1905 scritto dal collega Molè. Era tutto chiaro già da allora ma non si riuscì allora, non si riuscì dopo, e ancora non si riesce. Collaborazione invece di competizione sarebbe un cambio di cultura in grado di ottenere ciò che sino ad ora non è stato ottenuto. Antonio Bruno Ferro
Antonio Bruno è Laureato in Scienze Agrarie Dottore Agronomo iscritto all'Ordine di Lecce - Esperto in diagnostica urbana e territoriale e studente all'Università del Salento del Corso di laurea in Viticultura ed Enologia
martedì 18 giugno 2019
Organi della FIDAF (2019-2022)
Ringrazio il Presidente Andrea Sonnino e la Fidaf per il grande onore che mi hanno fatto nel farmi ricoprire l'incarico di Consigliere Nazionale.
Antonio Bruno Dottore Agronomo
Presidente Onorario: Silvano Marsella Presidente Emerito: Luigi Rossi Presidente: Andrea Sonnino Vice presidente: Tommaso Maggiore Vice presidente: Edoardo Corbucci Vice presidente: Roberto Accossu COMITATO DI PRESIDENZA 1. Giovanni Basso 2. Giuseppe Bertoni 3. Maurizio Canavari 4. Agostino Cella 5. Ermanno Comegna 6. Marco Marchetti 7. Mario Leotti Ghigi 8. Francesco Menafra CONSIGLIO NAZIONALE 1. Roberto Accossu, 2. Vittoria Alborino, 3. Giovanni Basso, 4. Silvano Bertini, 5. Giuseppe Bertoni, 6. Antonio Bruno 7. Maurizio Canavari, 8. Agostino Cella, 9. Nicola Colonna, 10. Ermanno Comegna, 11. Edoardo Corbucci, 12. Piermaria Corona, 13. Carmela Corso, 14. Emanuele D’Adamo, 15. Luigi Degano, 16. Pasquale De Vita, 17. Basilio Donini, 18. Andrea Fabbri, 19. Luca Fagioli, 20. Ervedo Giordano, 21. Raffaella Gueltrini, 22. Massimo Iannetta, 23. Mario Leotti Ghigi, 24. Tommaso Maggiore, 25. Marco Marchetti (SISEF), 26. Marco Marchetti (Ferrara), 27. Luigi Mariani, 28. Francesco Menafra, 29. Sante Minguzzi, 30. Orazio Miserocchi, 31. Marco Moroni, 32. Vito Prando, 33. Alberto Ricci, 34. Edoardo Rossi, 35. Andrea Sonnino, 36. Gabriele Testa, 37. Massimo Tirone, 38. Giacomo Tonella, 39. Pietro Vanicelli, 40. Antonio Venturi Consigliere di Diritto il presidente del CONAF: Dott. For. Sabrina Diamanti Collegio dei Sindaci Effettivi: Giuseppe Gisotti, Luigi Bassani, Evelina Mazzeo Supplenti: Martina Cherubini e Riccardo Di Giulio Collegio dei probiviri Effettivi: Emanuele Davia, Vincenzo Di Luozzo, Barbara Invernizzi Supplenti: Vincenzo Pilo, Lucia Marini
Antonio Bruno Dottore Agronomo
Presidente Onorario: Silvano Marsella Presidente Emerito: Luigi Rossi Presidente: Andrea Sonnino Vice presidente: Tommaso Maggiore Vice presidente: Edoardo Corbucci Vice presidente: Roberto Accossu COMITATO DI PRESIDENZA 1. Giovanni Basso 2. Giuseppe Bertoni 3. Maurizio Canavari 4. Agostino Cella 5. Ermanno Comegna 6. Marco Marchetti 7. Mario Leotti Ghigi 8. Francesco Menafra CONSIGLIO NAZIONALE 1. Roberto Accossu, 2. Vittoria Alborino, 3. Giovanni Basso, 4. Silvano Bertini, 5. Giuseppe Bertoni, 6. Antonio Bruno 7. Maurizio Canavari, 8. Agostino Cella, 9. Nicola Colonna, 10. Ermanno Comegna, 11. Edoardo Corbucci, 12. Piermaria Corona, 13. Carmela Corso, 14. Emanuele D’Adamo, 15. Luigi Degano, 16. Pasquale De Vita, 17. Basilio Donini, 18. Andrea Fabbri, 19. Luca Fagioli, 20. Ervedo Giordano, 21. Raffaella Gueltrini, 22. Massimo