mercoledì 30 giugno 2010

Col tempo e con la paglia si maturano le nespole (Meddrhe - Mespilus germanica L.)


Col tempo e con la paglia si maturano le nespole (Meddrhe - Mespilus germanica L.)
di Antonio Bruno
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Mespibis germanica L. i Greci antichi lo chiamavano méspilon, Linneo pensava, sbagliando, che la Germania fosse l'area d'origine. Il caro amico Gigi, grande affabulatore, narratore del mondo che riesce a penetrare con le sue parole misteri altrimenti inesplicabili ha puntato il faro della sua sapienza sulle Meddrhe o Nespolo Comune costringendomi a ricordarlo e a farvelo ricordare.
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"Thre suntu le cose ca ti nnudacanu lu core: le meddrhe, li cutugni e le male parole” Traduzione “tre sono le cose che lasciano senza respiro il cuore: le nespole, i cotogni e le cattive parole”

Se l'agricoltura e il turismo vanno di pari passo ecco che nelle strutture di accoglienza appaiono gli alberi da frutto di cui sente parlare poco che producono frutti misteriosi e tra questi le “Meddrhe” che poi sono le Nespole che vengono prodotte dal Nespolo Comune o Mespilus germanica. Era domenica scorsa quando Gigi Di Mitri sapientemente ha iniziato a parlare di ciò che nella vita conta, dei sapori e degli odori del Salento leccese ed è così che me l'ha ricordato durante una cena vegetariana a Zollino. Il caro amico Gigi, grande affabulatore, narratore del mondo che riesce a penetrare con le sue parole misteri altrimenti inesplicabili ha puntato il faro della sua sapienza sul Nespolo Comune costringendomi a ricordarlo e a farvelo ricordare.
Chi fa accoglienza rurale, e anche chi fa accoglienza in questi splendidi alberghi del Salento leccese, se offre agli ospiti il gusto di questo frutto ecco che riesce a dare un immagine di genuinità evocata da queste essenze arboree dell'ambiente antico del nostro Salento leccese che in tutti i tempi, e ora come allora, è stato attraversato dai popoli della terra che dal Nord andavano ad Est e che oggi da Sud arrivano in Europa.
I Greci antichi lo chiamavano méspilon e nespolo deriva dal latino Mespilium tradotto dal greco mespilon che si riferisce a biancospini orientali simili a questa pianta da frutto.
Le meddhre (Mespilus germanica) erano frutti consacrati al dio greco Crono e al Dio latino Saturno perché era considerato utile arma di difesa contro le energie negative degli stregoni.
Pare che il primo maggio, secondo la credenza, gli stregoni potevano privare la pianta del fogliame e renderlo sterile per non riprodurre i suoi frutti, ma solo se la pianta non era stata benedetta.
Anticamente i medici credevano che avesse il potere di regolare i flussi intestinali. Questa utilizzazione riprese all’inizio del secolo con una sperimentazione a livello ospedaliero da parte di un medico francese, il Dott. Mercier, che ottenne buoni risultati sulla regolazione delle diaree.
Nel Bollettino della Società dei naturalisti in Napoli è riportato uno scritto del Della Porta sulle varietà di nespolo (Mespibis germanica L.) che si coltivavano ai suoi tempi:
“I nostri nespoli sono di due specie, uno a frutto grande quasi quanto una mela, coi rami privi di spine, ed è coltivato e perciò ha perduto l'abito selvatico; l'altro, irto di spine, che nasce nelle
selve e nei luoghi incolti , a frutto piccolo e più acerbo e che appena si può mangiare dopo che si è maturato lungo tutto l'inverno, e a Napoli lo chiamano niespolo canino. Ve n'è poi una terza specie, a frutto più stretto ed allungato, senza noccioli, che credo piuttosto un prodotto della coltura e della bontà del terreno, piuttosto che un genere diverso, perchè dallo stesso albero si hanno frutti rotondi con nòccioli e frutti oblunghi e senza noccioli”
Quindi ci sono tre varietà di nespolo cioè il Mespilus germanica L., che corrisponde al nespolo canino; il M. g. apyrena, che è Vinternis ossihìis carens di Della Porta; e il M. g. fructìt maximo, che è quello descritto
E' un un albero che ha avuto origine nella penisola balcanica sud orientale, nel Caucaso, in Crimea, nel Nord dell'Iran ed in Turkmenistan. Il nome germanica che fu adottato da Linneo riteneva da una presenza molto forte in Germania che fece pensare a Linneo che quella fosse l'area d'origine.
Era noto insieme al cotogno come frutto astringente infatti Nicolas Alexander, benedettino, nel 1751 scrive: “lo si impiega all’interno ancor verde, nei flussi di ventre, la dissenteria, i vomiti, la nausea e in tutti i casi in cui le fibre rilasciate hanno bisogno di essere ristrette”.
Henry Leclerc medico francese 1870-1955 scrittore del libro Lineamenti di Fitoterapia fece uno sciroppo di nespolo che risultò efficace nelle diarree infantili.
L'albero può raggiungere l'altezza di 6 metri ed è caratterizzato quasi sempre da un tronco storto. Le foglie sono grandi e caratterizzate da una leggera peluria nella pagina inferiore e una seghettatura vicino alla punta, i fiori sono bianchi. Interessante la maturazione dei frutti: ricordate il vecchio adagio “col tempo e con la paglia maturano le nespole”? Bene, le nespole o meddrhe vengono raccolte in autunno e lasciate ammorbidire in un cesto mettendogli accanto un paio di mele per un paio di mesi. In questo modo diventano dolci altrimenti sono molto astringenti.
La decozione delle foglie e dei frutti è utile come gargarismo nei mal di gola.
La tradizione popolare conosceva l’impiego antidolorifico, in caso di mal di stomaco, dei frutti secchi polverizzati.
Il decotto dei frutti freschi, non ancora maturi, era somministrato nelle affezioni epatiche.
Forse ho scritto delle nespole, oltre che per la fortissima suggestione che mi ha dato domenica Gigi Di Mitri, perchè il tempo è galantuomo, lo riscontro in ogni circostanza e con il tempo “i muri si abbassano” come mi disse Rino De Filippi un vecchio ormai scomparso segretario di un vecchio e ormai estinto partito nel quale mi onoro tuttora di aver militato in giovinezza.

