mercoledì 2 dicembre 2009

Archeoagronomia Consociazione delle piante nel meridione


Archeoagronomia Consociazione delle piante nel meridione
Archeoagronomia Consociazione delle piante nel meridione
Ricerche a cura di Antonio Bruno*
Nel 1902 la consociazione è possibile nei pressi dei centri abitati per la utilizzazione su larga scala sia dei rifiuti solidi che delle acque di fogna nera che si praticava nei “ciardini” della città di Lecce. La consociazione pur sconsigliata per le colture arboree vite e olivo in alcuni casi è praticamente realizzabile.
Racconta Plinio che a Tacapo, nelle vicinanze di Tripoli, ombreggiandosi l'un l'altro prosperavano la palma, l'ulivo, il fico, il melograno, la vite; mentre al di sotto il terreno produceva cereali, ortaglie ed altro.
Il prof. Fernando Vallese annota che se al posto della palma si mettesse il mandorlo la descrizione di Plinio sembrerebbe riguardare gli orti (ciardini) che si trovano nei dintorni di Lecce. Anche questa annotazione ci conduce a considerare il fatto che nel 1902 la palma non fosse presente nel nostro territorio e che sia stata introdotta solo successivamente dopo che l'Italia ha partecipato alla stagione coloniale con Somalia, Etiopia, Abissinia e Libia.
Lo stesso prof. Vallese si schernisce affermando che la considerazione che aveva scritto non era stata fatta per “sdrucciolare” in una discussione di espansione coloniale di cui evidentemente si andava discutendo in quegli anni, ma per dimostrare che nel nostro clima la consociazione può essere spinta in quanto c'è un abbondanza di luce e calore precisando che il “busillis” (ricordo a me stesso che Busillis è un termine che ha assunto il significato di "problema spinoso e di difficile soluzione", "punto dolente della questione". Deriva da un'errata sillabazione della frase latina in diebus illis (in quei giorni o a quel tempo). Da qui le espressioni "non venire a capo del busillis" o "qui sta il busillis".) ciò è valido a condizione che non manchi il concime e che le piante messe a dimora non sfruttino eccessivamente il terreno inaridendolo.
Il Cav. Prof. Vallese riferisce poi di un orto di circa un ettaro alle porte della città di Lecce dove lo stesso ha potuto censire:
Mandorli Numero piante 39
Fichi Numero piante 30
Melograni Numero piante 20
Peschi Numero piante 25
Fichi d'India Numero piante 40
Carciofi Numero piante 800
Sul terreno, poi sfilano senza interruzione come in un cinematografo: rapecavole, cicorie di Brindisi, finocchi, lattughe, fave, piselli, patate, pomidori, zucche, meloni, melanzane, peperoni, agli, cipolle, broccoli, cavolfiori e l'elenco si ferma solo perché il prof, Vallese aggiunge un eccetera, eccetera.
La situazione diviene davvero interessante quando il Cav. Prof, Ferdinando Vallese precisa che ciò è possibile solo nelle vicinanze della città. Quindi nelle campagne distanti era impossibile vedere nello stesso appezzamento quel numero esorbitante di piante che il professore aveva avuto modo di censire nell'orto di cui ho riferito in precedenza.
La spiegazione sta nel fatto che questi orti possono produrre tutto quel “ben di Dio” perché ricevono dalla città il POZZO NERO e LE SPAZZATURE. Insomma nel 1902 non esisteva il problema dei rifiuti, esisteva invece LA RICHIESTA DEI RIFIUTI!
Si parla tanto di agricoltura sostenibile ma il brano tratto dai Miserabili di Victor Hugo che segue è l'affermazione più bella :
“mucchi di immondizie raccolti agli angoli delle vie, le bigonce trabalzate per via durante la notte, le fetide botti della nettezza urbana, i luridi scoli di melma sotterranea che il selciato vi nasconde, sapete che cosa sono? Sono i prati fioriti, l'erba verde, il timo, la salvia; sono la selvaggina, il bestiame, il muggito dei buoi alla sera, il fieno odoroso, il frumento dorato, il pane sulla nostra tavola, il sangue caldo nelle nostre vene, la salute, la gioia, la vita. Così vuole quella misteriosa creazione che è trasformazione sulla terra e trasfigurazione in cielo.
Raccogliete quegli avanzi nel gran crogiuolo, e ne uscirà la vostra abbondanza. Nutrire la terra è nutrire gli uomini.
Voi siete padroni di perdere tale ricchezza e di ritenermi ridicolo; ma questo è il capolavoro della vostra ignoranza.
Le statistiche hanno calcolato che la sola Francia, per la bocca dei suoi fiumi, versa ogni anno all'Atlantico mezzo miliardo.
Notate che con quei cinquecento milioni si pagherebbe un quarto delle spese del bilancio. Ma l'abilità dell'uomo è tale che preferisce sbarazzarsene gettandoli nell'acqua. E' la sostanza del popolo che viene portata via, qui a goccia a goccia, là a ondate, dal miserabile vomito delle nostre fogne nei fiumi, e dal gigantesco vomito dei fiumi nell'oceano. Ogni fiotto di spurgo delle nostre cloache ci costa mille franchi. Per questo la terra diventa povera e l'acqua inquinata; la fame esce dal solco e la malattia dal fiume.”
Il Prof. Vallese precisa che le parole che precedono sottolineano una perdita di 25 milioni di Lire del 1902 gettati nelle fogne e trasportati dalla Senna al mare sotto forma di concime che non sarebbero state necessarie per gli ortolani leccesi del 1902 in quanto gli stessi conoscono già da gran tempo la “ricchezza delle immondizie” che, afferma il Prof. Vallese, permette loro di trarre dai loro orti il ben di Dio che ne traggono.