Iannetta, 23. Mario Leotti Ghigi, 24. Tommaso Maggiore, 25. Marco Marchetti (SISEF), 26. Marco Marchetti (Ferrara), 27. Luigi Mariani, 28. Francesco Menafra, 29. Sante Minguzzi, 30. Orazio Miserocchi, 31. Marco Moroni, 32. Vito Prando, 33. Alberto Ricci, 34. Edoardo Rossi, 35. Andrea Sonnino, 36. Gabriele Testa, 37. Massimo Tirone, 38. Giacomo Tonella, 39. Pietro Vanicelli, 40. Antonio Venturi Consigliere di Diritto il presidente del CONAF: Dott. For. Sabrina Diamanti Collegio dei Sindaci Effettivi: Giuseppe Gisotti, Luigi Bassani, Evelina Mazzeo Supplenti: Martina Cherubini e Riccardo Di Giulio Collegio dei probiviri Effettivi: Emanuele Davia, Vincenzo Di Luozzo, Barbara Invernizzi Supplenti: Vincenzo Pilo, Lucia Marini
lunedì 17 giugno 2019
DOTT. GIUSEPPE GUGLIELMI, ALCUNE SPECIALITÀ ORTICOLE DELLA PROVINCIA DI LECCE
Dopo più di un secolo, 111 anni per la precisione, è straordinario verificare che certe piante non sono più così usate nel nostro territorio per l'alimentazione. Mi riferisco alla Salsola saliva di Tenore, allo Smyrnium olusatrum (it. marcerone) e al cucumis flexuosus che continua ad essere coltivato in Armenia. Una bella carrellata delle orticole della Provincia di Lecce a cura del collega Dottore Agronomo Giuseppe Guglielmi. Buona lettura.
DOTT. GIUSEPPE GUGLIELMI
ALCUNE SPECIALITÀ ORTICOLE DELLA PROVINCIA DI LECCE
Cerignola - Stab. Tip. Cibelli 1908
Benché ogni regione abbia delle specialità orticole, pure in alcune località vi sono di quelle abbastanza caratteristiche sia in ordine alla produzione, sia in rapporto al consumo ed al modo come esse entrano nella nostra alimentazione. Queste specialità risentono di condizioni locali tanto per ciò che riguarda migliore utilizzazione di speciali fattori, quanto perché intervengono come soddisfazione di speciali bisogni. Così in Terra d' Otranto vi sono specialità orticole che meritano di essere alquanto illustrate. In generale la coltura ortense à relativamente scarsa, prevalendo I' orto di famiglia, benché però non manchino presso i centri più popolosi orti a scopo di industria. Intorno a Brindisi, Ostuni, Lecce, Galatina ed Otranto si fa coltura specialissima, utilizzando le scarse acque che' si ricavano da pozzi e ad Otranto servendosi delle acque del fiume Idro in quella plaga che, per i suoi deleteri effetti ora in via di diminuzione per le bonifiche in corso, è detta « Mala vicina ».
Distinguiamo queste specialità in due categorie nella prima comprendendo quelle che riguardano la coltivazione e nell' altra quelle che riguardano il consumo. Della prima categoria l’importanza maggiore è assunta dalla coltivazione della cicoria salentina, detta comunemente in provincia catalogna, forse in omaggio all' antica domi-nazione spagnola. Essa presenta una sottorazza detta brindisina. Questa cicoria, varietà importante del Cicorium intybus Linneo, è stata messa in commercio dalla casa Dammann sotto il nome di Cichorium intybus asparagoides ; ma dato il suo portamento e tutti i suoi caratteri deve considerarsi piuttosto come una razza del Cichorium intybus latifoifum del Pasquale, quella cioè che a Napoli è indicata col nome di cicorioni o talli di S. Pasquale.