Bibliografia

Giancarlo Bounous, Elvio Bellini, Gabriele Beccaro, Laura Natarelli: Piccoli Frutti e Fruttiferi minori in montagna tra innovazione e tradizione
Markus Kobold:Liquori d'erbe e grappe medicinali
I Nostri frutti nelle TRADIZIONI POPOLARI e nella fitoterapiaCategoria Etnobotanica, Frutti, Tradizioni Popolari Contributo al Convegno sui Frutti Dimenticati di Casola Valsenio http://www.etnobotanica.org/category/tradizioni-popolari/
Bollettino della Società dei naturalisti in Napoli 1914 http://www.archive.org/stream/bollettinodellas26soci/bollettinodellas26soci_djvu.txt
Henry Leclerc : Lineamenti di Fitoterapia
Elvio Bellini – Edgardo Giordani: Riscopriamo i fruttiferi minori

lunedì 28 giugno 2010

La decorazione nei cimiteri della Sicilia con la Batata del Salento leccese (Ipomoea batatas L.)


La decorazione nei cimiteri della Sicilia con la Batata del Salento leccese (Ipomoea batatas L.)
di Antonio Bruno*
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La batata è originaria delle Ande (America Centrale) dove è stata coltivata a partire da 5000 anni fa. La batata fu la prima ad arrivare in Europa, portata indietro dalle Americhe dallo stesso Cristoforo Colombo. La varietà di batata coltivata nella provincia di Lecce, ha una uniformità di colore, un'alta concentrazione di zuccheri e, soprattutto, si conserva molto a lungo. Se i tuberi vengono messi in un vaso pieno d'acqua, ecco che emerge una cascata di bellissima vegetazione.
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Il Conte Villa di Mont Pascal, Tesoriere della Reale Accademia di Agricoltura di Torino, nell'adunanza del 28 aprile 1842 illustrò la coltivazione della Batata dolce americana. Lui la chiamava Convolvulus Batatas (Ipomoea batatas L.). La coltivazione fu introdotta dal Marchese Ridolfi in un podere sperimentale di Meleto. Il Prof. Moretti aveva tentato la coltivazione della Batata in Lombardia avendo avuto difficoltà e anche per l'impossibilità di conservare i tuberi sino alla semina, quelle varietà erano davvero difficili da conservare.
I primi di aprile si misero a germinare i tuberi e in 15 giorni da un tubero spuntarono i germogli. Da quell'unico tubero ottenne delle talee che che alla fine di giugno vegetavano. Interessante la concimazione che consisteva nell'utilizzo di cenere e poi contro le formiche e i grillotalpa il Conte utilizzò della fuliggine. Le piante lussureggiarono raggiungendo tre metri di larghezza. Ai primi di ottobre le piante cominciarono a fiorire e per paura delle piogge si provvide a estrarre i tuberi dal terreno. Raccolse 75 chili di tuberi. Poi provò a conservare i tuberi alcuni alla temperatura di 4 – 5 gradi e marcirono tutti, altri alla temperatura di 14 – 15 gradi che rimasero vitali.
La batata è originaria delle Ande (America Centrale) dove è stata coltivata a partire da 5000 anni fa.
Ripetiamo la sua carta di identità ovvero BATATA Ipomea batatas(L.) Famiglia Convolvulaceae
Ha una resa di 15 tonnellate di tuberi per ettaro. La varietà del Salento leccese produce da 20 a 40 tonnellate per ettaro. La produzione mondiale è di 127 milioni di tonnellate; la superficie mondiale è di 9 milioni di Ettari così distribuiti: Cina 86%; Indonesia 2%; Uganda 2% e Vietnam 1%.
La sua coltivazione in Italia è limitata a modestissime superfici del basso Veneto, del Comasco e della parte nord-orientale della Provincia di Lecce oltre che nell’agro leccese, si coltivava, a macchia di leopardo, in varie aree del Salento e in particolare a Calimera, centro della Grecìa Salentina. Attualmente è limitata a piccole superfici lungo la fascia costiera dell'agro leccese che dal capoluogo conduce verso la Provincia di Brindisi, gli agricoltori che continuano nella coltivazione sono quelli di Frigole, Surbo, Squinzano e Trepuzzi.
L’antica varietà coltivata nella Provincia di Lecce, e in particolare nell’agro leccese, è una varietà molto rustica, vigorosa, quasi invadente, forma piante striscianti molto estese dall'elegante fogliame cuoriforme dalla bella colorazione rosso-violacea. I tuberi sono solitamente di forma allungata con le due estremità sottili, ma anche globosi, di colorazione rosso-ocra. La polpa è giallastra e molto zuccherina.
Ha dei fusti che vanno verso il basso e spesso di colore porpora per la presenza di pigmenti che possono colorare anche le foglie lungo le nervature. Nel Salento leccese viene irrigata anche se è una pianta molto resistente all'aridità e ama la luce. I fiori sono solitari e simili a quelli del convolvolo, il frutto è una capsula. Così come ha fatto il Conte Villa di Mont Pascal la batata si può riprodurre per talea e produce due tipi di radici avventizie alcune sono sottili e servono per l'assorbimento della soluzione circolante del terreno, altre invece sono inspessite e hanno la funzione di deposito di amido prodotto dalla fotosintesi clorofilliana nelle vistose foglie. La formazione del tubero avviene in queste radici secondarie di deposito