mercoledì 3 febbraio 2021

Alcune osservazioni sul piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia con considerazioni metodologiche e proposte concrete da attuarsi in Salento con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)

 

di Antonio Bruno

 

Come noto la politica agricola comune (PAC) sostiene la vitalità e la sostenibilità economica delle comunità rurali attraverso misure di sviluppo rurale (il cosiddetto secondo pilastro).

Queste ultime rafforzano le misure di mercato e il sostegno al reddito della PAC mediante strategie e finanziamenti per potenziare i settori agroalimentare e forestale dell'UE, la sostenibilità ambientale e il benessere delle zone rurali in generale.

Invece il modello di intervento dello stato nell'economia che va comunemente sotto il nome di programmazione incontra notevoli difficoltà ad affermarsi nel nostro paese. Per l’agricoltura del Salento leccese necessita un Piano che sia l'espressione di un più ampio e complessivo progetto di riforma dell'intero sistema istituzionale dell'agricoltura, ovvero un piano agricolo-alimentare per il Salento. Una visione complessiva del Piano che, come ben evidenziato in Next Generation EU, indirizzi tutto lo sforzo in direzione di una trasformazione profonda della nostra agricoltura puntando a quella di precisione.

 

Il Salento leccese dal 1971 e tutt’ora in atto vi è un processo di deterritorializzazione, ovvero di destrutturazione delle relazioni territoriali pre- esistenti e di trasformazione delle relazioni popolazione – risorse (Raffestin, 1981; Turco, 1988). Tale processo nell’ultima fase può essere schematizzato come segue:



I dati che seguono sono una mia elaborazione della pubblicazione della Prof.ssa Liberata Nicoletti Professore Associato di Geografia (M-GGR/01) presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università del Salento.

Il territorio della provincia di Lecce, per estensione ha una estensione di 2.759 chilometri quadrati, con una popolazione di 802.018 abitanti (censimento 2011).

Censimento 2011

 

 

 

 

 

territorio della provincia di Lecce metri quadrati

Ettari

Popolazione

275.900.000,00

275.900,00

802.018

 

Sono state rilevate con il censimento 2011 un numero di 71.060 aziende agricole delle quali 55 mila circa si estendono con una superficie agraria utilizzata (SAU) inferiore ai 2 ettari. Inoltre 15mila circa (quindicimila) aziende hanno una superficie compresa tra 2 e 20 ettari e circa 1.013 (mille tredici) aziende che presentano una superficie maggiore o uguale a 20 ettari

Numero delle Aziende Agricole Provincia di Lecce

 

Percentuale%

Totale

71.060

100,00%

Aziende con Sau media inferiore ai 2 ettari

55.000

77,40%

Aziende con superficie maggiore o uguale a 20 ettari

1.013

1,43%

Aziende con superficie tra 2 e 20 ettari

15.047

21,18%

 

Confrontando i dati con il precedente decennio

Confronto Numero di Aziende del censimenti del 2001 con quelle del 2011

 

Numero Aziende Provincia di Lecce

 

decennio 1990 - 2000

74.600

decennio  2000 -2010

71.060

differenza

3.540

 

La ridotta dimensione media delle aziende agricole, che colloca la provincia leccese agli ultimi posti della classifica nazionale, interessa quasi tutto il Salento con alcune significative eccezioni per i comuni di Lecce, Calimera, Maglie, Otranto e Minervino di Lecce in cui le dimensioni aziendali medie sono al di sopra dei 4 ettari. [….] la superficie media (del censimento 2011 n.d.r.) è di 2,4 ettari sebbene in oltre la metà (52,6%) delle aziende agricole della provincia si continui a coltivare una superficie inferiore a 1 ettaro. (Nicoletti Unisalento 2017)

La forma di conduzione familiare riguarda la quasi totalità delle Aziende Agricole della Provincia di Lecce

Forma di conduzione delle Aziende Agricole

Numero Aziende

Percentuale % sul totale

Conduzione familiare

69.639

98,00%

Altre forme di conduzione

1.421

2,00%

Totale Aziende della Provincia di Lecce

71.060

100,00%

 

 

 

 

Nel 2016 le aziende agricole che assumono dipendenti sono 5.712 unità. Gli occupati in agricoltura sono in tutto 22.023 unità di cui 1.071 sono extra comunitari. (Nicoletti Unisalento 2017)

 