La cicoria salentina si suol coltivare come produzione primaverile, seminandola al principio dell'autunno e trapiantandola a fine autunno e a volte anche durante l'inverno. Ben vero però se ne fa anche coltivazione estiva ma soltanto presso Ostuni ed Otranto; in questo caso richiedendo copiose irrigazioni, il prodotto si suole indicare col nome di cicorie all’acqua. Caratteristica di questa cicoria è che il fusto si eleva unico guarnito di foglie che tendono sempre più a restringersi e l’apice presenta un aspetto che ricorda lontanamente un turione di asparago. La razza tipica assume grande sviluppo fogliare e le foglie, piuttosto frastagliate e runcinate, hanno la rachide tinta in carminio nella pagina inferiore come carminio pure è il fusto il quale è liscio, lucido e grosso alla base circa 3 centimetri. Nella sottorazza brindisina le foglie sono meno intagliate con l’apice relativamente tondeggiante, le rachidi verde-pallido ed il fusto, che è di color verde analogo alle foglie, è molto più sottile e di rado oltrepassa cm. 1 e 1/2. La raccolta si fa tagliando il fusto a circa 3 - 4 centimetri dal suolo lasciandovi la rosa delle foglie. Di esso si utilizza la parte apicale tenera, fornita delle foglie che l'accompagnano la quale spesso rappresenta un terzo circa dell' intero fusto che suol raccogliersi quando ha oltrepassato i 35 - 40 centimetri.
La parte spinale utilizzabile è indicata volgarmente col nome di cime di cicorie o semplicemente cime. Sviluppandosi ulteriormente il fusto rami-fica in modo analogo al tipo del cicorium latifolium. Nondimeno tutta la pianta è meno scabra al tatto e le calatidi della cicoria salentina hanno squame meno ricche di peli. La sottorazza brindisina tende maggiormente ad esser glabra e mentre la razza tipica salentina ripullula dando 3 o 4 nuovi polloni, relativamente più sottili, la brindisina li dà addirittura esilissimi: arrivano ad avere qualche volta la grossezza d'una penna d' oca. Nondimeno questi possono asportarsi e, lasciando la pianta sul terreno, può riuscire relativamente comodo, se non economico, il poter raccogliere di tratto in tratto altri polloni. La razza tipica si presta meno a queste raccolte successive. L' uso di queste cicorie è diffuso per tutta la provincia e si estende anche in parte della prov. di Bari. È stata introdotta anche nella coltivazione degli orti di Napoli e propriamente a San Giovanni a Barra, ma è stata quasi smessa perchè il prezzo che si ricava sulla piazza di Napoli, dove la nostra cicoria non è abbastanza conosciuta e pregiata, non pagava abbastanza il terreno che era occupato per molto tempo. Sulla piazza di Napoli era conosciuta col nome di cicorione forestiero, cicoria, leccese e cicoria catalogna. A Roma se ne trova pure un po’ sul mercato, ma è confusa spesso con i polloni della cicoria spontanea e si indica col nome di pontarelle. (1) Le cicorie si usano d'ordinario lessate, condite con olio, talvolta come insalata cotta con l’aceto, tal altra saldale all' olio. Speciale però è l’uso di condirle, quando sono lessate, con sugo di stufato o ragout. Ed ora col diffondersi delle conserve di pomodoro, si condiscono anche col sugo di pomodoro. I rimessiticci più frequentemente si usano crudi all' insalata.
Un' altra specialità orticola della prov. di Lecce è la cosiddetta Salessia corrispondente alla Salsola saliva di Tenore, che è la forma coltivata della salsola soda che nasce con altre specie non aduli sul litorale dell'Adriatico. Noto a questo proposito che molti trattati di orticoltura erroneamente riferiscono la specie coltivata col nome di salsola o capelli del diavolo alla salsola cali, perché non bisogna dimenticare che la salsola cali, analogamente alla salsola tragus, è spinosa. Il prof. Cosimo De Giorgi nei « brevi cenni della di Martino Marinosci » la confonde con la salicornia herbacca.
É. vero per altro che anche la salicornia herbacca si usa come la salsola saliva e si indica dal volgo con lo stesso nome ; ma essa si raccoglie allo stato spontaneo sul littorale inondato dal mare e che frequentemente si usa nella prov. di Bari col nome di salsodde. La salsola si coltiva in quasi tutti gli orti di famiglia, ma è notevole il fatto che d' ordinario non se ne raccolgano i semi e si lascia marcire la pianta sul posto : alla primavera le piantine che sono nate spontanee si trapiantano in righe alla distanza di circa 50 cm. La raccolta si fa successivamente ed il prodotto utile è rappresentato dalle parti tenere apicali del ramo, che qualcuno usa insalata cruda, ma più spesso si usano all' insalata cotta e non manca chi le usa saldale all'olio. Il sapore riesce sempre gustoso, fresco ed è una delle verdure che si digeriscono facilmente anzi si pretende che aiuti la digestione forse per la soda che vi è contenuta.