per la crescita secondaria della radice formando un cambio cribro – vascolare (tessuti meristematici secondari che derivano da cellule adulte e già differenziate che, in un secondo tempo, riacquistano la capacità di dividersi persa con la specializzazione) a livello del periciclo ( unico strato di cellule poste immediatamente al disotto dell'endoderma che è il foglietto embrionale più interno) e di un secondo cambio che si forma dal parenchima midollare attorno alle arche con produzione di pochi elementi di xilematici (legno) e floematici (vasi) e molto parenchima in tutte le direzioni. Negli organismi vegetali il termine parenchima, o tessuto parenchimatico, indica una serie di tessuti di riempimento, molto attivi dal punto di vista metabolico, dotati di ampi spazi intercellulari. Questi tessuti parenchimatici prodotti dai due cambi hanno gli spazi intercellulari ricchi di amido e attraversati da canali laticiferi dove c'è un lattice denso e bianco.
La raccolta del tubero si fa o quando le foglie ingialliscono, oppure quando a un taglio non fuoriesce più il lattice.
Nel tubero vi sono i caroteni che ovvero la Vitamina A, l'acido ascorbico o vitamina C, la niacina o vitamina PP, Pellagra-Preventing, o vitamina B3, pigmenti antociani che sono i responsabili del colore rosso e gli zuccheri.
Nel Salento leccese viene chiamata Patata zuccherina proprio per il sapore dolce che è dato sia dal saccarosio che dal fruttosio presente nei tuberi. L'amido della Batata è costituito per tre quarti da amilopectina che è un polimero del glucosio, altamente ramificato, presente nelle piante e da un quarto di amilosio che è uno zucchero polisaccaride che deriva dall'unione di centinaia di molecole di α-D(+)-glucosio (solitamente da 300 a 3000). Non contiene che scarse proteine e soprattutto ha pochissimo triptofano che come noto in noi esseri umani è uno degli amminoacidi essenziali, cioè va assunto tramite l'alimentazione, dato che l'organismo umano non è in grado di sintetizzarlo. Inoltre la Batata contiene anche pochissimi amminoacidi solforati che sono anch'essi amminoacidi essenziali. I minerali presenti nel tubero sono sodio, potassio, fosforo e calcio. Nel tubero vi sono anche molti oligosaccaridi responsabili della flatulenza ovvero la formazione di una miscela di gas "Ed elli avea del cul fatto trombetta"(Dante) . Inoltre nel tubero vi sono degli ossalati che aumentano in quantità se vi sono delle infezioni da funghi che producono una tossina l'ipomeamarone. In alcune zone, ma non nel Salento leccese, sia le foglie che i teneri germogli vengono utilizzati come verdure.
Oggi se passate dalle parti di Frigole una frazione della Città di Lecce, vicino al mare potete ammirare le coltivazioni di queste piante. Qualcuna viene utilizzata per il tubero dal sapore dolciastro e da qui il nome di Patata zuccherina ma la maggior parte viene spedita in Sicilia. Come dite? Perché in Sicilia? Ma è semplice se prendete il tubero e lo mettete nell'acqua sapete cosa accade? Dalle gemme ecco veni fuori una bellissima vegetazione di foglie lobate o palmate a fillotassi (deriva dal greco phyllon=foglia + taxis=ordine) alterna.
E che se me fanno i siciliani di un tubero nell'acqua che vegeta in questo modo?
Ne fanno un uso decorativo, come gli americani che hanno sul balcone o sul terrazzo un bel tubero da cui far venir fuori tante e belle foglie da decoro!
La batata messa in un barattolo pieno d'acqua in inverno crea bellissime foglie che abbelliscono le tombe dei cimiteri siciliani e da qui questa produzione locale in agro di Lecce località Frigole. Batata dell'agro leccese, patata dolce, patata zuccherina, patàna, taràtufulu è inserita nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali e nell’Atlante dei Prodotti Tipici.
Specificamente nel Salento leccese nel mese di febbraio-marzo si mettono a germogliare in vivaio i tuberi raccolti nella campagna precedente e i primi di Aprile, quando i germogli hanno raggiunto una lunghezza di 15-20 centimetri, si staccano dal tubero e si scavano delle buche piantando le talee formando delle righe. Il terreno viene arato facendo in modo da evitare ristagni idrici.
I terreni di Frigole e della costa adriatica destinati alla coltivazione della batata erano paludosi e quindi sono umidi, dopo la preparazione del terreno si effettua una sarchiatura e si irrigano. La batata del Salento leccese si raccoglie a settembre ma si può procedere a una raccolta frazionata perché i tuberi possono rimanere nel terreno sino a novembre.
La varietà di batata coltivata nella provincia di Lecce, ha una uniformità di colore, un'alta concentrazione di zuccheri e, soprattutto, si conserva molto a lungo. Le foglie sono a forma di cuore, il fusto ha un portamento strisciante. Questo particolare portamento che determina, se messe in un vaso pieno d'acqua, una cascata di bellissima vegetazione ne ha determinato il successo come pianta da decorazione dei cimiteri della Sicilia.