COMPARTO PRODUTTIVO OLIVICOLO

Il comparto olivicolo è in via di ricostituzione in passato era praticata in ordinamenti monocolturali ed era prevalente tra le province italiane sia per numero di aziende (65.738 - 92,6% del totale regionale e 7,3% del totale nazionale) che per superficie investita (97.329,38 ha, 60,4% della SAU totale) e contribuiva per circa il 20% alla produzione regionale. (Nicoletti Unisalento 2017)

COMPARTO PRODUTTIVO VITICOLO

La vite, presente nel 12,4% delle aziende, interessa una superficie pari al 5,3% della SAU totale soprattutto nei comuni a ridosso della costa ionica (Leverano, Salice Salentino, Nardò, Copertina, Guagnano, Campi Salentina e Veglie) dove in numerose aziende si praticano coltivazioni per la produzione di vini di qualità certificata (DOC e/o DOCG) e contribuisce a circa il 10% della produzione regionale. (Nicoletti Unisalento 2017)

COMPARTO PRODUTTIVO CEREALICOLO

Il frumento viene coltivato nel 10,2% delle aziende e interessa una superficie pari all' 11,3% della SAU totale. (Nicoletti Unisalento 2017)

COMPARTO PRODUTTIVO FLORICOLO ORTICOLO

In particolare le colture floricole e ortive (patate, angurie, pomodori e altre specie di ortaggi), con rese spesso anche elevate, tipicamente orientate al mercato fresco, costituiscono uno dei settori di maggiore interesse nell'agricoltura provinciale; sono praticate nel 3,1% delle aziende della provincia, soprattutto in quelle di piccole dimensioni, e investono una superficie pari al 7,2% della SAU totale. (Nicoletti Unisalento 2017)

COMPARTO PRODUTTIVO AGRUMICOLO

solo nel 2,3% delle aziende leccesi è presente la produzione di agrumi che investe una superficie pari allo 0,3% della SAU totale provinciale. (Nicoletti Unisalento 2017)

COMPARTO PRODUTTIVO AGRICOLTURA BIOLOGICA

Solo lo 0,9% delle aziende provinciali (contro il 1,9% in Puglia e il 3% in Italia) pratica il biologico, che interessa una superficie di 13.646,12 ettari, corrispondenti all'8,5% della SAU provinciale. (Nicoletti Unisalento 2017)

Il Paesaggio rurale della pietra

Si fa presente l'assoluta priorità per la conservazione degli elementi del paesaggio rurale tradizionale (pajare, muretti a secco, masserie, ecc.) che oltre a rappresentare un peculiare aspetto del contesto territoriale, di cui sono direttamente o indirettamente il prodotto, possono svolgere un ruolo di organizzazione compositiva e di valorizzazione del paesaggio agrario. (Nicoletti Unisalento 2017)

MASSERIE E RECETTIVITA’ AGRITURISTICA

Peculiare funzione di tutela del territorio è assicurata dalle masserie, espressioni emblematiche della cultura contadina e dell'organizzazione produttiva dello spazio agricolo, il cui utilizzo ha consentito di triplicare nell'ultimo decennio la ricettività complessiva delle attività agrituristiche soprattutto nei comprensori di Otranto e Gallipoli: nell'intera provincia di Lecce si concentra più del 30% degli agriturismi della Puglia ed il 23,1% delle masserie didattiche pugliesi. (Nicoletti Unisalento 2017)

 

 

Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia - https://www.regione.puglia.it/web/rigenerazione-olivicola

Aziende Agricole della Provincia di Lecce - Numero: 71.060 – Sau: Ha 161.130,94 - SAU media aziendale: Ha 02,27 -  Sat: Ha 173.782,85

Fonte: Istat - 6° Censimento generale dell'Agricoltura, 2010

 

Le Aziende olivicole della provincia di Lecce

sono 65.738 con una superficie investita ad olivo di circa 97.300 ettari – Superficie media aziendale 1,48 ettari. (Fonte: Istat - 6° Censimento generale dell'Agricoltura, 2010)

 

Aziende Agricole della Provincia di Lecce iscritte alla CCIA.

In totale sono 9.000 (novemila) le Aziende Agricole della provincia di Lecce, iscritte alla Camera di Commercio Industria e Artigianato di Lecce. Di queste come abbiamo visto solo 5.712 assumono dipendenti. Inoltre solo 2.800 (duemilaottocento) sono condotte da IAP(Imprenditori Agricoli Professionali)

E’ del tutto evidente che ci sono circa 57mila aziende olivicole della provincia di Lecce che non potranno accedere a queste risorse.