Col nome di zivirnia si coltiva, benché poco estesamente , lo Smyrnium olusatrum (it. marcerone) che è 1' ipposdino di Dicscoride e non l’ olusatro degli antichi (vedi G. Della Porta « Le ville »). Questa pianta frequente ad Ischia ed altrove nelle nostre provincie meridionali allo stato spontaneo, non è forse ora usata come pianta alimentare che soltanto in Terra d' Otranto. Infatti l'aroma della pianta, secondo il Gussone, nauseante, non è generalmente accetto. Sembra però che nella prov. di Lecce si segua una tradizione di gusto ; ma mentre gli antichi ne usavano la radice e le foglie analogamente al sedano, crude o cotte, e specialmente come contorno al pesce, oggi se ne usano le infiorescenze prima che si aprano, quando ancora sono avvolte dalle foglie bratteali che costituiscono un apice relativamente globoso e che si adoperano fritte o alla pastuccia.
Si noti che l’aroma acre fa ritenere la pianta velenosa, cosi in provincia di Napoli come in altro prossime la pianta essendo biennale, le infiorescenze si raccolgono al secondo anno ed è questa la ragione per la quale più che farne larga coltivazione nell' orto le si destina un posto appartato e spesso si raccoglie il prodotto dal margine dei campi e dagli oliveti dove, essendovi un po' d' ombra, riesce possibile la vita di questa pianta la quale vuole siti relativamente freschi.
Fra le altre specialità orticole della nostra provincia, merita di essere annoverata anche la senape per l' uso che se ne fa. La senape (sinapis alba) si coltiva nell'orto e se ne fa coltivazione autunnale per avere il prodotto, e coltivazione primaverile solo negli orti dove è possibile disporre di notevole quantità di acqua. È noto che in generale questa pianta si coltiva largamente anche nella provincia di Bari in pieno campo, ma si fa per la raccolta del seme. Nella nostra provincia invece si coltiva la senape bianca per poterne usare le infiorescenze con la parte tenera del fusto e le tenere foglie analogamente a quello che si fa del broccolo di rapa. Le successive coltivazioni hanno costituita una razza alquanto fissata di senape che si distingue per il maggiore sviluppo che assumono le infiorescenze. Si usa nell' alimentazione cotta condita con olio oppure all'insalata, o anche saltata all'olio. Comunemente si indica col nome di sanapu. Le altre specie di senape, come la senape nera (sinapis nigra) detta dal volgo sinapu acreste non infrequente nei campi e la sinapis erucoides (volg. ramasciulu ) frequentissima nelle vigne, pure si usano nell' alimentazione ma solamente cotte e condite con olio. Queste ultime però riescono cibo meno digeribile e meno gustoso per il sapore amaro e leggermente piccante il quale nella senape bianca è relativamente attenuato pur essendo abbastanza sensibile. Un' altra pianta, che pure merita di essere ricordata perché non frequente negli orti di altra regione che non sia la pugliese, è il popone trombetta detto localmente cocomerazzo corrispondente al cucumis flexuosus che qualche autore erra confondendolo col c. anguinus. Se ne usano i frutti teneri analogamente a quello che si fa del cetriolo (cucumis sativus).
D'ordinario da noi poco si coltiva il cetriolo il quale richiede molta acqua in proporzione e poi ha lo svantaggio di fruttificare meno e per più breve tempo. Il cucumis flexuosus invece dà frutto per più lungo tempo, si adatta anche in terreni non da orto ed il frutto riesce meno profumato del cetriolo ma più tenero e gustoso.
Degna di essere ricordata, è la produzione delle cosiddette meloncelle. I frutti dei comuni poponi (cucumis melo) quando sono acor teneri ed hanno raggiunto la grandezza di un uovo d' oca o poco più, si usano nell' alimentazione come frutta analogamente ai cetrioli. L’uso di asportare, successivamente questo frutto obbliga la pianta, che d'ordinario non suol portare a maturazione perfetta che da 2 a 4 frutta, a produrre a volte fino oltre una ventina. Questo frutto localmente è detto meloncella, cucumella ecc.
Un altro uso, comunissimo in Terra d’Otranto, è quello dei frutti teneri della zucca di Napoli bastarda o zucca berbera (volg. cucuzza duce) la quale si adopera a mo' dei comuni zucchini ed è tenuta in qualche pregio.