*Dottore Agronomo



Bibliografia

Annali della Reale Società Agraria di Torino Volume Primo 1840
Leda Cesari: Come all'idroscalo di Milano le Ferie a Rauccio
Antonio Giaccari: La batata nel leccese tra tipicità e sviluppo del territorio
Prof. Guido Baldoni: Tuberose nel mondo FAO 2004
Calogero Rinallo: Botanica delle piante alimentari
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inf. XXI, 139
J. C. Pennycooke and L. E. Towill: Cryopreservation of shoot tips from in vitro plants of sweet potato [Ipomoea batatas (L.) Lam.] by vitrification
W. J. Martin: Effect of Sweet Potato Cultivars and Pathogens on Ipomeamarone Content of Diseased Tissue.
Elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali e nell’Atlante dei Prodotti Tipici http://www.tipicipuglia.it/test/procedure/pdf/prodotti_trad.pdf
Giuseppe Palumbo: “Il Salento” Almanacco Illustrato 1931- vol. 5° - Ed. L’Italia Meridionale- Lecce

I prodotti agricoli con la carta d'identità


I prodotti agricoli con la carta d'identità
di Antonio Bruno
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Si è conclusa positivamente la trattativa per il rinnovo del CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) degli operai agricoli e florovivaisti. A Bari il 28 giugno 2010 in una discussione dei sindacati di Puglia si è discusso del futuro del lavoro nei campi.
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A Bari il 28 giugno 2010 per una discussione su ciò che si è verificato a Roma il 25 maggio 2010, presso la sede della Confagricoltura dove è stato siglato il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore agricolo e florovivaistico.
Il contenuto del rinnovo si caratterizza oltre all’aumento economico del 4,1% e altte importanti conquiste.
Molti sono poi gli articoli che affrontano i temi dell’immigrazione straniera e delle clausole sociali, con il riconoscimento di un giorno di permesso in caso di nascita del figlio per i padri, altri aspetti riguardano la formazione, il Part time, estensione dei diritti degli apprendisti, gli appalti e la vendita dei prodotti sulla pianta e la possibilità di regolazione al secondo livello dell’agriturismo ed infine la possibilità di utilizzo dei permessi per i componenti di Agrifondo.
La discussione animata tra gli infermieri del sindacato, tutti al capezzale del lavoro agricolo, malato e poco, o per nulla, considerato. Con un aspirina si vuole guarire il lavoro malato! Un farmaco formidabile l'aspirina, evita tanti guai, risolve tanti problemi, solo che ai malati gravi l'aspirina non serve, servono medicine specifiche che facciano guarire.
Non so se sia chiaro a tutti ma l'aspirina è il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore agricolo e florovivaistico che non è adeguato ma soprattutto che nel Salento leccese non applica quasi nessuno e quindi per questo motivo assolutamente inefficace per guarire il lavoro in agricoltura malato grave, forse malato terminale. Nella maggior parte dei casi la malattia grave è la totale mancanza di garanzie per i lavoratori dell'agricoltura.
Eppure la produzione alimentare serve alle necessità di ogni nostra famiglia, sono i bisogni primari, quello di mangiare, di nutrirsi, che paradossalmente passano a divenire bisogni di cui non siamo consapevoli. Ma se rimanessimo senza cibo? Se accadesse come nel 1940 – 45 come durante la guerra che mi raccontava mio padre e che mi racconta ancora mio suocero, quando per un tozzo di pane si era disposti a tutto o quasi? Ma non ci pensate più vero? Andate in giro per Ipermercati e da scaffale in scaffale gettate ogni ben di Dio nel carrello della spesa, spendendo sempre poco rispetto a quello che spendete per tutto il resto. Eppure se tutto questo non ci fosse vedreste voi stessi quale valore avrebbe un frutto di pesca o di mela, o un pezzo di pane. Il bisogno primario dovrebbe vedere i protagonisti che producono i prodotti della Terra tutti PRIMARI, come quelli ospedalieri che ci guariscono, i contadini e i braccianti agricoli che ci fanno vivere, protagonisti del nostro nutrirci, della crescita nostra e dei nostri figli.
Invece no! I lavoratori agricoli non hanno nessuna garanzia, nessuna tutela, sono trattati come delle nullità, di cui nessuno di occupa. E allora è inutile che si gridi al rinnovo generazionale in agricoltura perchè, di un settore considerato meno di niente, nessuno ne vuol sentir parlare e, soprattutto, nessuno vuole andarci a lavorare ficcandosi in questa avventura che più che un percorso sembra essere un andare allegramente e incoscientemente verso il baratro.
La maggior parte delle persone venute da lontano per lavorare nel Salento leccese esercita il lavoro agricolo stagionale che è il lavoro tipico degli ultimi arrivati insieme a quello dell'edilizia, inutile ricordare la scarsa capacità di incidenza dell'azione sindacale per la dispersione territoriale dei luoghi di lavoro e la non corrispondenza tra luogo di residenza e luogo di lavoro. Il sindacato è in una situazione di debolezza e ha la forte tentazione di difendere i lavoratori ricorrendo all'intervento dello stato e sollecitando interventi legislativi e normativi.
Se vogliamo l'agricoltura nel Salento leccese l'elemento indispensabile per farla sopravvivere sono i lavoratori stagionali! Lo sanno tutti che gli infermieri che chiamano la polizia non guariscono gli ammalati. Forse il lavoro agricolo ha necessità di medici veri che si occupino del lavoro stagionale, lo regolamentino, lo rendano interessante e appetibile.
Mi è piaciuto anche ascoltare la proposta di uno degli interventi che suggeriva di mettere sull'etichetta dei prodotti agricoli i nomi e i cognomi dei lavoratori che hanno contribuito alla produzione di quel frutto, di quella verdura e di quel pane. Il prodotto agroalimentare con un etichetta piena dei nomi e dei cognomi di chi ha contribuito a farlo crescere e maturare per poi essere servito sulla tua tavola per nutrire te e i tuoi figli. I prodotti agricoli che non sono più anonimi ma che hanno una carta d'identità: quella delle donne e degli uomini che hanno lavorato per farli maturare!




