a Natale mi hanno regalato.
di Antonio Bruno
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