Per le piante di questa specie va ripetuto lo stesso fatto in ordine al numero dei frutti come per il popone. Nella stessa famiglia delle cucurbitacee occorre ricordare una speciale pratica la quale veramente riguarda più la conservazione anziché la produzione. Il cocomero ( citrollus vulgaris Schrad. ) coltivato nei migliori terreni da orto, presenta in terra d' Otranto, forse più che altrove del mezzogiorno d' Italia, un' estesa serie di variazioni specialmente nella colorazione dei semi; indice questo forse della influenza di importazione dalle coste orientali dell'Adriatico. Per conservare il cocomero, comunemente detto mellone d’acqua, il quale generalmente poco vi si presta, si suole sotterrare, quando i frutti sono maturi, l'intera pianta col frutto e poi verso il Natale, qualche volta anche in gennaio, si scavano e spesso si trova in perfetto stato. Ben vero però la perdita è molto frequente. Questa pratica potrebbe essere sostituita dalla stratificazione in sabbia come qualcuno ha tentato. Un' altra pratica che pure è di uso comunissimo nella nostra provincia è quella delle cipolle porraie (volg. sponsali ) che consiste nell' affidare al' terreno in autunno le cipolle che vanno spontaneamente in succhio. Ciò si pratica per non fare esaurire il bulbo e per utilizzare la parte che è in via di ricostituzione per potere a suo tempo andare in fiore. Questa pratica ha tratto origine dal fatto che da noi manca una buona razza di cipolle serbevoli per l'inverno. Si comincia nonpertanto ad introdurre la cipolla della Rocca ma anche questa tende a perdere la sua serbevolezza e, forse per la frequente umidità invernale, va in succo con molta anticipazione.
Queste brevi note illustrative valgano a dimostrare come, anche nel campo dell' orticoltura, la nostra provincia occupi un posto non meno importante delle altre provincie meridionali.
(1) Nello scorso anno la cattedra di Lecce spedì un chilogramma di semi di cicoria di Brindisi al prof. Calvino, Direttore della Cattedra di Agricoltura di Porto Maurizio. Non sappiamo quali risultati, abbia dato la coltivazione di questo ortaggio nella Riviera Ligure.
domenica 16 giugno 2019
Masseria Ussano work in progress
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| La foto è di Lina Monte |
La Masseria Ussano è situata al confine del Comune di
Cavallino (Lecce) con il Comune di San Donato di Lecce. Fu costruita
probabilmente a partire dal XVI secolo in un momento in cui le campagne erano
soggette ad invasioni di popolazioni provenienti dal mare ed era quindi
necessario realizzare strutture fortificate per la difesa. All'esterno
dell'edificio si conserva una pietrafitta probabilmente innalzata in età
medievale come simbolo devozionale.
Lina Monte ha commentato: Le origini sono ritenute anteriori per via dei grandi massi regolari delle fondamenta ma ci sono anche molte rovine interessanti. Prima che cadesse in rovina a causa delle scorrerie del XIV sec., gli abitanti del villaggio soffrivano dei soprusi del feudatario che imponeva balzelli esosi per la molitura delle olive e molti abbandonarono il villaggio. Ci sono anche molte congetture riguardo al toponimo. Un luogo interessante, da conoscere più approfonditamente.
Marco Leo Imperiale ha commentato: Ussano era un casale medievale. Vicino alla masseria ci sono alcune sepolture che documentammo già negli anni '90 con Paul Arthur. Nel campo di fronte moltissima ceramica di età bassomedievale e alcuni materiali altomedievali, che testimoniano la presenza di un nucleo demico, di modesta entità, già nell'altomedioevo. Un articolo scientifico, anche su un vicino insediamento romano, è ora in corso di pubblicazione da parte di B. Bruno e P. Guacci.
Paul Arthur ha commentato: Non sappiamo se "cadesse in rovina a causa delle scorrerie del XIV sec." o per via di altri motivi come, ad esempio, la riorganizzazione fondiaria o la peste nera.
sabato 15 giugno 2019
Un prato nel siticuloso Salento con Lippia dulcis, lo zucchero azteco
Lippia dulcis - Fonte foto: http://www.masseriagianferrante.it
La Lippia dulcis è una pianta aromatica e officinale
appartenente alla famiglia delle Verbenaceae, conosciuta fin dall’antichità ed
utilizzata già dagli Aztechi come rimedio curativo e dolcificante naturale.
Essa è nota anche con i nomi di Phyla dulcis, Yerba dulce e Lippia messicana
(il suo nome azteco era Tzonpelic xihuitl, “erba dolce”). In Italia viene
semplicemente chiamata lippia e viene considerata come una varietà erbacea
zuccherina; al momento la Lippia dulcis appare meno conosciuta e utilizzata
della più nota stevia.