Bibliografia

Silvia Pérez-Vitoria:Il ritorno dei contadini
CCNL Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore agricolo e florovivaistico http://www.faicisllecce.com/
Francesco Bacchini: Lavoro intermittente, ripartito e accessorio
Giuseppe Ferraro, Maurizio Cinelli: Lavoro, competitività, welfare, Volume 2
Enrico Pugliese,Dante Sabatino: Emigrazione e immigrazione

domenica 27 giugno 2010

Il Salento leccese “Papa – ver” e “Papa – rine”


Il Salento leccese “Papa – ver” e “Papa – rine”
di Antonio Bruno
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Il termine Papaver deriva dal latino papo (= pappa). Il papavero rosso, originario delle regioni medio - orientali è comparso in Europa con l’introduzione delle colture di cereali. Nel Salento leccese raccogliamo il papavero in pieno inverno , dicembre – gennaio e dopo averlo cucinato lo mangiamo.
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Non dirmi che non sai che cosa sono le paparine? Come mai, sei nato e cresciuto nel Salento leccese, le hai mangiate con le olive, le nere olive della cellina e dell'oliarola, e non sai che pianta è quella della paparina? Allora te lo dico io: è il papavero! Non lo sapevi vero? Noi del Salento leccese raccogliamo il papavero in pieno inverno , dicembre - gennaio, quando non ha ancora il fiore, gli tagliamo le radici , eliminiamo eventuali foglie secche, laviamo tutto (adesso mia moglie si arrabbia perchè sostiene che parlo come il Papa ma a fare tutto questo non siamo noi, né io con il plurale maiestatis, ma lei al singolare) e mia moglie prepara! E come non ricordare quello che tutti abbiamo detto da piccoli: Mamma dammi la pappa infatti il termine Papaver deriva dal latino papo (= pappa) o da una parola celtica con il medesimo significato.
Pare che il papavero rosso sia originario delle regioni medio - orientali e che sia comparso in Europa con l’introduzione delle colture di cereali.
Teocrito (Siracusa, 324/321 a.C. – circa 250 a.C. poeta greco antico) afferma che il papavero nacque dalle lacrime di Venere mentre piangeva Adone . Cercate di immaginare la scena perchè ne vale davvero la pena, ecco che Venere, mentre corre a soccorrere Adone ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia, si punge inavvertitamente con le spine di un roseto e ,con il suo sangue, tinge i fiori di rosso e questi fiori sono i papaveri che ricordano ancora oggi il dolore che accompagna sempre la perdita dell'amato.
Il papavero è un alimento non solo per noi salentini leccesi ma anche per gli antichi e infatti adorna il capo di Cerere, Cibele, Venere, Giunone e Mercurio. Nella mitologia Cerere, la dea delle biade che si supponeva avesse insegnato agli uomini l'uso del frumento, avrebbe trovato per la prima volta il papavero nell'isola di Mecona che avrebbe preso il nome dal papavero (papavero in Greco si dice Mecon). E' facile riscontrare che le spighe insieme ai papaveri sono i simboli della Dea Cerere.
Gli antichi rappresentavano la fertilità (Ubertas e da qui le donne ubertose) come una donna con capi di fiori di papavero in mano e con ghirlande, sempre di papavero, sulla testa, ciò per la circostanza che da una pianta di papavero se ne possono avere sino a 32.000 perchè tanti sono i semi che produce. E il Buon successo (Bonus eventus) era rappresentato nel Campidoglio, a Roma, come un giovane che tiene nella mano sinistra delle spighe miste a fiori di papavero.
Eppure il papavero è una specie infestante, tutti osserviamo i terreni che sembrano spruzzati di rosso, il rosso dei papaveri che imperversa e che ha ossessionato i pittori di tutte le epoche.
E come non raccontarvi del Papavero pugliese (Papaver apulum Ten.) che si distingue per i petali scarlatto rosei con macula scura basale. Dicevo delle grandi distese di papaveri rossi che si possono ancora notare in tutta la penisola e, tra questi, c'è anche il rosa del papavero pugliese. In questo Salento leccese che, citando Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) poeta che qualche bibliotecaria salentina vorrebbe ancora vivo e presente e a leggere le sue poesie, scrivevo di questo Salento leccese che ha un paesaggio sub specie mathematica “In altri termini, un paesaggio è di solito uguale algebricamente a x – 1. Il sottraendo è costituto dal cielo, ciò che rimane è la scena su di esso dipinta” e in quel dipinto del Salento leccese c'è il colore rosso dei papaveri. Quegli stessi papaveri della mia infanzia a San Cesario di Lecce, quando li raccoglievamo ancora chiusi nelle brattee e poi, uno di fronte all'altro, mettevamo il bocciolo tra il dito pollice e medio e facevamo una pressione che faceva scorrere le brattee e poi, suspence...apparivano i petali del bocciolo! Il gioco consisteva nell'indovinare il colore del bocciolo di papavero prima liberarlo dalle brattee. Ricordo perfettamente che nella maggior parte erano di colore rosso ma i boccioli potevano essere anche bianchi o rosa.
Chissà se i bambini del 2010 giocano a raccogliere boccioli di papaveri? Voi che dite? Lo fanno ancora? E se vi è venuta voglia di farlo, fatelo l'anno prossimo, fatelo con i vostri, perchè è così che si conquista l'eternità, nella memoria dei gesti semplici che ci vengono insegnati!
Gli immancabili papaveri spruzzati in mezzo al grano in questo tappeto giallo rosso che sono i colori della squadra di calcio del Lecce. I Colori giallo e rosso e che hanno fatto scrivere a Fabrizio De Andrè
“dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.”
I papaveri che vegliano i nostri pasti, questi insistenti papaveri del Salento leccese, divenendo essi stessi pasto in quelle fantastiche minestre con le olive nere che si chiamano Paparine e che raccogliamo imitando le donne del neolitico. Già le donne di più di 12.000 anni fa che, poiché non avevano l'urgenza di raccogliere in quanto erano consapevoli che la pianta non fugge via per difendersi, la pianta non scappa nascondendosi in qualche buco o in anfratto, ma è li ad attendere la mano di quella nostra antenata, la mamma dei nostri avi, e a sua volta nostra mamma, che con calma e con riflessione raccoglieva le piante che poi averebbe somministrato come cibo a marito e figli in quei 16 chilometri quadrati che erano lo spazio vitale per le persone umane più di 12.000 anni fa.
Il Prof. Ferdinando Boero dell'Università del Salento, in una sua bellissima relazione sulla biodiversità a Zollino il 26 giugno 2010 ha affermato che quella vita della donna raccoglitrice e delle persone umane nomadi era il Paradiso Terrestre e che la caduta “Biblica” di Adamo ed Eva dal Paradiso è avvenuta con il Neolitico e l'avvento dell'agricoltura e dell'allevamento in sostituzione della raccolta e della caccia.
Siamo stati cacciati da quel paradiso? Ci siamo ficcati in questa “civiltà” da soli? Una cosa è certa: accanto al giallo del grano c'è il rosso del papavero, accanto alla dolcezza del senso di sazietà dopo aver mangiato il piatto più prelibato per il mio amico Rori, ovvero un ricco e gustoso panino, c'è anche la fatica di doverselo guadagnare lavorando.