Ecco perché il prof. Vallese sostiene che la consociazione delle piante è strettamente legata all'uso della sostanza fertilizzante che all'epoca era dipendente dalla vicinanza ai centri urbani e quindi man mano che ci si allontanava da quest'ultimi la capacità di “reggere le consociazioni” dei terreni si riduceva sempre più perché non essendo sufficienti le concimazioni un terreno che può nutrire una pianta sola non può nutrirne di più contemporaneamente.
Il prof. Vallese prosegue affermando che la diversa profondità a cui giungono le radici delle piante consociate può moderare questa legge appena affermata ma no n distruggerla del tutto perchè se due piante, una a radice superficiale e un'altra a radice profonda possono nello stesso terreno vivere da buone amiche traendo il nutrimento da due strati differenti, occorrerà poi una concimazione doppia per ripristinare la fertilità di tutto lo strato di terreno sfruttato dalle due piante.
Inoltre bisogna tenere conto anche della siccità di queste nostre terre che è tanto più forte quanto più il terreno è sciolto, poco profondo e calcareo. C'è anche la forte incidenza della prevalenza dei venti caldi ed asciutti che aumentano grandemente l'evaporazione unitamente alle alte temperature estive e naturalmente dalla quasi assenza della pioggia nei mesi estivi.
Quindi se una delle specie consociate, aggiunge il prof. Vallese ha una ampia superficie fogliare evapotraspirante sarà come una pompa che attingerà acqua dal suolo e in questo modo l'altra pianta consociata sarà più sensibile alla siccità.
Dopo tale premessa il prof. Vallese pur ammettendo che nella penisola salentina si praticano moltissime consociazioni fissa la sua attenzione su due di queste e specificamente quelle che si praticano con la vite e l'olivo con piante erbacee.
Il Cav. Prof. Ferdinando Vallese ci fa sapere che la vite si coltiva quasi ovunque come coltura specializzata senza consociarla soprattutto quando il vigneto si trova nelle fasi di vita di maggiore produzione. Ma nello steso tempo precisa che in provincia si nota la consociazione della vite con il pisello oppure peggio con piante cereali nelle nuove piantagioni (pàstini: I piccoli appezzamenti coltivati sono piani o leggermente declivi, mentre le zone collinari e le ripide pendici che scendono verso il mare sono spesso sistemate a terrazze appunto i pastini) oppure quando il vigneto è alla fine del suo ciclo produttivo per vecchiaia ed è prossimo ad essere estirpato e in questo caso è possibile consociare poiché la vite è giunta oramai alla fine del suo ciclo produttivo e prossima ad essere estirpata potrebbe essere possibile la consociazione della vite con il pisello ma non con i cereali perché restano per un tempo più lungo sul terreno e perché ne provocano un disseccamento più forte e più prolungato.
Il Prof. Vallese passa poi a illustrare le consociazioni con l'olivo nella terra del salento afermando che in quell'epoca era comune la consociazione sia con il lupino, trifoglio incarnato, la trigonella fieno greco, la fava e il pisello tra le erbacee leguminose; il frumento, l'orzo, l'avena, il miglio e il sorgo da scopa tra le graminacee; il cotone e il lino tra le piante di altre famiglie.
Il prof. Vallese precisa che in alcuni oliveti alcune di queste piante si succedono regolarmente e si succedono come sui terreni non alberati e in questo caso il prof. Vallese sostiene che tale consociazione può essere utile in quanto l'olivo approfitta dei lavori effettuati alle piante consociate, ma allo stesso tempo il professore suggerisce una reintegrazione degli elementi fertilizzanti perché le colture consociate non fanno altro che sottrarne quantità che se non integrate rendono poco fertile il terreno a scapito dell'olivo stesso. Si aggiunge che nel caso delle leguminose ci sarebbe una certa reintegrazione se si Attuasse il sovescio alo piede di ogni pianta per un raggio di uno o due metri, invece per i cereali nulla viene integrato perché si raccolgono interamente lasciando al terreno solo le radici poca stoppia.
In conclusione pur sconsigliando la consociazione delle piante erbacee con l'olivo a livello teorico, il prof. Vallese dice che è attuabile praticamente a patto di restituire con le concimazioni al terreno gli elementi nutritivi sottratti dalle colture erbacee. Inoltre la consociazione è tanto più praticabile quanto meno le piante erbacee permangono ne periodo estivo perché in quest'ultimo caso si prosciugherebbe il terreno aggravando la siccità nelle annate calde e asciutte.
*Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario International Master's Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).
dott. Agr. Antonio BRUNO
Esperto in Diagnostica Urbana e Territoriale
Via Vittorio Emanuele III, n° 160
73016 SAN CESARIO DI LECCE
TEL 0832200708
Cell. 3398853904

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