giovedì 3 dicembre 2009

Tesoretto del Salento che parte da Lecce


Caputo: «Proviamo a costruire il bello»
E’ l’invito dell’archistar pugliese, promotore del Tesoretto del Salento, alla sua terra (a cui è legatissimo)

Milano, la nuova sede della Regione Lombardia Caputo lavora al progetto con lo studio Pei
LECCE - Per attitudine, e per professione, dice di osservare e rubare moltissimo. Perché, co­me sostiene anche Renzo Piano, l’architet­tura è un po’ un’arte di rapina: guardi, cer­chi, prendi tutto quello che può aiutare e poi lo mescoli. E lei cosa mescola, architet­to? «Di tutto. Scorci di Bangkok e torte di cioccolato». Come, scusi? «Mi ero appena svegliato. Vado in cucina per il mio primo caffé, e sul tavolo trovo una torta appena sfornata messa sottosopra sul fondo di un cestello in metallo. C’è tutta la suggestione di quell’immagine in un edificio che ora sto disegnando».
Milano, viale Elvezia, un’infilata di vetra­te con vista su Parco Sempione, spazi bian­chi, libri fin sopra il soffitto. Paolo Caputo accoglie nel suo studio. Classe 1950, ordina­rio di Progettazione architettonica urbana al Politecnico, architetto razionalista («nel mio lavoro concilio sempre i sogni con i bi­sogni »), esperienze accademiche a Madrid, Rio de Janeiro, Buenos Aires, Santiago del Cile, Porto, Siviglia, Parigi, Marsiglia, si divi­de tra Milano, città adottiva, e la Puglia, ter­ra d’origine. La sua seconda casa è una mas­seria circondata da ulivi a Tricase, provin­cia di Lecce, basso Salento, uno di quei luo­ghi dove non ci capiti: ci vai. «E questo è importante - dice. Se uno ci finisce, è per­ché quella era la sua meta. Vuol dire che chi frequenta quei posti, lo fa perché ha un forte legame e una forte voglia di frequen­tarli ». Parla della Puglia come del suo altro­ve intellettuale. Un’alternativa esistenziale su cui giocare, quasi quotidianamente: «Ogni giorno m’invento un pretesto per te­lefonare: ora al custode, ora al giardiniere, ora all’amico architetto, ora all’amministra­tore pubblico. Ho bisogno di un contatto anche solo spirituale, di una continuità di pensiero». E allora perché se n’è andato? «Perché a diciotto anni cercavo una città e un territorio diversi, coerenti con la mia in­dole. Sono uno molto veloce, ho poca pa­zienza, ho voglia di fare e di vedere subito i risultati. Il piacere della stasi, la pigrizia, la mancanza di programmazione, il non sen­so del tempo, un certo spirito di approssi­mazione sono pregi che io non ho, e che hanno un forte carattere identitario per il popolo pugliese. Evitando generalizzazio­ni, naturalmente».
Paolo Caputo All’attivo della sua carriera esistono, ol­tre alla realizzazione di parchi in Italia e al­l’estero, imponenti opere urbane e architet­toniche. Tra quelle in fase di esecuzione, ci sono la nuova sede della Regione Lombar­dia, e la Cittadella Milano Santa Giulia, cioè la riqualificazione del comparto dismesso più grande d’Europa, in cui il suo nome ap­pare accanto a quello di Norman Foster. Con Renzo Piano, invece, ha elaborato il progetto di trasformazione delle aree Falck di Sesto San Giovanni. «Se le Archistar so­no necessarie, vuol sapere? Dipende se so­no loro ad occuparsi del progetto, o se dele­gano alla terza, quarta, quinta fila dei loro collaboratori. Nel primo caso, il confronto è molto utile; nel secondo, è un uso stru­mentale che si fa del loro nome. E all’archi­tettura non serve». In Puglia è tra gli organizzatori del «Teso­retto del Salento», un pensatoio professio­nalmente assortito (ne fanno parte architet­ti, imprenditori, stilisti, registi, in gran par­te cervelli pugliesi in fuga, anzi cervelli fug­giti già da un po’) che periodicamente si dà appuntamento per discutere su come rico­noscere, rispettare, salvaguardare il patri­monio ambientale e monumentale: il teso­retto, appunto. Quello che la Puglia ha, ma quasi si dimentica di avere. Caputo ha in animo un progetto più ampio: creare il Sa­lento- lab, una fucina permanente di idee per la riqualificazione del territorio che, partendo da giù, dal tacco, coinvolga tutta la regione. «Lo immagino affollato di cen­to, duecento giovani professionisti con idee nuove, che elaborino proposte e le re­galino alle amministrazioni perché le met­tano in pratica. Ma abbiamo bisogno degli enti locali, delle Camere di Commercio, di Confindustria per partire». Dice che la Pu­glia sta vivendo una fase eroica, per il mo­mento solo nel campo della cultura popola­re e musicale però. Un po’ poco. «E’ un set­tore in cui non ci si ferma alla riscoperta, ma c’è una combinazione tra antico e nuo­vo. Pensiamo a cosa potrebbe succedere se questa sperimentazione venisse applicata a tutti i settori: l’agricoltura, il turismo, la pic­cola impresa, l’ambiente. Potrebbe signifi­care una nuova economia. Potrebbe diven­tare alimento comune, per farci crescere su una generazione».
Il paesaggio, un chiodo fisso. Come tute­larlo, come liberarlo dalle brutture che spesso lo invadono. Ma com’è cambiato quello pugliese? «E’ banale dire in peggio. Si è costruito senza cultura urbana, senza cultura territoriale, senza cultura paesaggi­stica, senza cultura architettonica». E’ nelle periferie che si è rotto l’equilibrio, secondo Caputo, prima ancora che sul litorale: «In nome della qualità dei centri storici, si è giustificata la totale distrazione dagli am­pliamenti urbani. Capannoni, insediamen­ti produttivi ovunque. Le strade pugliesi, una per tutte la Lecce-Maglie, stanno diven­tando le più brutte strade-mercato di tutta Italia. Bisognerebbe vietare di costruire nel­la fascia dei primi 150 metri: si salverebbe il paesaggio». Mancano professionisti capa­ci, una politica illuminata, cosa? «Manca il senso dello Stato e delle istituzioni. C’è un rifiuto delle regole: in nome della piccola parcella, del lavoro al geometra amico o al­l’impresa di costruzione locale, può passa­re di tutto». Soluzioni? «Uno sforzo colletti­vo in direzione di una cultura diffusa. Biso­gna far capire che la Puglia ha una ricchez­za irripetibile, che ne stiamo abusando, che questo non paga. E che è una ricchezza che può creare ricchezza». Nient’altro? «La bellezza ovviamente, capace di far scattare il principio della cura e dell’identificazio­ne. Le brutte periferie sono odiate dalla gente che le frequenta. Proviamo a costrui­re il bello, e aspettiamoci sorprese».
Paola Moscardino

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