Bibliografia
Reivas dell' Ibis: miti e i simboli delle piante presso i greci ed i romani
M.F. Lochner: Papver ex omni antiquitate eretum 1719
Barthelms: Explication de la masaique de Palestine 1760
Wildenow Grund der Krauterkunde pag 501
Silvia Lusuardi Siena: signori degli anelli: un aggiornamento sugli anelli-sigillo longobardi
Michele Emmer:Matematica E Cultura 2
Fabrizio De Andrè: La Guerra di Piero
Ferdinando Boero: Relazione di Sabato 26 giugno, Piazza San Pietro a Zollino, nell'ambito della Fiera di San Giovanni, edizione 2010, nel convegno dal titolo “Biodiversità, valore aggiunto per i prodotti tipici”.

giovedì 24 giugno 2010

Mi hanno cresciuto a frise e “Menunceddrhe” (Cucumis melo L. var. Chate (Hasselq.) Filov)


Mi hanno cresciuto a frise e “Menunceddrhe” (Cucumis melo L. var. Chate (Hasselq.) Filov)
di Antonio Bruno
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La Menunceddrha ovvero il Carosello ha i Frutti cilindrici ad estremità arrotondata. La sua diffusione e il consumo inizialmente limitata ad alcuni areali del territorio pugliese, sta uscendo dai confini regionali, interessando anche la grande distribuzione organizzata.
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Io dopo Carosello non sono mai andato a nanna! Lo confesso i miei genitori erano molto clementi e mi concedevano di vedere la trasmissione in prima serata, quando non pioveva. Come dici? Che c’entra la pioggia con la TV? Se fosse il 1963 e abitassi a San Cesario di Lecce, sapresti che appena una goccia di pioggia fosse apparsa ecco che d’incanto l’Energia elettrica sarebbe stata staccata! E un lume a petrolio avrebbe illuminato una serata di “cunti” …”azzate Giuvanni e nu durmire , visciu na nuveia scire e benire una te acqua , l’addrha te ientu , l’ addrha te triste maletiempu...” Ma Carosello non è mai stata nella mia infanzia la Menunceddrha che invece ricordo molto bene come gustosa merenda estiva! Eccola la mail in cui un nipote e figlio del Salento leccese che vive lontano da questa terra che si immerge nel grande lago salato mi scrive che ha il padre è di Lecce e che suoi nonni lo hanno allevato a frise e menuncelle.
Poi guardate che scrive: Ora "menuncelle" è la pronuncia del termine da loro utilizzato per descrivere una specie di cetriolo tondo-melone che pare cresca solo laggiù in Puglia. Mio nonno è morto da anni, qui nessuno me le coltiva più e io vado in crisi d'astinenza :dottò:
Ho fatto ricerche in internet e non trovo nulla, probabilmente il nome è sbagliato. Qualcuno mi sa dire come caspita si chiamano??? E poi conclude con unìofferta che non si può rifiutare ovvero:
Una birra virtuale a chi lo sa, una cena a chi me ne manda una cassetta :sbav:
Simpatico vero? E poi la domanda di “Stella del mattino” kika.83@libero.it una mia simpaticissima amica a cui ho fatto vedere lumache per Caroselli e a cui davvero non mi sono sentito di dire di no che suona così: :D io ti volevo kiedere ...ma le MANUNCEDDRHE??????? ( o pupuneddrhe o booo nn so kome tu le kiami)...qualke notizia in merito visto ke nn le ho mai viste in nessun supermerkato d'italia apparte qui.. :D
Cominciamo con il collega Dottore Agronomo Francesco Serio dell'Ispa-Cnr francesco.serio@ispa.cnr.it che ci narra del Carosello e del Barattiere, due tipi di melone (Cucumis melo L.) tipici della Puglia. Pianta rustica erbacea annuale delle cucurbitacee a rapido sviluppo con fusto angoloso, flessibile, strisciante e rampicante. Il Carosello ha i Frutti cilindrici ad estremità arrotondata dalla buccia di colore verde chiaro con protuberanze, la polpa compatta con pochissimi semi che si mangiano immaturi, in alternativa al più comune cetriolo, crudi e cosparsi di sale o in insalata. Poi ci spiega il profilo di qualità di questi peponidi da cui si evidenzia una ridotta presenza di sodio rispetto al cetriolo e un minore contenuto di zuccheri semplici. Per tali peculiarità, continua il collega Dottore Agronomo Francesco Serio, la diffusione e il consumo di carosello e barattiere, inizialmente limitata ad alcuni areali del territorio pugliese, sta uscendo dai confini regionali, interessando anche la grande distribuzione organizzata.
Il Salento leccese è ancora un centro di biodiversità per i meloni anche se le nuove cultivar hanno sostituito progressivamente le varietà locali tradizionali. Nel nostro territorio si coltiva la “Meloncella” “Menunceddrha” “Spureddrha” (Cucumis melo L. var. Chate (Hasselq.) Filov), che è stata tradizionalmente coltivata per i suoi frutti acerbi. Questa coltivazione è uno degli ecotipi pugliesi che potrebbe anche essere l’epigono di una coltivazione più ampia.
Voglio subito dire subito per chi si diletta a coltivare nel suo orto urbano oppure sul balcone come si coltiva: la “Meloncella” “Menunceddrha” “Spureddrha” (Cucumis melo L. var. Chate (Hasselq.) Filov) predilige i climi temperati o caldi con umidità costante e soprattutto per quelli che sono a nord penso che debbano tenere in debito conto la circostanza che teme il freddo e le brinate. Prima della semina il terreno deve essere ben lavorato, profondo, di medio impasto, ben concimato e con pH leggermente acido. La semina se fatta all'aperto si può effettuare da marzo a luglio se invece si utilizza una serra può essere effettuata da gennaio-febbraio per poi effettuare il trapianto in marzo-aprile su file distanti 40-60 cm l'una dall'altra. Per la semina in pieno campo si fanno le buche a un metro una dall’altra e si lasciano cadere quattro semi per buchetta.
La raccolta avviene in modo scalare a comincia dopo 74 giorni dalla semina.
Nel periodo da febbraio a giugno del 2003 è stata condotta una ricerca in serra fredda su quattro selezioni di popolazioni locali di Melone da consumo verde che sono coltivate in Puglia e specificamente il Barattiere, la Menunceddrha o Spureddrha Bianca, il Carosello di Polignano e il Carosello di Manduria. I ricercatori hanno valutato la morfologia delle piante, le caratteristiche della produzione e la quantità di peponidi delle quattro selezioni di popolazione. La differenza maggiore dal punto di vista Morfologico è tra il Barattiere da una parte e la Menunceddrha o Spureddrha Bianca, il Carosello di Polignano e il Carosello di Manduria dall’altro e anche rea queste ultime tre popolazioni ci sono differenze tra alcuni dei caratteri che sono stati considerati.
La popolazione più precoce è risultata la Menunceddrha o Spureddrha Bianca mentre la più tardiva e la meno produttiva è risultata la popolazione di Barattiere.
Dal 1996, gli scienziati del Istituto di Genetica Vegetale (IGV) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Bari ( Italia) e il Crop Science Institute dell'Università di Kassel (Germania) hanno studiato la conservazione e l'uso di agrobiodiversità nella Grecia salentina.
I risultati di queste indagini hanno indicato una forte erosione genetica delle varietà locali autoctone e l'urgente necessità della loro protezione sia in situ e ex situ.
La zona del Salento (Grecia salentina inclusa) è famosa per il Carosello melone cetriolo, meloncella o menuceddha (Cucumis melo L. subsp. melo convar. adzhur ( Pang. ) Grebenšc . var. Chate (Hasselq. ) Filov ). Sono stati raccolti dodici campioni di questa coltura. Sette varietà tipiche locali di melone (C. melo) tra cui la vecchia “Minna te moneca “( seno della monaca), Bianco Melone d'Inverno (poponia in Griko ) e Malune ZUCCARINO (melone dolce) , un tipo caratteristico con frutto lungo e profumato. Purtroppo non sono stati trovati esempi di vecchie varietà locali di cocomero (Citrullus lanatus (Thunb.) Matsumura et Nakai ) già coltivata in questa zona e caratterizzata da polpa gialla , e questi con ogni probabilità possono essere estinti.
Non so se sono riuscito a soddisfare Stella del mattino ” kika.83@libero.it e le varie curiosità. Comunque all’obiezione della difficoltà di reperire i semi rispondo che io li ho trovati in vendita in vari siti internet, basta mettere in una stringa di un motore di ricerca “Carosello o Meloncella leccese” ed ecco che il seme come per incanto appare per le vostre coltivazioni in ogni parte del mondo!

Bibliografia
Coltivazione degli ortaggi e salvaguardia della biodiversità: il caso del carosello e del barattiere http://roma.cilea.it/plinio/Iniziative/iniziativa.asp?codIniziativa=IC82&Dettaglio=RC84#dettaglio
G. Laghetti , R. Accogli and K. Hammer: Different cucumber melon ( Cucumis melo L.) races cultivated in Salento (Italy)
Anna Bonasia, Francesco Montesano, Angelo Parente, Angelo Signore, Pietro Santamaria: Morfologia e produzioni di quattro popolazioni di melone da consumo verde
F. Martignano V. Falco B.R.G. Traclò K. Hammer: Agricultural biodiversity in Grecìa and Bovesìa, the two Griko-speaking areas in Italy ( Hammer et al. 1992; Laghetti et al. 1998; Hammer et al. 1999; Laghetti et al. 2003; Hammer et al. 2007a , 2007b , 2007c ; Hammer- Spahillari et al. 2007; Laghetti et al. 2007a , 2007b ; Miceli et al. 2007)