 

Ma cosa è stato fatto sino ad oggi?

Misura 5.2 dotazione 50 milioni di Euro

Contributo per l’espianto e Contributo per il reimpianto

Attraverso il Psr Puglia, ovvero con la sottomisura 5.2 si sono rigenerati oltre 7mila ettari del territorio della provincia di Lecce, circa il 10% delle superfici estirpate.

SUPERFICIE CHE È STATA INTERESSATA DALLA RIGENERAZIONE Ha 7.000 (settemila ettari)

Da una fonte che attribuisce questi dati al Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano le superfici da estirpare sono 70mila ettari di oliveto nella Provincia di Lecce (fonte https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2020/08/24/xylella-il-piano-di-rigenerazione-olivicola-inizia-a-pagare/67737  )

Misura 2.A – Rimozione piante disseccate a seguito della Xylella nella zona infetta (Art. 4) 20 milioni di Euro (ci sono altri 20 milioni di Euro)

La dotazione si è esaurita ma siccome verrà rifinanziata potranno accedere ai contributi tutti i proprietari di oliveti danneggiati della provincia di Lecce.

Se stimiamo in 2mila Euro per ettaro le somme necessarie per estirpare si sono estirpati 10mila ettari e con i prossimi 20 milioni se ne potranno estirpare altri 10mila.

SUPERFICIE CHE E’ STATA INTERESSATA DALL’ESTIRPAZIONE Ha 10.000 (diecimila ettari)

Superficie che sarà interessata dall’estirpazione Ha 10.000 (diecimila ettari)

Le richieste per l’espianto ammontano a 225 milioni di Euro e non sono state ancora soddisfatte.

Misura 2.B – Reimpianti e riconversioni tramite cultivar di olivo resistenti (Art. 6) 40 milioni di Euro

Superficie che è stata interessata dalla rigenerazione 5MILA ETTARI DI OLIVO

 

Misura 4.1.C PSR dotazione 40 milioni di Euro per i reimpianti

Superficie che è stata interessata dalla rigenerazione 5MILA ETTARI DI OLIVO

Distretto Agroalimentare Jonico Salentino 30 milioni con progetti DI COLTIVAZIONI ALTERNATIVE ALL’OLIVETO sino a 50 milioni

Il totale rigenerabili e rigenerati al gennaio 2021 è desumibile dal quadro sinottico che segue:

 

Misura

Superficie rigenerata o potenzialmente finanziata per la rigenerazione

Misura 5.2

7 mila ettari

Misura 2.b

5mila ettari

Misura 4.1 c

5mila ettari

Distretto Agroalimentare Jonico Salentino 30 milioni con progetti DI COLTIVAZIONI ALTERNATIVE ALL’OLIVETO

5mila ettari

Totale ettari rigenerabili al gennaio 2021

22mila ettari

 

Ho già scritto che la superficie investita ad olivo in Provincia di Lecce circa 97.300 ettari

MI CHIEDO E VI CHIEDO: CHI PROVVEDERA’ A RIGENERARE I RESTANTI 80MILA ETTARI?

Per rispondere a questa domanda c’è da tenere presente che i destinatari delle risorse per il reimpianto e per le altre coltivazioni alternative all’Olivo sono le Aziende Agricole della Provincia di Lecce iscritte alla CCIA.

 

Come già scritto le Aziende Agricole della Provincia di Lecce iscritte alla CCIA sono 9.000 (novemila) e di queste solo 2.800 (duemilaottocento) sono condotte da IAP(Imprenditori Agricoli Professionali).

Se ne deduce che circa 57mia aziende della provincia di Lecce non potranno accedere a queste risorse. Queste aziende possiedono 80mila ettari di oliveto.

Le aziende che hanno avuto il finanziamento pubblico hanno ottenuto in media 7mila Euro per ettaro

Questo dimostra che tutti i cittadini hanno finanziato solo 9mila proprietari del paesaggio rurale della provincia di Lecce.

Qual è il valore dei terreni in Provincia di Lecce nell’anno 2021?

Valore del capitale fondiario in provincia di Lecce 2021

Le compravendite avvenute registrano un valore del capitale fondiario per un minimo di 5mila euro ad un massimo di 10mila euro.

È evidente che per rigenerare i restanti 80mila ettari al costo medio di 7.000 Euro ci vogliono 560milioni di Euro.