La Lippia dulcis è una pianta nativa del Messico e
dell’America Centrale. Tra i luoghi d’origine della Lippia dulcis vengono
indicati Caraibi, Colombia e Venezuela. Essa è giunta a conoscenza degli
europei a seguito del sopraggiungere degli spagnoli nelle zone dell’attuale
America un tempo popolate dagli Aztechi.
Sia le foglie che i fiori della Lippia dulcis sono
commestibili, siano essi freschi o essiccati, e presentano un aroma e un sapore
dolce, dovuto alla presenza di un composto denominato hernadulcina, individuato
dalla formula molecolare C15H24O2 e descritto da parte degli esperti come 1000
volte più dolce dello zucchero. Si tratta di una sostanza che, se assunta a
livello alimentare, non altera la glicemia e non danneggia i denti.
L’assunzione di Lippia dulcis è considerata innocua per i
diabetici e si ritiene che, per via del suo leggero retrogusto di menta e della
sua innocuità nei confronti dello smalto dentale, sia adatta ad essere
utilizzata come ingrediente aromatizzante per la realizzazione di prodotti per
l’igiene orale, senza temere che possa provocare delle conseguenze spiacevoli
sulla dentatura. Il composto che fornisce un potere dolcificante tanto elevato
alla Lippia dulcis è stato individuato nel 1985 da parte di Cesar M. Compare e
A. Douglas Kinghorn, esperti delle Università dell’Illinois e di Chicago.
Il periodo di fioritura della Lippia dulcis si estende da
luglio a settembre. I suoi fiori sono piccoli e sferici e la loro colorazione
può variare dal bianco al violaceo. La Lippia dulcis, per le sue dimensioni
piuttosto ridotte, che la portano a raggiungere un’altezza non superiore ai
20-25 centimetri, è spesso venduta come una comune pianta ornamentale. I suoi
rami ricadenti possono raggiungere la lunghezza di 1 metro. Si tratta di una
specie perenne che ama l’esposizione al sole e la collocazione in terreni ben
drenati. Può essere coltivata in vaso o all’interno di aiuole.
Durante l’inverno necessita di essere protetta il più
possibile dal gelo. Si consiglia di effettuare le annaffiature soltanto nel
momento in cui il terreno appare asciutto in superficie, anche ogni due
settimane. È necessario evitare ristagni acquosi nei sottovasi per non generare
marciumi a livello delle radici.
Le sue foglie e i suoi fiori vengono utilizzati freschi come
aggiunta alle insalate, come condimento o decorazione per diverse pietanze e
nella preparazione di dolci e macedonie. Le foglie possono essere masticate
fresche per assaporarne il gusto. Esse sono inoltre adatte ad essere essiccate
e triturate finemente per la preparazione di un dolcificante naturale utilizzabile
per rendere più gradevoli al palato bevande come tè o tisane. Vi è anche la
possibilità di congelare le foglie per utilizzi successivi.
Il dolcificante ottenuto dalla Lippia dulcis è privo di
calorie. Le piantine di Lippia dulcis possono essere acquistate presso vivai o
in occasione di fiere in cui venga dato spazio ad orti e giardini. Il costo di
una piantina di Lippia dulcis varia solitamente dai 2 ai 3 euro.
Fonte foto: http://www.masseriagianferrante.it
Cactoblastis cactorum ovvero la peste dei fichi d’India
Le foto sono di Francesco Drago
Il ciclo vitale di questo lepidottero e’ incentrato
sull’opunzia: le femmine sessualmente mature
rilasciano all’alba feromoni sulle piante di opunzia e attirano i
maschi. Dopo l’accoppiamento e un periodo di incubazione interna, la femmina
depone una novantina di uova incollandole tra loro in modo da formare una
struttura che sembra una spina del fico d’india. Dopo 23-28 giorni di
incubazione (dipende dalla temperatura esterna) emergono le larve che subito
scavano nei cladodi (le pale appiattite, che sono fusti modificati) della
pianta e vi rimangono consumandola dall’interno, protette dalle spine del loro
ospite. Le larve sono gregarie e conducono un’esistenza comunitaria all’interno
delle pale del fico d’India. Dopo alcune mute raggiungono dimensioni di circa
due, tre centimetri, dopo di che emergono all’esterno della pianta dallo stesso
buco da cui tutte insieme, in fila indiana, erano entrate e si lasciano cadere
per terra, dove impupano alla base della pianta ospite. L’insetto alato che ne
emerge infine si disperde e le sue larve infesteranno, uccidendole o
danneggiandole seriamente, altre piante. È efficientissima anche contro Opuntia
stricta, l’infestante peggiore, che aveva resistito sino ad allora a tutti gli
altri sistemi di lotta all’invasore.