I Dottori Agronomi e Forestali per lo sviluppo sostenibile del Salento leccese


I Dottori Agronomi e Forestali per lo sviluppo sostenibile del Salento leccese
di Antonio Bruno
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Il territorio del Salento leccese è interessato dalla presenza di impianti per la produzione di energia che devono essere oggetto di una valutazione in termini di sostenibilità. I Dottori Agronomi e i Dottori forestali della Provincia di Lecce hanno iniziato una ricerca per individuare la complementarietà tra sviluppo e conservazione dell’ambiente e delle risorse naturali nelle attività economiche del territorio.
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Le attività delle persone umane del Salento leccese hanno un impatto sull'ambiente e ciò accade perchè ancora nessuno si pone il problema della conservazione dell'ambiente che è Paesaggio rurale.
Le risorse naturali non possono essere sfruttate in maniera irrazionale perchè questo rende fragile l'equilibrio socio – ecologico e, per questo motivo, è davvero urgente mettere in atto azioni finalizzate alla conservazione, alla valorizzazione e al risparmio delle risorse.
Tutto questo nel Salento leccese è fondamentale per realizzare una qualità della vita che sia collegata all'ambiente, che è il territorio, che è il Paesaggio rurale del Salento leccese e conseguentemente all'uso che se ne fa in termini economici, urbanistici, dei trasporti e dell'efficienza.
In questi giorni a Lecce Paride De Masi, titolare della Italgest di Casarano, presenta un progetto per la costruzione di una centrale termoelettrica da 25 Megawatt da realizzarsi sui terreni agricoli di Lecce ed alimentata ad olio vegetale. Il progetto è a filiera corta e prevede l'approvvigionamento del 40% del combustibile nel raggio massimo di 70 chilometri dall'impianto e tale combustibile dovrebbe essere prodotto in agro di Lecce da colture di girasoli. Inoltre registriamo il progetto per la centrale a Biomasse di 37 Megawatt nelle Campagne di Cavallino e il referendum per la Centrale a Biomasse di Casarano. C'è anche domenica 20 giugno 2010 con la raccolta di mille firme in poche ore durante la festa di Sant'Antonio a Cutrofiano contro la proliferazione di impianti fotovoltaici definiti dal Forum amici del Territorio”“malsano business che uccide il nostro paesaggio”. Questi fatti dimostrano la necessità di un intervento qualificato da parte di noi professionisti Dottori Agronomi e i Dottori forestali su questi temi. La politica energetica della Regione Puglia orientata all'utilizzo delle fonti rinnovabili ha sviluppato la presenza nel territorio di impianti che devono essere oggetto di una valutazione puntuale e complessiva da parte dei Dottori Agronomi e dei Dottori forestali della Provincia di Lecce per verificarne la sostenibilità e la compatibilità con il Paesaggio Rurale. Stesso discorso vale per la realizzazione dell'impianti complesso dei rifiuti speciali nella zona industriale di Lecce progetto approvato dal Comune di Lecce ma contestato dal Comune di Surbo e dal Consorzio Asi. Questo realizzando impianto complesso dei rifiuti speciali sembrerebbe essere a 40 centimetri dalla falda acquifera sottostante. In quella zona a detta dell'Ingegnere Ivo Monteforte dell'Acquedotto vi sono pozzi utilizzati dall'acquedotto pugliese per integrare la richiesta di acqua potabile della Città di Lecce ma non dimentichiamo che la falda costituisce la fonte di risorsa idrica per l'agricoltura. E' sempre di questi giorni la notizia della concessione della Provincia di un'area a Otranto all'altezza del ponte sulla foce dei Laghi Alimini, nei pressi della strada provinciale 366 per la realizzazione di un parcheggio.
L'ambiente della Provincia di Lecce è prima di ogni cosa Paesaggio Rurale e per questo motivo si è svolto un animato dibattito tra i colleghi per mettere in primo piano la vocazione del Salento leccese al turismo, all'artigianato e all'agroalimentare che sono riconosciute tre leve dello sviluppo di questo territorio. Utilizzando le parole del Dott. Francesco Pacella Assessore all'Agricoltura e al Turismo della Provincia di Lecce che in un Convegno organizzato dalla CISL di Lecce ha dichiarato: “Oggi si deve parlare non tanto di turista, quanto di "viaggiatore". Il viaggiatore arriva in un Territorio perchè deve avere delle motivazioni. Devo dire che oggi la motivazione per venire nel Salento c'è. Eccome c'è! Perché abbiamo tutto da offrire: il paesaggio straordinario e un mare fantastico”.
Per continuare a pensare al Salento leccese nei termini descritti nell'affermazione dell'Assessore Francesco Pacella è necessario l'utilizzo sostenibile del territorio.
La sostenibilità è la soddisfazione dei bisogni del presente senza compromettere la possibilità di soddisfare quelli delle generazioni future. E' evidente che nel Salento leccese c'è necessità di un nuovo modo di fare economia in modo consapevole, etico e responsabile che vada incontro alle esigenze degli imprenditori, alla natura e alle persone che abitano questo territorio. I Dottori Agronomi e i Dottori forestali della Provincia di Lecce stanno mettendo a punto, attraverso un dibattito in corso tra tutti i professionisti, un nuovo modo di utilizzazione consapevole, etico e responsabile del territorio che va incontro alla natura che è l'ambiente che è il Paesaggio rurale e ai salentini leccesi che realizzano le loro imprese nel territorio. I Dottori Agronomi e i Dottori forestali della Provincia di Lecce hanno iniziato una ricerca per individuare la complementarietà tra sviluppo e conservazione dell’ambiente e delle risorse naturali nelle attività economiche del territorio. Noi siamo certi che promuovendo la qualità di attività che impattino in maniera sostenibile con l' ambiente potremo avere un sicuro punto di partenza per lo sviluppo sostenibile del Salento leccese e della valorizzazione del suo straordinario patrimonio agroalimentare, naturale, faunistico e marino per una buona amministrazione e anche per una buona imprenditoria che produca benessere per le popolazioni senza mettere a rischio il Paesaggio rurale.



Bibliografia
Francesca Mandese: Biomasse, Rotundo chiama Vendola – Corriere del Mezzogiorno di mercoledì 23 giugno 2010
Acquedotto all'oscuro della megadiscarica – La Gazzetta del Mezzogiorno di mercoledì 23 giugno 2010
Salvatore Avitabile: Alimini è scontro sul parcheggio – Corriere del Mezzogiorno di mercoledì 23 giugno 2010
D. Nuz. Mille Firme contro gli impianti fotovoltaici - Quotidiano di Puglia di lunedì 21 giugno 2010
Referendum sull'impianto a Biomasse - La Gazzetta del Mezzogiorno di sabato 19 giugno 2010
TURISMO, ARTIGIANATO E AGROALIMENTARE: TRE LEVE DELLO SVILUPPO LOCALE http://www.progettosalento.eu/politica-e-attualita/economia/171-turismo-artigianato-e-agroalimentare-tre-leve-dello-sviluppo-locale.html
Mariaelena Gennari, Antonio Monte, Tiziana Patera, Valentina Pennetta, Anna Maria Stagira, Francesca Tenore: L’INDUSTRIA AGROALIMENTARE IN PUGLIA
Alice Sabato: Sostenibilità dello sviluppo turistico nel Basso Salento: il caso di Cardigliano

martedì 22 giugno 2010

Nel 1904 il furetto con una mano sola spargeva lo zolfo dappertutto!