Conclusioni

Per sviluppo territoriale deve intendersi un processo di miglioramento tendenziale e diffuso delle condizioni di benessere della popolazione che vi è insediata nel rispetto dei principi dell’equità intra e intergenerazionale, ossia, un processo di miglioramento sostenibile. (Pollice Unisalento 2017)

Come è possibile desumere dai dati che ho esposto applicando l’economia di mercato alla rigenerazione olivicola del Salento leccese non si è attuato nessun processo di miglioramento tendenziale e diffuso delle condizioni di benessere della popolazione del territorio della provincia di Lecce. Inoltre non vi è stato alcun rispetto dei principi dell’equità tra le 9.000 (novemila) Aziende Agricole della Provincia di Lecce iscritte alla CCIA e le altre 57mia aziende che invece non risultano iscritte.

Per il Salento leccese invece ci dovrebbe essere un Ente pubblico che attui un piano basato sulla proposta di Piano Nazionale di ripresa e resilienza he prevede di fare finalmente un salto di qualità nell’impegno contro i cambiamenti climatici che per valorizzare a pieno le opportunità per ne derivano.

Nel Piano la priorità da riconoscere è quella dell’agricoltura biologica, anche come modello desiderabile per l’agricoltura del futuro, con l’obiettivo che la superficie agricola utilizzata nel Salento sia certificata in biologico entro il 2030, anche per dare una risposta coerente alle crescenti richieste dei consumatori.

Inoltre nello stesso si dovrebbe intervenire per la tutela dei suoli, sia dal punto di vista quantitativo con il blocco di nuovo consumo di suolo, che da quello qualitativo per invertire la tendenza sempre più allarmante della perdita di fertilità causata dall’abuso della chimica di sintesi in agricoltura nei decenni scorsi.

Il Piano dovrebbe anche prevedere il passaggio dall’economia circolare alla bio economia circolare partendo dalle  strategie UE Farm to Fork e Biodiversità 2030.

Un piano di conversione al biologico per sostenere le filiere del Made in Italy bio e per la promozione di distretti biologici, a partire dalle aree interne e dalle aree naturali protette, un’opzione strategica per promuovere l’occupazione dei giovani occupati nell’Ente pubblico che si occupa dell’agricoltura del Salento in coerenza con il Green Deal europeo.

 Antonio Bruno

Bibliografia

LIBERATA NICOLETTI, L'agricoltura salentina fra tradizione e innovazione

Fabio POLLICE e CLAUDIO CERRETI, Partecipazione e conflitto per lo sviluppo territoriale

Piano straordinario per la rigenerazione olivicola della Puglia  https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2020/08/24/xylella-il-piano-di-rigenerazione-olivicola-inizia-a-pagare/67737

https://www.regione.puglia.it/web/rigenerazione-olivicola

C. Raffestin, Territorializzazione, deterritorializzazione, riterritorializzazione e informazione, in A. Turco (ed.), Regione e regionalizzazione, Milano, Angeli, 1984

Piano nazionale di ripresa e resilienza http://www.politicheeuropee.gov.it/it/comunicazione/approfondimenti/pnrr-approfondimento/

 

Il mese di febbraio nelle credenze popolari leccesi

 


Illustrazione: Giornalino (Il) della Domenica, Direttore Luigi Bertelli (Vamba). Anno IV, n. 9. Firenze, 28 febbraio 1909.

Il mese di febbraio per queste province è uno dei più rigidi dell'anno, come prova la statistica metereologica e illustrano alcune credenze del popolo, le quali hanno, com'è noto, un fondamento pratico, dovuto alla lunga prova e riprova di un dato fenomeno. Senza fermarmi in considerazioni demologiche (*) generali, dirò che in gran parte questo mese non gode buona fama presso il popolo, il quale, quantunque dica: Acqua de febbraru inche la ranaru, pure mostra di non aver molta fiducia in esso. Un indizio se il tempo si rimette al buono si può trarre, secondo il popolo, notando ciò che fa il lupo il giorno 2 del mese. Il lupo esce allora dal suo nascondiglio e guarda il tempo: se questo è cattivo, esso disfà il suo letto di strame (se sconza la lettéra) prognosticando che in seguito la stagione continuerà mite; se poi è bella giornata, esso torna a rifarsi il letto (se la cconza), prevedendo che vi saranno ancora per un pezzo i rigori del verno, concetto che il popolo esprime nel detto: Candelora chiara, la lupa se spreca la tana (si prepara la tana). Il tempo, dunque, secondo tale credenza potrebbe cominciare a divenir mite e buono, il che si vedrebbe proprio da quel giorno, il giorno della Candelaia o Candelora come si dice in dialetto, epoca, che, secondo un'altra credenza, segna il principio della incubazione dei volatili : De la Candelora — ogne aceddrhu fa la coa (la cova o, come dice una variante, hae oe —ha uova), proverbio che corrisponde al A francese:  la Chandeleur-les yrandes dou-leurs, che non manca del solito spirito gallico.