La farfallina è efficientissima nel distruggere le opunzie e
solo le opunzie: prima di rilasciarla (ben 2 milioni di uova!) furono condotti
diversi test per vedere se avrebbe potuto avere effetti negativi sul resto
dell’ecosistema, ma si è comportata benissimo: dove scompare l’opunzia scompare
anche la farfallina. Test recenti hanno portato a concludere che l’insetto
femmina è attirato dal metabolismo CAM delle opunzie (ma non da quello di altre
specie di cactus), e per la precisione si basa sulla quantità di CO2
accumulata, un sistema di individuazione dell’ospite sicuramente insolito e
molto sofisticato. La farfallina in Australia svolse così bene il suo compito
nel lontano 1925 che fu ben presto introdotta anche in altri paesi dove c’era
un problema analogo: Africa (Mauritius, Sant’Elena, Sud Africa, Tanzania),
India e Pakistan, e i Caraibi. Giusto per mostrare un po’ l’altra faccia della
medaglia, sfortunatamente dai Caraibi la Cactoblastis cactorum è arrivata sul
continente Nord americano, dove sta pesantemente danneggiando delle specie
autoctone di Opuntia. Non si può fare una frittata senza rompere le uova, ahimè,
e ciò che va bene per la lontana Australia non va bene per delle isole così
vicine al paese di origine.
E l’Italia?
In Italia abbiamo importato cinque specie di fico d’India,
ma la piu’ comune e diffusa è l’Opuntia ficus-indica, e nelle regioni
meridionali e nelle isole è facile vedere dei bei boschetti di questa specie
alloctona. La pianta però, per motivi che mi sono misteriosi (ma che suppongo
abbiano a che fare con l’inverno relativamente freddo che mal si adatta col
metabolismo CAM), rimane confinata a piccole macchie spontanee che in genere
vengono sfruttate commercialmente per la produzione dei frutti. Nessun bisogno
quindi di introdurre la farfallina, anzi, sarebbe economicamente svantaggioso e
mi priverebbe di uno dei miei frutti preferiti.
Referenze:
Osmond, B., Neales, T., Stange, G. (2008) Curiosity and
context revisited : crassulacean acid metabolism in the Anthropocene. Journal
of experimental botany. 59, 7 pp.
1489-1502
http://www.northwestweeds.nsw.gov.au/prickly_pear_history.htm
Questa albicocca è una leggenda
Nel Salento si narra che furono i Templari a portarla a
Galatone. Oggi questo frutto è un prodotto di nicchia della tradizione locale,
complici gli influssi benefici del Mar Ionio
Pubblicato il 02/04/2014
Ultima modifica il 02/04/2014 alle ore 08:36
ELOENORA AUTILIO (NEXTA) (GEDI DIGITAL)
Il clima dominato dagli influssi benefici del Mar Ionio e
l'antica tradizione legata al suo innesto e alla sua coltivazione, rendono
l'albicocca di Galatone una vera prelibatezza dalle caratteristiche uniche che
merita di essere tutelata e salvaguardata.
L'INGREDIENTE Difficili da trovare sul mercato, le
albicocche di Galatone sono un piccolo tesoro della tradizione agricola
salentina che, grazie alla tutela della Fondazione Slow Food, sta vivendo una
vera e propria rinascita. Che quella pugliese non sia un'albicocca come le
altre lo si può intuire già da quanto narrato dalla leggenda che ne spiega le
origini. Si dice, infatti, che siano stati i Templari a portare il frutto in
queste zone direttamente dall'Oriente. Questa suggestiva interpretazione della
sua storia potrebbe non discostarsi troppo dalla realtà perchè, in effetti, la
prima importazione delle albicocche, che sono proprio di origine mediorientale,
risalirebbe all'epoca delle Crociate e dei Cavalieri Templari. Ciò che rende
speciale la razza salentina, secondo i suoi produttori, era l'usanza di
innescare le albicocche su un mandorlo amaro anziché su un susino o su un
franco. Questo semplice espediente ha reso gli alberi molto più longevi, basti
pensare che la varietà di Galatone comincia a fruttificare dopo i tre anni
dall'innesto e continua fino a oltre cinquant'anni, contro i sette-dieci anni
dei frutti dell'agricoltura “moderna”. Quella che nasce sulle coste salentine è
un'albicocca molto precoce, di piccole dimensioni simili a quelle di una noce,
e dalla buccia screziata. E' caratterizzata da un profumo intenso, un sapore
dolce ed una consistenza morbida che si scioglie in bocca. Questa peculiarità,
che la rende particolarmente gradevole al palato, ne ostacola però il trasporto
e la manipolazione industriale ed è per questo e per il progressivo abbandono
delle coltivazioni che il suo commercio è limitato esclusivamente alla zona di
produzione.