Nel 1904 il furetto con una mano sola spargeva lo zolfo dappertutto!
di Antonio Bruno
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Il trattamento con polvere di zolfo si faceva a mano libera, poi si utilizzò la "caffittera", quindi con il soffietto a due mani e ultimamente con la pompa a spalla per solforare.
Tale trattamento veniva fatto tutte le volte che il tempo lo richiedeva, cioè nelle giornate di caldo umido per evitare che la vite si ammalasse di peronospora, e fu introdotto sistematicamente dopo la grave crisi vitivinicola avvenuta dal 1798 al 1801 con il "morbo nero". Nel Salento leccese nel 1904 il Prof. Ferdinando Vallese suggerì l'impiego del solforatore a soffietto “furetto” che funzionava con una sola mano.
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Lo zolfo è uno dei più antichi fungicidi usati nella difesa fitosanitaria. Viene usato contro l'oidio Uncinula necator (forma conidica Oidium tuckeri) che è un fungo che causa una malattia della piante detta oidio (fitopatogeno) della famiglia Erysiphaceae agente eziologico dell'Oidio. L'oidio colpisce la vite, le piante da frutto, le colture orticole, i cereali e la barbabietola da zucchero. Ma lo zolfo risulta anche efficace per altre malattie come la escoriosi della vite, septoriosi, fusariosi e ruggine del frumento. Esplica anche un’azione collaterale insetticida contro neanidi di afidi, tisanotteri e acaricida contro gli eriofidi del pero e della vite.
Lo Zolfo agisce allo stato elementare come vapore sul micelio e sulle spore del fungo parassita. Lo zolfo penetra nella cellula fungina, infatti, grazie alla sua capacità di sciogliersi nei grassi (liposolubilità), è in grado di rompere la membrana cellulare e di determinare la fuoriuscita dell'acqua. Ciò comporta la deficienza idrica e la morte del fungo. La sua azione, inoltre, si esplica a livello della catena respiratoria (citocromo b), dove si sostituisce all'ossigeno come accettore di elettroni; si riduce formando idrogeno solforato e impedendo, in tal modo, la formazione di ATP, con notevole perdita di energia a livello cellulare.
I primi impieghi dello zolfo contro l’oidio nelle serre inglesi risalgono al 1847. In Romagna già nel 1864 Pasqui e Franchini riferiscono che “Non v'ha oramai bottega di droghiere sull'ingresso della quale non si legga vendita di zolfo e di soffietti per l'insolforazione delle viti”
Per spargere le polveri tra cui quelle dello zolfo si usano le cosiddette impolveratrici. I maggiori difetti di queste macchine sono la circostanza che non distribuiscono la polvere in maniera omogenea e le grandi perdite per terra. Molte volte vi è l'impaccamento dello zolfo e conseguentemente l'ingolfamento della macchina, vi è anche la possibilità di autocombustione del prodotto all'interno della macchina.
Nel 1904 la Cattedra Ambulante Provinciale di Terra d'Otranto retta dal Prof. Ferdinando Vallese segnalava a tutti gli agricoltori l'opportunità di utilizzare una nuova solforatrice che veniva chiamata “La celere”. Questo attrezzo aveva le stesse prestazioni di una solforatrice a zaino con il vantaggio di avere un costo sette volte inferiore. Per il funzionamento si utilizzava una sola mano e poteva essere impiegata per lo spargimento sulle coltivazioni da difendere di qualunque tipo di polveri. Siccome bastava una sola mano per farla funzionare, con l'altra si potevano sollevare le foglie in maniera tale da trattare con lo zolfo tutto il fogliame. Naturalmente siccome non vi era bisogno di una particolare manualità per farla funzionare si poteva utilizzare indifferentemente sia la mano destra che quella sinistra e ciò consentiva un più snello impiego per la possibilità di cambiare mano oltre che una minore fatica e conseguentemente una minore stanchezza. In pratica bastava scuotere l'apparecchio per fare uscire lo zolfo e si arrivava a produrre da 200 a 250 getti al minuto, che era un orttimo risultato se confrontato con quello sei soffietti che si utilizzavano ordinariamente nel 1904 che arrivavano difficilmente a 60 getti al minuto.
La solforatrice funzionava con tutte le polveri: Zolfo naturale, sublimato e precipitato; calce, gesso, cenere .
Si aveva una grande potenza di getto perchè il soffietto era disposto in maniera tale da far agire la pressione dell'aria nella direzione che doveva prendere il getto dello zolfo. La regolazione si otteneva girando il coperchio da dove esce lo zolfo, leggerezza per il poco peso ma anche per il perfetto equilibrio che evita il difetto della falsa portata dei soffietti a due mani che erano faticosi da far funzionare.
Per riempire la solforatrice furetto bisognava togliere il coperchio che porta il tubo da dove esce lo zolfo e riempire la solforatrice tenuta verticalmente sino a metà per poi rimettere il coperchio fandolo entrare il più possibile dentro. Bisognava prendere la solforatrice dal manico di legno mettendo la mano davanti all'articolazione o tra l'articolazione e il mantice. Fatto ciò bisognava scuotere due o tre volte per eguagliare lo zolfo per tutta la lunghezza, poi si scuoteva l'impugnatura con dei movimenti alla distanza da tre a quattro volte al secondo e si imprimeva alla solforatrice un bilanciamento continuo. Quelle oscillazioni producevano un'agitazione continua dello zolfo che si trovava proiettato violentemente all'esterno per l'azione dell'aria prodotta dal mantice del soffietto. Bisognava disporre il coperchio per chiudere la solforatrice in maniera che il tubetto da cui esce la polvere si trovasse in alto, in basso o da un lato a seconda la natura delle polveri e della quantità che si voleva dare. Il prezzo del 1904 della solforatrice “furetto” era di Lire 3,00.
Concludo ricordando che lo zolfo in polvere va dato alle piante la mattina presto perchè si deve attaccare alle foglie e ciò è favorito dall'umidità della mattina. Inoltre c'è da ricordare che a temperature troppo alte (sopra ai 30°C) lo zolfo può determinare una intossicazione della pianta (fitotosicità). Comunque le alte temperature sono necessarie per la sublimazione dello zolfo e quindi per il meccanismo di azione di questo principio attivo ed è per questo motivo che sconsiglio i trattamenti di sera.
Ricordo a tutti che la distribuzione dello zolfo va fatta in assenza di vento e con adeguate protezioni specie per gli occhi e il viso.

Bibliografia
L'Agricoltura Salentina del 1904
Luigi Cavadini: L'arte del giardiniere
Maines Fernando: Le macchine per i trattamenti
Pier Paolo D'Attorre,Alberto De Bernardi: Studi sull'agricoltura italiana: società rurale e modernizzazione
G.Pasqui: Notizie Agricole da Forlì 1864 pp 164 – 165
M.Franchini: Notizie Agricole da Sant'Arcangelo di Romagna 1868 pp 329 – 330
TAPPE STORICHE DELLA VITICOLTURA info@viten.net