Altro proverbio che accenna questo carattere dubbio del mese, è quello che suona : Se Febbraru nu febbrariscia, Marzu male penza che corrisponde al toscano: « Se febbraio non febbreggia, marzo cam-peggia », il che vuol dire che febbraio dev'essere freddo, piovoso, brumale, chè, se sarà mite, marzo, il quale del resto è d'infamato nome e d'ordinario non è mai buono, sarà cattivo.

Si noti, qui di passaggio, la bellezza del verbo febbrarisciare, il quale significa: «seguire l'indole e il carattere suo proprio, detto del mese di febbraio». Allo stesso modo diciamo: Se scennaru nu scennariscia , ecc. — il Calabrese ha pure febbrareggia, noi diciamo ancora marzu marziscia, che corrisponde al siciliano marzo marzìa; anche il provenzale ha il verbo febrerare e su questo conio, cioè su quello di trarre dal nome del mese un verbo, il toscano foggia febbreggiare e marzeggiare, poco usati in lingua.

Il carattere dubbio e incostante del mese, del resto, viene dichiarato da altri dicteria, poiché il popolo dice ancora: Febbraru: mienzu duce e mienzu maru, e altresì: De la Candelora—la ernata è fora. Tale proverbio anzi è ricordato anche cosi: De la Candelora—la ernata è fora, e se chioe acqua menuta, l'ernata fore è 'suta. Pero un'altra aggiunta al primo verso dice; se la sai bene cuntare—c'è nu buenu quarantenale; cioè; se sai bene contare quanto deve durare l'inverno, ce n'è per un'altra quarantina di giorni.

Un altro detto conferma tale carattere del mese; esso dice: O ca au o ca egnu —capu de state e cuda de jernu, oppure: capu de state sempre me tegnu (mi chiamo) e l'equinozio, che si fa cadere al 25 del mese, ne sarebbe una comprova: De santu Mattia—quantu la notte tanta la dia. Se non che invece di « Mattia » che cade in quel giorno, credo che si voglia parlare di « Matteo », forse accomodato per la rima o forse confuso per affinità di parola, e che ricorre il 21 settembre: il detto alluderebbe così all'equinozio di autunno; e credo ciò anche perché il popolo in varii proverbi, che qui non è il caso di citare, mostra di avere cognizione esatta tanto degli equinozi che dei solstizi.

Oltre di questi proverbi, il popolo ne ha altri che attribuiscono al mese un carattere assolutamente cattivo. Febbraru — dice un proverbio — curtu e maru; un altro: Febbraru è mulu, perché non è figlio legittimo dell'anno, come gli altri mesi, avendo esso ventotto giorni, e perché « tira sempre calci », per dirla con frase volgare, cioè: è freddo e tempestoso anch'esso, anzi tanto è freddo, giunge a dire il popolo in un altro proverbio, che se li giurni soi li aìa tutti — facìa quagghia lu mieru intra le utti, farebbe coagulare il vino! Tale carattere mi sembra sia il vero del mese, il quale, come dicevo a principio, per queste regioni è davvero uno dei mesi più freddi, se non il più freddo, dell'anno. E sì che esso non ha tutti i giorni che, come gli altri mesi, dovrebbe avere, e che è mulu, o, come pur si dice, è muzzu, è mozzo!

Ma come va che febbraio è il più corto mese dell'anno?

Tale domanda ha dovuto il popolo rivolgere a sé stesso, e per spiegarsi la cosa ha creato questo racconto.

Una vecchia pastora, negli ultimi giorni di gennaio, credendo che il tempo cattivo fosse terminato, trasse fuori a pascolare il suo gregge, esclamando tutta allegra:

Alla facce de scennaru e de febbraru, le pecureddhe mei tutte alla atu;

l'ultimo verso ha questa variante:

le pecureddrhe mei le le tegnu paru, volendo dire con ciò che il freddo non gliele aveva decimate.