LA RICETTA Un'albicocca così dolce e profumata è il frutto
ideale per rendere un dessert molto fresco e gradevole. Ed è per questo che,
maneggiandolo con attenzione, questo frutto può trasformarsi in un ingrediente
prezioso in cucina nonostante la morbidezza che ne rende difficile la
manipolazione. Il sapore zuccherino, inoltre, la rende adatta ad essere
utilizzata per confezionare marmellate gustose e genuine, come quella di
albicocca, pesca nettarina e lavanda. Per prepararla occorre lavare con cura la
frutta, snocciolarla e riporla in una pentola di acciaio o di rame stagnato
assieme a zucchero e succo di limone. Portare il tutto ad ebollizione
mescolando con cura e lasciare riposare il composto a fresco per almeno dodici
ore ricoprendo la pentola con della pellicola. Preparare, quindi, un sacchetto
di garza con della lavanda e inserirlo nella pentola assieme al preparato di
frutta e portare il tutto nuovamente ad ebollizione continuando a mescolare il
composto. Dopo circa cinque minuti dall'inizio del bollore, occorre verificare
che la marmellata sia pronta mettendone un cucchiaino in un pittino lasciato a
raffreddare nel congelatore. Se si solidificherà sarà pronta, altrimenti dovrà
cuocere qualche altro minuto. A cottura ultimata, si rimuove il sacchetto di
lavanda e, se lo si preferisce, si potrà frullare il tutto per conferire al
preparato una consistenza più omogenea prima di versarlo nei classici vasetti
di vetro che dovranno rimanere capovolti fino a che la marmellata non si sarà
freddata.
IL SEGRETO L'albicocca di Galatone è un vero e proprio
frutto leggendario. Oltre alla credenza che sia stata importata dai Templari,
infatti, la tradizione popolare attribuisce un'altra curiosa storiella legata
alla colorazione della sua buccia, caratterizzata dalle piccole screziature
scure, simili a lentiggini, che punteggiano la superficie vicina al peduncolo.
Gli anziani del paese, quando viene loro chiesta la ragione delle sfumature
della buccia dell'albicocca, rispondono affermando che è stato San Luca a
dipingerne la superficie.
IL TERRITORIO La storia di Galatone è molto lunga ed
affascinante ed affonda le proprie radici nel periodo del Paleolitico. Sul suo
territorio sono, infatti, tutt'ora custoditi importanti testimonianze degli
insediamenti di epoca preistorica, come il menhir di contrada Coppola.
Affacciata sulla costa jonica a pochi chilometri da Gallipoli, Galatone si è
per secoli trovata al centro delle contese tra Saraceni, Ungari e Bizantini
prima di entrare a far parte dell'organizzazione feudale sviluppatasi nei territori
del Salento nel corso del Medioevo, quando cominciò ad affermare la propria
identità di centro rurale. A causa di un terribile terremoto che colpì la città
alal fine del XVIII secolo, però, di questo periodo storico è giunto ben poco
sino ai giorni nostri ed anche le costruzioni sopravvissute al sisma hanno
subito notevoli trasformazione durante le fasi della ricostruzione, come la
porta di San Sebastiano ed il Palazzo Marchesale. Oggi, dunque, Galatone
colpisce in particolar modo per i pregevoli esempi dello stile tardo barocco
che si affermò nel Salento nel corso dei secoli successivi e che ha donato ai
posteri edifici di grande fascino come il Santuario del Crocifisso
caratterizzato da una monumentali facciata con decori rococò ed i sontuosi interni
riccamente adornati ed abbelliti con interessanti tele raffiguranti i miracoli.
Da non perdere, infine, la suggestiva chiesa della Vergina Assunta che
custodisce tele e dipinti di gran pregio come una bella copia settecentiesca
del Martirio di S. Sebastiano di Mattia Preti.
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