Indispettito Gennaio, che allora aveva ventotto giorni, corse dal fratello Febbraio che ne aveva trentuno, e gli chiese alcuni giorni in prestito per vendicarsi della vecchia insolente, dicendogli:

Uei me dài do' tre giurni te li toi, quantu bidi a sta ecchia cee ni fazzu?

 — E quando me li restituirai? — domandò Febbraio che era pur disposto a darglieli essendo anche lui stato offeso dalla vecchia.

— Mai gli rispose Gennaio.

Il povero Febbraio udì crai (domani) invece di mai e non trovò alcuna difficoltà ad accontentare il fratello.

Allora in quei tre giorni Gennaio tirò fuori tanto freddo e vento, tanta pioggia e neve, che le pecore della vecchia morirono quasi tutte assiderate, perché ne scamparono solo quelle che essa potè riparare sotto la gonnella.

Ecco perché Febbraio conta ventotto giorni e gli ultimi tre di Gennaio sogliono chiamarsi li giurni de la ecchia e sono perciò ventosi e rigidi.

Queste leggenda, oltre ad avere varianti nella nostra stessa provincia, é comune ad altre località; la trovo, per esempio, in Capitanata e in Sicilia, dove si racconta. che Aprile impresta qualche giorno a Marzo, del quale si vuol far risaltare la perfidia per il rincrudimento della stagione solito a verificarsi in detto mese.

In Provenza si racconta qualche cosa di simile: la vecchia insulta il mese di Febbraio diendo:

Adieu, Febriè ! 'Mè ta febrerado

m'as fa ni pèu ni pelado,

cioè: <<addio Febbraio! Coi tuoi freddi non mi hai toccato nè pelo né pelle ».

Adirato Febbraio, s'imprestò tre giorni di Marzo e fece morire le pecore della vecchia, la quale però comprò delle vacche e alla fine del mese ripetè lo stesso insulto.

Marzo ferito dalle sue parole, si rivolse ad Aprile chiedendogli tre giorni, che ebbe e con le brinate fece sciupar l'erba, e la vecchia vide morire di nuovo le sue bestie.

Tutte queste leggende non fanno che confermare il fatto che in febbraio e in marzo può incominciare la buona stagione, ma che d'ordinario però l'inverno continua ancora crudo e inclemente. Venti, piogge, brinate, nevi non ne mancano; ma quando noi abbiamo la, neve, la stagione è migliore di quella in cui non si hanno, che piogge; il popolo lo sa per prova, poichè dice: Sutta la nie, pane; sutta l'acqua fame, proverbio che ha la seguente variante: Cu l'acqua fridda la fame; cu la nie rossa la pane ; concetto questo che si conferma con altro detto: Chiange lu pecuraru quandu fiocca, rite qiuandu se mangia la recotta ; cioè la neve apparentemente sembra un danno, perocchè i raccolti saranno poi abbondanti, il che è provato anche da ragioni scientifiche.

Lecce 25 febbraio 1909, FRANCESCO D' ELIA

 

(*) Demologia: Studio della cultura popolare. Il termine d. viene utilizzato in alcune nazioni europee di lingua neolatina (per es., Francia, Spagna, Portogallo) in alternativa alla parola inglese folklore. In Italia tale settore disciplinare è in buona parte coincidente con la storia delle tradizioni popolari e con gli studi del folclore, ed è stato inteso anche in senso peculiare come studio delle culture subalterne in quanto contrapposte alla cultura egemonica.






 


lunedì 1 febbraio 2021

LO SPONZALE SI COLTIVA PREVALENTEMENTE NEL SALENTO

 



Cipolla porraia (sponsale) 

La cipolla porraia, altrimenti detta “sponsale”, è spesso confusa con i porri. In realtà la sua produzione è di nicchia e si coltiva prevalentemente nel Salento, in estate.

Si ottiene da bulbo e non da seme o da germoglio come la comune cipolla e altro non è che una cipolla raccolta prima che sia ingrossata.

Fonte: https://blog.giallozafferano.it/unamanuincucina/cipolla-porraia-sponsale-gratinata-al-forno/#:~:text=La%20cipolla%20porraia%2C%20altrimenti%20detta,raccolta%20prima%20che%20sia%20ingrossata.

 

 


SPONZALE SALENTINO

Gli Sponsali Sponzali o Cipolle Porraie sono bulbi non ingrossati di cipolla, si ottengono non da seme o da piantina come le cipolle classiche, ma dal piantamento di bulbi in estate e quindi sono i getti che producono i semi al secondo anno di coltivazione. Da ogni bulbo nascono 3-5 sponsali. Sono ricchi di proprietà terapeutiche come decongestionante per la faringe, disintossicante per il fegato, per l’intestino, per l’anemia, antibiotico e vermifugo. Ricchi di sali minerali e vitamine, di cui ritroviamo soprattutto la vitamina C ma anche le vitamine A, B ed E.

 

In Cucina: lo sponsale salentino ha un aroma molto utilizzato nella cucina tipica salentina. Il suo gusto molto dolce e poco pungente dona sapore alle preparazioni ed esalta gli altri ingredienti usati nei vari piatti della cucina del territorio. Serve come ingrediente per la preparazione di molte pietanze, sia come base (soffritto) per minestre, minestroni e risotti, carni arrosto, sughi, uova, sia per insaporire le insalate, oppure per la realizzazione di diversi piatti che lo vedono protagonista, come la farcitura denominata “cipollata” utilizzata in varie ricette salentine.

 

Curiosità: spesso vengono venduti o confusi i porri con gli sponsali, sono due cose completamente diverse. La produzione di sponsali salentini è prettamente di nicchia.

https://www.agrofattorino.com/prodotto/cipolle-porraie-sponsale-salentino/




Masserie agricole e Masserie fortificate a sud-ovest del Salento

 



Irene Marchese         Itinerari Turistici

Le masserie fortificate a difesa del territorio circostante

Le masserie agricole e fortificate, muretti a secco e l’ulivo costituiscono l’elemento caratterizzante del paesaggio agrario salentino. In particolare le masserie, spesso di proprietà della chiesa, si evolvono nell’architettura fino a diventare delle vere e proprie ‘fortezze’ inespugnabili. A conferma dell’inattaccabilità del complesso architettonico, alcune masserie sono state dotate di torri e fossati anche molto tempo dopo la loro costruzione. Tali soluzioni vennero adottate a causa del susseguirsi di attacchi da parte dei briganti.

 

Tipico esempio di masseria fortificata, costituita su due livelli alla quale si accedeva al primo piano da un ponte levatoio è la Masseria Ospina. Percorrendo la strada Racale –Torre Suda, immersa nel tipico paesaggio mediterraneo, tra uliveti e caseddhi svetta da lontano la  databile intorno alla prima metà del XVI sec.  E’ costruita in pietra locale e le facciate non presentano elementi decorativi, ma a metà altezza corre una cornice semicircolare tipica delle opere fortificate. Su tutte le aperture vi sono le caditoie dalle quali venivano gettati materiali d’ostacolo al nemico. Nella parte retrostante, a ridosso della torre, vi è un locale con copertura a botte ed un forno. Masseria Cutura. Il paesaggio rurale di Melissano è caratterizzato dalla presenza di numerose antiche masserie, testimonianza del legame di questi territori all’agricoltura e alla pastorizia. La loro struttura presenta caratteristiche simili, infatti sono costituite da un grande vano utilizzato dal “massaro” per dormire, da una grande cucina con un grande camino e da un forno per la cottura del pane, da recinto per gli animali, dalla stalla e dall’ovile. Alcune di queste posseggono anche il piano superiore, le cui stanze erano destinate alla vacanza estiva del padrone. La Masseria Cutura si trova lungo la strada che congiunge Felline a Melissano e risale alla prima metà del ‘700. Oggi si presenta tagliata in due dalla strada, ed un tempo era provvista di un ampio recinto per le greggi di pecore e capre. Da visitare a Melissano: la Masseria Cuntinazzi, Masseria li Boi, Masseria Quarta, Masseria Cocuruzza, Masseria Briganti e Masseria Coloni.. Vi aspettiamo per regalarvi una visita presso le tipiche Masserie del Salento!!

 

Tipica Masseria Agricola del SalentoMasseria Torre Pinta nel SalentoIn tutto il Salento numerose sono le masserie risalenti per lo più al XVI, XVII e XVIII secolo.

 

 

Questo è l’elenco ufficiale di tutte le masserie fortificate censite della provincia di Lecce:

Acquarica del Capo: Masseria Gelsorizzo con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Colombo; Masseria Fortificata Baroni.

 

Campi Salentina: Masseria Timuerra;

 

Carmiano: Masseria Fortificata Li Pampuli con Torre Colombaia;

 

Cannole: Masseria Fortificata Turceto con Torre Colombaia;

 

Capo d’Otranto ad Otranto: Masseria Fortificata Cippano.

 

Copertino: Masseria Fortificata La Torre.

 

Castrignano del Capo: Masseria Fortificata Palamita.

 

Cavallino: Masseria Fortificata Insarti.

 

Galatina: Masseria Fortificata Montisani con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Torre Pinta; Masseria Fortificata del Doganiere.

 

Galatone: Masseria Fortificata Corillo.

 

Gallipoli: Masseria Fortificata di Porto Gaio; Masseria Fortificata Ròssina di Lido Conchiglie; Masseria Fortificata di San Mauro; Masseria Fortificata Mosca di Chiesa Nuova.

 

Giurdignano: Masseria Fortificata Quattro Macine.

 

Lecce: Masseria Fortificata Paladini Piccoli con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Monacelli; Masseria Fortificata Gianpaolo; Masseria Fortificata Coccioli con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Mendule con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Mele ; Masseria Fortificata Mosca; Masseria Fortificata Specchia Mezzana; Masseria Fortificata Zundrano; Masseria Fortificata Ghietta; Masseria Fortificata Rauccio;

 

Leverano: Masseria Fortificata Zanzara o Sazzara; Masseria Fortificata Manieri d’Arneo di Pittuini Arneo – Porto Cesareo di Leverano  Masseria Colarizzo Torre Lapillo; Masseria Fortificata Ingegna di Porto Cesareo;

 

Melendugno: Masseria Fortificata Carleo; Masseria Fortificata Incioli; Masseria Fortificata Epifani; Masseria Fortificata Carleo di Santa Foca – Borgagne a Melendugno: Masseria Fortificata Nova; Masseria Fortificata Sbotta; Masseria Fortificata Porcaccini;

 

Nardò: Masseria Fortificata Giudice Giorgio; Masseria Fortificata Termide; Masseria Fortificata Console ; Masseria Fortificata Abate Cola; Masseria Fortificata Ascanio; Masseria Fortificata Trappeto con Torre Colombaia; Masseria Fortificata Donna Menga; Masseria Fortificata Santa Chiara; Masseria Fortificata Ogliastro; Masseria Carignano Piccolo e torre fortificata; Masseria Fortificata Nucci; Masseria Fortificata Sciogli; Masseria Fortificata Torre Nova; Masseria Fortificata Dell’Alto; Masseria Fortificata Carignano Grande e Torre Colombaia; Masseria Fortificata Pantalei; Masseria Fortificata Corsari di Villaggio Resta; Masseria Fortificata Rodogaleta; Masseria Fortificata di Monte Agnone; Masseria Fortificata di Moriggi; Masseria Fortificata Bellanova.

 

Presicce: Masseria Fortificata La Casarana; Masseria Fortificata del Feudo; Masseria Fortificata Tunna;

 

Racale: Masseria Fortificata Ospina;

 

Salve: Masseria Fortificata Borgini; Masseria Fortificata Don Cesare; Masseria Fortificata De Li Fani o Del Fano; Masseria Fortificata De Li Pali; Masseria Fortificata De Santu Lasi; Masseria Fortificata De Li Scafazzi o Simone; Masseria Fortificata Prufìchi; Masseria Fortificata di Pescoluse De Lu Purginu; Masseria Fortificata De La Palummara; Masseria Fortificata L’Aparo Valentini; Masseria Fortificata De Li Spriculizzi; Masseria Fortificata De La Serrazza; Masseria Fortificata De Terramascia; Masseria Fortificata Giannelli; Masseria Fortificata De Le Gnizze.

 

Surbo: Masseria Fortificata Melcarne con Torre Colombaia; Masseria De Li Manca o Limanca da cui prende il nome l’omonima zona/quartiere; Masseria Scaeddhe o Schiavelle con annessa Cappella.

 

Tricase: Masseria di Santa Eufemia.

 

Ugento: Masseria Fortificata Gian Ferrante; Masseria Fortificata Vecchia; Masseria Fortificata Mammalia; Masseria Fortificata Torre Casciani – Gemini a Ugento: Masseria Fortificata Cristo; Masseria Fortificata Torre Vecchia; Masseria Fortificata Casina dei Cari.

 

Vernole: Masseria Fortificata Favarella; Masseria Fortificata Le Cesine – Acquarica di Lecce a Vernole: Masseria Fortificata Coviello; Masseria Fortificata Cassero – Acaya a Vernole: Masseria Fortificata Pietro de Noha di Vanze.

Fonte: https://www.irenemarchese.it/5375/masserie-agricole-e-masserie-fortificate-a-sud-ovest-del-salento/